20 maggio – Pentecoste

Il Vento di Dio

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio» (Atti 2, 1-11).

Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio (Giovanni 15, 26-27).

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà (Giovanni 16, 12-15).

Il suggestivo racconto del secondo capitolo del libro degli Atti degli Apostoli ha un significato illuminante. Tra persecuzioni, lotte e difficoltà di ogni genere il movimento di Gesù si radica e si espande oltre Gerusalemme e prende il largo. Quegli uomini che fuggirono nell’ora della passione e della morte di Gesù, ora diventano intrepidi annunciatori e testimoni di quel profeta sconfitto e crocifisso. Essi, anche affrontando il carcere, dichiarano apertamente che Dio ha resuscitato quel Gesù che l’iniquità dei potenti ha ucciso.

Il racconto degli Atti si fa avvincente capitolo dopo capitolo. Il messaggio annunciato da Gesù corre per le vie del mondo: Gerusalemme, Antiochia, Listri, Derbe, Tessalonica, Berca, Corinto, Efeso… . Tra “conversioni”, problemi, defezioni… nascono piccole comunità in cui uomini e donne si orientano sulla “strada” di Gesù.

Luca scrive verso gli anni ’80, quando ormai questi fatti sono in pieno svolgimento. Nelle comunità si incontrano, s’intrecciano e si scontrano “lingue” diverse, culture molto differenti che cercano di vivere esperienze di condivisione. Nelle pagine degli Atti, Luca scrive la “storia di ieri”, ma soprattutto cerca di parlare alla sua generazione di cristiani, quando ormai i discepoli della prima ora sono tutti morti e l’entusiasmo delle origini può essersi attenuato. Continua a leggere

13 maggio – Ascensione del Signore

Andate e predicate…

Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano (Marco 16, 15 – 20)

Questi versetti che chiudono il vangelo di Marco, concludono anche il racconto della resurrezione e delle apparizioni di Gesù, di cui parla tutto il capitolo 16. Il brano inizia con un chiaro invito ad andare in tutto il mondo a predicate il vangelo ad ogni creatura.

L’invito è rivolto agli undici che non avevano creduto né a Maria di Magdala che, insieme all’altra Maria, madre di Giacomo e di Giuseppe (Mt. 28,9), per prima aveva visto Gesù risorto, ed era andata subito da loro a dirlo, né avevano creduto ad altri due di loro che videro Gesù mentre erano in cammino verso la campagna (I discepoli di Emmaus).

Quando ormai la comunità di Marco si trovava “in mare aperto”, probabilmente verso la metà del secondo secolo, un redattore a noi sconosciuto aggiunse al testo precedente i versetti 9 – 20. Una appendice teologica più che una conclusione. Egli non cercò di “armonizzare” il suo scritto con la chiusura precedente (v. 8), ma si preoccupò di testimoniare come i discepoli continuarono il cammino di Gesù in un contesto missionario.

La predicazione e la testimonianza del Vangelo nelle vie del mondo conoscono una stagione nuova. Gesù ha compiuto la sua missione e Dio lo ha preso con sé. Egli è “assiso alla destra di Dio” (non si dice che è Dio), ma continua in qualche modo ad operare con i discepoli. Gli altri vangeli parlano dell’invio dello “spirito di Dio” che darà forza per la loro missione. Qui il redattore invita alla consapevolezza che in qualche modo Gesù continua la sua opera vicino ai discepoli. Continua a leggere

6 maggio – VI Domenica di Pasqua

Non possiamo tirarci indietro

Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Giovanni 15, 9-17).

Questa sotto unità del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, comprendente i vv. 9-17, è letterariamente legata a ciò che precede, mediante l’insistenza su “rimanere” e, alla fine, mediante la prospettiva del frutto. Essa è in continuità implicita con la tradizione giudaica, poiché la vigna Israele doveva la propria esistenza all’amore di JHWH ma è anche in continuità con l’interpretazione giovannea della figura che ha messo in rilievo l’unità della vite e dei tralci.

A partire dal v. 9, il complesso simbolico della vite cede il posto a ciò che lo giustifica in profondità, cioè l’amore di cui Dio è la fonte: l’evangelista fa risalire Gesù all’origine, all’amore con cui il Padre 1’ha amato e in cui fonda il suo per gli uomini e le donne. Nel v. 12, la stessa espressione mostra il legame tra l’amore con cui il Figlio ha amato discepoli e discepole e il loro mutuo amore: un movimento discendente, continuo e inarrestabile: da Dio a Gesù, da questi a discepoli e discepole, poi gli uni per gli altri.

Al centro del passo è evocata la morte di Gesù come atto supremo d’amore (v. 13). Questo versetto segna il passaggio tra il primo movimento di pensiero, la comunicazione continua dell’amore (vv. 9-13), e il secondo che è caratterizzato dall’appellativo “amici” e orientato prima verso la prospettiva di un frutto che rimane, poi di una preghiera che il Padre esaudisce (vv. 14-16). Non si tratta soltanto di rimanere fermi nella fede in Gesù, ma, più profondamente, di vivere nell’amore ricevuto da Dio. Continua a leggere

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