23 dicembre – 4^ domenica di Avvento

Un inno rivoluzionario

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata (Luca 1, 39-48).

Dietro questi versetti non c’é un fatto di cronaca. La parentela di Giovanni e di Gesù, richiamata attraverso quella tra Elisabetta e Maria, è una costruzione teologica che ha lo scopo di evidenziare, nell’interpretazione della comunità di Luca, la superiorità del nazareno rispetto al Battista.

Così il Magnificat non è una composizione della giovane Maria di Nazareth: si tratta di una raccolta di testi, di citazioni delle scritture del Primo Testamento, messi sulla bocca di questa ragazza ebrea che ricorda “l’attività salvifica di Dio quale si è rivelata nel corso della storia israelitica” (Ortensio da Spinetoli). È un inno della chiesa primitiva che riprende alcuni temi propri della spiritualità dei “poveri del Signore” – gli anawim del tardo giudaismo – e li riferisce all’evento della redenzione. Di questa spiritualità Maria è però, secondo Luca, una figura emblematica.

Nel cantico prima di tutto Maria ringrazia brevemente Dio per il favore manifestato nei confronti di una serva di bassa condizione sociale (vv. 46-49), ma questa non è una semplice considerazione autobiografica. Quello che Dio ha fatto nei confronti di Maria, infatti, anticipa e descrive ciò che farà per i poveri, i deboli e gli oppressi del mondo che è il tema centrale della seconda parte del cantico: il trionfo del disegno di Dio per tutti i popoli e ovunque. Dio viene esaltato per quanto ha fatto. Parlare di quello che Dio ha operato significa annunciare ciò che Dio farà. Continua a leggere

16 dicembre – 3^ domenica di Avvento

Il dito di Giovanni e la luna di Gesù

Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: «Maestro, che dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi che dobbiamo fare?». Rispose: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella (Luca 3, 10-18).

A leggere queste pagine, duemila anni dopo, è forte la tentazione di pensare che davvero si tratti di un grandioso progetto divino, preordinato “a tavolino” dall’eternità e che si realizza giorno dopo giorno, nel susseguirsi apparentemente casuale del presente quotidiano: dall’annuncio secolare dei profeti… fino all’immediato precursore… ed ecco che finalmente si apre il sipario e il protagonista irrompe sulla scena, mentre l’annunciatore proclama: “Egli vi battezzerà con Spirito Santo e fuoco. Ha in mano il ventilabro per purgare la sua aia e raccogliere il frumento nel suo granaio; la pula, invece, la brucerà in un fuoco inestinguibile”.

Quanta fatica, anche psicologica, comporta, invece, pensare che tutta questa scenografia è stata costruita, ad arte, da chi voleva testimoniarci la propria fede radicale nella missione soprannaturale di quello che solo apparentemente era un uomo come tutti, mentre in realtà era l’incarnazione del Dio creatore onnipotente.

Una riflessione teologica che è diventata dottrina di fede, dogma indiscutibile. Il trionfo della Tradizione. Ma Gesù? Ma Giovanni? Erano proprio così, come ci vengono presentati?

L’evangelo al popolo

In realtà, qualunque siano i contenuti della nostra fede personale, io credo che valga la pena fare quella fatica, durante tutta la vita: chiedermi ogni giorno che cosa voglia comunicarmi Luca con tutta quella scenografia. Perché è quella la domanda che conta, in fondo. E la risposta è quella del versetto 18: “l’evangelo al popolo”, la “buona notizia “ per me, per ogni “me” che siamo “noi, il popolo”. Gli “annunciatori” non possono essere esterni, specialisti dell’annuncio e detentori del messaggio. Continua a leggere

9 dicembre – 2^ domenica di Avvento

Voce che grida nel deserto…

Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (Luca 3, 1-6).

Luca colloca la figura di Giovanni Battista e la sua attività in un contesto temporale e spaziale ben preciso indicando i luoghi in cui operava e chi deteneva il potere politico e religioso in quegli anni.

Nel capitoli precedenti aveva anche definito la genealogia e la storia della nascita di Giovanni in parallelo a quella di Gesù. Anche per i libri di altri profeti nella storia di Israele l’incipit è quello della localizzazione storica con l’indicazione dei responsabili del potere come possiamo vedere ad esempio in Isaia 1,1, Geremia 1,1-3, Osea 1,1, Amos 1,1.

Giovanni inizia a predicare nel deserto e nella regione meridionale del Giordano nell’anno 28 o 29 (Tiberio fu imperatore dal 14 al 37). La Palestina dall’anno 63 prima di Cristo era sotto il pesante dominio dell’impero romano e la gestione del potere locale era confusa, i governanti erano asserviti ai conquistatori, erano corrotti e feroci nel reprimere le frequenti sommosse locali.

Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, le figure politiche citate da Luca, non erano certo illuminate. Anche i responsabili religiosi, i sommi sacerdoti Anna e suo genero Caifa, erano coinvolti in una serie di intrighi e di lotte per mantenere il loro potere legato al ministero e al tempio.

In questa situazione di degrado “la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto…”.

La prima riflessione che emerge è che la parola di Dio, oggi come allora, non si fa sentire nei palazzi del potere e nemmeno nei luoghi sacri e nel tempio, ma nel deserto, tra la gente, nella vita di tutti i giorni, nella natura. Continua a leggere

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