Lunedì 30 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 28

Le donne: Maria Maddalena e l’altra Maria

Ecco due donne che in questo capitolo hanno un ruolo principale, come già avevamo visto nel capitolo precedente, durante la passione di Gesù. In quest’ultimo episodio del vangelo di Matteo esse sono venute al sepolcro con l’intento di vedere la tomba, dice il brano; infatti era implicito che non si potevano spingere oltre: c’erano le guardie e davanti alla porta della tomba c’era un grande masso che ne sigillava l’entrata.

L’altra possibilità è che siano venute con l’intento di pregare sulla tomba e ricordare il grande amico e maestro. Ma qui assistono alla grandiosa scena ad effetto, quasi apocalittica, descritta da Matteo: grande boato, la pietra rotolata via e un angelo che vi siede sopra. Proprio questo angelo che si rivolge a loro con queste parole: “Non temete, non abbiate paura”.

Poi annuncia loro la risurrezione, la conseguenza della tomba vuota e, per ultimo ma assai importante, chiede loro di portare esse stesse la notizia di tutto questo ai discepoli. Matteo descrive anche lo stato d’animo di queste due donne, timorose ma con una grande gioia nel cuore.

Di questa prima parte del racconto possiamo cogliere diversi aspetti. Io ne prendo in considerazione due.

Il primo: l’angelo dice loro di non avere paura. Queste donne hanno già dimostrato di essere più coraggiose dei vari discepoli che se ne stanno chiusi in casa; esse sono uscite e andate alla tomba; hanno assistito a quella scena di grande effetto, hanno visto quel personaggio che il racconto descrive dotato di sguardo e vestito folgoranti…

Un po’ di paura certamente è nata in loro, ma le parole dell’angelo le incoraggia e le stimola ad una reazione, ad una presa di coscienza di ciò che viene loro annunciato e la richiesta di essere ambasciatrici della notizia (questo è il secondo punto su cui desidero soffermarmi) fa crescere nel loro cuore il coraggio e la gioia.

Esse sono pronte a partire, a correre per portare l’annuncio ai discepoli: che Gesù è risorto e, soprattutto, che li avrebbe preceduti in Galilea e là si sarebbe fatto vedere da loro. In queste donne voglio vedere proprio questo aspetto: ci insegnano il modo di reagire a situazioni difficili.

Oggi siamo in uno di questi momenti e proprio dalle donne che si vogliono mettere in gioco, che non hanno paura, che non vogliono farsi imporre questo sistema capitalistico e corrotto, dobbiamo farci aiutare a vedere uno spiraglio di luce in tutto questo buio.

Quelle donne che non hanno esitato a farsi ambasciatrici e portatrici di novità verso i discepoli e che hanno saputo reagire al bruttissimo momento vissuto sul Golgota, che hanno colto il messaggio dell’angelo e hanno creduto nell’incontro in Galilea: ecco il messaggio positivo che voglio cogliere da questo episodio, per ribaltarlo sull’attualità dell’oggi.

Oggi penso che abbiamo veramente bisogno di cogliere questo messaggio, per ribaltare e invertire la situazione negativa che stiamo vivendo e penso che ci siano veramente delle donne in grado di darci questa scossa, questa notizia di cambiamento; poi, chiaramente, tocca ad ognuna e ognuno fare la propria parte.

Gli uomini

Cosa fecero gli apostoli alla notizia portata loro dalle due donne? Essi sono riabilitati dall’annuncio delle donne, che hanno rafforzato la loro convinzione anche con l’apparizione di Gesù, che ribadisce loro l’annuncio che dovranno portare ai fratelli, per convincerli nella loro titubanza. Queste donne, che portano nel loro cuore tanta gioia e tanta convinzione, riescono a smuovere i discepoli.

Questi partirono per la Galilea e andarono nel luogo indicato loro dalle donne. Ecco che avviene l’incontro. Matteo sviluppa proprio questo tema dell’apparizione, ma lo fa in termini teologici molto personali, come il vero epilogo non solo dell’apparizione, ma di tutto il suo Vangelo.

Gli apostoli vengono presentati in prostrazione alla vista di Gesù, ma anche dubbiosi – alcuni non erano totalmente convinti… Questa immagine si rispecchia molto sia nelle prime comunità, che facevano fatica ad avere una fede sicura e continuativa, sia nel nostro oggi, in cui facciamo fatica ad essere coerenti con quanto diciamo e predichiamo e poi non riusciamo ad evitare di cadere nei dubbi e fare tutt’altro.

Luciano Fantino

Lunedì 23 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 27

Giuda e Pietro

Tra Pietro (v. ultimo brano del capitolo precedente) e Giuda (27,1-10), gli unici due uomini del gruppo che seguono Gesù nell’ultimo tratto del suo cammino verso la croce, stando al racconto evangelico, sembra proprio che non ci sia un gran futuro per la semina fatta da Gesù. Uno lo rinnega, l’altro lo tradisce… gli altri chissà dove si sono rintanati… Ma, poi, entrambi si ricredono e provano un rimorso sincero, con esiti differenti: disperazione per Giuda, cambiamento per Pietro.

Proprio Pietro è l’ennesima testimonianza che ogni uomo e ogni donna hanno sempre, finché vivono, il tempo e la possibilità di cambiare vita, di convertirsi. E’ una scelta, come quella di Giuda di andare ad impiccarsi. Chi nega per sé questa possibilità, in realtà cerca di giustificare la propria pigrizia.


Parola di Dio o un trucco redazionale?

Desidero fermarmi a riflettere un attimo sui vv. 9-10. Matteo insiste con l’uso di citazioni dagli antichi testi, per documentare ai suoi conterranei che quanto è avvenuto in quei brevi anni della vita di Gesù non era nient’altro che “adempimento” di quanto era stato scritto, anni e secoli prima, dai profeti.

In questi due versetti ci offre un esempio lampante di manipolazione dei testi citati, funzionale ai suoi scopi catechetici: decontestualizza e monta insieme due citazioni diverse (Zaccaria 11,13 e Geremia 32,6-9) con molta libertà. Trenta sicli d’argento era la paga concessa dal popolo al profeta Zaccaria: su ordine di Jahvé lui li getta nel tesoro del tempio (come il gesto di Giuda); mentre l’acquisto del terreno nella zona dei vasai da parte dei sacerdoti ricordava l’acquisto di un terreno da parte di Geremia, che aveva fatto sigillare il contratto all’interno di un vaso.

Ortensio da Spinetoli definisce questa “libera fusione” operata da Matteo un’ “esegesi tipicamente rabbinica e midrashica”, per dimostrare che “la storia della salvezza, anche nelle sue minuzie, si svolgeva secondo un filo conduttore, fissato da Dio e annunziato anticipatamente dai profeti” (Matteo, Il vangelo della chiesa, Ed. La Cittadella, Assisi 1983).

A noi un’operazione del genere è proibita, mentre nelle liturgie cattoliche anche questa manipolazione è “parola di Dio”. Oggi possiamo dire che sono espedienti letterari per valorizzare e conferire autorevolezza alla propria interpretazione dei fatti. Cosa c’entra Dio?


La moglie di Pilato

Ecco un’altra donna che non viene neppure ascoltata, resa quasi invisibile e schiacciata in questo gioco competitivo tra uomini: Pilato da una parte, sommi sacerdoti e anziani dall’altra. Matteo ci ha insegnato fin dai primi capitoli che i sogni sono la strada su cui Dio manda messaggi all’umanità; ma il desiderio di potere dell’uno e degli altri li rende tutti sordi e ciechi. Per la loro perdizione.

La conclusione dell’episodio è di tragica e perenne attualità (vv. 24-26). Come dicono i sacerdoti a Giuda nel v. 4, Matteo mette in bocca a Pilato l’espressione “E’ affar vostro” (oggi useremmo un termine più colorito e scurrile), lavandosene le mani. Troppa gente continua a morire perchè altre – anch’io, anche noi – se ne lavano le mani, non fanno tutto quello che possono per impedirlo, prevenirlo, far trionfare la giustizia nelle relazioni.

E il popolo, la massa, continua ad applaudire i vincitori, pur pronunciando una maledizione terribile su di sé e sulle generazioni successive. Non ci credono, a quello che dicono, come i ricchi di oggi, spesso cattolici praticanti, non credono che sia più facile che un cammello entri nella cruna di un ago piuttosto che uno di loro nel Regno dei Cieli. Ma chi ci crede davvero a queste cose?! Quella maledizione (“il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!”) è terribile, ma l’incoscienza con cui viene pronunciata è prova che quel processo era una farsa. Chi sta manipolando il popolo non è in buona fede, ma ha ormai raggiunto il suo scopo: far fuori Gesù e restare saldi al potere. Alla faccia della legge mosaica!


Ipocriti fino alla fine

Un altro esempio di uso ipocrita del linguaggio biblico ci è offerto dai vv. 40-44: “Se tu sei figlio di Dio, scendi dalla croce!”. Profeti e Salmi dicevano che tutti gli appartenenti al popolo ebraico erano figli di Dio, popolo della promessa, a cui Dio fa le coccole come una madre, ecc.

Se si fossero davvero sentiti figli di Dio, come certamente proclamavano nelle sinagoghe e nel tempio, si sarebbero sentiti anche vicendevolmente fratelli… e sorelle. E non avrebbero condannato a morte Gesù, figlio di Dio come loro e come loro impossibilitato a schiodarsi da quella croce.

La cosa più facile, come sempre, è la polemica urlata, per non sentire la voce della coscienza, per non riflettere. Come oggi sulla questione TAV: il governo e i partiti favorevoli all’opera non ascoltano davvero le ragioni di chi è contrario, ma si fanno forti della voce di chi ha il potere. Non c’è sincerità in quelle parole, ma deresponsabilizzazione autoassolutoria.


La fine del “popolo eletto”

Quando Gesù muore “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo” (vv. 50-51). Matteo l’aveva già fatto preannunciare da Gesù: “Non resterà qui pietra su pietra…” (24,2). E’ il segno di un passaggio epocale, della fine del vecchio e dell’inizio del nuovo. Quando Matteo scrive, non solo il velo del sancta santorum, ma l’intero tempio è già stato distrutto. Non c’è più il culto antico nel tempio ebraico: d’ora in poi si adorerà Dio in spirito e verità (Gv 4,23).

E’ la fine del “popolo eletto”, che era tale solo per autoconvincimento. Il popolo di Dio è l’umanità e con Gesù la cosa diventa, se possibile, ancora più evidente.


La cura

La violenza maschile del potere ha colpito: Gesù è morto. Per prendersi cura del suo corpo entrano in scena le donne, “che stavano a osservare da lontano”, quelle che “avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (v. 55).

La cura è fatta di attenzione, di osservazione, di compagnia e, al momento opportuno, di interventi e di gesti concreti. “Imparare ad osservare” era uno degli insegnamenti più frequenti al corso per la qualifica di assistente alle persone anziane; ed era la pratica che più faticavo a imparare dalle donne mie colleghe: l’osservazione mi faceva entrare in conflitto con la pigrizia; è stata una dura lotta, che continua tuttora… Anche questo noi uomini dobbiamo imparare dalle donne.


Poveri gerarchi!…

Siamo alla fine del capitolo: il corpo di Gesù è nella tomba, tutto sembra finito. Ma i gerarchi ebrei hanno un sussulto.

Abbiamo visto che alla religione che predicano non credono neppure loro, ma che la sfruttano per mantenersi saldi al potere. E Matteo se ne fa beffe: li descrive qui (vv. 62-66) come se davvero avessero creduto alla promessa della risurrezione di quell’“impostore”, e l’unico modo per andare a dormire tranquilli è mettere delle guardie davanti al sepolcro, per scoraggiare ogni tentativo di trafugamento da parte dei discepoli, che avrebbero poi gridato alla risurrezione…

Guardie armate e sigilli alla enorme pietra che chiudeva l’ingresso del sepolcro, in realtà danno molta credibilità, nell’intento di Matteo, all’evento della risurrezione: nessuno avrebbe potuto trafugare il cadavere, dunque!… Dunque i gerarchi ebrei, i sommi sacerdoti e gli anziani di Gerusalemme sono inconsapevoli e credibilissimi testimoni della resurrezione di Gesù.


Riflessioni del gruppo

Due modalità diverse di “fare politica”: dialoghi e discussioni sono tutte tra uomini del potere, mentre Gesù sceglie il silenzio, come le donne. Vivono consapevolmente la loro apparente impotenza…

Come fa Matteo a sapere della moglie di Pilato? Chi può averlo raccontato, se non lei stessa? Anche lei, a modo suo, cerca di prendersi cura di Gesù.

Dio parla nei sogni alle persone che meno contano nella società. Anche in questo caso ci ha provato, ma gli uomini del potere sono sordi alla sua voce. Anche Pilato ci ha provato, ma il suo interesse primario era mantenere la poltrona e allora, per scongiurare un pericoloso tumulto, che andasse pure in malora quell’uomo, anche se era chiaramente innocente!

Togliersi dagli ingranaggi dell’ingiustizia richiede un coraggio che non ha chi è attaccato al potere; altri ce l’hanno: Gesù, i partigiani, le vittime della mafia…

L’imprecazione di “rottura” tra Gesù e Dio al v. 46: se Matteo e Marco gli mettono in bocca quel versetto iniziale del Salmo 22 è per testimoniare la sua umanità.

Beppe Pavan

Lunedì 16 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 26

I primi versetti del capitolo 26 (1-5) introducono il racconto della passione di Gesù che segue il discorso escatologico dei cap. 24 e 25. Questo, inizia con la profezia della distruzione del Tempio ed è pronunciato sul Monte degli Ulivi da dove ha appunto inizio la sua passione; possiamo riconoscere che in questi versetti vengono applicati a Gesù i salmi di supplica del giusto e del popolo perseguitato (Sal. 2,1-2; 31,14; 83,4).

vv. 26,6-16

Il racconto della passione si apre con una scena: una donna, probabilmente in una casa a Betania (solo Lc. non lo dice) agisce nel momento centrale della festa. Matteo (e Marco) scrive che si avvicina a Gesù con un vaso di alabastro (prezioso) di olio profumato molto prezioso e glielo versa sul capo (Gv. e Lc. narrano che unse i piedi e li asciugò con i suoi capelli).

L’unzione del capo è il gesto che veniva riservato al re, ai profeti e ai sacerdoti. Nell’antichità l’olio veniva impiegato puro o misto a profumi nella cura del corpo o come segno di gioia. Inoltre veniva usato per imbalsamare i morti e come medicamento. Il nardo preziosissimo era usato dal re.

“Questa donna mi piace, perché ha il coraggio di esprimersi, di manifestare cosa pensa e cosa desidera. ….. Si fida anche di Dio, perché sa che il suo vuole essere semplicemente un gesto d’amore..e come potrebbe il Dio della misericordia non benedirla?”.

Al comportamento della donna segue lo sdegno dei discepoli (per Gv. “Giuda Iscariota”; Mc. “alcuni”; Lc. “i commensali”).

“Purtroppo accade, qualche volta, che quando si compiono dei gesti che intendono semplicemente esprimere l’affetto, si venga fraintesi o semplicemente non capiti o addirittura derisi. Forse, proprio noi donne, ci troviamo spesso in questa situazione e per evitarla ci freniamo in tante manifestazioni di affetto che farebbero tanto bene a chi le fa, ma anche a chi le riceve!”.

Gesù però prende le sue difese, apprezza il suo gesto e ne riconosce davanti a tutti la grandezza (“compiuto un’azione buona”), riconosce in quel gesto semplice e tenero il carattere di “buona notizia” per il mondo.

Da parte della donna c’è una  profonda comprensione del destino di Gesù (profetico) e (come in Marco) il Gesù di Matteo afferma che la sua azione sarà ricordata soprattutto per fare memoria della sua persona, di chi era, del suo coraggio, della sua consapevolezza. Aggiungerei che con questo racconto ogni gesto di amore, di tenerezza, di affetto viene riconosciuto come profetico.

“Ai poveri, sembra voler dire Gesù, che sono sempre con noi, bisogna sempre far del bene, cioè essi sono indiscutibilmente al primo posto, ma non per questo noi dobbiamo negarci dei gesti di affetto che, molte volte, sono proprio quelli che ci danno la giusta carica per riuscire a donare un  po’ di noi stessi, del nostro tempo, del nostro denaro a chi in quel momento è più ‘povero/a’, perché ha meno di noi. Ma quante volte i poveri siamo proprio noi e, non riconoscendo la nostra povertà, crediamo di poter fare a meno di chi ci sta vicino?!!”.

La mancanza di vera comprensione da parte dei discepoli continua durante tutta la narrazione della passione, dove si affianca alle varie presentazioni di donne consapevoli, comprensive e fedeli….Assenti dall’ultima cena e da Getsemani, le donne continuano a fungere da contraltare per i discepoli. (AA.VV., La Bibbia delle Donne)


vv. 26,17-30

E’ dubbio che la cena pasquale di Gesù sia coincisa con la festa di Pesach (Pasqua ebraica). Probabilmente ha anticipato di qualche giorno questa festa (era costume in alcuni ambienti giudaici) aggiungendo consapevolmente un significato di addio (v.29).

Gesù annuncia il tradimento di uno dei suoi (v.24)  ma non c’è né maledizione né condanna. Solo un triste lamento per una azione così grave.

Possiamo leggere nei salmi 41,10 e 55,13-15 lo stesso lamento proprio per il tradimento dell’amico, il compagno, il famigliare.

Non ci vengono comunicate le ragioni che possono aver indotto Giuda a questo gesto (potrebbe non essere Giuda…). E’ stata disegnata la figura del traditore con intento catechetico, non biografico (stortura che ha finito con l’identificare il popolo ebraico con la figura del traditore).

Non si sa con certezza le parole di Gesù che Gesù pronunciò quella sera ma ci sono state trasmesse le formule liturgiche che ci registrano il senso che egli volle dare alla sua morte.

Nella cena Gesù conferma il significato complessivo della sua esistenza e della sua morte.

Secondo il rituale giudaico è possibile che Gesù abbia preso il pane e poi il vino e, prima di distribuirli, abbia pronunciato le benedizioni di rito.

I discepoli, gli evangelisti, le comunità hanno aggiunto, secondo l’interpretazione sacrificale (servo sofferente del primo testamento) le parole “..prendete mangiate e bevete – corpo e sangue”.

La cena pasquale è per il giudaismo un rituale di azione di grazie e il memoriale della liberazione dell’Esodo. In questo contesto, Gesù consuma la cena, canta i salmi e si presenta come agnello pasquale. Il suo sacrificio consistette nell’accettare l’arresto e la morte per fedeltà alla causa del Regno, che poi è la causa del Padre. Egli fece tutto questo come cammino e strumento di solidarietà nei confronti dei fratelli. E’ questa consegna pasquale della sua vita che la cena rivela e significa.  (M. Barros, Il Baule dello Scriba, pag. 199)


vv. 26,31-56

Dal v.31 si descrive una scena che presenta un clima di fallimento. La citazione che viene utilizzata è riportata nel libro di Zaccaria (13,7): “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”.

Viene descritta l’angoscia di Gesù e Matteo parla di “tristezza” mentre per Marco Gesù sentì “paura ed angoscia” e Luca dice che provò angoscia e il sudore diventò gocce di sangue.

Tre volte prega e tre volte si lamenta con i discepoli come le tre tentazioni nel deserto.

Il lamento triste  di Gesù al v. 40  dice la sua solitudine “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?”: anche questo è tradimento?!

Gesù viene arrestato, protesta ma non reagisce. Questo comportamento, coerente con il suo insegnamento, segnò profondamente la prassi delle comunità cristiane dei primi tempi.


vv. 26,57-75

Gesù viene portato davanti al Sinedrio politico che si occupava dei casi di sedizione ed insurrezione e l’accusa mossa a Gesù “Quest’uomo si dice Re dei giudei” poteva valere per i romani che avendo una cultura diversa dagli ebrei, non erano abituati al vocabolario immaginifico dei discorsi e degli insegnamenti rabbinici.

L’interrogatorio condotto da Caifa è al servizio dei Romani. Da nessuna parte la Legge giudaica considerava un crimine l’autoproclamarsi “ Messia” o “Figlio di Dio”. Se questo costituiva un delitto, lo era per la legge romana.

Questo capitolo termina con il racconto del rinnegamento di Pietro ed il suo amaro pianto.


Alcune considerazioni emerse nel gruppo biblico

Si resta colpiti dal tradimento degli uomini e dalla loro debolezza– se ci fosse stata la madre di Gesù non si sarebbe addormentata – la cura della persona, della vita, delle cose va coltivata – le donne sono cresciute nella consapevolezza perché più vicine degli uomini alla vita, alla morte, alla sofferenza.

I gesti d’amore non sono sempre compresi – siamo molto condizionati dal pensiero legato ai costi e benefici – molte nostre azioni sono subordinate a questa “economia”.

I discepoli che si addormentano non hanno colto la gravità della situazione – nella nostra vita esiste sempre il rischio di non comprendere l’importanza di avvenimenti e relazioni.

L’azione di cura delle donne genera conflitto.

Luciana Bonadio

Lunedì 9 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 24,45 – 25,46

Siamo ancora dentro il discorso apocalittico, per Matteo e la sua comunità (ma più in generale per i cristiani del primo secolo): è evidente che la fase presente non è conclusiva, ma decisiva; in base alle scelte del presente si avrà una prospettiva di felicità o di sofferenza.

Un servo è dichiarato beato (24,46), l’altro condannato al pianto; cinque vergini sono ammesse alle nozze dello sposo e cinque escluse, due servi sono fedeli, uno negligente…

Tutta la preoccupazione di Matteo è riassunta nella considerazione iniziale: “Chi sarà stato perseverante sino alla fine, costui sarà salvo” (24,13). La prospettiva escatologica è un pretesto per dare accoglienza alle esortazioni etiche che stanno a cuore a Matteo.

Tre sono le parabole in questa sezione, tutte incentrate sul tema della vigilanza. In ogni racconto siamo davanti ad un vero giudizio, ad un esame delle azioni e a una condanna o a una premiazione.

Il servo fedele

Il primo racconto (24,45-51) è incentrato sul comportamento di un servo, sorvegliante e capo della servitù. Il punto culminante della parabola è il suo incontro con il padrone, momento decisivo e irrevocabile di tutta l’esistenza umana.

In questo racconto il confronto non è tra il padrone e la massa, ma tra due persone, come se fosse un dialogo privato: il premio o il castigo riguarda le singole persone. La fine ultima degli individui, il traguardo su cui l’evangelista punta il dito, ha un valore decisivo per tutta l’impostazione della vita cristiana. Bisogna guardare verso la meta per non rischiare fallimenti.

Ciò che conta è il comportamento, la pratica. Fedeltà e saggezza sono due qualità su cui investire una vita intera. Occorre agire come se il padrone fosse sempre presente.

Lo scopo della parabola è catechetico e pastorale: segnala la via giusta per evitare la condanna. Stanchezza, scoraggiamento e rassegnazione possono assalire anche chi è fedele e saggio/a e la pigrizia e gli istinti malvagi possono insidiare continuamente la fedeltà del servo.

Chi abusa della propria autorità facendo del male sarà cacciato e deposto dal suo ruolo, viceversa, chi avrà servito fratelli/sorelle, in nome di Gesù, sarà promosso a qualcosa di superiore…


Le dieci ragazze

Questa parabola, presente solo in Matteo, è legata alla precedente. Infatti, in tutte e tre queste parabole gli incontri con il padrone o lo sposo sono preceduti da una lunga pausa temporale, accentuata dal volontario ritardo o dalla lunga assenza.

Lo sposo è una figura strana: si fa attendere; giunge in un’ora importuna e imprevista; è annunciato da una voce anonima anziché da musiche o suono di tamburi; è severo, non si lascia prendere dalla gioia dell’incontro con le ragazze, ma sbarra il portone; è inesorabile…

Sappiamo poco degli usi nuziali del primo secolo, perciò il ruolo delle ragazze non è chiaro. Può darsi che fossero delle invitate alle nozze oppure delle serve in attesa del ritorno a casa dello sposo. Quest’ultima interpretazione è in relazione con la parabola precedente ed esprime l’interesse di Matteo nel mettere in parallelo episodi di uomini e di donne. E dice che anche le donne sono responsabili delle loro scelte e della loro salvezza.

Le ragazze sono divise in due categorie: le sagge e le stolte. Il punto culminante della parabola è il loro incontro con lo sposo: da qui dipende la felicità o l’infelicità. Lo sposo (Gesù) giunge solo in piena notte, non per trattare con l’umanità (cfr Mt 25,31ss) bensì con dieci soggetti. L’intento della sua venuta non è il giudizio, bensì le nozze, cioè l’incontro con discepoli/e credenti.

Questo è un avvenimento molto importante, che solo gli stolti possono sottovalutare. Per esserci a questo appuntamento occorre che tutta la vita sia un’attesa; non bisogna lasciarsi vincere dal sonno, o dalla noia, o dalle distrazioni.

Il sonno, nella tradizione biblica, è indice di uno stato d’animo non vigile. Le lampade accese simboleggiano la costante vigilanza che si richiede per non perdersi nell’infedeltà e nella dimenticanza. L’olio deve essere sempre pronto per evitare di mancare all’appuntamento decisivo: bisogna attrezzarsi con cura e non dormire. Saper attendere è segno di considerazione, di stima e di amore verso la persona che si aspetta.

La parabola è coerente con i temi più importanti del vangelo di Matteo: impegnarsi in opere buone, dedicare la vita a Gesù ed essere pronti/e per il tempo della fine. Le donne devono illuminare il cammino dello sposo, perciò adempiono sia all’esigenza della cura sia al comandamento che la loro luce “risplenda davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere” (5,16). Le opere buone consistono nel servizio verso i poveri, i prigionieri, gli affamati. Gesù si identifica con questi “ultimi”, per cui servire loro significa servire lui e compiere così la volontà del cielo. Sia uomini che donne sono esortati a fare queste cose, assumendosene pienamente la responsabilità.


I talenti

Questo padrone mette alla prova i suoi servi con lo scopo non tanto di aumentare la rendita, quanto di vagliare la capacità, l’intraprendenza e lo spirito di iniziative dei servi stessi.

Sono loro che devono decidere il da farsi. I talenti possono annunciare le doti che devono essere sviluppate, ma quel che sta a cuore a Gesù (o a Matteo) è la dedizione e l’impegno nel compiere il volere del padrone. Le ragazze devono vegliare e i servi lavorare. Per raddoppiare il capitale ricevuto non basta un impegno banale, ma bisogna essere intraprendenti, coinvolgersi fino in fondo, fidarsi di chi ci ama.

La parabola presenta la comunità cristiana impegnata nelle sue varie mansioni. Bisogna impegnarsi con tutta l’energia possibile per fare il bene. I doni ricevuti saranno fatti fruttare con saggezza e amore. Occorre osare e costruire un altro mondo possibile.

Gesù apre con la sua missione le porte del Regno, ma ne affida la cura a discepoli e a discepole, e a tutti/e quelli/e che hanno aderito al suo messaggio.


Il giudizio per tutte le genti

Matteo scrive questo brano tentando di dare una risposta agli interrogativi dei membri della sua comunità (giudeo-cristiana, ma anche etnico-cristiana) circa il destino dei loro connazionali che ‘non hanno conosciuto Gesù’: quale sorte avranno alla sua “venuta”, che avverrà in potenza e gloria, come un Cristo che siede sul trono, ma che agisce pur sempre come pastore?

L’annuncio è rivolto a tutte le genti. L’autore non parla di processo religioso, ma storico; non parla dei meriti che i pagani hanno acquisito o delle colpe che hanno accumulato nei confronti dei cristiani, ma dei loro simili; parla delle inadempienze verso le ultime categorie sociali e insiste sulla necessità di fare delle scelte pratiche.

Non tutti hanno conosciuto Gesù, ma tutti possono incontrarlo se si orientano verso opere di misericordia. Ciononostante, l’idea di un Dio giudice inappellabile contrasta con quella di padre, di amico, di sposo, che lo stesso capitolo segnala in diversi passaggi. Dai vangeli si riscontra che Gesù non ha mai parlato di sé come re né mai ha parlato di un regno in cui le persone fossero selezionate e divise, anzi, la sua predicazione e la sua azione è indirizzata a tutti e tutte, soprattutto a chi era in difficoltà, cioè malati/e, prostitute, indemoniati…

Per noi oggi, liberati dal vincolo di credere che la Bibbia è “parola di Dio”, così com’è scritta, il messaggio centrale di questo brano può essere quello di rendere viva nelle nostre vite la pratica di Gesù: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.


Riflessioni del gruppo

Quello di Matteo è un discorso pedagogico, per dire che ogni gesto, ogni scelta non è indifferente, ma ha conseguenze o positive o negative: può costruire giustizia, solidarietà oppure impedire una relazione. Richiamo alla responsabilità.

In queste parabole c’è la lettura di Matteo che riflette quando ormai Gesù è assente da parecchi anni. Probabilmente in comunità facevano fatica a restare coerenti con il messaggio di Gesù: allora Matteo si inventa forme catechetiche.

L’olio è inteso come amore verso lo sposo e quindi non si può cedere alle altre.

Addormentarsi è segno non solo di stanchezza, ma anche di scarsa sensibilità, di scarsa attenzione e cura; può voler dire “non arrivarci” a capire la difficoltà di chi ti sta vicino, perdere consapevolezza…

Cosa significa la “durezza” del padrone (v 24)? Spauracchio per evitare che i servi si comportino male: tocca a loro seminare e raccogliere, non lo fa lui. Oggi non ci crediamo più, dobbiamo trovare altre motivazioni che ci tengano vigili…

Guai al servo che si spaventa di fronte alla responsabilità! Le “capacità” (25,15) sono diverse, ma nessun uomo, nessuna donna, è “incapace”: nessuno/a è scusabile se non cresce. Chi si impegna crescerà e avrà sempre di più: ma non riceverà premi in più, perché il premio consiste proprio in quella crescita nella vita. Il premio sta in ciò che vivi di bello, intenso, gratificante. Mentre chi si nasconde per paura finirà per non avere nulla, per morire in miseria spirituale.

Ognuno di noi cerchi di fare quanto gli è possibile; anche Gesù non è riuscito a fare tutto ciò che avrebbe voluto, ma ha vissuto per portare giustizia e amore tra le persone che incontrava; e laddove non ci fosse possibile intervenire direttamente, almeno dovremmo cercare di ostacolare ogni azione, ogni situazione, ogni politica che agisce nel senso dei capri… solo così potremo praticare la sequela di Gesù.

Carla Galetto

Lunedì 2 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 24, 1-44

Il Cap. 24 di Matteo si caratterizza per un discorso apocalittico che non ha  paralleli con gli altri vangeli. Infatti Mt è l’unico a parlare di parousia, un termine tecnico del linguaggio teologico che indica la venuta o il ritorno del Messia Gesù alla fine della storia. Ricordiamo anche che apocalisse significa un discorso relativo alle cose future o ultime (tà éscata, da cui anche escatologico). E’ un discorso forse per noi un po’ estraneo perché sono passati quasi 2000 anni e di fine del mondo, anche se annunciata da parecchi “profeti”,  non si è ancora visto nulla. Cecherò di illustrare tutto il capitolo 4 fino al versetto 45 escluso in quanto mi pare che gli ultimi versetti anche se collegati al discorso della parousia fanno parte dell’unità successiva, a mio modesto avviso.

Comunque trattandosi di cose future il discorso apocalittico non può che essere allusivo e immaginifico. La fine è il ritorno del Messia: quindi è a un evento salvifico che è orientata la storia del mondo. Ma fa parte dell’immaginario apocalittico la descrizione in termini futuri di una qualche tragedia storica che in realtà si è già consumata.

Il discorso vero è proprio viene diviso generalmente in due parti, la prima più ancorata al testo di Marco, la seconda propria di Matteo. Occorre notare che quando Marco scriveva la sua apocalisse gli eventi del ’70 erano ancora recenti, mentre per Matteo che scrive una decina di anno dopo, il quadro cronologico è immutato.

Seguendo la sua fonte egli predice che l’apparizione del Figlio dell’uomo avverrà “subito dopo la tribolazione di quei giorni (24, 29), ma egli insiste sul tema dell’ignorare circa il giorno e l’ora del suo ritorno, sul ritardo della paruosia che deve imporre a ogni credente una vigilanza fedele e prudente.

Ora una breve analisi del testo, senza la pretesa di illustrare tutto.

vv. 1 – 3

Questi versetti sono analoghi a Mc 13, 1: “Maestro, guarda che pietre e che edifici!”. Spesso Gesù quando si reca al Tempio fa osservazioni circa l’importanza e la durata di questi edifici. (Non dimentichiamo che quando i Vangeli sono scritti Gerusalemme è già stata distrutta e con essa il Tempio). Si anche accresce la distanza tra Gesù ed il tempio: la sua funzione è stata esercitata. Non è più necessario il tempio per l’annuncio del messaggio: saranno le comunità ad essere immagine. Certo Gesù ha pianto su Gerusalemme: era legato a questa città ed al suo tempio come tutti gli Ebrei osservanti eppure quando è scritto questo testo gli eventi sono trascorsi da un certo tempio e la distruzione della capitale è già stata elaborata. A Matteo interessa annunciare una seconda venuta, la parusia. E ai discepoli (ver. 3) interessa capire quando avverrà questo. Nella seconda parte si domanda il segno di due avvenimenti (la tua venuta e la fine del mondo), uniti in greco dallo stesso articolo, a significare che si tratta di due eventi inscindibili.

Come abbiamo visto parousia significa “venuta” e nel greco si riferisce alla vista compiuta da un re in una sua provincia lontana. Ma nell’uso neotestamentario equivale a ritorno e in Matteo si tratta sempre del ritorno escatologico del Figlio dell’uomo, e qui si intende  il tuo ritorno il Messia per discepoli.

vv. 4 – 14

Questa unità è introdotta da una duplice messa in guardia: “Guardate che nessuno vi seduca”. Eventi catastrofici quali guerre, insurrezioni o elementi naturali hanno sempre indotto la gente ha pensare in termini apocalittici alla fine del mondo. E’ molto naturale e anche umano diremmo noi. A questo fenomeno è associato il sorgere di impostori che Matteo chiama i falsi profeti, che approfittano dello sbandamento generale per contrabbandare dottrine soteriologiche (da soteriologia: salvezza). In ambito ebraico si può assistere a varie rivendicazioni messianiche. Non dimentichiamo che allora molti laeder dell’indipendenza della Palestina sono stati indicati come Messia o presunti  tali.

Matteo parla della fine. Però nonostante questi avvenimenti apocalittici non sarà ancora la fine. Ma solo chi avrà perseverato sarà salvato,  nonostante le difficoltà e le prove a cui sarete sottoposti. E quando l’evangelo sarà annunziato “in tutta la terra abitata” (vers 14) solo allora verrà la fine. Matteo inserisce in questo annuncio non solo più Israele, ma tutto il mondo: le genti pagane.

Il pericolo per Matteo non è esterno alla comunità, è interno: a causa delle tribolazioni molti  potranno “inciampare”  o cadere. Per l’aumento dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà e la legge verrà abbandonata. Occorre notare l’insistenza con la quale ritorna il termina molti: questa insistenza, insieme al tema della seduzione fa ricordare la polemica con cui si conclude il discorso della montagna. L’accusa mossa contro costoro più che di eterodossia, è di eteroprassi, di una prassi non motivata dalla carità.

vv. 15 – 28

“Guerre e rumori di guerre” non sono ancora al fine, ma solo i prodromi. La grande tribolazione di cui parla Matteo è collegata alla rivolta antiromana del 70 e alla successiva repressione per mano di Tito. Per il richiamo alla di   Daniele sembra riferirsi ad un episodio ricordato successivamente dalla storia: nel 135 l’imperatore Adriano edificherà un tempio dedicato a Giove sul luogo del tempio di Gerusalemme dopo che nel 70 Tito l’aveva profanato. Per gli Ebrei l’abominio è dunque l’oltraggio al tempio e al luogo.  E i Messia si sprecano sembra dire Matteo…

A questo punto in questo desolazione non resta che fuggire… E il brano termina con il riferimento alla venuta del Messia  (Vers 27) “Come infatti il lampo esce da oriente e appare fino ad occidente così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.” Sarà un evento manifesto visibile a tutti che non necessità di testimonianza o di predizioni.

Il riferimento agli avvoltoi potrebbe essere alle aquile romane, insegne dell’esercito di Roma, come segno di distruzione. Il termine avvoltoi in greco significa aquile.

vv. 29 – 35

La domanda dei discepoli era duplice: quando avverrà (ossia la distruzione del tempio) e quale sarà il segno della venuta del Messia. Fino ad ora Matteo ha  risposto alla prima domanda. Da adesso arriva anche la risposta alla seconda. Il segno non è qualche cosa di distinto dal Figlio dell’uomo, ma è il Figlio dell’uomo stesso.

In altre parole il segno del Figlio dell’uomo è la sua gloriosa parusia. (Vers. 30). Nessun segno particolare se non l’evento il quale segna la fine del mondo . Tre eventi in particolare sono descritti:

1) una perturbazione cosmica; 2) La visione del Figlio dell’uomo; 3) Il raduno degli eletti.

Secondo la patristica questa apparizione è identificata con il segno della croce (Nota redazionale).

La parusia del Figlio dell’uomo è inclusa tra due paragoni: la precede  il paragone con il lampo, la segue il paragone con il fico.

Questo secondo paragone mette in luce la certezza della venuta: come è sicuro che viene l’estate quando il fico mette le foglie, così è impossibile che la parusia sia ritardata una volta che si sono osservati i segni. Vi sono alcune contraddizione nel testo, a mio modesto avviso. La grande tribolazione è il prodrono della venuta del Figlio dell’uomo. Il paragone con il fico in verità è segno di benedizione e non di distruzione… però in altre versetti vi è anche l’immagine del fico sterile…

Non è verosimile che Matteo parli della parusia come di un evento che deve necessariamente verificarsi nella sua generazione, ma la distruzione del tempio è un avvenimento a lui contemporaneo. Come si vedrà al vers. 36 non si può stabilire quale sia il tempo della venuta del regno, ma la fine del tempio ne è un segno certo.

vv. 36 – 44

Il vers. 36 costituisce uno spartiacque nel discorso: esso introduce un brano di transizione al tono esortativo che dominerà tutta la seconda parte del discorso, quella più propriamente matteana.

Ma lo stesso versetto contiene la più risoluta affermazione dell’ignoranza circa il tempo della fine.

Matteo ricorre al racconto di Noè per illustrare l’incapacità a registrare gli avvenimenti che stanno avvenendo.

Ma questi eventi avranno un altro effetto dirompente: distruggeranno la solidarietà civile. Sono due gli uomini…uno sarà salvato e l’altro abbandonato al disastro. Marguerat, citando 1 Ts, 4,17 dice che gli eletti saranno rapiti sulle nuvole per andare incontro al Figlio dell’uomo, mentre gli altri saranno lasciati sulla terra.

“Vegliate dunque …” (Vers. 42) ecco il passaggio dalla descrizione all’esortazione, per ché non sapete…

Proprio perché nessuno sa il giorno né l’ora della parusia occorre aspettarsela da un momento all’altro, ovviamente secondo Matteo.

Memo Sales

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