28 aprile – 2^ Domenica di Pasqua

Credere senza vedere, senza toccare

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Giovanni 20, 19-31).

Il brano che la liturgia ci offre è un po’ la conclusione del ciclo pasquale. Infatti il racconto delle due apparizioni sembra quasi “voltare pagina” e dare inizio alla esperienza di fede dei discepoli.

Con l’antica “domenica in albis” i cristiani che avevano ricevuto il battesimo nella notte di Pasqua deponevano l’abito bianco e riprendevano gli abiti di tutti i giorni. Il segno della nuova vita doveva dunque tradursi in una quotidianità fatta di amore, di giustizia, di solidarietà.

Il luogo in cui è ambientato il brano, pur non avendo indicazioni precise, doveva essere, certamente, Gerusalemme. E’ sera e i discepoli se ne stanno tutti raccolti raccontandosi, probabilmente, gli ultimi avvenimenti del giorno: le donne che raccontano di aver visto il Maestro, Pietro e Giovanni di aver trovato la tomba vuota… ed ecco che Gesù appare in mezzo a loro.

Sarebbe interessante riportare parte del volumetto sulla risurrezione e sulle apparizioni che Andrés T. Queiruga ha pubblicato: “La risurrezione senza miracolo” (Edizioni La Meridiana, Molfetta 2006). A tale testo rimando per chi volesse approfondirne il messaggio relativo alla risurrezione e alle apparizioni.

Pace a voi…

Gesù si presenta ai discepoli, si fa conoscere e saluta ripetendo per ben due volte “pace a voi”.

Non è solo il saluto ebraico, così bello, con il quale Gesù si rivolge ai discepoli. E’ veramente il dono effettivo della pace come Gesù aveva detto nel discorso di addio: “E’ la pace , la mia, che io vi do; non ve la do alla maniera del mondo”( Gv. 14, 27).

Poi da loro una consegna, come bene dicono i vv. 21-23. Non si tratta di vedere in queste parole l’istituzione del sacramento della penitenza, ne tanto meno l’incarico ai discepoli di “amministrare” il perdono, quanto piuttosto il messaggio importante, centrale dell’evangelo: è Dio che accoglie, è Dio che perdona. Ed è il soffio di Dio che ci spinge ad andare avanti nella sequela di Gesù. Continua a leggere

21 aprile – Pasqua del Signore

Gesù è vivo in Dio

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti (Giovanni 20, 1-9).

Il vangelo di Giovanni ci parla della scoperta del sepolcro vuoto da parte delle donne e dei primi discepoli e della loro intuizione della “vita nuova” di Gesù. La Pasqua per i cristiani è una festa di gioia, è la grande festa della resurrezione, epilogo degli avvenimenti drammatici ricordati nei riti della settimana santa: l’ultima Pesach celebrata da Gesù coi discepoli, la passione, la crocefissione e la morte.

Possiamo comprendere meglio la Pasqua se ricordiamo che cosa era ed è la Pasqua o Pesach ebraica. E’ la festa più significativa per Israele, è il ricordo dell’esodo, della liberazione del popolo dalla schiavitù in Egitto, il ricordo del patto con Dio, la promessa della terra e della libertà; è la festa della primavera, quando ricomincia una vita nuova anche per la natura.

Il cerimoniale della cena pasquale degli ebrei (seder), adesso come ai tempi di Gesù, è complesso e pieno di contenuti simbolici (le erbe amare, memoria delle durezze della schiavitù in Egitto, il pane azzimo quale ricordo del pane che non ebbero il tempo di far lievitare e di cui gli Israeliti si cibarono durante la loro fuga, le coppe di vino bevute ringraziando Dio per la liberazione e per il patto di alleanza suggellato con Israele). Per ogni ebreo è l’impegno a cominciare un cammino di liberazione ogni giorno.

Gesù ha attribuito grande importanza alla celebrazione del suo ultimo seder con i discepoli: “ho ardentemente desiderato mangiare con voi questa pasqua prima del mio patire” ( Lc 22, 14-16). Sapeva che la cena avrebbe avuto il significato di un addio e ha voluto lasciare un segno che potesse diventare un sostegno dopo la sua morte: sarebbe stato possibile renderlo presente ogni volta che ci si fosse trovati insieme a condividere il pane e il vino ricordandolo, poichè era certo che sarebbe stato sempre vivo in Dio.

Dopo la cena Gesù si è avviato al monte degli ulivi iniziando la strada che è culminata con la crocefissione, la morte e la deposizione nel sepolcro.

Nel racconto di Giovanni, sia Maria Maddalena che i discepoli sono ancora spaventati e schiacciati dagli avvenimenti, si sono forse dimenticati delle frasi di Gesù: (Matteo 26:29) “Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio». Continua a leggere

14 aprile – Domenica delle Palme

Pietro, uno di noi…

(Luca cap. 22,14 – 23,56)

Leggendo la narrazione della passione, veniamo colpiti dalla parte rilevante che vi svolge la figura di Pietro. Tuttavia, per quanto riguarda il corso degli avvenimenti esteriori, Pietro non ha praticamente nessuna importanza. Tutta la parte del racconto che lo riguarda potrebbe essere cancellata senza che cambi niente nell’andamento delle cose. E inoltre sembra che questo episodio sia stato inserito in un secondo tempo, forse dallo stesso Marco, nella storia della passione. Ma allora perché si è voluto raccontare in modo così preciso il “tradimento” di Pietro’? Se proprio Pietro deteneva nella chiesa primitiva una posizione particolare, a che scopo questo ricordo poco lusinghiero? A puro scopo di ammonimento? Una semplice messa in guardia dalla presunzione ed un esempio di pentimento concreto?

Pietro si era sentito molto sicuro: anche se tutti avessero piantato in asso Gesù… lui no! Avrebbe preferito morire con Gesù piuttosto che tradirlo. Pietro, un uomo che vorrebbe essere buono, generoso, coerente, saldo come una roccia, ma che, umanamente, non riesce ad esserlo fino in fondo, un uomo che, per dare spazio ad una sicurezza recitata, reprime la propria paura, solo per esserne travolto e lasciato ancora più smarrito, che pronuncia parole solenni, ma ne mantiene poche, un “uomo d’azione”, che ignora i propri sentimenti più profondi, ma appunto per questo si trova impotente in loro balia… in fondo uno come noi. Anche per Pietro il vicolo cieco della menzogna e della paura diventa, sempre più stretto e sempre più inevitabile.

Per noi oggi, il nostro problema come “credenti” non è la minaccia fisica della persecuzione e della morte: è vero invece che ognuno/a corre il rischio di ritrovarsi spesso in situazioni di estrema difficoltà, di scelta, di angoscia e di dipendenza umana che gli impediscono di vivere veramente come Gesù ci ha insegnato. Il “tradimento nei confronti di Gesù” da parte di Pietro non è dunque il tradimento di una formale professione di fede dogmatica nei confronti di Dio, ma un tradimento del proprio essere. Oltre ad evitare la teologizzazione del racconto bisogna dunque evitarne anche la moralizzazione: soltanto, invece, un rapporto vero e sincero, un totale affidamento a Dio libera dalla paura della gente e ci riconsegna anche la capacità di agire veramente come vogliamo. Continua a leggere

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