1 novembre – Tutti i Santi

“Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”?

Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono affl itti, perché saranno consolati.
Beati i mansueti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati fi gli di Dio.
Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.
Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.
Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi (Matteo 5, 1-12).

Vorrei proporre una riflessione soprattutto sui versetti che parlano di giustizia: “Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli”. Intanto, perchè non si dice “beati i giusti”? Qual è la giustizia di cui possiamo avere fame e sete? E come è possibile coniugare l’insulto e la persecuzione con la gioia?

Forse essere affamati e assetati significa provare un grande desiderio per la giustizia, quella che riusciamo a intuire dal racconto dei vangeli e forse ciò che conta è mettersi sulla strada della giustizia, aprirsi a questa possibilità, cercarla. La giustizia descritta nelle beatitudini è un’altra cosa da quella di questo mondo. Non parla di rispetto delle leggi e delle norme umane.

Oggi, ma anche ieri, vediamo che chi detiene il potere e ha ruoli di comando e di governo, prima o poi manca di giustizia. L’agire politico è sempre più slegato dalla giustizia e sembra che essa sia in- compatibile con il potere. L’applicazione delle leggi (un esempio evidente è quella del mercato) porta ad allontanarsi dalla pratica di giustizia. I vincoli, le pressioni, gli opportunismi sono tali che… sì, la giustizia delle beatitudini è proprio un’altra cosa! Non basta osservare le leggi stabilite, non basta dire belle parole slegate dalla pratica, così come non possiamo far finta di non vedere l’ingiustizia. Nel discorso di Gesù mi sembra che ci sia la sollecitazione ad agire qui e ora per una giustizia che ci cambia dentro e che cambia la nostra pratica quotidiana.
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25 ottobre – 30^ Domenica del T.O.

Il comandamento piu’ importante

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti» (Matteo 22, 34-40).

Ci troviamo in un punto del Vangelo nel quale sono evidenziati i tentativi degli oppositori di Gesù di metterlo sempre più in difficoltà per poterlo cogliere in fallo e, quindi, farlo fuori. Dopo le tasse da pagare all’imperatore (15-22) e la discussione con i sadducei a proposito della resurrezione (23-33) è la volta del comandamento più importante.

Amare Dio, amare il prossimo. Di queste parole è ampiamente guarnita la Bibbia nei due testamenti. Amore è diventata una parola ampiamente abusata sia da molti predicatori delle nostre chiese, sia dalla gran parte dei politici, per non parlare delle canzoni un po’ di tutto il mondo.

Ma se nella Bibbia questo richiamo ad amare è così spesso presente, vuol dire che il più delle volte è disatteso. Faccio mie alcune riflessioni tratte da Viottoli (2-2005):

“Amare, voler bene, far del bene, nel vocabolario cristiano sono termini fin troppo ricorrenti pronunciati alla leggera, con disinvoltura e superficialità. Tanta è la retorica al riguardo che tali parole, troppo spesso, sono diventate pura esercitazione verbale, linguaggi rituali, astrazioni che non toccano più né la nostra vita, né quella degli altri… Continua a leggere

18 ottobre – 29^ Domenica del T.O.

Gesù ci propone una cittadinanza laica

Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono (Matteo 22, 15-22).

Nel Vangelo di Matteo sono presenti molti conflitti e sovente si incontrano brani come questo, in cui si rileva la necessità di fare chiarezza e di schierarsi o da una parte o dall’altra.

Anche se non sappiamo se realmente i farisei abbiano teso questo trabocchetto a Gesù, questa questione appare molto importante perchè sicuramente dibattuta dai discepoli di Gesù, perlomeno al tempo in cui Matteo scrive, e cioè negli ultimi anni del 1° secolo.

Pagare le tasse o evadere?

Tutti e tre gli evangelisti sinottici riportano questo brano. Forse che i discepoli volessero “tirarsi fuori” dalle scelte più politiche per concentrarsi maggiormente sull’annuncio del Vangelo? Magari sottraendosi alle regole sociali e istituzionali del loro tempo? Qui sembra che Gesù (o Matteo) ribadisca la necessità di vivere ancorati al proprio tempo, nella storia concreta e quotidiana, non esimendosi dalle responsabilità sociali e dalla concretezza della vita. Continua a leggere

11 ottobre – 28^ Domenica del T.O.

Non basta essere ultimi per entrare nel regno dei cieli

Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». (Matteo 22,1-14).

Questa è sempre stata una parabola ostica, per via di quel finale spiazzante. Fila via liscia, chiara e condivisa senza difficoltà… e poi… Che diamine? Inviti tutti, “cattivi e buoni” (v 10), barboni e drogati, ubriaconi e disoccupati… e pretendi che arrivino in camicia bianca e frack! Chi pensi che possano incontrare, i tuoi servi, ai crocicchi e ai bordi delle strade? O, come scrive Luca nel brano parallelo (Lc 14,14-24), “per i viottoli e presso le siepi”? L’umanità più sfigata, è sicuro, non il ceto medio-alto, che ha già declinato l’invito e rifiutato di partecipare al pranzo di nozze. Sembra paradossale, ma è così: chi mai può essere così stupido da rifiutare un invito gratuito a una festa di nozze, con tanto di banchetto, in casa di un re?

Un invito a nozze

Per capirlo basta ricordarsi che si tratta di una parabola: il banchetto a cui quel re invita non è un pranzo, al quale la buona borghesia è famosa per partecipare sempre con grande famelicità, sgomitando per accaparrarsi i primi posti e per entrare stabilmente nella lista per inviti futuri. Qui Gesù cerca di far capire, ai suoi discepoli e a chi lo sta ascoltando, qualcosa di più circa quello che lui chiama “il Regno di Dio” e che va predicando come meta di vita per ogni uomo e ogni donna. Continua a leggere

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