12 luglio – 15^ Domenica del T.O.

Occhi, orecchie e cuore…

Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?». Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani. Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono! Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta» (Matteo 13, 1-23).

Gesù, per parlare alle folle, sale sulla montagna o va in riva al lago o sta in piedi su una barca, rivolto alla gente accalcata sulla spiaggia. Come dirà poi ai discepoli: “Gridate dai tetti” quello che sentite nel chiuso. E ai discepoli parla e spiega le cose nel chiuso delle case, in un ambiente raccolto, che favorisce il dialogo e l’approfondimento.

Mi sembra di vederla, quella comunità di Antiochia, radunata in qualche casa attorno a Pietro, per sentirlo raccontare, ancora e ancora, episodi di vita e parabole di quel rabbi favoloso che è stato Gesù e che Pietro ha conosciuto bene. Non sono così anche le nostre piccole comunità, quando uomini e donne sono animati/e da un desiderio sincero di conoscere sempre meglio le testimonianze di chi ci ha preceduto sui sentieri della fede e della condivisione, della preghiera e della ricerca, delle pratiche d’amore e del rispetto reciproco? Continua a leggere

5 luglio – 14^ Domenica del T.O.

La profezia appartiene ai piccoli

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Matteo 11, 25-30).

Questa preghiera di Gesù è come un sussulto di gioia. L’evangelista Matteo la inserisce in un contesto in cui Gesù viene ostacolato e i suoi oppositori non lo comprendono. Nonostante il rifiuto, Gesù esprime il suo sì gioioso al Padre e al suo disegno.

La parola di Gesù che annuncia il Regno viene rifiutata dai capi religiosi del popolo, ma allo stesso tempo viene accolta dalla gente semplice e ignorante – qui sta la vera forza dell’annuncio del Galileo.

La missione di Gesù si sta rivelando un fallimento. Tuttavia gli unici che sembrano accogliere il suo messaggio sono i semplici. Gesù non può fare altro che domandarsi il perché di questo. Egli riconosce, in qualche modo, la presenza salvifica di Dio in questo momento storico.

Con stupore, Gesù constata che i sapienti, cioè i farisei e i maestri della legge, sono tagliati fuori, mentre i piccoli d’intelligenza, cioè il popolino semplice e ignorante delle prescrizioni della legge mosaica, diventano i beneficiari dell’avvenimento di grazia. Sono questi ultimi, tagliati fuori dal rapporto «diretto» con Dio, che riconoscono davvero la presenza di Dio nella storia. Continua a leggere

28 giugno – 13^ Domenica del T.O.

Il decalogo del discepolo

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Matteo 10, 37-42).

Il brano che leggeremo domenica durante la celebrazione dell’eucarestia nelle nostre chiese è piuttosto breve, ma non per questo privo di spunti di riflessione. Il tutto fa parte del capitolo 10 ove viene illustrato il decalogo del discepolo/a di Gesù. Indubbiamente la comunità di Matteo avrà messo insieme questi pensieri, detti da Gesù in momenti diversi e ne ha fatto un decalogo, oserei dire, del perfetto seguace. In verità tutto il capitolo 10 è una messe preziosa di consigli per essere dei veri discepoli del profeta di Nazareth che ci parlato così bene di Dio.

Pericolo: farsi un vangelo a proprio uso

Sembra un titolo paradossale. Invece siano soliti fare del Vangelo un annuncio che si adatta perfettamente alla nostra vita, al nostro sentirsi cristiani. Se noi, ad esempio, prendiamo un versetto qua e là, lo leggiamo senza nessun strumento ma solo in chiave letterale, abbiamo l’impressione di essere o degli ottimi cristiani o persone non accolte da Dio e degne di meritare l’inferno. I versetti che abbiamo letto possono rappresentare ad esempio in invito allo scontro tra genitori e figli oppure ad una vita fatta di sofferenze per guadagnarsi il paradiso di là. Il desiderio del martirio, fatta con le parole più che con il cuore, ad eccezioni di casi molto rari, rappresenta una fuga dalle proprie responsabilità. Continua a leggere

21 giugno – 12^ Domenica del T.O.

Non temete

Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Matteo 10,26-33).

Non abbiate paura

Nel cap. 10 del Vangelo di Matteo c’è un concentrato delle prime riflessioni sull’opera, sull’impegno e sulle difficoltà dei messaggeri e dei testimoni delle prime generazioni cristiane.

Matteo è ben consapevole di quante volte nel cammino della comunità era stato necessario e utile riprendere e meditare l’esortazione al coraggio, al “non aver paura” che Gesù aveva rivolto al gruppo dei discepoli e discepole. E nemmeno erano stati dei maestri di coraggio quelli della sua cerchia più stretta che non erano riusciti a rimanere svegli la notte del Monte degli Ulivi e che se l’erano data a gambe “tutti” nell’ora della passione.

A ben guardare, molto più audaci e coraggiose erano state alcune donne guidate da Maria di Magdala. Senza poi scordare che nella comunità era ancora noto il racconto del rinnegamento di Pietro. Inoltre il redattore del Vangelo di Matteo ben conosceva le scritture d’Israele. Quante volte in esse riecheggia l’invito di Dio a “non temere”, ad “avere coraggio”, a non lasciarsi bloccare dalle difficoltà.

Dio libera dalla paura Abramo, Mosè, Giona, altri profeti, il popolo… e deve fare i conti con persone pavide, incerte, deboli. Questo è il sano realismo che accompagna tutti gli scritti biblici e che mette in guarda da qualsivoglia santificazione delle persone, anche quelle che vanno di moda oggi nella chiesa cattolica, falsificando la realtà e ingannando le folle che meriterebbero rispetto e ben altra attenzione. Continua a leggere

1 2 3 58