20 gennaio – 2^ Domenica del T.O.

Cana di Galilea: l’inizio di una nuova alleanza?

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Giovanni 2, 1-12).

Il brano che Giovanni ci presenta è un racconto che difficilmente ha avuto un riscontro nella realtà (tra l’altro i sinottici non ne fanno cenno): può però avere per noi oggi, come per allora la comunità di Giovanni, un contenuto simbolico.

Non dimentichiamo che siamo verso il 100 d. C. e l’intento del racconto evangelico è quello di far emergere la figura di Gesù glorificata. “Vi fu una festa di nozze”, ecco già quest’altro termine ‘le nozze’.

Sappiamo che il rapporto tra Dio e il suo popolo era raffigurato come un matrimonio; Dio era lo sposo e Israele era la sposa. “A Cana di Galilea c’era la madre di Gesù”; appare per la prima volta questo personaggio che sarà ripetuto per tre volte ma mai con il nome.

Quando gli evangelisti – eppure Giovanni sa che il nome della madre di Gesù è Maria – mettono il ruolo di una persona, ma senza il nome, significa che sono personaggi rappresentativi. E vedremo qual è il significato di questo personaggio. Mentre la madre appartiene a queste nozze, a questa alleanza, Gesù no. Gesù fu invitato “con i suoi discepoli”.

“Venuto a mancare il vino”: ecco il dramma. Nel rito del matrimonio, un momento culminante è quando i due sposi bevono allo stesso bicchiere di vino; il vino è simbolo dell’amore. Ebbene, in questo matrimonio, che è simbolo dell’alleanza fra Dio e il suo popolo, manca l’elemento più importante, cioè manca l’amore.

“Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse «Non hanno vino»”. La madre non dice, come in una vecchia traduzione “Non hanno più vino”, il vino non c’è mai stato. E non dice neanche “Non abbiamo vino”, perché l’Israele fedele ha sempre conservato con Dio questo rapporto d’amore, quindi c’è sempre stato il vino dell’amore, ma si preoccupa per la massa del popolo.

“Non hanno vino”, quindi rivolge l’attenzione di Gesù al popolo, alla situazione del popolo. Il dialogo tra Maria e Gesù, come è riportato dal brano vuole per evidenziare il simbolico: Maria qui rappresenta Israele ed è in gioco l’immagine di una nuova alleanza. Continua a leggere

13 gennaio – Battesimo del Signore

Che dobbiamo fare?

Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella. Ma il tetrarca Erode, biasimato da lui a causa di Erodìade, moglie di suo fratello, e per tutte le scelleratezze che aveva commesso, aggiunse alle altre anche questa: fece rinchiudere Giovanni in prigione. Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Luca 3, 15-22).

Decenni dopo la morte di entrambi c’è ancora incertezza nella comunità: è ancora forte e vivo il ricordo del battezzatore Giovanni e, d’altra parte, Gesù aveva vissuto in modo così dimesso e umile che qualcuno probabilmente continua a confonderli. Luca decide di fare chiarezza e non trova modo migliore che mettere in bocca allo stesso Giovanni le parole che devono essere definitivamente chiarificatrici.

Cominciamo dal battesimo: Giovanni predica “un battesimo di penitenza” (3,3), che richiede, da chi lo riceve, “frutti degni della penitenza” (3,8), altrimenti, come ogni albero che non fa buon frutto, verrà gettato nel fuoco (3,9). Il frutto “degno” è la conversione, il cambiamento di vita; il segno dell’acqua versata sul capo è solo una pubblica dichiarazione di impegno e, insieme, richiesta di aiuto e sostegno da parte della comunità.

In questo non c’è differenza tra Giovanni e Gesù: entrambi hanno predicato la conversione. Ma non risulta che Gesù abbia battezzato qualcuno… e non credo proprio che sia farina del suo sacco quell’ “Andate, istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo…” con cui si congeda dagli undici nel Vangelo di Matteo (28,19).

Lo Spirito Santo e il Fuoco di Gesù

Ma la gente continua a chiedersi: chi è il Messia? C’è ancora il dubbio che fosse proprio Giovanni… O viceversa: “’Chi dice la gente che io sia?’ Gli risposero ‘Chi dice Giovanni il Battista, chi Elia…’”(Mc 8, 27-28). Allora Luca fa dire a Giovanni: “Più potente di me” (3,16) è colui che non si limita a esortare e a predicare la conversione, ma che opererà il giudizio. Continua a leggere

6 gennaio – Epifania del Signore

Chi cerca non possiede

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Matteo 2, 1-12).

Si tratta di una leggenda-novella teologica che svela profondità inaudite. Proviamo a prendere questo racconto come se fosse un albero. La tradizione cristiana purtroppo lo ha usato come fosse un attaccapanni e lo ha appesantito all’inverosimile. Si è speculato all’infinito sui doni e sul loro significato. Si è voluto trovare un significato per l’oro, l’incenso, la mirra. Qualche studioso ha cercato di rintracciare il nome della cometa…

Siccome vengono enumerati tre doni si disse che i magi erano tre, ma non è affermato da nessuna parte che ognuno di essi portasse un dono. Con il tempo i tre magi divennero “i re magi”. Più tardi si diedero loro dei nomi: Melchiorre, re di Persia; Gaspare, re dell’India e Baldassarre, re d’Arabia. “Ancora più tardi furono identificati come discendenti di Sem, Can e Iafet, i primogeniti delle tre razze dell’umanità” (Douglas Hare).

Tali abbellimenti devozionali e fantasiosi possono conferire un tocco di maestà e di poesia al racconto, ma vanno oltre il testo e hanno finito col depistarci dal senso di questa pagina e dal suo messaggio. Proviamoci a ritrovare l’albero e le radici di questo racconto. Andiamo al cuore del messaggio.

Uomini alla ricerca

Al centro ci sono questi “magoi”, uomini che cercano, che guardano le stelle, che sanno mettersi in cammino. La parola greca che il testo usa può significare “astrologi”, ma anche amanti della saggezza, ricercatori della verità. Qui, dentro il linguaggio antico che vede nelle stelle le vere “lampade” del viaggio, il Vangelo di Matteo scolpisce il carattere profondo di queste persone disponibili a mettersi in cammino. Continua a leggere

1 2 3 88