14 luglio – 15^ domenica del T.O.

Chi è il “prossimo”? Chi ha bisogno e chi si prende cura

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Luca 10, 25-37).

Chi è, dunque, il mio prossimo? Colui/colei che devi amare “come te stesso”, recita il v. 27 citando alla lettera Levitico 18,19.

Logica vorrebbe che la conclusione della parabola fosse: “prossimo” è colui che il samaritano ha amato come se stesso, prendendosene cura con prontezza e generosità. Mentre il sacerdote e il levita sono presentati come quelli che dicono “Signore Signore!”, ma non fanno la volontà di Dio, cioè non praticano l’amore.

Invece Gesù opera un’inversione nella “morale” della parabola e chiede: chi è il prossimo per chi ha bisogno di aiuto? E la risposta è precisa e corretta: è chi si prende cura di lui/lei.
Dunque: “Va’ e anche tu fa’ allo stesso modo” (37). Cioè, mi sembra di capire: non cercare chi sia il tuo prossimo, ma sii prossimo per chi ha bisogno di te! Continua a leggere

7 luglio – 14^ domenica del T.O.

Scritti nei cieli

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. (…) I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Luca 10, 1-12.17-20).

Dopo i tre loghion che concludevano il cap. 9 sulle condizioni per seguire Gesù, il cap. 10 si apre con un ampio discorso missionario. Gesù designa 72 discepoli e li invia “a due a due avanti a sé in ogni città e luogo in cui stava per recarsi”. Il numero 72 è simbolico; alcuni manoscritti riportano 70, sia qui che al v. 17. Luca fa risalire al tempo dell’esistenza terrena di Gesù l’impulso missionario che sarà proprio degli anni di Paolo e dei seguenti. Infatti, secondo Genesi 10 il numero delle nazioni pagane è 70 nel testo ebraico e 72 in quello greco seguito probabilmente da Luca. In tal modo il mandato di annunciare l’evangelo a tutti i popoli viene fatto risalire a Gesù stesso.

Gesù, a quanto ne sappiamo, non uscì mai dai confini della Palestina; era certo nei suoi intenti una riforma radicale della religione del suo tempo, ma la radicalità stava nel coinvolgimento e nella conversione dei cuori, come nella migliore tradizione profetica. Egli non ha mai pensato di fondare una comunità, tantomeno una chiesa strutturata, non certamente come l’odierna ma, forse, neppure come le prime comunità, testimoniate negli scritti di Paolo o negli Atti. Continua a leggere

30 giugno – 13^ domenica del T.O.

Ed egli lo diede alla madre

In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e una gran folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: “Non piangere!”. E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Giovinetto, dico a te, alzati!”. Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo”. La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione. (Luca 7,11-17)

Il vangelo della prima domenica della ripresa del tempo ordinario è un racconto di miracolo: la risurrezione del figlio della vedova di Nain.

Il brano è contenuto solo in Luca al cap. 7 preceduto da un altro racconto di miracolo: la guarigione del centurione di Cafarnao. I due racconti in sequenza costituiscono un crescendo che ha la funzione di esplicitare la funzione messianica di Gesù tanto che il brano seguente (vv 18 e seg.) è la domanda di Giovanni il battista: “Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?”. A questa domanda Gesù non risponde con un si o con un no ma con i fatti: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella” (7,22). La collocazione dei due racconti di miracolo all’inizio del cap. 7 prepara la risposta di Gesù all’interrogativo di Giovanni.

Nain è un piccolo villaggio della Galilea a sud di Cafarnao e Nazareth. Al seguito di Gesù ci sono i discepoli e “grande folla”. Alle porte della città incontrano un corteo funebre: “veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei” (v 12). Molte persone sono presenti al fianco di Gesù e della madre. Due folle che cercano qualcosa: l’una il senso delle parole e dei gesti di Gesù, l’altra il senso di un evento così insensato come la morte dell’unico figlio di una vedova. Continua a leggere

23 giugno – Corpus Domini

Alzare gli occhi al cielo

Ma le folle lo seppero e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlar loro del regno di Dio e a guarire quanti avevan bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste (Luca 9, 11-17).

Gesù è in Galilea, la folla lo sta seguendo ed egli parla loro del “Regno di Dio”: per lui vivere nel Regno vuol dire sentire la presenza amorevole e costante di Dio che ha creato e sostiene in ogni istante la terra, ricca di beni che possono garantire la sopravvivenza e una vita piena per tutti. Il Regno di Dio è realizzabile qui e ora a condizione che sia praticata la giustizia e la fratellanza.

Scrive Alex Zanotelli: “Yahvè sogna per il suo popolo un’economia di uguaglianza dove i beni sono a beneficio dei tanti che per essere realizzata però ha bisogno di una politica di giustizia. Questo Sogno è l’espressione di una fede in Yahvè come il Dio non del sistema ma delle vittime del sistema: gli oppressi, gli schiavi… È questo il Regno che Lui annuncia in quella Galilea schiacciata dall’imperialismo romano. Come Mosè, uscito con il suo popolo dall’economia imperiale di Faraone, nel deserto “prova” la fede del suo popolo nel gran sogno di Dio. La storia della manna nel deserto è una parabola dell’economia alternativa (Es. 16). Per prima cosa ogni famiglia è invitata a raccogliere solo quello che occorre per il proprio bisogno, secondo quel pane non può essere accumulato”. Continua a leggere

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