Lunedì 2 aprile 2012 – Vangelo di Matteo cap. 13,53 – 14,36

Introduzione

Inizia una nuova sezione che va dal cap. 13,53 al 18. Poi Gesù partirà dalla Galilea per la Giudea, al di là del Giordano.

In questa sezione aumentano le ostilità verso Gesù da parte dei farisei e della stessa folla, che lo spingono a ritirarsi verso località più sicure o più appartate.

Restano in sua compagnia i discepoli e le attenzioni di Gesù sono rivolte particolarmente verso di loro.

 

13,53-58: Gesù respinto a Nazareth

Al termine delle “parabole del Regno” si evoca nuovamente la famiglia di Gesù (cfr. 12,46-50). I commenti degli abitanti di Nazareth indicano l’incapacità di comprenderne il messaggio: anziché suscitare stupore e riconoscenza, causa irrequietezza e disagio. Essi credono che si possa giudicare una persona dalla sua famiglia biologica. Condividono il messianismo corrente, politico, trionfalistico e trovano assurdo che il messia sia il povero figlio del falegname che essi conoscono. Tutti conoscono i suoi parenti e ne vengono pure ricordati i nomi (sono nomi di persone che hanno ricoperto funzioni importanti nelle comunità delle origini…). Gesù si limita a prendere atto del loro rifiuto e Matteo si richiama a un proverbio di sapienza popolare: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria e in casa sua».

 

14,1-12: la morte del Battista

Continua l’interesse per l’identità di Gesù. L’equiparazione di Gesù al Battista riferiva un’opinione che circolava anche nel popolo (16,14). Qui è riferito a Erode che, secondo Marco, stimava il Battista. Marco entra più nei dettagli, mentre Matteo ne ricorda il motivo dell’arresto e dell’uccisione: un profeta non può essere catturato se non per il disturbo che arrecano le sue parole e le sue proteste.

Se il Battista e Gesù si fossero limitati a condannare il male (come facevano i filosofi) e non coloro che lo compivano, non sarebbero stati perseguitati e uccisi.

Mentre in Marco Erode viene presentato come succube della concubina, qui è invece Erode che cerca di uccidere Giovanni (v. 5). Erode è come suo padre, che aveva compiuto il massacro dei neonati costringendo i genitori a portarlo in salvo con la fuga.

Le donne narrate in questo brano sembrano le principali responsabili della morte del Battista. Matteo le addita come perverse e senza scrupoli, scaricando su di loro la responsabilità per ciò che accade. “L’ingresso delle donne nella sfera politica è descritto in un modo generalmente negativo: esse possono pervertire ciò che non è necessariamente dannoso, e possono peggiorare, ma non migliorare, ciò che è già cattivo. Tale descrizione è coerente con il progetto globale di Matteo. Il servizio è il segno del vero discepolato, e non il potere esercitato sull’altro. L’ingresso delle donne, e in realtà di chiunque, nella politica secolare non può fornire, per Matteo, alcuna redenzione né sociale né spirituale” (La Bibbia delle donne, vol. III, pag. 20).

 

14,13-21: il miracolo della condivisione

Questo brano viene riportato ben sei volte (2 in Marco, 2 in Matteo, 1 in Luca e 1 in Giovanni). Anche in 2Re 4,42-44 Eliseo aveva provveduto i discepoli di un pane miracoloso.

Come abbiamo detto tante volte, qui viene narrato il miracolo della condivisione. Se ciascuno/a condivide quello che ha, nessuno rimarrà a pancia vuota. Gesù può proporre una simile pratica perchè “si mosse a compassione” (v. 14). E’ questo atteggiamento, “patire con”, che induce al superamento dell’individualismo del “si salvi chi può”.

A differenza degli altri Evangelisti, Matteo sottolinea che i discepoli hanno il compito di provvedere, in prima persona, alle necessità della folla: “date loro voi da mangiare!”, che vede il suo parallelo in “Fate questo in memoria di me”.

La macabra immagine della testa di Giovanni su un piatto è sostituito dal cibo dato ai cinquemila (14,13-21); il pasto dell’orrore cede il posto al presagio del banchetto messianico. La presenza di donne e bambini ai pasti miracolosi, esplicitamente sottolineata, contrasta con la presenza di Erodiade e di sua figlia alla festa di Erode. Le donne e i bambini non sono inclusi fra i cinquemila e i quattromila uomini, ma menzionati “oltre” a loro (14,21; 15,38b), e indicano perciò sia la prospettiva androcentrica di Matteo, sia l’attrattiva del messaggio di Gesù. La loro presenza sarà evocata nel capitolo seguente, quando Gesù compie un miracolo non per la comunità ebraica, ma per una donna pagana e sua figlia” (La Bibbia delle donne, vol. III, pag. 20).

 

14,22-33: dalla diffidenza alla fiducia

E’ una narrazione a sfondo storico, che riguarda la comunità e i suoi vari componenti. Gesù sale sul monte a pregare dopo il bagno di folla. Matteo presenta raramente Gesù in preghiera. E’ inconsueto anche il fatto che si trovi solo lassù, mentre i discepoli stanno navigando sul lago. C’è una burrasca: i momenti critici della comunità sono quelli in cui i discepoli sentono Gesù lontano, assente. Matteo modifica il racconto di Marco per inserire la vicenda di Pietro, che troviamo solo qui.

Che significato può avere questo “camminare sulle acque”? Credere oltre il visibile e il razionale? Saper stare “fuori” dalle logiche del buon senso comune?

Gesù stende la mano verso Pietro: questo passo suggerisce l’importanza di farsi aiutare e lasciarsi trarre fuori dalle acque che lo (ci) sommergono. Pietro passa dalla diffidenza alla fiducia e si affida a Gesù.

La fede non risparmia difficoltà, prove, dolore… Matteo crede che la sua comunità, anche se in difficoltà perchè divisa e perseguitata, sarà salvata da Gesù, nel tempo del suo ritorno.

Il v. 33 presenta la nuova comunità di credenti che ha superato la prova, stretta intorno a Gesù (il figlio di Dio). Egli sa amare, ricambiato dall’amore del Padre. “Figlio di Dio” è l’appellativo che la comunità di Matteo attribuisce ormai a Gesù.

 

14,34-36: parola e pratiche

Il capitolo si chiude con un’annotazione geografica e un sommario di guarigioni. La missione di Gesù (profeta e terapeuta) viene ricordata ai suoi discepoli: il suo compito è annunziare il vangelo del Regno, non come dottrina, ma come pratica di amore e di giustizia, dove la sofferenza, il dolore e le malattie devono finire.

La parola deve sempre essere legata alle pratiche di guarigione e di liberazione.

 

Riflessioni nel gruppo

  • La paura (tempesta sul lago) è la prima barriera che ci impedisce di realizzare un desiderio in cui crediamo molto. Gesù ci invita a renderci consapevoli delle nostre paure, per non soccombere ad esse, ma per elaborarle e, quando possibile, superarle. I discepoli evidentemente non avevano la personalità di Gesù: la loro fiducia era fragile, limitata; Pietro è sempre presentato come “uno di noi”, tra alti e bassi… Questa è la condizione di ogni discepolo/a.
  • Nasce una domanda: come è potuto accadere che un fatto avvenuto nel palazzo di Erode sia “uscito” e si sia venuti a conoscenza dei dettagli?

Il giudizio di Giovanni su Erode non è una condanna totale, ma sul solo adulterio: quella di Giovanni voleva essere una relazione di correzione. Viceversa Matteo sembra dimostrarsi misogino: punta il dito sulle due donne, indicandole come responsabili. Anche se è verosimile che talvolta, alle corti dei potenti e non solo, ci siano donne intriganti e senza scrupoli, questo non può essere per noi un modello: il cambiamento avviene partendo ognuno/a da sé, non puntando il dito contro gli altri e le altre.

Carla Galetto

Lunedì 26 marzo 2012 – Vangelo di Matteo cap. 13,1-52

13, 1-23

Gesù, per parlare alle folle, sale sulla montagna o va in riva al lago o sta in piedi su una barca, rivolto alla gente accalcata sulla spiaggia. Come dirà poi ai discepoli: “Gridate dai tetti” quello che sentite nel chiuso. E ai discepoli parla e spiega le cose nel chiuso delle case, in un ambiente raccolto, che favorisce il dialogo e l’approfondimento.

Mi sembra di vederla, quella comunità di Antiochia, radunata in qualche casa attorno a Pietro, per sentirlo raccontare, ancora e ancora, episodi di vita e parabole di quel rabbi favoloso che è stato Gesù e che Pietro ha conosciuto bene. Non sono così anche le nostre piccole comunità, quando uomini e donne sono animati/e da un desiderio sincero di conoscere sempre meglio le testimonianze di chi ci ha preceduto sui sentieri della fede e della condivisione, della preghiera e della ricerca, delle pratiche d’amore e del rispetto reciproco?

Ecco perché ci è così prezioso questo capitolo 13: una raccolta di parabole che Gesù ha raccontato, qua e là per la Palestina, per cercare di trasmettere il suo messaggio sul “regno dei cieli”. Sette “similitudini” prese dalla vita quotidiana comune a chi lo stava ad ascoltare. Le prime quattro, in particolare, hanno una caratteristica comune: parlano del Regno come di un lento, ma sicuro, processo di crescita a partire da un seme piccolissimo o da un po’ di lievito.

Oggi ci fermiamo sulla prima, notissima: quella del “seminatore che uscì a seminare”. E’ difficile distinguere Gesù da Matteo, le parole autentiche di Gesù dalla spiegazione catechetica offerta alla comunità di Antiochia. Di Gesù è certamente la parabola; mentre i discepoli che gli si avvicinano per chiedergli spiegazioni sembrano proprio la piccola comunità che pende dalle labbra di Pietro, le cui parole Matteo registra e riporta sul suo Vangelo. Compreso il riferimento alla profezia di Isaia, molto familiare a Gesù. Così i versetti 16 e 17 mi appaiono proprio un commento entusiasta di Matteo alla sua comunità: “Beati i vostri occhi perché vedono e le vostre orecchie perché ascoltano”.

Protagonisti della parabola sono i chicchi di grano e i terreni su cui cadono; non il seminatore. La parabola ha la scopo di semplificare un discorso, sottraendolo alle concettuosità intellettuali per renderlo più facilmente comprensibile. Ma quanto sono pericolose le semplificazioni! A quanti equivoci ed errori ci possono condurre! Come quell’ “a voi è dato…” del v 11, dove “voi” non sono i preti, autoproclamatisi, ad arte, successori dei dodici, ma “tutti i discepoli e tutte le discepole” che ascoltano, riflettono, mettono in pratica…

O come quello, classico e tradizionale, di considerare categorie di persone il “colui che” di ogni versetto della spiegazione (19-23): ci sono varie specie di “cattivi” (chi ascolta la Parola senza comprenderla, chi l’accetta con gioia ma senza radicarla in profondità, chi se la fa soffocare dalle preoccupazioni e dalla seduzione delle ricchezze) e poi ci sono i “buoni”, coloro che ascoltano la Parola, la comprendono, le fanno mettere radice nel profondo del loro cuore e resistono alle seduzioni superficiali.

Troppo facile! E’ fuorviante una simile spiegazione. La realtà è chiaramente diversa e infinitamente più complessa. Non ci sono i buoni e i cattivi, come nei film di John Wayne: ognuno/a di noi è questo e quello. Ogni persona che commette peccato, ogni uomo e ogni donna che si fa sopraffare dalle sue debolezze, figlie del nostro essere creature limitate, ha sempre la possibilità di venirne fuori, di cambiare, attraverso un cammino di autocoscienza e di conversione. Mai perdere la speranza! Questo mi sembra che ci dica Gesù, esortandoci ad esercitare i nostri occhi a vedere e le nostre orecchie ad ascoltare. Non sono capacità esclusive di qualcuno e negate ad altri.

La storia dell’umanità e la vita di ogni uomo e ogni donna sono cominciate da un piccolissimo seme, da un granello insignificante… ma sono destinate a diventare alberi. Ogni vita, nessuna esclusa. Il risultato dipende dalla consapevolezza e dalla capacità di cambiamento di chi ha occhi per vedere, non solo guardare, orecchie per ascoltare, non solo sentire, e cuore per amare. Tutto dipende da questo. Dio, l’Amore, è lì che ci accompagna. La vita si sviluppa e cresce solo grazie all’amore, alla cura, al calore, alla tenerezza, alla luce, al rispetto…

Ciò che davvero conta è camminare, nel qui e ora della mia quotidianità, sui sentieri dell’amore, della luce, della vita. Da questo dipende quello che succederà “alla fine del mondo” (siamo alla fine del capitolo, ai vv 49-50). Forse Gesù portava davvero in sé quell’immaginario del giudizio finale (me lo fa sentire tanto uomo, tanto vicino alle nostre limitate fantasie e ai nostri bisogni di sicurezza…), ma quegli angeli che separeranno i malvagi dai giusti mi dicono che è urgente la conversione, il cambiamento: mentre scrivo queste parole potrei morire e potrei morire da malvagio, da violento… se non avessi impegnato la mia intelligenza e il mio cuore per cambiare e cercare la felicità nelle relazioni, invece del dominio costruito sul mio complesso di superiorità, invece della tristezza che porta con sé l’attaccamento alla ricchezza (chiedete al giovane ricco di Mt 19…).

Dove sta l’amore nel razzismo imperante oggi? Separare le persone in categorie, usare lo schema semplificatorio e violento del “noi” e “loro”… sono modalità di non-relazione, pratiche funzionali alla competizione, alla polemica, al giudizio, al dominio. Pratiche diametralmente opposte all’amore rispettoso e conviviale che nasce e porta frutto nel cuore e nella vita di chi si sa esattamente uguale, per limiti e debolezze, a ogni altra persona. A meno di credersi “angeli dell’ultimo giorno”, giudici dei malvagi e dei giusti… e farsi addirittura chiamare “santità”…

Ecco, questo volevo dire: se mi esercito ogni giorno a pensarmi come un terreno che può essere, da un momento all’altro, arido, roccioso, coperto di rovi… oppure fertile, umido e ben soleggiato… allora non potrò che pensare di essere “solo un uomo”, come ogni altro uomo, compreso chi è capace delle violenze più efferate, delle ingiustizie più odiose, della superbia più distruttiva. Come lui, anch’io posso cambiare. E, viceversa, se sono cambiato io, nelle mie modalità di stare al mondo e nelle mie pratiche di relazione, può cambiare ogni altro uomo, ogni altra donna. Questo è davvero un grande messaggio di speranza per il creato. Questo è il “regno di Dio”, un piccolo seme che cresce lentamente fino a diventare un grande albero. Questa è la vita dell’umanità, qui e ora, non nell’aldilà.

Come dice il v. 12: chi ha occhi, orecchie e cuore può convertirsi, cambiare e vivere nell’abbondanza della felicità; chi non li ha, chi è chiuso, si condanna a perdere, a poco a poco, anche quel poco che ha, fino a morire alla vita. Questa consapevolezza ci è data, ci è possibile, perché sempre un seminatore uscirà per seminare anche in noi: persone che incontriamo, letture che facciamo, esperienze che ci segnano, riflessioni che ci nascono dentro grazie agli occhi che imparano a vedere e alle orecchie che si esercitano ad ascoltare. L’amore ci accompagna sempre: nessuno è mai tanto isolato da non ricevere neppure un seme, ma è responsabilità mia avere occhi che vedono, orecchie che ascoltano e un cuore fertile che produca, se non il cento, se non il sessanta, almeno il trenta… o il quindici… o il due… Ognuno /a ha la sua possibilità.

Infine, ci vuole chi semini e bisogna saper ricevere il seme: è un dono reciproco, decisiva è la relazione. E’ conveniente superare la presunzione di essere solo seminatori e, nello stesso tempo, il rischio di non vedere chi semina nel mondo, a causa di tutto il male che ci sommerge. E la tentazione di credere che chi semina è solo Dio… e andare, così, a cercarlo in chiesa, dai preti.
La vita scorre ovunque; l’amore zampilla in ogni donna e in ogni uomo. La reciprocità è altro rispetto alla dipendenza dai preti e dalle loro dottrine. L’amore è il mio Dio.

Beppe Pavan

13, 24-43

L’evangelista Matteo, per esigenze pastorali, raccoglie in un unico capitolo delle parabole sul Regno di Dio inserendo alcune spiegazioni ed insegnamenti di Gesù. Per parlare a quelle donne ed uomini, egli prende spunti dalla natura e dalla vita quotidiana e  raggiunge ognuno di loro, proprio attraverso il concreto riferimento a quanto conoscono.

La predicazione  prosegue con tre immagini: il grano e la zizzania, il seme di senapa e il campo, il lievito e la farina. Fra le tre parabole c’è un ‘analogia nella struttura; esse iniziano con: “il regno dei cieli si può paragonare a…”. Da questo esordio gli ascoltatori di Gesù comprendevano il veicolo del messaggio, una similitudine.
 
La similitudine non è definitoria, non è prescrittiva, non rinchiude gli ascoltatori in un recinto di definizioni; essa apre orizzonti, ma lascia liberi di mettersi in cammino. Le similitudini del vangelo sono come sorgenti sotterranee: inaspettatamente, nei luoghi e nei tempi della nostra vita, possono riemergere e sgorgare portando con sé significati antichi e nuovi in grado di sollevare, almeno per un po’, la sete di senso del nostro cuore.  Fin dalle battute iniziali chi ascoltava Gesù comprendeva di non essere in presenza di un funzionario della legge…
E’ definibile il “regno dei cieli” come lo sono i regni della terra? Potremmo scrivere una “costituzione del regno dei cieli”? Sarebbe auspicabile rispettare e far rispettare le costituzioni del “regno della terra”: la costituzione italiana (per restare nel locale) o la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (e della donna). Il fatto è che queste costituzioni vanno scritte nel proprio animo perché si possano attuare i loro programmi; altrimenti ci saranno sempre cavilli giuridici ai quali appellarsi per eludere il vero significato di una legge.  Forse è questo il motivo per il quale Gesù parla in parabole e similitudini; e forse è proprio la battaglia contro le trappole della legge che scatenò le polemiche con l’ala legalista dei farisei (non è per questo motivo che furono perseguitati i profeti di Israele ?).
 
Oltre al medesimo genere letterario le tre similitudini hanno altre somiglianze. In tutte e tre c’è una persona che fa un’azione: un uomo che semina il grano e un altro la zizzania, un uomo che semina nel suo campo, una donna che mette del lievito nella farina; c’è l’oggetto di quell’azione: i semi del grano e della zizzania, il granello di senapa, il lievito; c’è un supporto: il campo nelle prime due, la farina nella terza.  Questi tre attori sono legati da una relazione importante: se non ci fosse stato l’uomo o la donna il seme non sarebbe stato seminato, il lievito non sarebbe stato messo nella farina; se non ci fosse stato il seme o il lievito il campo sarebbe rimasto incolto, la farina non sarebbe lievitata; se non ci fosse stato il campo o la farina, il seme sarebbe seccato, il lievito sarebbe marcito.
 
Trovo interessante il parlare in parabole perché permette a ciascuno di noi di raccogliere suggestioni e messaggi a volte semplici e a volte complessi ma comunque sempre vicini al nostro sentire, sempre rapportabili al nostro vissuto. Penso infatti che ognuno, proprio perché unico e diverso, nei vari momenti della vita, possa “interpretare” le parabole secondo una “illuminazione spirituale”, differente nel tempo, che permette di scoprire o riscoprire un messaggio per la vita spirituale, sociale e di relazione. Il regno dei cieli è la parabola della relazione e la relazione ha bisogno di soggetti che si confrontano. Un relazione autentica non prevarica, non spegne la speranza ma coltiva anche le risorse più deboli nella fiducia che cresceranno.

Il racconto della semina del “buon seme” e della zizzania per esempio mi offre delle suggestioni che si pongono a fianco della spiegazione fatta da Gesù ai suoi discepoli e certo a fianco di tante altre riflessioni.  Penso al campo seminato di buon seme e lo collego alla vita di ciascuno/a di noi. In me, in noi il Padrone della Vita ha seminato del buon seme, la potenzialità del mio “campo” è indiscussa ma la vita stessa conosce ed accoglie la zizzania.  Non penso al “nemico” che semina zizzania piuttosto riconosco che in noi convivono pulsioni positive e pulsioni negative, il buon seme di frumento che vivifica e il seme della zizzania che a nulla serve, anzi, deruba il terreno e gli impedisce di portare frutto.

Non possiamo “strappare” da noi quanto di negativo ci sentiamo dentro: sentimenti, emozioni, esperienze ma è importante riconoscerli perché non abbiano il sopravvento e non soffochino ciò che è bene e buono per la nostra vita e per il creato, il buon seme che a noi spetta coltivare. La mia vita, la mia psiche, il mio essere creatura, contengono buono e cattivo, positivo e negativo e immagino che anche dentro di me il Regno dei cieli può realizzarsi perché il Seminatore tollera la contaminazione progettando la mietitura, quindi la capacità di separare quanto ci può fare del bene da ciò che ci annienta.

I terreni permettono molte mietiture ed arriva il tempo per bruciare nel fuoco quello che ci rende egoisti, narcisi, arroganti, invidiosi: tossine psicologiche da estirpare nel tempo giusto dopo averle riconosciute e separate, dannosi veleni della nostra anima. Anche noi diventiamo terreno fertile e produttivo, seminato d’Amore e la pazienza e la lungimiranza del Seminatore sono per noi la garanzia che ci è concesso tempo ed opportunità a patto che proseguiamo impegniandoci nel processo di crescita.  Ma quanto è lenta e faticosa!

Come il seme nella terra ha bisogno del tempo scandito dalla natura, anche a noi è chiesto di rispettare i tempi della nostra creaturalità. Abbiamo però imparato da Gesù a sperare nel nostro ed altrui cambiamento e di più, abbiamo imparato a credere che il Regno dell’Amore cresce qui ed ora, nella nostra vita personale, nella storia dell’umanità e del creato.

Luciana Bonadio

13, 44-52

In questi versetti, Matteo ci riferisce di vari modi in cui Gesù parla del Regno dei cieli, cogliendo spunto dalla vita quotidiana e dalla natura, per parlare in modo semplice di ciò che gli stava a cuore. Per noi oggi, poter leggere di seguito i diversi esempi a cui Gesù paragona il Regno dei cieli, è di grande aiuto per una buona comprensione del testo. Il brano ci parla del Regno come un tesoro nascosto in un campo: chi lo trova vende tutti i suoi averi per poterlo possedere…, simile ad una perla di grande valore…, alla rete che raccoglie ogni genere di pesci.

In tutti gli esempi citati, c’è un costante riferimento alla ricerca (come per dire che il regno a cui Gesù si riferisce, non è qualcosa che è a portata di mano, ma è piuttosto qualcosa che va cercato) e nello stesso tempo, ci viene detto che è talmente importante che chi lo trova è disposto a privarsi di tutti i suoi averi, in cambio di quel tesoro.   Se pensiamo a Gesù e a tutto quello che ha caratterizzato la sua vita, alle persone che frequentava e alle relazioni che aveva con loro, potremmo dire che il Regno è inserito nella vita stessa, che è un modo di vivere con responsabilità individuale, praticando amore e solidarietà come legge fondante della nostra vita e delle nostre relazioni.

Il fatto che Gesù faccia più volte riferimento ad azioni della vita quotidiana mi spinge a pensare che alla ricerca del Regno siamo chiamati tutti, ogni donna ed ogni uomo che voglia vivere la propria vita come parte attiva del sogno di Dio. Perciò, penso che il Regno di Dio non sia qualcosa che deve ancora venire, ma che è già qui ora, ma non pienamente realizzato, e mi chiedo cosa sia necessario perché questo avvenga. Credo che, inizialmente, occorra evitare di lasciarci “prendere dalla quotidianità” e vedere con attenzione ciò che succede nel nostro e in altri Paesi, altrimenti vivremmo in un mondo completamente diverso, se non opposto a quello di cui ci parlano questi versetti.

Molti dei nostri governanti non si curano minimamente delle reali urgenze del paese. La corruzione è dilagante ed i soprusi arrivano dovunque ci siano persone o situazioni su cui speculare o guadagnare con facilità, loro che invece dovrebbero servire il Paese. Questi non sono fantasie o racconti, sono alcuni dei problemi della realtà in cui stiamo vivendo. Ma in contrapposizione a tanta crudeltà, vi sono tanti segni di speranza verso un cambiamento, segni che l’azione di Dio non conosce pause.  Vi è un popolo che cerca di collaborare alla costruzione di quel regno fatto di giustizia, condivisione e amore. Mi riferisco ai tanti giovani e meno giovani che in tante forme ed in tante piazze, hanno preso la parola dimostrando con le idee concrete di volere un mondo più giusto.  Potremmo dire: “stiamo cercando il Regno e vogliamo renderlo vivibile ora”.

Questo ci fa capire che nonostante tutto è possibile trovare il tesoro, non aspettando che succeda qualcosa, ma agendo in prima persona facendo la nostra parte: ogni donna ed ogni uomo che liberamente sceglie di basare la propria vita sull’Amore in ogni sua forma e verso ogni creatura vivente e di ogni specie, porta il proprio contributo perché si realizzi qui ed ora il Regno di cui più volte Gesù ci parla attraverso le Scritture. Contribuire all’attualizzazione di questo Regno non è un fatto che si realizza con un breve passaggio, è un processo lento che richiede una cura costante, una crescita lenta che può essere possibile se cominciamo a cambiare il nostro modo di stare al mondo.

Può sembrare poca cosa mettere in atto qualcosa che però non sembra intaccare il corrente sistema di vita, ma non è così: se siamo in grado di uscire da quell’ingranaggio che distrugge ogni forma di Amore collettivo, per il profitto personale e se saremo in tanti, avremmo corroso il modello di vita che ostacola il Regno. I germi preziosi del Regno si trovano nel cuore delle donne e degli uomini in ricerca. Gesù ci invita alla ricerca della terra abitata da donne e uomini liberi, a cercare il regno dei cieli, a diventare consapevoli di quanto è prezioso. Noi possiamo agire qui ed ora ed è a questo che siamo chiamati e chiamate a contribuire.

Maria Del Vento

Lunedì 19 marzo 2012 – Vangelo di Matteo cap. 12

L’argomento generale di questo capitolo è un tema nuovo, finora mai toccato nel Vangelo di Matteo, nonostante la sua importanza per l’ebraismo. E’ l’osservanza dello Shabbat, del sabato; osservanza già richiamata in molte occasioni nelle scritture ebraiche: ad esempio in Es 23,12 come “riposo” e in Es 34,21 come “tempo destinato al servizio divino”.

Per Gesù il sabato si situa ancora su un altro piano: egli reinterpreta il comandamento del riposo come una “prefigurazione della pace messianica e del dono dello Spirito Santo”.


Il primato della misericordia (vv 1-8)

Perchè il figlio dell’uomo è signore del sabato. Qui Matteo osserva, e vuole far osservare a tutti, che Gesù non intende abrogare l’osservanza del sabato, ma evidenziare il criterio per cui non è più osservanza della legge mosaica, bensì fede messianica. Per questo è determinante appoggiarsi e fondarsi sulla citazione di Osea 6,6: “Misericordia voglio e non sacrificio”.

Il problema nasce dal sabato; i farisei non ammettevano ciò che era ammesso dalla stessa Torah (Deut 23,26): strappare spighe da un campo di grano perchè si ha fame. Per loro ciò era proibito; Matteo contrasta questa obiezione con l’affermazione che “il sabato è stato fatto per l’uomo, cioè per la vita”. Gesù lo rimarca prendendo come spunto l’esempio di David: egli, figlio di David, è dotato di autorità messianica ancora maggiore; poi cita anche i sacerdoti del tempio e quel che facevano di sabato.

Matteo afferma (v 6) che “Qui c’è qualcosa di più grande del tempio”, che ormai è stato distrutto, non esiste più: Gesù ci vuole dire che, come il tempio è stato distrutto, superato dai fatti storici, così è possibile per i suoi discepoli infrangere la legge del riposo sabbatico in quanto lui, il messia, è molto più grande del tempio.

A questo punto riprende la citazione di Osea: se aveste saputo cosa significa “misericordia voglio e non sacrificio” non avreste condannato dei senza colpa. Il primato della misericordia: questo è il vero argomento, quello decisivo per l’umanità.


E’ lecito di sabato fare del bene (vv 9-14)

In questo secondo brano, legato all’osservanza del sabato, viene posto al centro un uomo con una mano colpita da paralisi. Il problema di quest’uomo non è solo la malattia, ma anche l’impossibilità di vivere con il lavoro delle proprie mani; quindi il rischio che corre è di dover fare il mendicante tutta la vita, per sopravvivere.

Gesù propone un esempio tratto dalla loro esperienza quotidiana: chi non salverebbe di sabato una propria pecora caduta in un pozzo e che rischia la morte? Un uomo è senz’altro più importante! Matteo ha presente l’obiezione che potrebbero sollevare i farisei: una mano paralizzata non è un pericolo di morte; si potrebbe quindi aspettare un giorno per guarirla.

La differenza di prospettiva è tutta qui: essere preoccupati del sabato oppure della guarigione di un uomo. I farisei cercano di metterlo in difficoltà, ma Gesù risponde con un’affermazione netta (v 12): “E’ lecito di sabato fare del bene”. Proprio questa è la destinazione messianica del sabato: la redenzione dell’umanità e il riposo integrale dell’anima e del corpo. E Gesù lo guarisce.

A questo punto Matteo per la prima volta parla di un complotto contro Gesù. E’ certamente un punto di svolta nella narrazione: si tratta di una condanna a morte, e proprio sul sabato, uno dei punti cardine del sistema religioso ebraico, si verifica la massima opposizione contro Gesù.


Questo servo non condannerà nessuno (vv 15-21)

Nel primo versetto di questo brano troviamo la soluzione temporanea al complotto ordito dai farisei: si dice infatti che Gesù “seppe di tutto quello che stavano tramando” e si ritirò in un altro luogo appartato, dove però lo seguirono molte persone che erano in difficoltà o con malattie ed egli le guarì tutte.

Gesù chiede di tenere il segreto su queste guarigioni; Matteo cerca di mettere in evidenza e di dare una motivazione a questa richiesta con una citazione di Isaia (42,1-4): il segreto messianico di Gesù diventa in Matteo una questione di mitezza e umiltà. Il “servo” di Isaia era portatore, non solo per Israele ma per tutte le genti, di un giudizio non di condanna, bensì di salvezza, di speranza e di coraggio. Per Matteo questo servo è, naturalmente, Gesù e il suo atteggiamento non sarà quello di chi grida e fa sentire la sua voce nelle piazze; questo servo non condannerà nessuno: il giudizio che deve portare nel mondo lo prenderà su di sé, quindi sarà un giudizio salvifico, anche per i pagani.


Dove viene detronizzato Beelzebul, lì si attua il regno di Dio (vv 22-37)

Matteo ci riferisce della guarigione di un uomo cieco e muto. Anche in questo caso la guarigione provoca una profonda divisione tra i presenti, cioè tra le folle che seguono Gesù e i farisei, una “disputa in nome del cielo”, che è un po’ più di una discussione teologica. Lo stupore delle folle controbilancia l’avversione dei farisei, che affermano: Costui scaccia sì i demoni, ma non con il nome santo di Dio, bensì con il nome infame del principe dei demoni. Mettono in discussione l’autorità di Gesù: pensano che sia proprio lui il padrone di casa di quell’uomo, per questo ha la facoltà di mettervi ordine o disordine.

Gesù, assumendo il punto di vista dei suoi interlocutori, ne dimostra l’inconsistenza: è impossibile che Satana scacci se stesso; non può essere diviso in se stesso, altrimenti non avrebbe più alcun potere, alcun dominio. Ci vuole qualcun altro, più forte di lui, per legarlo e privarlo dei suoi possedimenti. Questo qualcun altro più forte è colui che è dotato, dallo Spirito Santo, della potenza di Dio. Dove viene detronizzato Beelzebul, lì si attua il regno di Dio: ecco chi sono il vero e il falso padrone di casa.

Matteo ci dice che il peccato o la bestemmia contro Gesù è ancora perdonabile: ciò che non è perdonabile è la bestemmia contro lo Spirito che opera in lui. Gesù rimprovera ai farisei un peccato di ingratitudine verso lo Spirito. E qui Matteo aggiunge un detto sugli alberi e sui loro frutti, un altro criterio di discernimento, che in fondo è anche il più ovvio: “Dal frutto infatti si riconosce l’albero”. Non è detto che lo Spirito Santo conduca sempre alla confessione messianica di Gesù, ma quello che è certo è che non può condurre alla sua abiura, alla sua sconfessione. L’accusa contro Gesù viene ritorta contro i suoi accusatori: sono essi che traggono pensieri cattivi dal loro cuore.


Questa generazione cattiva e adultera non vedrà alcun segno (vv 38-42)

I farisei riprendono la parola: vogliono un segno da Gesù. Intendono dire un segno dal cielo, un segno messianico: se è vero tutto quello che dici, se è vero che è arrivato il regno di Dio, allora daccene un segno, una dimostrazione. Gesù si rifiuta e lo motiva così: “Questa generazione cattiva e adultera non vedrà alcun segno”. Questo termine, ghenea = questa generazione, è usato ben quattro volte ed è un termine “giudiziale”: queste persone si trovano nella situazione di essere giudicate per il loro rifiuto alla proposta di salvezza ricevuta prima dal Battista, poi dallo stesso Gesù e infine dai discepoli missionari.

Questi farisei non hanno aderito all’evento messianico. Perciò gli abitanti di Ninive si leveranno come testimoni, nel giorno del giudizio, non soltanto per accusare i contemporanei increduli di Gesù, ma anche per affermare la sua superiorità rispetto a Giona, agli altri profeti e ai sapienti tipo Salomone. Salomone era un sapiente, ma qui vi è “la sapienza”!


Continua possibilità di una ricaduta (vv 43-45)

Anche in questo penultimo brano del capitolo troviamo una parabola che si rifà al v. 29, dove si parlava della casa del forte e di come fare per entrarvi. In questo brano è evidente una grande conoscenza esperienziale dell’animo umano: essa ci insegna la continua possibilità di una ricaduta.

Questa parabola era forse il seguito del detto sull’uomo forte, ma è stata spostata da Matteo al termine di tutto il capitolo sul sabato per insegnarci due cose. La prima è che il riposo, la pace sabbatica, non è una bella esperienza “una tantum”, ma richiede una vigilanza continua e una rinnovata resistenza nel tempo. La seconda: chi è testimone dell’azione dello Spirito Santo, ma non sa corrispondervi con opere coerenti, si espone ad un rischio ancora maggiore: quello di ricadere nei propri errori e che, anzi, questi si aggravino.


Un’altra cerchia di relazioni primarie (vv 46-50)

Questi ultimi versetti sono un preludio a quello che ci dirà il capitolo successivo. Conflitti tra Gesù e la sua famiglia devono essercene stati altri, ma qui Matteo non intende soffermarsi su queste diatribe: il punto è che Gesù ha ormai costituito un’altra cerchia di relazioni primarie, che si è sostituita a quella familiare. Questa nuova esperienza di maternità e di fraternità non si costruisce più su una base naturale, ma sulla comune obbedienza alla volontà del Padre che è nei cieli, sulla comune ricerca del regno di Dio.

Bello il versetto conclusivo: “Chiunque faccia la volontà del Padre mio”, che ci indica la strada da percorrere per far parte di questa grande famiglia.

Luciano Fantino

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