5 luglio – 14^ Domenica del T.O.

La profezia appartiene ai piccoli

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Matteo 11, 25-30).

Questa preghiera di Gesù è come un sussulto di gioia. L’evangelista Matteo la inserisce in un contesto in cui Gesù viene ostacolato e i suoi oppositori non lo comprendono. Nonostante il rifiuto, Gesù esprime il suo sì gioioso al Padre e al suo disegno.

La parola di Gesù che annuncia il Regno viene rifiutata dai capi religiosi del popolo, ma allo stesso tempo viene accolta dalla gente semplice e ignorante – qui sta la vera forza dell’annuncio del Galileo.

La missione di Gesù si sta rivelando un fallimento. Tuttavia gli unici che sembrano accogliere il suo messaggio sono i semplici. Gesù non può fare altro che domandarsi il perché di questo. Egli riconosce, in qualche modo, la presenza salvifica di Dio in questo momento storico.

Con stupore, Gesù constata che i sapienti, cioè i farisei e i maestri della legge, sono tagliati fuori, mentre i piccoli d’intelligenza, cioè il popolino semplice e ignorante delle prescrizioni della legge mosaica, diventano i beneficiari dell’avvenimento di grazia. Sono questi ultimi, tagliati fuori dal rapporto «diretto» con Dio, che riconoscono davvero la presenza di Dio nella storia. Continua a leggere

28 giugno – 13^ Domenica del T.O.

Il decalogo del discepolo

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Matteo 10, 37-42).

Il brano che leggeremo domenica durante la celebrazione dell’eucarestia nelle nostre chiese è piuttosto breve, ma non per questo privo di spunti di riflessione. Il tutto fa parte del capitolo 10 ove viene illustrato il decalogo del discepolo/a di Gesù. Indubbiamente la comunità di Matteo avrà messo insieme questi pensieri, detti da Gesù in momenti diversi e ne ha fatto un decalogo, oserei dire, del perfetto seguace. In verità tutto il capitolo 10 è una messe preziosa di consigli per essere dei veri discepoli del profeta di Nazareth che ci parlato così bene di Dio.

Pericolo: farsi un vangelo a proprio uso

Sembra un titolo paradossale. Invece siano soliti fare del Vangelo un annuncio che si adatta perfettamente alla nostra vita, al nostro sentirsi cristiani. Se noi, ad esempio, prendiamo un versetto qua e là, lo leggiamo senza nessun strumento ma solo in chiave letterale, abbiamo l’impressione di essere o degli ottimi cristiani o persone non accolte da Dio e degne di meritare l’inferno. I versetti che abbiamo letto possono rappresentare ad esempio in invito allo scontro tra genitori e figli oppure ad una vita fatta di sofferenze per guadagnarsi il paradiso di là. Il desiderio del martirio, fatta con le parole più che con il cuore, ad eccezioni di casi molto rari, rappresenta una fuga dalle proprie responsabilità. Continua a leggere

21 giugno – 12^ Domenica del T.O.

Non temete

Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Matteo 10,26-33).

Non abbiate paura

Nel cap. 10 del Vangelo di Matteo c’è un concentrato delle prime riflessioni sull’opera, sull’impegno e sulle difficoltà dei messaggeri e dei testimoni delle prime generazioni cristiane.

Matteo è ben consapevole di quante volte nel cammino della comunità era stato necessario e utile riprendere e meditare l’esortazione al coraggio, al “non aver paura” che Gesù aveva rivolto al gruppo dei discepoli e discepole. E nemmeno erano stati dei maestri di coraggio quelli della sua cerchia più stretta che non erano riusciti a rimanere svegli la notte del Monte degli Ulivi e che se l’erano data a gambe “tutti” nell’ora della passione.

A ben guardare, molto più audaci e coraggiose erano state alcune donne guidate da Maria di Magdala. Senza poi scordare che nella comunità era ancora noto il racconto del rinnegamento di Pietro. Inoltre il redattore del Vangelo di Matteo ben conosceva le scritture d’Israele. Quante volte in esse riecheggia l’invito di Dio a “non temere”, ad “avere coraggio”, a non lasciarsi bloccare dalle difficoltà.

Dio libera dalla paura Abramo, Mosè, Giona, altri profeti, il popolo… e deve fare i conti con persone pavide, incerte, deboli. Questo è il sano realismo che accompagna tutti gli scritti biblici e che mette in guarda da qualsivoglia santificazione delle persone, anche quelle che vanno di moda oggi nella chiesa cattolica, falsificando la realtà e ingannando le folle che meriterebbero rispetto e ben altra attenzione. Continua a leggere

14 giugno – Ss. Corpo e Sangue di Cristo

Un linguaggio enigmatico

“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Giovanni 6, 51-58).

Molti sono i tratti apparentemente enigmatici che incontriamo leggendo Giovanni, il quale non perde l’occasione per cercare di dimostrare ai suoi interlocutori che la presenza di Dio fra gli uomini e le donne non è solo un’idea. Dio si rese realmente presente nella vita di Gesù: divenne “carne”.

Il linguaggio qui utilizzato da Gesù ricorda quello dei sacrifici del tempio di Gerusalemme. Esistono interpretazioni “sacrificali” della morte di Gesù visto come olocausto per la remissione dei peccati.

Nel pieno rispetto di queste interpretazioni, personalmente condivido quella di chi sostiene che Gesù sia stato ucciso perchè è andato fino in fondo e non ha accettato compromessi, perchè ha parlato chiaramente, perchè questa, purtroppo, è la sorte dei profeti di tutti i tempi.

Tornando al brano, stupisce intanto il livello del confronto: da una parte Gesù parla in un linguaggio oscuro, dall’altro i giudei non fanno nulla per interpretarlo.

E’ bene ricordare che sono anni nei quali stanno aumentando i convertiti dal paganesimo e questo fenomeno crea diffidenza, se non addirittura ostilità, in ambito giudaico: i Giudei diventano, per Giovanni, quelli che non hanno accettato la “buona novella”, che non vogliono comprendere. Continua a leggere

1 2 3 58