22 settembre – 25^ domenica del T.O.

Fedeli nel poco… fedeli nel molto

Diceva anche ai discepoli: “C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi  fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza,  mendicare, mi vergogno. So io che cosa  fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone, e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu, quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa  verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera?E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona”. (Luca 16,1-13)

Questo testo si trova nella grande sezione del Vangelo di Luca riguardante il viaggio di Gesù a Gerusalemme  (9,51 – 19,27) e più specificamente nella seconda parte (13,22 – 18,30). Questa era iniziata con l’invito a entrare per la porta stretta (13,22-30), a cui aveva fatto seguito una raccolta di brani situati in un contesto conviviale (14,1-24), una catechesi sul discepolato (14,25-34) e infine una raccolta di tre parabole sulla misericordia divina (15,1-15). A questo punto viene inserita una nuova raccolta che comprende la parabola dell’amministratore astuto (vv. 1-7) a cui vengono aggiunti due detti esplicativi (vv. 8-9), e poi altri detti che indicano diverse linee interpretative della parabola stessa (vv. 10-13). Il materiale contenuto in questo brano è esclusivo di Luca, con l’unica eccezione del v. 13 che ha un equivalente in Mt 6,24.

Luca riporta la parabola con una breve introduzione in cui mette in luce che essa è rivolta ai discepoli: dà infatti indicazioni che riguardano la sequela, ma sono ritenute valide per tutti i credenti. Il racconto parabolico ha come protagonista l’amministratore di un ricco possidente il quale è “denunciato” come dissipatore dei suoi beni. La sua è stata probabilmente una colpa di negligenza, poiché non si fa cenno a frodi. Egli viene allora chiamato dal padrone a rendere conto della sua gestione… Il licenziamento sembra ormai inevitabile… Continua a leggere

15 settembre – 24^ domenica del T.O.

Amare è prendere l’iniziativa

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Luca 15, 1-32).

Gesù immagina Dio così: come il pastore che cerca la pecora perduta, come la donna che accende la lampada in pieno giorno e spazza la casa senza stancarsi alla ricerca della sua monetina rotolata chissà dove, denaro enormemente importante per lei (cfr. Elisabeth Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, Claudiana, p. 156).

E quando qualcuno o qualcuna si converte, cambia vita, si fa trovare dall’Amore che lo cercava… allora “tra gli angeli di Dio… in cielo… vi è grande gioia… più gioia per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Cos’è “conversione”?

Di cosa parla Gesù quando, in queste parabole e in molte altre pagine dei Vangeli, invita alla conversione? Certamente non intende il gentile che si fa ebreo né l’atzeco o il maya battezzati a forza dai cattolicissimi feroci conquistadores. Né, in anni più vicini a noi, il protestante che “si cambia” in cattolico per evitare persecuzione, torture e morte… sempre da parte dei pii cattolici. Continua a leggere

8 settembre – 23^ domenica del T.O.

Entusiasmo e consapevolezza

Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo (Luca 14, 25-33).

La pagina che abbiamo davanti agli occhi, tranne i versetti delle due parabole della torre e del re guerriero che sono esclusivamente lucani, sono presenti con qualche variante anche in Matteo 10, 37 – 38. I biblisti ci informano che vengono qui raccolti alcuni detti che sono stati annunciati in circostanze diverse, come insegnamenti per i discepoli. Cercare di cogliere il messaggio di questa pericope significa affrontare una sfida.

Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme, è ben consapevole che lo attende una opposizione frontale. Ma attorno a lui è cresciuto in alcune circostanze un grande entusiasmo: “molte folle andavano con lui”. Il Maestro, che ama la gente, non si fida però dell’entusiasmo e questo suo “voltarsi” sembra esprimerlo gestualmente. In ogni caso alla gente e alla cerchia dei discepoli e delle discepole Gesù rivolge un messaggio esplicito: pensate bene a quello che state facendo e decidete se volete stare con me fino alla fine. Continua a leggere

1 settembre – 22^ domenica del T.O.

All’ultimo posto

Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. (…) Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (Luca 14, 1.7-14).

Dalle opere del teologo Ortensio da Spinetoli abbiamo delle informazioni che ci aiutano a comprendere quale fosse il contesto nel quale Gesù pronuncia la parabola di questo brano: “Il banchetto presso gli ebrei come in genere presso gli antichi era un convito oltre che una refezione. I partecipanti stretti da un comune interesse, da vincoli di parentela o di amicizia intavolavano appassionate e approfondite conversazioni (religiose, filosofiche, politiche). Gli esperti e i dottori ne approfittavano per esporre i loro insegnamenti. […] I convitati appartenevano alla cerchia dei conoscenti o provenivano dal medesimo rango. Era ritenuta un’offesa e un disonore trovarsi a fianco uno sconosciuto o un popolano: i posti erano perciò assegnati secondo una norma precisa e rigida. Si sedeva su divani a tre posti: il più degno al centro, il secondo a destra, l’ultimo a sinistra. Gesù aveva notato l’attenzione con cui i servi assegnavano i posti ai vari invitati e come questi tenevano a far rilevare il loro rispettivo grado.” (Luca, Cittadella editrice)

Nel primo versetto di questo brano evangelico leggiamo che “la gente stava ad osservarlo”, ma anche Gesù osservava …..(v.7). Egli è in casa di un capo dei farisei per pranzare e nell’atteggiamento degli invitati al banchetto, nota il desiderio di primeggiare, mettersi in mostra, accaparrarsi il privilegio dei “primi posti”. Continua a leggere

25 agosto – 21^ domenica del T.O.

Una domanda disinteressata?

Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi» ( Luca, 13, 22-30).

In questo breve brano sembra che Luca abbia colto frammenti diversi della predicazione di Gesù e li abbia riuniti sotto un tema comune: la salvezza e le condizioni per raggiungerla. Ci è riproposta l’immagine del Maestro che continua il suo cammino verso Gerusalemme, incontrando donne e uomini e dialogando con loro.

Ed ecco uno dei tanti incontri e una domanda: “Sono pochi quelli che si salvano?”. La natura della domanda non nasconde in qualche modo, oltre alla curiosità, la preoccupazione di colui che la pone. Forse l’interlocutore è rimasto colpito dai suoi insegnamenti e dalle dure condizioni della salvezza, da far dubitare di poterla raggiungere.

Forse è Luca che approfitta di questa notizia per scuotere una comunità nella quale l’amore, il fervore e l’impegno si andavano affievolendo. La parabola della porta stretta diventa allora, in questo contesto, un messaggio di esortazione, un invito a non dormire sugli allori. Continua a leggere

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