25 febbraio – 2^ di Quaresima

Un nuovo orizzonte alla sequela di un perdente

Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!». Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti (Marco 9,2-10).

Questa pagina del vangelo di Marco è inserita subito dopo l’annuncio della passione e le chiare condizioni per seguire Gesù. Anche gli evangelisti Matteo e Luca riportano questo episodio, sempre dopo il primo annuncio della passione.

Discepoli e discepole di un perdente

Innanzitutto occorre considerare che non siamo davanti ad una cronaca, ma davanti a un quadro teologico, a una narrazione costruita per trasmettere un messaggio di fiducia in un momento molto difficile per i discepoli. Infatti i dubbi, l’ansia e molti interrogativi stavano tormentando chi si era messo alla sequela di Gesù.

Se la prospettiva che si stava delineando era quella di una imminente fine disastrosa del loro Maestro (quando gli evangelisti scrivono Gesù è già stato crocifisso), che li aveva così tanto appassionati a una visione nuova della vita, a pratiche di amore e di giustizia… come potevano elaborare l’annuncio della passione e della morte? Come potevano avere fiducia e continuare a seguire Gesù, se la prospettiva era quella del fallimento? Continua a leggere

18 febbraio – 1^ di Quaresima

Cambiare mente

Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Marco 1, 12-15).

Nel deserto

Il primo capitolo del Vangelo di Marco comincia con la preparazione della missione pubblica di Gesù. Dopo il battesimo, che rappresenta l’abilitazione carismatica alla sua missione (e probabilmente quello che storicamente fu l’ingresso nella comunità dei discepoli di Giovanni il Battista), Gesù viene «spinto nel deserto dallo Spirito».

Il periodo trascorso nel deserto, dove il Nazareno «rimase quaranta giorni, tentato da satana», indica un momento nel quale Gesù maturò la convinzione e la necessità di un nuovo annuncio. Una maturazione che lo portò a staccarsi dal gruppo dei discepoli di Giovanni. «L’esperienza del deserto, i contatti con Giovanni […] possono ritenersi determinanti per la decisione che Gesù doveva prendere. Innanzitutto anch’egli [come Giovanni] si rendeva maggiormente persuaso che la storia della salvezza era a una svolta; il ‘giudizio’ di cui parlava Giovanni e la ‘nuova alleanza’ prevista dai monaci esseni non faceva che confermarlo. Il rinnovamento radicale […] atteso dai profeti si poteva ritenere davvero imminente» (O. da Spinetoli, Gesù di Nazareth, Molfetta 2005, pag. 45).

Quello passato nel deserto, dunque, non è un tempo (kronos) trascorso realmente, ma uno stato esistenziale, un tempo di ricerca, di prova e di verifica. Un «luogo» dove Gesù matura una scelta, una convinzione nuova, che lo porterà alla missione pubblica. Così l’evangelista del Vangelo di Marco utilizza una tipologia narrativa che si ritrova molte volte nelle Scritture ebraiche e che ha un significato di facile identificazione all’interno della tradizione ebraica: ritirarsi nel deserto, in un luogo appartato, per maturare una decisione importante, per prepararsi ad una missione per conto di Dio. Marco intende comunicare questo tempo di prova, descrivendo ai suoi interlocutori la permanenza di Gesù in un «luogo», il deserto, in cui avviene la maturazione umana e spirituale che ha portato Gesù ad iniziare la sua missione nei villaggi della Galilea.

«Il ‘tempo’, a detta di Marco, era ‘compiuto’ (1,15). L’espressione che l’evangelista pone in bocca a Gesù, quale tema della sua prima predicazione, riassume questa sua profonda convinzione che coincide con quella dei vicini interlocutori. Tutti erano proiettati verso la grande speranza a cui Israele aveva sempre guardato e che si affacciava agli uomini della presente generazione» (Ibidem).

Il tempo è compiuto

Dopo l’arresto di Giovanni, Gesù inizia la sua predicazione. L’arresto di Giovanni è un fatto sconvolgente per Gesù. La sorte del Battista – e Marco vuole indicarlo ai suoi lettori – presagisce la stessa sorte che toccherà al profeta di Nazaret, anch’egli infatti sarà «consegnato».

Non sappiamo se fu davvero l’arresto di Giovanni a spingere Gesù ad uscire allo scoperto, e a raccogliere personalmente il messaggio di conversione predicato da Giovanni. Senz’altro Gesù fu spinto da questo messaggio di cambiamento, lo fece suo e gli diede un carattere di radicalità particolare, sentendo il bisogno di annunciarlo a tutti.

Gesù sceglie la Galilea come luogo del suo annuncio: non la Giudea di chi andava devotamente a farsi battezzare da Giovanni, ma la «Galilea delle genti», la terra dei pagani e di coloro che avevano una fede dubbia, in fondo la sua terra. Il Galileo sente il bisogno di andare dalla parte dei peccatori.

E Gesù comincia a predicare la buona novella di Dio, l’evangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo». Il tempo è compiuto: si aspetta un evento risolutivo dell’ordine esistente, una nuova creazione (una palingenesi), in cui Dio avrebbe instaurato il suo regno, la sua signoria sul mondo. Questo necessita di una conversione (un metànoia), un cambiamento della mente e della vita. Per Gesù, questa convinzione diventa lo scopo primario della sua missione. Non è più necessario purificarsi dai propri peccati attraverso un battesimo nel fiume Giordano, come proponeva Giovanni, ora occorre rendersi conto che «il tempo è compiuto» e che bisogna «cambiare mente». Occorre entrare in una nuova dimensione, una dimensione radicale che investe tutta la vita.

Per questa missione Gesù si adopera e viaggia per le strade della Palestina, passa nei villaggi, incontra la gente. Gesù non passa per le grandi città del tempo, non tocca i grandi centri ma si concentra sui piccoli villaggi di pescatori e di gente semplice.

Gesù e i suoi discepoli sono sempre in cammino, sulla strada, per incontrare le persone e per muoversi nel loro ambiente di vita. Il Nazareno, dunque, non è all’interno di una istituzione, e questo non gli fornisce nessuna garanzia, nessuna credenziale particolare nei confronti della gente che lo ascolta. «Egli va considerato come un predicatore marginale, cioè privo di autorità riconosciuta, non legittimato dai poteri istituzionali, senza credenziali. Poteva trovare un riconoscimento solo attraverso la reazione diretta della gente. In alcuni suscitava attrazione, speranza di poter raggiungere, mediante lui, le proprie aspirazioni. In altri provocava, come abbiamo visto, interesse, dubbio o sospetto. In altri, infine, opposizione anche mortale». Un predicatore marginale che si faceva portatore di un grande sogno: «Gesù non promette solo emancipazione dal bisogno o egalitarismo. Promette una nuova era» (A. Destro, M. Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Milano, 2008, p. 98-99).

Un sogno

Per Gesù il sogno era rappresentato dal regno di Dio, un regno di giustizia, pace, amore. Per realizzare e per accogliere questo sogno occorreva «cambiare mente», mutare profondamente la propria vita accogliendola nella sua umanità, nella sua vitalità.

Il sogno di Gesù è stato il sogno di tanti uomini e di tante donne che hanno lottato nel corso della storia per la liberazione. Ed è il sogno che ancora oggi, uomini e donne, nonostante lo scoraggiamento e le difficoltà di una situazione globale iniqua, che sempre più sembra precipitare, continuano a sognare durante le loro veglie notturne. Continuiamo ad alimentare questo sogno, per unirci a coloro che lo hanno fatto proprio nella storia, nella loro vita.

«Oggi vi dico, amici, non indugiamo nella valle della disperazione, anche di fronte alle difficoltà dell’oggi e di domani, ho ancora un sogno […].
Sogno che un giorno ogni valle sarà ricolmata, ogni collina e ogni montagna si abbasserà, i luoghi impervi diverranno piani e quelli tortuosi si raddrizzeranno e la gloria del Signore verrà rivelata, e tutti gli uomini la vedranno insieme.
Io sogno che un giorno la nazione sorgerà a vivere il vero significato del suo credo, che tutti sono creati uguali. Sogno che un giorno sulle rosse colline della Georgia figli di antichi schiavi e figli di antichi schiavisti potranno sedere insieme alla tavola della fratellanza.
Sogno che un giorno l’Alabama sia trasformato in uno stato dove bambine e bambini negri potranno dare la mano a bambini e bambine bianche, e camminare insieme come fratelli e sorelle.
Sogno che i miei quattro figli vivranno un giorno in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della pelle ma dal contenuto del loro carattere.
Con questa fede staccheremo dalla montagna dell’angoscia una scaglia di speranza, con questa fede potremo lavorare insieme, cercare insieme la libertà, andare in prigione insieme, sapendo che un giorno saremo liberi.
Questo avverrà il giorno in cui tutti i figli di Dio saranno capaci di cantare con un nuovo significato ‘possa risuonare la libertà’.[…]
Questo avverrà quando tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, saranno capaci di prendersi per mano e cantare quell’antico spiritual degli schiavi negri: ‘Finalmente liberi! Finalmente liberi! Grazie a Dio onnipotente, siamo finalmente liberi!’»  (Martin Luther King, dal discorso della marcia su Washington, 28 agosto 1963)

Gabriele

11 febbraio – 6^ Domenica del T.O.

Ma egli uscì ad annunciare…

E viene a lui un lebbroso, lo supplica in ginocchio e gli dice. Se vuoi, tu puoi purificarmi. E pieno d’ira tese la sua mano, (lo) toccò e gli dice: Lo voglio, sii purificato! E subito la lebbra se ne andò da lui ed egli fu purificato. Ed egli lo ammonì, subito lo mandò via e gli dice: Bada di non dire niente a nessuno, ma va’, mostrati al sacerdote e sacrifica per la tua purificazione ciò che Mosè ha prescritto a testimonianza per loro! Ma egli uscì, incominciò con zelo ad annunciare e a diffondere la parola, così che egli non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma restava fuori in luogo solitario. E venivano a lui da ogni parte (Marco 1, 40-45).

La lebbra era una delle peggiori situazioni che potesse vivere una persona al tempo di Gesù. Chi era riconosciuto come lebbroso viveva una condizione di estrema marginalità. La solitudine della persona affetta da lebbra era totale, imposta dalla comunità per ragioni di tutela di salute della comunità stessa. In un regime di stretta vicinanza le norme igieniche erano l’unica profilassi per evitare il contagio e l’esclusione dalla comunità della persona affetta da lebbra era una dolorosa necessità.

Vi era una precisa classificazione dei vari tipi di lebbra. I capitoli 13 e 14 del libro del Levitico contengono le prescrizioni e i rituali per il riconoscimento, l’eventuale cura, il comportamento nei confronti della comunità, e, nel caso, la riabilitazione del lebbroso che fosse guarito. La persona che doveva assolvere a tutte queste funzioni era il sacerdote. La condizione di lebbroso, quando riconosciuta, era di estremo abbandono.

Il lebbroso che incontra Gesù, nonostante la condizione, è una persona che ha ancora in sè la voglia di vivere. Anzitutto è lui che va in cerca di Gesù, si getta in ginocchio, gli chiede di aiutarlo. Marco riporta le precise parole : “Se tu vuoi, puoi guarirmi”. Nella traduzione Riveduta la richiesta è “se tu vuoi, tu puoi mondarmi”, cioè “togliere l’impurità che si è impossessata di me”. Significa che questa persona, colpita dalla malattia nel fisico e prostrata dalla condizione di marginalità, intravede una possibilità di riscatto e la vede in Gesù. Continua a leggere

Foglio di Comunità – n° 2/2018

Bollettino informativo non periodico della Comunità cristiana di base Viottoli
Distribuzione gratuita — Pinerolo (To), 31/01/2018

LE EUCARESTIE

DOMENICA  11 febbraio :           ore 10 (prepara Luciana)

DOMENICA  25 febbraio :           ore 10 (prepara Carla)

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ASSEMBLEA  DI  COMUNITA’

Domenica 25 febbraio, alle ore 10,30 dopo l’Eucarestia

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GRUPPO  BIBLICO

Ogni lunedì sera ore 21, al FAT: stiamo continuando la lettura del libro della Genesi.

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GRUPPO  RICERCA

Ci incontriamo giovedì 8 e 22 febbraio, come sempre a casa di Paola ed Elio. Continuiamo la lettura del libro Sovrane di Annarosa Buttarelli (ed. Il Saggiatore 2013), che sta suscitando in noi molto coinvolgimento. Il gruppo è aperto a chiunque voglia aggiungersi.

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GRUPPO  DONNE

Il nostro gruppo donne si incontrerà Domenica 4 febbraio 2018 alle ore 14,30 a casa di Carla.

Abbiamo partecipato all’INCONTRO SULLA PRATICA DELLA STORIA VIVENTE, tenutosi domenica 28 gennaio a Milano presso la Libreria delle donne, a cui eravamo presenti in 28 donne provenienti dai gruppi donne e non solo delle Cdb del coordinamento nazionale. Abbiamo dialogato con la preziosa presenza di 4 donne del Circolo della Rosa, facenti parte della “Pratica politica di storia vivente”. Per la presentazione di questa pratica (e della relativa bibliografia) rimando al foglio di comunità del mese scorso.

Nell’incontro del 4 febbraio a Pinerolo approfondiremo quanto emerso a Milano.

Segnalo inoltre che sono stati stampati, grazie all’impegno di molte, in particolare di Giovanna Romualdi di Roma, gli Atti del XXII incontro nazionale donne Cdb (e non solo), svoltosi a Verona dal 18 al 20 novembre 2016. Tema dell’Incontro: Il tempo dell’attesa. Intreccio fra esperienza spirituale e vita quotidiana.

Chi desidera averne copia prenda contatti con me.

 Carla Galetto

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INCONTRO CON LA CDB DI VIA CITTA’ DI GAP

La rivista Esodo, pubblicando l’articolo richiesto a Carla e Beppe su “Preti e comunità di base” ci ha aiutati/e a realizzare il desiderio di alcuni/e: la Cdb di Via Città di Gap ha accolto la nostra proposta di incontrarci per lo scambio dei nostri rispettivi racconti sul cammino che ci ha visti/e imboccare, a poco a poco, sentieri comunitari diversi.

L’incontro è programmato per domenica 25 febbraio alle ore 16 nella sede del FAT.

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SEGRETERIA TECNICA E COLLEGAMENTO NAZIONALE

Il Collegamento nazionale delle CdB si svolgerà a Roma sabato 3 e domenica 4 febbraio 2018, presso la CdB di San Paolo, con il seguente Ordine del giorno:

  1. Valutazioni e bilancio del seminario nazionale svoltosi a Rimini (XXXVII incontro nazionale CdB)
  2. Bilancio consuntivo 2017, contribuzioni, bilancio preventivo 2018. Agenda della pace di Confronti: situazione diffusione e pagamenti.
  3. Organizzazione del X Incontro europeo delle Cdb (Rimini, 22-24 settembre 2018).
  4. Adesione ad incontri ed iniziative che si svolgeranno nel 2018 segnalati dai/dalle presenti.
  5. Varie ed eventuali.

Per la Segreteria tecnica: Beppe, Luciana, Memo, Paolo

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MEDICI CON L’AFRICA

Anche quest’anno, durante l’eucarestia di Natale, abbiamo fatto una colletta per continuare a sostenere il CUAMM – Medici con l’Africa Gruppo Piemonte onlus. Abbiamo raccolto e versato € 220,00.

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VIOTTOLI

Ringraziamo chi ha accolto con grande disponibilità il nostro invito a collaborare mandandoci articoli, commenti biblici, segnalazioni, recensioni, ecc.   Il prossimo numero ospiterà gli Atti del Seminario nazionale: “Beati gli atei perchè incontreranno Dio”, svoltosi a Rimini nei giorni 8-10 dicembre 2017.

Vi invitiamo a rinnovare la quota associativa per il 2018: 25,00 € (socio ordinario) – 50,00 € (socio sostenitore); oppure potete versare un contributo libero utilizzando il ccp n. 39060108 intestato a: Associazione Viottoli – via Martiri del XXI, 86 – 10064 Pinerolo (TO) o con bonifico bancario: IBAN: IT 25 I 07601 01000 000039060108    BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX

Vi invitiamo inoltre a richiedere copie saggio gratuite del nostro semestrale (per infor- mazioni: viottoli@gmail.com). Sono disponibili alcune raccolte complete con tutti i nume- ri della rivista dal 1992 a oggi. Sul nostro sito www.cdbpinerolo.it cliccando su VIOTTOLI —> ARCHIVIO DEI NUMERI ARRETRATI trovate, e potete scaricare gratuitamente, tutti i numeri in formato *.pdf dal 1998 al 2016.

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GRUPPO “USCIRE DALLE GUERRE”

Il gruppo è convocato per lunedì 12 febbraio alle ore 17,30 in via Città di Gap 13.

Il gruppo sta anche organizzando un INCONTRO PUBBLICO su quello che sta succedendo in Iran L’incontro si svolgerà il 14 febbraio alle ore 20,45 nel Salone delle feste del Circolo Sociale in via Duomo 1 – PINEROLO con la partecipazione della giornalista e scrittrice iraniana FARIAN SABAHI

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UOMINI  IN CAMMINO

Il gruppo UinC 1 si riunisce al FAT giovedì 15 febbraio e 1 marzo alle ore 18,45.

Il gruppo UinC 2 si riunirà martedì 13 e 27 febbraio, sempre al FAT, alle ore 21.

Ricordiamo agli uomini che leggono questo foglio che i due gruppi sono sempre aperti a chi sente il desiderio di conoscerci o di coinvolgersi. Basta una telefonata per un contatto preventivo con uno di noi.

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CENTRO  DI  ASCOLTO  DEL  DISAGIO  MASCHILE

E’ operativo a Pinerolo – in via Bignone 40 – uno sportello di ascolto e di presa in cura di uomini che commettono violenze nelle relazioni intime e familiari.

L’orario di apertura è il seguente: lunedì dalle18 alle 20; giovedì dalle 16 alle 18.

Si può telefonare al 3661140074, scrivere a liberidallaviolenzaodv@gmail.com oppure venire di persona. Il servizio è gratuito e si svolge nel massimo riserbo.

Dopo il primo contatto telefonico il servizio si articola in colloqui individuali, per verificare e valutare le motivazioni, seguiti da un percorso di gruppo, della durata di alcuni mesi, in cui verranno affrontati e approfonditi i vari aspetti dei comportamenti violenti nelle relazioni affettive. Al termine di questo percorso verrà proposto ai partecipanti di consolidare il proprio cambiamento inserendosi stabilmente in un gruppo di auto mutuo aiuto.

Stiamo incontrando le diverse categorie professionali (assistenti sociali, avvocati/e, medici di famiglia…), le istituzioni, pubbliche e religiose, e la popolazione del pinerolese, per far conoscere il nostro servizio.

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UN DONO E UN CAPOLAVORO

Erio Giuseppe Ceccati, IL CAPOLAVORO. Riflessioni sulla fede di un cattolico dissidente.

Stavamo disponendo libri e materiali vari su uno dei tavoli predisposti all’uopo, nell’albergo di Rimini che ospitava il seminario nazionale delle Comunità di Base dall’8 al 10 dicembre scorso, quando mi si avvicina un distinto signore e mi chiede se può mettere a disposizione una pila di copie di un suo piccolo libro, in distribuzione gratuita.

Non solo non ho obiezioni, ma lo ringrazio sbrigativamente: ho cose urgenti da fare per collaborare a far iniziare all’orario stabilito i lavori del seminario. Mi prendo una copia del libro… e leggo soltanto che quel distinto signore è un “artigiano elettricista in pensione. Appassionato di teologia”. E’ uno come noi… lo leggerò di sicuro.

Quando riprendo in mano il libro, cerco inutilmente la casa editrice: si tratta evidentemente di un testo autoprodotto, che l’autore distribuisce personalmente e gratuitamente. La citazione da Matteo 10,8 “Gratuitamente avete ricevuto… gratuitamente date” (in quarta di copertina) è eloquente. Economia del dono, si chiama.

Ceccati fa un passo concreto in questa direzione. Come aveva fatto anni fa Ugo Della Collina (scrittore “collettivo”) a Frascati, mettendo gratuitamente a disposizione un suo interessante manoscritto: LA SOVRANITÀ DEL POPOLO oppure Le strutture logoranti del potere.

Entrambi questi doni ci sono stati fatti in occasione di incontri nazionali delle CdB… e la domanda mi sorge spontanea: quanti/e hanno gradito il dono? Quanti/e, di coloro che hanno portato a casa questi testi, li hanno poi letti?

Noi il manoscritto di Ugo Della Collina l’abbiamo letto, con molto interesse, qualche anno fa nel gruppo “ricerca”; e quello di Ceccati l’ho terminato, con altrettanto interesse, nei giorni scorsi.

Sul versante dell’esegesi biblica Ugo Della Collina ci offre una traduzione dinamica e rivoluzionaria della Beatitudini, “le quali sono invero una vibrante esortazione del messia a sviluppare ADESSO, con fermezza,i valori che hanno le persone al fine di raggiungere la pienezza dei tempi, di concretizzare l’autorità dell’Amore e dell’Uguaglianza. Difatti il potere impedisce che i valori socialmente validi si diffondano; se non vi riesce, cerca d’imbrigliarli nella propria struttura gerarchica, rendendoli praticamente poco efficaci o nulli. (…)

Sorgete, è ora di farvi valere, voi poveri… voi che soffrite la fame… voi che siete sfruttati e sottomessi, perché avete il modo di realizzare la libertà… la struttura dell’uguaglianza… una società nuova” (pagg 12-13).

Erio Ceccati sviluppa la tesi che “il cristianesimo è l’eresia che ha prevalso storicamente su tutte le altre” (p 18). Eresia rispetto al “progetto” e alla predicazione di Gesù – in questo giudizio a Ceccati fa buona compagnia Ortensio da Spinetoli con il libro L’inutile fardello (ed Chiarelettere).

Il “capolavoro”, per l’autore, è quello portato a compimento dal diavolo – sì, proprio lui, il “nostro fratello” nella riflessione di Giovanni Franzoni – il cui “impegno principale è quello di tenerci lontani da Gesù e dalle sue parole” (p 81). L’ha realizzato convincendo “Saulo di Tarso ad entrare nelle file dei cristiani”. Saulo/Paolo è stato il fondatore del cristianesimo, dando vita a comunità cristiane “sotto il suo esclusivo controllo; egli era il fondatore, egli ammaestrava, correggeva, organizzava: praticamente quelle erano comunità sue, non erano più degli apostoli o di Cristo, ma esclusive di Paolo”.

Lui è il primo a scrivere e i suoi scritti “sembra logico ritenere che abbiano, in qualche misura, influenzato gli autori dei vangeli. Probabilmente alcune idee di Paolo sono finite nei vangeli stessi, come se fossero di Cristo” (p 86), in particolare il Vangelo di Giovanni, che “ha finito per completare la falsificazione già compiuta da Paolo. (…) gli scritti di Giovanni vogliono fare passare l’idea di un Gesù uguale a Dio, di Maria come mediatrice e, soprattutto, di come la sua predicazione sia svolta con lo scopo di annunciare se stesso”. Questo messaggio “ha indotto la chiesa a tenere lo stesso atteggiamento, finendo per non annunciare più Dio e neanche Gesù Cristo, ma piuttosto annunciando le cose che lei stessa ha concepito ed elaborato, proprio con lo stesso spirito di Giovanni; praticamente finendo per annunciare se stessa” (pp 90-91).

Sul piano storico l’assolutismo dogmatico e monocratico, concentrato nella gerarchia e, soprattutto, nel suo massimo vertice, ha prodotto “guerre, odio, rancori e disperazione”. Nell’appendice, per documentare questa “violenza che ha contraddistinto molti comportamenti” della Chiesa, Ceccati riprende alcune pagine del libro Il cristianesimo nella storia di Michele Pisante (ed. Gabrielli), che analizzano la storia dell’Inquisizione e della caccia alle streghe.

Al termine della lettura la riflessione d’insieme che mi viene di fare è questa: non mi (ci) appartiene più la fede nell’esistenza di satana – che mi ha turbato i sonni negli anni dell’infanzia – come personificazione del male e del “tentatore”; ma appartiene ancora al nostro linguaggio corrente l’espressione “tentazione diabolica”. Orbene, se consideriamo una tentazione diabolica l’attaccamento del clero al potere, allora sì, capisco perché Ceccati, come Ugo Della Collina, sia venuto a portarci in dono il suo libro: perché la sua riflessione è profondamente affine a quella che abbiamo sviluppato all’interno delle nostre comunità di base; e lui desidera confrontarsi con noi.

Credo che valga la pena confrontarci con lui sulle basi della sua esegesi: quante perplessità manifestiamo, nello studio biblico, quando leggiamo le Lettere di Paolo e il Quarto Vangelo, che ci vuol far passare “l’idea di un Gesù uguale a Dio, di Maria come mediatrice e, soprattutto, di come la sua [di Gesù] predicazione sia svolta con lo scopo di annunciare se stesso”!

Quante volte ci diciamo, in comunità, che se la chiesa cristiana avesse predicato e praticato con coerenza povertà e condivisione, seguendo davvero l’esempio di Gesù, il mondo sarebbe probabilmente migliore! Invece la Chiesa “ha posto quale suo fondamento le parole e l’insegnamento di padri e maestri, benché Gesù avesse detto chiaramente “Non chiamate nessuno padre… non chiamate nessuno maestro…(p 47).

Beppe Pavan

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IL CONNUBIO CON MAMMONA. CONVERSIONE O ENNESIMO FALLIMENTO?

Siccome se c’é una cosa che si è globalizzata è il rincoglionimento della gente, ed in particolare di coloro che un tempo pensavano di sé stessi di essere di sinistra; e siccome il Maligno, nelle sue tre evacuazioni di capitalismo, mercato e competizione, è riuscito a convincere il prossimo che le ideologie sono defunte, mentre le sue tre evacuazioni sono vive e vegete, per forza oggi sta tornando in auge la religione, grazie anche e soprattutto a papa Francesco, che sembra essersi preso il disturbo di leggere il Vangelo, e quindi si è messo ad auspicare una Chiesa povera con e per i poveri, facendo riaffiorare nella memoria della gente quello che era il progetto della sinistra: una società egualitaria, fraterna e solidale. C’è solo un particolare che non funziona: la religione la società egualitaria, fraterna e solidale la colloca nell’alto dei Cieli, dopo la morte; e nel frattempo lei, religione, se ne sta muta di profezia sulla violenza strutturale delle tre evacuazioni di Mammona…

La situazione dell’ex URSS è emblematica. La rivoluzione d’Ottobre si era posta l’obiettivo di distruggere la religione perché in quella società ancora feudale essa sacralizzava il potere e benediva coloro che fottevano i poveri. Essa voleva distruggere il dio dei padroni; abbracciava l’ateismo, dato che Dio le era stato presentato in quel modo, alleato dei ricchi e dei potenti; e voleva portare il Regno dei Cieli, la società senza servi e senza padroni, quaggiù sulla Terra, incarnato fra noi, in modo che il necessario e la gioia fossero accessibili a tutti.

Poi l’esperimento è fallito: si vede che il bipede umano, come non ha ancora capito niente del progetto del laico Gesù, così si è dimostrato refrattario ad incarnare la giustizia, la fraternità e l’uguaglianza sulla Terra come erano proposte dal Comunismo. A Mosca le chiese, distrutte, sono state ricostruite ed oggi esse sono piene di fedeli che pregano in un ambiente da reggia di Bisanzio, mentre all’esterno, se la temperatura scende troppo, decine di fratelli di coloro che in chiesa stanno pregando si ritrovano morti assiderati, in modo che dai “poveri che avremo sempre con noi”, saranno tolti quelli che hanno avuto anticipata l’entrata nel Regno dei Cieli dal loro assideramento… Ci può essere una prova più evidente dell’alienazione indotta dalla religione, e del suo fallimento in rapporto ad una trasformazione storica in direzione del Regno?

Io sarei curioso di sapere qual è il contenuto delle preghiere di coloro che avevano costruito una società strutturalmente solidale, che garantiva una povertà dignitosa, cioè il necessario a tutti; poi ci hanno sputato sopra; poi si sono riconvertiti alle tre evacuazioni di mammona e si sono nuovamente inchinati davanti alla casta sacerdotale, che le ha ri-benedette secondo una tradizione che parte dall’imperatore Costantino, nel 4° secolo ed arriva sino ad oggi. Se a pregare saranno i ricchi, loro chiederanno a Dio di continuare ad assisterli accampando il loro timore di Lui che ne dovrebbe garantire la benevolenza; se a pregare saranno i poveri, non sarà che chiederanno a Lui il ritorno di quel comunismo che aveva tolto la 1ibertà ai ricchi ed aveva garantito la libertà dal bisogno a loro stessi, libertà oggi perduta dopo essere stata pagata milioni di morti sia per crearla che per difenderla? Non è forse questa una evidentissima prova del fallimento del cristianesimo storico che io penso non abbia niente a che fare col progetto di Gesù di Nazaret?

Il Signore è il Salvatore, è l’Agnello di Dio che paga per tutti, è Colui che col suo sacrificio placa il Padre e Lo riconcilia con noi; la Messa è la ripetizione del Suo sacrificio; la Chiesa è pellegrina sulla terra in attesa di raggiungere la patria celeste; umiltà, ubbidienza rassegnazione sono le chiavi per accedere al Paradiso; ogni autorità viene dall’Alto e quindi va ubbidita; i sacramenti hanno potere salvifico intrinseco; il Battesimo ci introduce nel popolo dei salvati; se il sacerdote è indegno, ed ha benedetto persino coloro che hanno le mani sporche di sangue, questo non influisce sul potere salvifico dei sacramenti che lui amministra; noi siamo il popolo di coloro che devono guardare alle cose di lassù e rifiutare quelle di quaggiù; il sacerdozio è solo maschile, e nelle assemblee è bene che le donne mettano a riposo le corde vocali ;pur di salvare 1’anima è lecito ogni mezzo a danno dei corpi: questi sono i pilastri di quel cristianesimo religioso che ha accompagnato tutta la storia della nostra era, con tutte le porcate ivi contenute, una buona parte delle quali sono state dichiarate volontà di Dio e portate a termine in Suo nome.

Io non voglio imputare solo a San Paolo e a Sant’Agostino questa traduzione distorta ed alienata del messaggio-progetto di Nostro Signore, traduzione che ha condizionato tutta la storia del cristianesimo reale, che ha finito, con l’adattare il Vangelo a Mammona, che ha deresponsabilizzato l’uomo dalla necessità del suo impegno ad incarnare lo Spirito, a ridare corpo al Risorto, a porsi come figlio, come mano dell’amore di Dio per portare il necessario e la gioia a tutti i viventi. Si vede che la religione fa parte della naturalità dell’uomo ed è una delle espressioni del suo innato egoismo: i due Santi ne avranno dette anche di buone, ma ad essere raccolte sono state solo quelle loro allucinanti intuizioni, per cui avrebbero servito molto meglio il Regno se fossero entrati in quell’ordine di frati trappisti che vivono da eremiti e parlano solo con sé stessi…

Ma veniamo all’oggi: da una parte il figlio maledetto della trinità maligna, il neoliberismo capitalista, ideologia tutt’atro che defunta, ma sempre in ottima salute; e dall’altra S. R. Chiesa, col suo progetto di salvezza non dell’essere umano, ma della sua anima, per ottenere la quale bisogna pregare è fare anche optare di carità a favore dell’uomo. Riuscirà, la seconda, la Chiesa, a passare dalla speranza all’indignazione? a prendere le distanze dalla trinità maligna che genera strutturalmente quegli oppressi che oggi lei chiama poveri? a convertirsi dal Gesù salvatore al Gesù paradigma laico di incarnazione dello Spirito, a sfruttare questo particolare momento di alienazione globalizzata per riscoprire le proprie radici, o il cristianesimo per l’ennesima volta, tornerà a fallire?

Papa Francesco è sincero quando manifesta la propria indignazione di fronte alle violazioni blasfeme dei diritti umani causate dalle strutture di peccato della nostra società e della nostra cultura. Gli mancano due cose: il dare il nome e cognome a queste strutture, e il vivere la condizione che rende possibile e credibile la denuncia. Quando un ricco grida: “prima di tutto i diritti umani”, lui stesso è la contraddizione del proprio enunciato. Francesco personalmente, soggettivamente vive povero, ma la Chiesa povera non lo è affatto, e finché anche lei non lo sarà, le sue parole resteranno puro suono.

Lui sarà fatto santo, ma il connubio con mammona beatamente continuerà…

Mario Mariotti
Adista Segni nuovi n. 35 – 14.10.2017

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SENZA CHE LA CHIESA SE NE ACCORGA

Il presidente del Senato, in relazione al femminicidio disumano della sedicenne Noemi Durini, ha dichiarato: «A nome di tutti gli uomini ti chiedo scusa. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini, non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare questo problema, a dover sempre rispettarvi, a dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vestite, a non poter tornare a casa da sole la sera. È un problema che parte dagli uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio». Le donne temono sempre l’uomo che piange oggi sapendo che non memorizza il suo, pur sincero, impegno; tuttavia, queste sono parole pronunciate da una tribuna istituzionale e simbolicamente hanno il loro peso.

Dispiace, invece, che la Chiesa cattolica, nonostante l’attenzione di Avvenire e dell’Osservatore Romano ai fatti ormai quotidiani di spesso efferata violenza contro le donne, non percepisca necessaria una propria autocritica. Nemmeno papa Francesco che spende molte parole per riconoscere la dignità delle donne e dei loro diritti, si ferma mai a riflettere sulle responsabilità dottrinali sessuofobiche che non assolvono uomini celibi e “casti” senza rigoroso esame di coscienza e senza confessione dei peccati storici. La voce del vescovo di Roma si alza autorevole quando entra nel contesto dei problemi ambientali, lavorativi, dell’emigrazione e, in particolare, quando denuncia le colpe dei pedofili appartenenti al clero; ma il suo rigore argomentativo sorvola sul “genere”.

Le donne se ne dispiacciono perché la sua parola può essere determinante non solo all’interno della comunità cristiana. Non tocca a noi donne farci carico della liberazione dei maschi, tanto meno se chierici, ma sarebbe gradito che l’altro genere si analizzasse, magari per capire che le donne non sono migliori ontologicamente, ma nell’evoluzione hanno sempre proposto un modello di società che, bloccato nella domesticità, non ha potuto contribuire a guidare la storia né dei loro Paesi né delle loro Chiese. I danni derivati dalla presunzione di superiorità del ruolo maschile e di inferiorità femminile pesano tuttora quando viene proposto il modello unico dentro il quale essere “come un uomo”, un mas occasionatus come diceva la patristica.

Il peso delle religioni è perfino sconcertante: tutte patriarcali, tutte escludenti, tutte richiedenti subalternità, tutte sessuofobiche. Per una loro concezione della natura che condanna l’impurità delle mestruazioni: perfino gli animisti si sono inventati le capanne separate per relegarvi le donne mestruate ed evitare malanni e carestie. Non è possibile avere paura del sangue che dà la vita e ritenere glorioso il sangue degli eroi. Eppure per questa impurità Maria assunta in cielo e, vergine e madre, resa idolo dall’immaginario virile, dopo aver partorito il Salvatore, stette anche lei per quaranta giorni fuori dal tempio. E nel Medioevo i teologi si interrogavano se mai avesse avuto le mestruazioni, preoccupati dell’ombra di tale sudiceria. Se il patriarcato non è invenzione delle Chiese, il pregiudizio clericale lo ha autenticato imprimendovi il segno del sacro e vietando l’altare. Quindi, se oggi la continuità sotterranea del dominio proprietario continua a voler controllare le donne fino a far loro del male, è o no un problema di cui i cattolici maschi, tanto più se “consacrati”, dall’ultimo parroco al sommo pontefice, dovrebbero sentire la responsabilità e convertirsi?

Nemmeno dopo il Concilio, nemmeno dopo l’arrivo di Francesco venuto dalla fine del mondo, la Chiesa ha preso atto fino in fondo di quel “segno dei tempi” (che per la Chiesa indica il compiersi dell’ora messianica) indicato da Giovanni XXIII nella dignità paritaria: «Nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica», anche nella Chiesa. Invece, continuano le parole gratificanti del Papa “paladino delle donne”, si è formata una commissione di studio per il diaconato, l’Amoris Laetitia prevede la parità in famiglia, ma la parola “femminismo” resta censurata, la questione del “gender” fornisce materia di attacco al papa da parte dei tradizionalisti, la responsabilità del partner nell’aborto è da sempre silenziata e ovviamente la condanna dei femminicidi e della violenza resta inadeguata. Come dice Cristina Simonelli «rimanendo nel plesso violenza/maschilità, appare chiaramente la seguente questione: dal momento che diaconi/preti/vescovi sono uomini, sta a loro, esattamente come agli altri uomini italiani, imparare a partire da sé, a dire “sono solo questo uomo qui”». Non si poteva dire meglio: le donne che non hanno ancora abbandonato possono aiutare a salvare la Chiesa, soprattutto se dice di essere la chiesa della tenerezza e della pace.

Giancarla Codrignani
Adista Segni nuovi n. 35 – 14.10.2017

4 febbraio – 5^ Domenica del T.O.

Relazioni che guariscono

E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni (Marco 1,29-39).

Matteo apre il suo Vangelo con una genealogia da società araldica; Luca con un preambolo da storico consapevole e documentato; Giovanni con un prologo di alto profilo filosofico… Solo Marco va dritto al dunque e ci dichiara, fin dal primissimo versetto, lo scopo del suo libro; che non è di raccontare la vita di Gesù, ma il suo “buon messaggio”: “Inizio dell’evangelo di Gesù…” e l’intero primo capitolo ne è una felicissima sintesi. Gesù ha sostanzialmente vissuto per portare in giro per la Palestina il suo messaggio, spinto da questo urgente desiderio: “Andiamo altrove, nei villaggi vicini, affinché possa predicare anche là; perché per questo sono venuto” (v 38).

Adesso credo di capire meglio quel verbo con cui Marco lo fa entrare in scena al v 9: “Accadde in quei giorni che Gesù venne…” e avanti con la storia, che ci farà conoscere questo Gesù che improvvisamente “accade”. Immagino che “accadesse” che nei villaggi, nelle sinagoghe, nelle case… se lo vedessero arrivare e “accadesse” loro di sentirlo dire parole inconsuete, accompagnate da gesti di amicizia, di cura, di rispetto. Doveva essere davvero una persona originale, diversa, in un territorio in cui il popolino era sottomesso a tutti: dai soldati invasori agli indigeni esattori delle tasse, ladri e corrotti, dai nobilotti collaborazionisti ai religiosi con la puzza al naso… Continua a leggere

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