22 aprile – IV Domenica di Pasqua

Non esistono ovili chiusi

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Giovanni 10, 11-18).

Il brano di Giovanni ci parla dell’identificazione di Gesù con il “buon pastore”. La figura del pastore era una delle poche rappresentazioni simboliche di Gesù nell’iconografia sacra in epoca paleocristiana.

Il dipinto più antico che rappresenta Gesù pastore è stato ritrovato nelle catacombe di san Callisto a Roma e risale alla fine del secondo secolo. Tuttavia, nel tempo, l’immagine del buon pastore è stata spesso banalizzata e mal interpretata.

Nel primo testamento si parla sovente di pastori e pecore. Infatti la sopravvivenza del popolo di Israele dipendeva dall’allevamento del bestiame, in particolare degli ovini (pastore/pastori compare 88 volte, pecora/pecore 129 volte e gregge/greggi 185 volte). Il termine pastore, oltre che nel racconto della vita di ogni giorno, (Abele, Davide, Mosè e Amos erano pastori Genesi 4, 2, 1Samuele 17,15, Esodo 3, 1, Amos 7,14), era spesso usato in modo simbolico per indicare la funzione di chi aveva il compito di governare e condurre il popolo come, ad esempio, i re.

Ma l’accezione più comune del termine, nella Bibbia, è quella del suo utilizzo per indicare Dio quale pastore del popolo di Israele “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…” (Salmo 23, 1-6; Salmo 79, 2; Gn 48,15). Continua a leggere

15 aprile – III Domenica di Pasqua

Essere testimoni

Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni (Luca 24, 35-48).

Gioia e turbamento

La figura di Gesù risorto è spesso evanescente (non è mai riconosciuto immediatamente), per far comprendere che non è più di questo mondo, ma allo stesso tempo è “materializzata” al punto da attribuirgli tutte le operazioni di personaggio terrestre, in modo da togliere ogni dubbio sulla sua nuova esistenza anche se sembra nuovamente un uomo di questo mondo.

Lo schema è più o meno sempre lo stesso; Gesù si fa presente improvvisamente, non è sempre subito riconosciuto e quando il riconoscimento avviene, i veggenti sono colti da grande gioia o da paura. Le “manifestazioni” del Gesù risorto, cominciate con le persone più umili, giungono alla fine anche agli uomini più qualificati della comunità, la quale ha annesso alle manifestazioni del Signore pari importanza che all’evento pasquale.

Il punto culminante è sempre la dichiarazione di Gesù “Sono io”. Il presente testo di Luca ridà un’apparizione di riconoscimento e quindi di missione. Essa mira a generare la convinzione che Gesù è vivo, si è mostrato realmente e fisicamente ai suoi. Il racconto segue un comune schema che si può chiamare “genere delle apparizioni”, frequente nella Bibbia. Continua a leggere

8 aprile – II Domenica di Pasqua

Non c’é bisogno di toccare Gesù

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Giovanni 20, 19-31).

Ma dove stava Gesù, risorto e provvisto di un corpo che si poteva toccare e che compariva improvvisamente a porte chiuse, quando non era “in presenza dei suoi discepoli”, impegnato a dialogare con loro o a fare miracoli (v. 30)? Domanda oziosa, senza risposta.

Perchè non è difficile pensare che abbiamo tra le mani un testo cultuale, composto da formule liturgiche, proprie della comunità cresciuta intorno all’insegnamento di Giovanni e legate insieme da una narrazione coerente con l’intero corpo del suo Vangelo.

“Signore mio e Dio mio!”

Esclama Tommaso di fronte all’evidenza: è proprio il corpo di Gesù, non ci sono dubbi. E non ci sono dubbi neppure per Giovanni e per la sua comunità: Gesù è Dio. L’aveva già scritto chiaramente nel prologo: “il Verbo era Dio”; e tutto il quarto Vangelo è una solenne dichiarazione di fede nella divinità di Gesù.

Anche se… A Maria di Magdala, il mattino di quello stesso giorno, Gesù dice: “ (Ascendo al Padre mio e al Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17). E nel v. 31 Giovanni ci dice che per avere “la vita nel nome di lui”, dobbiamo credere “che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio”. Bisogna credere in Gesù, come si crede in Dio: perchè Gesù viene da Dio, ci ha rivelato Dio con parole di verità e ci ha fatto conoscere la volontà di Dio per noi e per l’intero creato.

Questa è la fede di Giovanni e della sua comunità. Non è la mia; e non per questo mi sento “non credente”. Come, d’altronde, non credo che fosse la fede di Gesù: anche lui parlava di Dio come altro da sé… e a Maria di Magdala sembra testimoniarlo con grande passione. Continua a leggere

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