20 novembre – Cristo Re

Il regno di Cristo Re: un anacronismo?

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Luca 23, 33-43).

Commentare i brani di oggi e soprattutto la ricorrenza liturgica di Cristo Re mi crea un po’ di imbarazzo.

Parlare di un Regno partendo dal Vangelo mi pare qualche cosa di completamente diverso, di usare una parola che vuol significare, a mio modesto avviso, potere, dimensione territoriale, separazione… per indicare il messaggio di Gesù che, come ci viene riportato dai vangeli, è un messaggio totalmente altro, di una capacità di annuncio rivoluzionaria, agli antipodi di ogni regno o stato.

Desidero comunque provare a fare alcune riflessioni proprio sul significato del regno di Cristo, come recita oggi la liturgia.

Cosa può significare per noi oggi il regno di Cristo Re?

Innanzi tutto un rifiuto dell’immaginario che ci viene proposto; vedere Gesù vestito di vesti regali o pontificali, seduto su un trono è una rappresentazione che mi fa “rivoltare dentro”.
Gesù nella sua breve vita come rabbi non è mai sceso a patti con i potenti, non si è mai seduto su un trono. Durante il racconto della passione, di fronte a Erode tace e anche di fronte a Pilato il suo intervento è scarno, ma forte allo stesso tempo. Continua a leggere

13 novembre – 33^ domenica del T.O.

Fiducia in Dio e responsabilità

Alcuni gli fecero notare come il tempio fosse adorno di belle pietre e di doni votivi, ed egli disse: «Verranno giorni in cui di tutte queste cose che voi ammirate non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata». Essi gli domandarono: «Maestro, quando avverranno dunque queste cose? E quale sarà il segno che tutte queste cose stanno per compiersi?» Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati; perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno grandi terremoti, e in vari luoghi pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe, e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi; e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma neppure un capello del vostro capo perirà. Con la vostra costanza salverete le vostre vite. (Luca 21, 5-19)

Ognuno/a faccia la sua parte

Quando venne redatto il vangelo di Luca, oltre cinquant’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, la comunità aveva potuto vivere la distruzione del tempio da parte delle truppe romane. Tutto venne raso al suolo, causando un grande sconcerto e un profondo dolore. Questo duro evento sembrò la fine del mondo per tutti i giudei, cristiani compresi. Anche se la presentazione di un movimento di Gesù, costituito da martiri continuamente perseguitati, più che alla storia appartiene all’apologetica, è evidente che i discepoli del nazareno non avevano vita facile quando Luca scriveva il vangelo.

Anche Gesù, nei giorni della sua vita quotidiana con i discepoli, certamente aveva fatto notare quanta opposizione incontrasse il suo messaggio. E anche la sua condanna a morte evidenzia in modo chiaro questa realtà. Anche ora, al tempo di Luca, si registravano abbandoni, stanchezza, tensioni interne alle varie correnti giudaiche e rapporti difficili con le sinagoghe che si continuavano a frequentare. Continua a leggere

6 novembre – 32^ domenica del T.O.

La vita: oggi, non domani

Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui» (Luca 20, 27-38).

Quante volte, in televisione soprattutto, abbiamo sentito domande “furbe” e spregiudicati di intervistatori intenzionati non a cercare tra le parole la verità, ma la “sensazione”, lo scontro, il pretesto per un battibecco?

E quante volte, a queste domande spregiudicate, abbiamo sentito dare risposte coraggiose e ironiche (come quelle di Gesù in questo brano di Luca) che abbattono il pregiudizio e spostano il traguardo più in là?

Che ampliano gli orizzonti e non si fermano – mortifere – sul passato, su una statica soluzione già scritta dal potere, dalla tradizione, dalla politica, dalla religione? Poche volte; anzi, pochissime. Continua a leggere

30 ottobre – 31^ domenica del T.O.

Preferisce i peccatori

Entrato in Gèrico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore:”Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Luca 19,1-10).

La città di Gerico è situata lungo una grande via di comunicazione ed è un punto strategico dell’amministrazione romana della Palestina, residenza di numerosi funzionari imperiali, uomini dell’esercito e gabellieri. E’ l’ultima tappa di Gesù prima di arrivare a Gerusalemme.

Il racconto dell’incontro tra Gesù e Zaccheo è esclusivo di Luca e ripropone uno dei temi fondamentali del vangelo: Gesù preferisce i peccatori.

Zaccheo viene descritto come un uomo benestante ed altolocato. E’ molto determinato nella ricerca di Gesù: i verbi cercare, vedere, correre, salire sottolineano un comportamento decisamente non conforme ad una figura che aveva un posto riguardevole nella società di allora.

L’uso di questi verbi ci dona anche un’immagine di dinamismo nella ricerca. Nei versetti 5 e 6 leggiamo l’invito di Gesù e la risposta di Zaccheo e vengono utilizzati verbi e termini che richiamano l’urgenza (Gesù gli dice: “..scendi presto..”) e l’immediatezza della risposta e disponibilità (Zacchero “..si affrettò..”). Continua a leggere

23 ottobre – 30^ domenica del T.O.

Una parabola-lezione

Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”.Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato”. (Luca 18, 9-14)

Ecco un’altra parabola-lezione sulla preghiera. Come spesso accade in Luca si ha anche qui una particolare circostanza, la segnalazione di un eccessivo sfoggio di religiosità che alcuni ostentano nel Tempio o sulle piazze facendo mostra di atteggiamenti o di pratiche devozionali.

Sta infatti parlando dei farisei ma non è persa di vista la comunità dove non mancano quelle  persone che sono convinte di essere giuste e considerano le altre non degne di rispetto e considerazione a causa dei loro comportamenti. I protagonisti rappresentano i due estremi della società religiosa del tempo.

Il nome “fariseo” è diventato nei vangeli sinonimo di ipocrita, anche se, in realtà segnala una corrente del miglior giudaismo. Molti farisei erano dei credenti sinceri per i quali era fondamentale attuare fino in fondo la “legge di Mosè” intesa come espressione della volontà di Dio. Continua a leggere

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