26 maggio – 6^ Domenica di Pasqua

La pace si costruisce imparando ad amare

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate (Giovanni 14, 23-29).

Quante volte abbiamo letto e sentito commentare queste parole… e ciò che Gesù dice prima e dopo, nel lungo protrarsi di quell’ultima serata con i suoi amici e le sue amiche più care, che per Giovanni sembra durare quanto tutto il resto del Vangelo!

Gesù ha ancora tante cose da dire, prima di morire, o, meglio, Giovanni ha scelto quel momento di grande pathos per raccogliere e rilanciare il messaggio centrale di Gesù; è un momento in cui il pathos rende discepoli e discepole più attenti/e all’ascolto, come presumibilmente accadeva a uomini e donne della sua comunità. D’altra parte, chi dimentica, per il resto della vita, le parole ascoltate dalla bocca di un morente?

Il messaggio di Gesù e la teologia di Giovanni

L’intreccio è indubbiamente forte, quasi inestricabile, tra il messaggio di Gesù e la teologia di Giovanni. Il messaggio di Gesù è il comandamento nuovo di 13,34: “di amarvi gli uni gli altri; come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. La teologia di Giovanni è anche la divinità di Gesù: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo presso di lui e dimoreremo presso di lui” (14,23)… perché “la parola che ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (14,24).

Cos’è successo, nella storia del popolo cristiano, che ha così deviato attenzione e cammino? E’ successo che qualcuno, autoproclamatosi Dio in terra, abbia deciso che la fede non sarebbe più consistita nell’osservare la sua parola, bensì nel credere che Gesù è Dio. Ha sciolto quell’intreccio eliminando uno dei due elementi; peccato che sia toccato al messaggio di Gesù.

Dogmi cervellotici hanno sradicato le parole di Gesù dal cuore di uomini e donne. Quale amore reciproco può esserci nelle pratiche persecutorie e omicide delle inquisizioni dottrinarie, comprese quelle contemporanee a danno delle teologhe femministe e dei teologi della liberazione? Continua a leggere

19 maggio – 5^ Domenica di Pasqua

L’unico segno distintivo

Quand’egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Giovanni 13, 31-35).

Il vangelo di Giovanni, a differenza dei sinottici, non riporta il racconto del pane e del vino durante l’ultima cena. Al suo posto è collocata la lavanda dei piedi. Altrove si parla del “pane della vita…”, in brani che sono poi serviti a “reinterpretare” il racconto dell’eucarestia dei sinottici. Il vino compare nel primo dei sette segni descritti da Giovanni, quello delle nozze di Cana ma il significato e il contesto sono diversi da quelli tradizionali dell’ultima cena.

Il redattore del Vangelo ha collocato questi brevi e densi versetti in un “momento” del tutto particolare, in un gioco di luce e di tenebre.

Gesù ha appena lavato i piedi ai discepoli, viene preannunciato il tradimento di Giuda (una pagina certamente scritta come profezia post-eventum per cui si mette al futuro ciò che è già avvenuto) e subito dopo si preannuncia il rinnegamento di Pietro. Questo “comandamento nuovo”, evidentemente, è una pagina in contrasto profondo e radicale con quanto sta avvenendo nei discepoli. Il gruppo sembra sfaldarsi e il legame di amore solidale appare molto fragile.

Ma alle spalle di questa pagina giovannea c’è una realtà pesante, come si evince da altri scritti contemporanei (le tre lettere di Giovanni). La comunità è dilaniata da lotte interne; rivalità, antagonismi, contrapposizioni ne minacciano la stessa esistenza.

E’ in questo contesto che il redattore del Vangelo (che noi chiamiamo Giovanni) inserisce con vigore un preciso “ordine”, un comandamento, un orientamento facendolo risalire a Gesù che certamente più volte aveva ammonito i discepoli e le discepole a instaurare tra di loro relazioni di profonda fraternità e sororità.

Lavare i piedi a qualcuno era considerato un gesto umiliante e non si poteva imporre neanche a uno schiavo giudeo; poteva tuttavia diventare un’espressione molto significativa di fronte ad un padre o ad un maestro. Ricordiamo che in Gv 12,1 lo stesso gesto di lavare i piedi (e asciugare con i capelli) fu fatto a Gesù stesso da una donna: Maria di Betania. Continua a leggere

12 maggio – 4^ Domenica di Pasqua

In buone mani

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola» (Giovanni 10, 27-30).

Assistiamo al tentativo del redattore del Vangelo di rincuorare la comunità in un tempo di probabile persecuzione e i conseguenti contrasti interni di come far fronte a ciò.

L’impero romano aveva distrutto il tempio di Gerusalemme e dominava su tutto con forza inaudita. Quale poteva essere la percezione di sé da parte di una piccola comunità di credenti che si riconosceva nell’annuncio di un profeta di Nazareth che andava in direzione diametralmente opposta alla seduzione della potenza imperiale?

Doveva essere molto facile smarrirsi in un simile contesto. Ecco allora la ripresa del tema del pastore che guida il suo gregge, che conosce ed ama ad una ad una le sue pecore, tema caro a Gesù e più volte ripreso nei salmi.

Per noi moderni l’allegoria del “buon pastore” è quasi incomprensibile. A sentire queste parole, per molti/e l’immaginario rimanda a un tizio, poco più che barbone, piuttosto maleodorante, con a tracolla un ombrello ed una bisaccia, una figura d’altri tempi con cui non scambieremmo neppure una parola.

Per gli antichi, compresi gli ebrei, le cose andavano diversamente, fino al punto che gli stessi re erano definiti “pastori di popoli”. Senza pastore la pecora è persa; preda dei lupi. Non ha nulla per difendersi la pecora. Possiamo ben dire che la vita della pecora dipende dal pastore.

Che Gesù, il falegname di Nazareth, si definisca il “pastore buono, bello” non è una cosa da poco. Sta attribuendo a sé, almeno chi l’ha scritto sembra intenderlo, una immagine classica del Messia. Senza dirlo, lui che preferisce evitare questa parola, si sta definendo il Cristo. Sta dicendo cosa è venuto a fare sulla terra. A dare la vita. A impegnare cioè tutto se stesso per portare avanti in modo decisivo quel progetto che, partito da Dio, ha come obiettivo la vita eterna, per gli altri evangelisti: il Regno di Dio. Continua a leggere

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