25 settembre – 26^ domenica del T.O.

A fianco di Abramo…

C’era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c’era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nel soggiorno dei morti, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: “Padre Abramo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell’acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma”. Ma Abramo disse: “Figlio, ricordati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi”. Ed egli disse: “Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento”. Abramo disse: “Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli”. Ed egli: “No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno”. Abraamo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita”. (Luca 16,19-31).

L’autore di questo Vangelo mette in guardia dai pericoli della ricchezza: già nei primi 9 versetti affronta il tema che apre e chiude il capitolo con due parabole.

In questa vi sono due protagonisti particolari: un ricco ed un povero mendicante di nome Lazzaro, espressione di due classi sociali e religiose contrapposte. Del ricco non viene citato neanche il nome mentre il povero Lazzaro viene presentato con amore e passione; la sua è una situazione di estrema povertà in contrasto con le abitudini di vita del ricco di cui viene descritto lo sfarzo costante, come se l’unica preoccupazione  sia quella di vestire lussuosamente e trascorrere le sue giornate in festini.

Probabilmente chi scrive intende portare l’attenzione  verso tutta la categoria: una minoranza di ricchi di fronte ad una moltitudine di poveri e vuole evidenziare, per chi legge, che nella storia c’è stato qualcuno che ha preso le difese di Lazzaro e di altri come lui e, soprattutto, rendersi consapevoli delle situazioni assurde in ingiuste in cui vivono tantissime persone a causa dello strapotere della minoranza dei ricchi. Continua a leggere

18 settembre – 25^ domenica del T.O.

Fedeli nel poco… fedeli nel molto

Diceva anche ai discepoli: “C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi  fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza,  mendicare, mi vergogno. So io che cosa  fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone, e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu, quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa  verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera?E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona”. (Luca 16,1-13)

Questo testo si trova nella grande sezione del Vangelo di Luca riguardante il viaggio di Gesù a Gerusalemme  (9,51 – 19,27) e più specificamente nella seconda parte (13,22 – 18,30). Questa era iniziata con l’invito a entrare per la porta stretta (13,22-30), a cui aveva fatto seguito una raccolta di brani situati in un contesto conviviale (14,1-24), una catechesi sul discepolato (14,25-34) e infine una raccolta di tre parabole sulla misericordia divina (15,1-15). A questo punto viene inserita una nuova raccolta che comprende la parabola dell’amministratore astuto (vv. 1-7) a cui vengono aggiunti due detti esplicativi (vv. 8-9), e poi altri detti che indicano diverse linee interpretative della parabola stessa (vv. 10-13). Il materiale contenuto in questo brano è esclusivo di Luca, con l’unica eccezione del v. 13 che ha un equivalente in Mt 6,24.

Luca riporta la parabola con una breve introduzione in cui mette in luce che essa è rivolta ai discepoli: dà infatti indicazioni che riguardano la sequela, ma sono ritenute valide per tutti i credenti. Il racconto parabolico ha come protagonista l’amministratore di un ricco possidente il quale è “denunciato” come dissipatore dei suoi beni. La sua è stata probabilmente una colpa di negligenza, poiché non si fa cenno a frodi. Egli viene allora chiamato dal padrone a rendere conto della sua gestione… Il licenziamento sembra ormai inevitabile… Continua a leggere

11 settembre – 24^ domenica del T.O.

Amare è prendere l’iniziativa

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Luca 15, 1-32).

Gesù immagina Dio così: come il pastore che cerca la pecora perduta, come la donna che accende la lampada in pieno giorno e spazza la casa senza stancarsi alla ricerca della sua monetina rotolata chissà dove, denaro enormemente importante per lei (cfr. Elisabeth Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, Claudiana, p. 156).

E quando qualcuno o qualcuna si converte, cambia vita, si fa trovare dall’Amore che lo cercava… allora “tra gli angeli di Dio… in cielo… vi è grande gioia… più gioia per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Cos’è “conversione”?

Di cosa parla Gesù quando, in queste parabole e in molte altre pagine dei Vangeli, invita alla conversione? Certamente non intende il gentile che si fa ebreo né l’atzeco o il maya battezzati a forza dai cattolicissimi feroci conquistadores. Né, in anni più vicini a noi, il protestante che “si cambia” in cattolico per evitare persecuzione, torture e morte… sempre da parte dei pii cattolici. Continua a leggere

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