25 novembre – Cristo Re dell’Universo

Testimoni di Verità

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Giovanni 18, 33-37).

Nella chiesa cattolica questo brano viene letto nel giorno della celebrazione della festa di Cristo Re. Una festa istituita nel 1925 da Papa Pio XI. Una festa “assurda” perché in netto contrasto con quanto dice lo stesso testo e con la stessa affermazione di Gesù.

Il brano è incentrato sul tema della regalità di Gesù, a cui si può riconoscere una sola regalità sovrana, e che è la libertà che gli viene da Dio. Lui non si è lasciato ingabbiare in una definizione, non si è lasciato attrarre da un titolo così glorioso come quello regale.

Egli ha percorso le strade della Palestina e ha vissuto l’incontro con le persone come un fratello, soprattutto con quelle persone che nei palazzi dei grandi non vengono solitamente ascoltate, un “servitore” si è definito, un profeta riconosciamo noi, un testimone dell’amore di Dio.

“Cristo Re”, quindi, è un immaginario che è l’opposto di ciò che Gesù di Nazareth è stato: “io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc. 22,27). “Il figlio dell’uomo che non è venuto per essere servito, ma per servire”(Mt. 20,28).

E quante “insegnamenti” da ai suoi discepoli che spesso erano tentati di comportarsi come i “capi di questo mondo”. Lui, il maestro che lava i piedi, non ha ceduto alla tentazione del trionfalismo, della carriera, del potere.

Nel Vangelo di Giovanni, dopo la narrazione del segno della condivisione dei pani e dei pesci, viene detto che “Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò nuovamente sulla montagna, tutto solo” (6,15).

Per Gesù esiste un solo regno con il quale si identifica, al quale aderisce con tutto il cuore. Il suo regno è il compimento della volontà del Padre, di “Colui che lo ha mandato”.

Gesù vive completamente in riferimento a questa realtà, con la predicazione, con l’esempio della sua vita, con l’insegnamento delle parabole; non è semplicemente un maestro che parla di Dio, ma il testimone che cerca di coinvolgere chi lo ascolta perchè si affidi all’azione di Dio. Continua a leggere

18 novembre – 33^ Domenica del T.O.

I segni dei tempi

In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre (Marco 13, 24-32).

Questo brano o discorso apocalittico ha scatenato infinite ricerche e discussioni tra gli studiosi della Bibbia. Sembra indubbio che questa pagina rifletta la convinzione della “fine imminente” che accomunò gran parte del movimento di Gesù delle origini e del profetismo itinerante di allora. Del resto la caduta di Gerusalemme sotto le armi romane tingeva il tutto con i colori della fine del mondo. Marco, pur segnato da questo contesto storico e teologico, lascia aperti alcuni spazi e ci permette, oggi che quella cultura e quella pressione dell’imminenza sono scomparse, alcune riflessioni molto feconde per il nostro presente.

Nell’antico Israele gli sconvolgimenti naturali erano riferibili ad una volontà divina ed erano ritenuti presagio di eventi ancora più drammatici che, nella cultura apocalittica, venivano associati alla inevitabilità di una punizione per le cattive azioni compiute dall’uomo. Perchè Marco ha scritto una pagina a così forte coloritura catastrofica? Perchè questi toni di contrasto e di tragedia? Il dolore e la sofferenza rappresentavano il fallimento del disegno divino di armonia e di pace universale e nello stesso tempo l’impotenza dell’essere umano di riportare la propria condizione alla speranza di una felicità possibile.

Ogni generazione vede nelle guerre e nelle catastrofi naturali i segni precursori della fine. Oggi, specialmente a causa delle crisi mondiali, degli atti terroristici e del degrado ecologico, proliferano i profeti di malaugurio e tornano i miti sulla fine della specie. Nonostante ciò, la storia continua. Questi testi non ci vogliono spaventare, né anticipare scenari che spetta “solo a Dio conoscere e comunicare” (Mc 13,32); vogliono invece consolare le comunità a cui sono rivolti.

Si deve giungere alle generazioni attuale per cogliere una visione che, attraverso la razionalità, riconduce le coscienze a ragioni storiche e scientifiche, di cui è protagonista l’uomo stesso. Nel nostro tempo si sono radicati un fatalismo che allontana le responsabilità ed un atteggiamento di evidente pragmatismo che, tutto rivolto all’utile immediato, allontana la politica e l’economia dai necessari provvedimenti a favore della natura e del sostenibile vivere umano. Continua a leggere

11 novembre – 32^ Domenica del T.O.

Gesù e le donne

Nel suo insegnamento Gesù diceva: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ed essere salutati nelle piazze, e avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; essi che divorano le case delle vedove e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra. Costoro riceveranno una maggior condanna». Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano assai. Venuta una povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico che questa povera vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: poiché tutti vi hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che possedeva, tutto quanto aveva per vivere» (Marco 12, 38-44).

Gesù è nel tempio di Gerusalemme: nei versetti precedenti (28-34) aveva incontrato uno scriba (teologo ebreo) “buono”, molto in sintonia con lui in quanto entrambi, al centro della loro vita e della loro fede, mettono il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Gesù riconosce e apprezza questa pratica dicendo allo scriba, al termine del loro incontro: “Non sei lontano dal Regno di Dio” (v 34).

Aveva però anche incontrato scribi, che cercavano di metterlo in difficoltà e di contestarlo, che si distinguevano tra la folla per i lunghi vestiti, tronfi del potere che ritenevano di avere e che ostentavano.

Guardatevi dagli scribi…

In molte occasioni, leggendo i vangeli, possiamo vedere che il messaggio radicale e coinvolgente di Gesù produce divisioni. Le risposte che vengono date, pur da uomini e donne appartenenti alle stesse categorie (qui sono scribi), possono essere decisamente diverse.

Gesù, ebreo come gli scribi, apre un conflitto con coloro che esercitano potere sulla pelle dei deboli. Il linguaggio è tagliente e inequivocabilmente chiaro: l’atteggiamento di superiorità e la posizione di prestigio sono strettamente correlati a pratiche violente di sopraffazione nei confronti delle vedove, cioè delle persone più deboli e bisognose in quell’epoca, in quanto prive di identità (la donna era considerata in quanto “appartenente” all’uomo) e di mezzi di sostentamento.

Il messaggio che porta Gesù, e che si ricollega a tutto il filone profetico, propone una fede che non si fermi alle enunciazioni, ma si incarni nelle relazioni concrete, corporee, quotidiane.

Osare il conflitto anche verso coloro che condividono le nostre “appartenenze” di fede, di comunità, di gruppi, di politica… è un gesto che può esprimere più amore che non il silenzio, il timore di esporsi, il rischio di rompere una relazione. Continua a leggere

4 novembre – 31^ Domenica del T.O.

Dio e l’amore sono il centro della vita

Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”. Allora lo scriba gli disse: “Hai detto bene Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di Lui; amarlo con tutto il cuore, e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo (Marco 12, 28-34).

Che cosa vuol dire amare? Mi sono resa conto, parlando un po’ con questo e un po’ con quella, che ci sono tanti “modi” d’amare, ogni persona ha il suo . Questo è un dato di fatto che noi, uomini e donne, sperimentiamo nella quotidianità.

Ognuno, poi, ha un suo “intendimento” di che cosa vuol dire amare un/una patner, e, tanto per completare la panoramica, ognuno ha il suo “pensiero” di come l’altro/a dovrebbe amarlo/a. Se non corrisponde alle nostre “aspettative interiori”, per noi… non è amore. Ragion per cui, spesso, rompiamo i rapporti, accusiamo l’altro/a, ci sentiamo frustrati, soli, incompresi, rabbiosi, ecc… Mi chiedo: amiamo le nostre aspettative, i nostri progetti, i nostri desideri, le nostre pretese o l’altro/a?

In questi versetti, la risposta di Gesù allo scriba è: “Amerai il Signore Dio tuo… Primo ‘comandamento’.” Ci viene chiesto di “amare” Dio. Ma chi è Dio? Come possiamo amare “qualcosa o qualcuno” che non conosciamo? Mi sembra chiaro che, per un/una credente, il punto di partenza per amare sia: “amare innanzitutto, e con tutto/a se stessa/o, Dio”. Che cosa vuol dire? Mi sorge spontanea una domanda: Dio chi è per noi? E’ L’ESSERE che sta in cielo, o è “QUALCUNO/A” che possiamo conoscere? E’ un’entità con cui non verremo mai in contatto nella nostra vita e che possiamo solo pregare, oppure è quel “QUALCOSA” di cui ognuno a modo suo ne fa esperienza nei modi e nei momenti più diversificati?

Desidero esprimere la mia opinione su chi è Dio per me, proprio partendo da ciò che è scritto in questi versetti, a cui attribuisco un’interpretazione personale e opinabile.“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza”.

In Genesi cap. 1 vs. 27, c’è scritto: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina lo creò”. E’ da qui, da questo punto, che io traggo la mia interpretazione. Noi esseri umani possiamo inventare, creare, espanderci, moltiplicarci, solo partendo da noi, da ciò che siamo…dal nostro “essere”. Non possiamo tirare fuori da noi qualcosa che non sia “dentro” di noi. Continua a leggere

28 ottobre – 30^ Domenica del T.O.

Niente “miracolismi”

E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada (Marco 10, 46-52).

L’episodio del cieco di Bartimèo è una piccola perla incastonata nel Vangelo di Marco. E, come altri racconti che narrano di guarigioni e prodigi, ha poco a che fare con il banale “miracolismo” così caro a certa religiosità cattolico tradizionale.

In realtà, esso si inquadra in quella “lunga marcia” verso Gerusalemme che Gesù e i suoi discepoli compiono partendo dalla periferica Galilea. Un percorso non soltanto concreto, storico, sulle vie della Palestina, ma anche di conversione spirituale e, in qualche modo, “politica”.

Si è giunti all’ultima tappa del viaggio verso Gerusalemme e presto Gesù affronterà la grande prova. Pensiamo per un attimo al contesto in cui la vicenda viene narrata. Gesù è un leader: la fila dei suoi seguaci, (all’inizio un piccolo manipolo di povera gente per lo più disperati in cerca di riscatto, in cerca di rivincita), si va ingrossando.

E il cammino nel Nazareno verso la capitale di Israele suona alle orecchie di molti di coloro che lo circondano come la preparazione di una sorta di presa di potere sulla città che rappresenta il centro teologio-politico del popolo ebraico. Una volta giunto lì, si immaginano, quel Galileo così carismatico verrà incoronato Re dei Giudei ed essi potranno spartire con lui il sogno del potere.

Prima di giungere a Gerusalemme Gesù e i suoi fanno una sosta a Gerico. Quando stanno per uscire dalla città, seguiti da molta folla, dice il Vangelo, ecco che appare in scena Bartimèo, un mendicante cieco che era seduto ai bordi della strada. Un accattone dunque, che ha capito che l’incontro con Gesù può cambiare la sua vita e non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione. Continua a leggere

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