Lunedì 23 gennaio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 3 – 4,11

Per la migliore comprensione ed analisi del testo biblico, abbiamo utilizzato il commentario di Ortensio da Spinetoli per la presentazione dei capitoli 3 fino al cap. 4,11.

 Nei cap. 3 e 4 viene riassunta la “prima” attività Gesù:

–         ricalca le orme del Battista e i suoi temi
–         per un breve tratto sono insieme poi Giovanni scompare e Gesù rimane solo
–         riceve l’investitura profetica con il battesimo
–         dopo un periodo di preghiera, digiuno e prove per lo spirito torna in Galilea e si stabilizza a Cafarnao (nodo carovaniero all’imboccatura palestinese della “via del mare” che è l’arteria che congiunge l’interno (entroterra mesopotamico) con il Mediterraneo.

Dal cap. 3 Matteo lascia la fonte propria (racconti della nascita e dell’infanzia) ed attinge dal documento comune agli altri evangelisti (Q).

Gesù e Giovanni Battista

Secondo il biblista Ortensio da Spinetoli, Gesù ed il Battista sono legati: in comune hanno il deserto, annunciano il regno di Dio e la circoncisione ed entrambi amministrano il rito penitenziale (battesimo). Matteo, però, sottolinea che Gesù è più forte di Giovanni il Battista (v.11)

Dobbiamo tener presente che, nella tradizione biblica, il deserto è il luogo ideale degli incontri con Dio e la predicazione di Giovanni è incentrata su:

–         la conversione (legato alla tradizione profetica)
–         la venuta del Regno (tema dei predicatori cristiani)

L’invito alla conversione non solo tramite azioni degne (v.8) ma per un cambiamento radicale di mentalità : bisogna spogliarsi di se stessi, delle proprie convinzioni e sicurezze per lasciare spazio “al regno dei cieli” (i giudei cristiani preferiscono questa espressione –potrebbe essere per rispetto al nome di Dio – anche per indicarne le dimensioni)

L’esilio, la fine della monarchia e dell’indipendenza ha spinto gli uomini ispirati di Israele a far appello a Jahvè ad un suo intervento diretto per attuare le sue promesse : il tema del Regno dà una svolta nella predicazione dei profeti.

La tradizione cristiana vuole giustificare la missione di Giovanni con un oracolo profetico (v.3 citato Isaia) – farà altrettanto con  Gesù (es. cap. 1,22 – 2,15).

L’anonimo profeta dell’esilio (Isaia) invitava i suoi connazionali a tenersi pronti per il rimpatrio e preparare una “via direttissima” attraverso il deserto. La chiamava “via del Signore”.

Gli evangelisti hanno modificato la punteggiatura del testo adattandolo alla situazione del Battista che dal deserto lancia annunci di penitenza.

Il discorso diventa simbolico: le strade di Dio passano attraverso il cuore degli uomini e donne che si convertono.

Al posto di Jahavè è il Messia che avanza e occorre andargli incontro con l’animo libero da falsità ed inganni.

Giovanni l’eremita, Gesù l’uomo del sorriso di Dio

L’evangelista Matteo, presenta Giovanni Battista come un eremita e la sua predicazione è un lamento funebre.

Non così viene presentato Gesù: il suo è un messaggio di gioia e festa.

Giovanni accompagna la sua predicazione con un rito di penitenza che Matteo definisce “battesimo di penitenza” ed introduce nella comunità della nuova alleanza: si passa a far parte del popolo messianico.

Il rito segnalava il cambiamento in chi lo riceveva – non si dice che i peccati venivano rimessi in virtù di questo rito.

La predicazione del Battista è incentrata sul giudizio di Dio – per sfuggire all’ira c’è la sola via della conversione che deve concretizzarsi nelle opere di bene (non parole o intenzioni). A nulla servirà sentirsi protetti e quindi esenti dalla condanna perché membri del popolo eletto.

 Matteo si sta rivolgendo ai suoi contemporanei (sinagoga) che continuano a rifiutare Gesù, il messia (parallelo  Mc.1,18) quando nel v. 9 fa riferimento alla libertà di Dio e riporta le parole del Battista “..può far sorgere figli di Abramo da queste pietre.” : la fede non è un’esclusiva degli ebrei ma è un bene che tutti e tutte possono avere.

Ancora al v. 11 parla di Israele che, se non cambia fino dalle sue radici, sarà “recisa” e “gettata nel fuoco”.  Matteo presenta Gesù come “il Cristo” e stabilisce la sua distanza da Giovanni, precursore ma servo che precede il suo signore: “Colui che viene” è più forte.

Non come forza fisica ma come “potenza” che è un attributo di Dio (Isaia 9,5-6), è una proprietà dell’Emanuele (Isaia 7,14) e per Matteo è una qualifica del messia; egli è il più forte in virtù. Il termine  greco (ischyroteros – il più forte) è sinonimo di “protos” (il primo) utilizzato dall’evangelista Giovanni nel prologo (cap.1,15).

 A causa della polemica tra cristiani e la sinagoga, Matteo mette in bocca al Battista una predicazione dura e conclusiva nei confronti dei farisei e sadducei ed invita i cristiani alla conversione contemplando come in uno specchio ciò che può capitare loro se non concretizzano in azioni la loro conversione.  La condanna incombe se non tengono fede con opere all’impegno preso.

Non conosciamo nulla dell’esperienza di Gesù precedente all’incontro con il Battista e al suo battesimo ma la comunità cristiana ci comunica che il battesimo è un momento importante e decisivo nella vita di Gesù, segna una svolta e l’orientazione della sua vocazione.

Delle difficoltà di Gesù a cogliere la proposta di Dio non vi è traccia.

Tra gli evangelisti Matteo è quello che sembra dare più importanza al fatto, si dilunga maggiormente rispetto agli altri mentre il dialogo tra Gesù ed il Battista si trova solo nel suo vangelo e quindi proviene dalla sua mano.

L’incontro tra Gesù e il Battista è la sintesi del loro rapporto (è presumibile che abbiano avuto precedenti scambi di vedute) e l’avvenimento descritto ne segna la conclusione.

Secondo Ortensio da Spinetoli, per gli ascoltatori e lettori di Matteo, è un invito al nuovo rito battesimale ed il fatto che Gesù prenda l’iniziativa sottolinea la superiorità del messia ma, indirettamente, la superiorità del battesimo cristiano su quello giudaico.

 Al v. 15 leggiamo l’espressione : “…conviene che così adempiamo ogni giustizia.”; giustistia non intesa come virtù morale ma linea di condotta, un comportamento rispondente al disegno e al volere divino – abbracciare l’intero programma salvifico anche nei suoi lati spiacevoli e scomodi.

La comunità di Matteo rimette a Dio, alla sua “giustizia” la spiegazione per tutte le “incongruenze” che scoprirà nel piano della salvezza: il messia si mescolerà con i più poveri, gli umili gli oppressi, si siederà a tavola con i peccatori, scandalizzerà i farisei. Gesù, accettando il rito del battesimo di Giovanni, si proclamerà il messia dei peccatori.

L’umiliazione del battesimo viene progressivamente cancellata dal dialogo prima e poi dal racconto dell’evento straordinario dell’aprirsi dei cieli, dello Spirito e dalla voce del Padre.

Come già detto non conosciamo l’evento storico ma certamente Gesù ha intuito la strada che doveva percorrere nel piano di Dio. Il battesimo di penitenza e l’accomunamento con i peccatori lasciavano capire che la via della salvezza non era quella del successo, della gloria ma delle umiliazioni e della sofferenza.

 Al v.17 leggiamo che i cieli si aprono come nei racconti apocalittici e si ode la voce come nei racconti di vocazione. A chi cerca di capire Gesù e la genesi della sua missione, la comunità di Matteo vuole ricordare che egli è stato inviato da Dio e gli promette presenza ed assistenza.

 Capitolo 4  vv.1-11

Come i grandi inviati del primo testamento Gesù si prepara in solitudine e nelle privazioni  ad affrontare le difficoltà, i sacrifici e le umiliazioni della “vita apostolica” (la preghiera non è citata).

La rappresentazione ambientata nel deserto e ricalca i moduli della tradizione sinaitica e il brano ha molteplici interferenze con il racconto delle tentazioni in Esodo (Det.8,2-3).

Le tentazioni sono tentazioni messianiche, si potrebbe dire di verifica vocazionale: riguardano le pressioni e le insicurezze che il salvatore ha riscontrato nel suo cammino.

La vocazione è una ricerca del volere divino lenta e faticosa che non si presenta mai in formule chiare e non cala come folgorazione dal cielo.

Le 3 tentazioni sono legate all’ideale messianico corrente: Gesù rifiuta la concezione di messia miracoloso e  potente,  rigetta il dominio e la facile gloria immeritata.

Le tentazioni si risolvono nel conflitto tra la logica umana e quella di Dio e segneranno tutta la vita di Gesù : i suoi parenti, Pietro, i nemici ma anche le sue personali aspirazioni (Getsemani).

Egli lotterà sempre per adempiere la volontà di Dio rinunciando alla propria (intesa come esigenza personale, egoistica), è disponibile a negare a se stesso gli agi (4,3-4), sicurezza (4,5-7) e potere (4,8-10).

Interessante è sottolineare quanto può diventare positivo il deserto : si incontra Dio e la cupidigia, la vanagloria, l’orgoglio possono essere superate (fiere ed angeli).

Alcune considerazioni emerse nel gruppo biblico

–    Tutte e tutti noi sapremo superare gli ostacoli, i problemi e le difficoltà della vita se riusciamo ad avere sempre la consapevolezza dei nostri limiti (peccati).

–    Il “luogo” del deserto è dentro di noi – il deserto interiore è il luogo del nostro incontro con noi stessi/e e con lo Spirito.

–    Gesù ed il Battista hanno trasmesso lo stesso messaggio ma hanno percorso strade diverse – le modalità sono diverse ma il contenuto è il progetto di Dio.

Luciana Bonadio

Lunedì 16 gennaio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 2

Già da questo capitolo Matteo esprime il suo interesse per chi non ha un ruolo importante nel sistema politico; in questo modo contrappone ai potenti coloro che sono privi di diritti. I primi sono fermi e soddisfatti, mentre i secondi sono in ricerca e si mettono in cammino.

Questo capitolo si coniuga bene con la storia di Mosé (Es 1,8-2,10). In entrambi i casi è descritto un sovrano malvagio che ordina la morte dei neonati maschi e in tutti e due i casi il neonato, a cui è affidato un compito speciale, viene salvato.

Come già detto rispetto al capitolo 1, qui non ci troviamo di fronte a una cronaca, ma l’evangelista, più che raccontare fatti accaduti, ci invita a riflettere su Gesù, il nuovo Mosé (anch’egli uscito dall’Egitto), accompagnato da Dio verso la sua missione.

In Esodo sono messe in risalto le levatrici, la figlia del faraone e la sorella di Mosé, mentre Matteo mette in luce la figura di Giuseppe: egli fa dei sogni “profetici” che gli indicano le scelte da compiere. Maria, sebbene passiva, è comunque valorizzata come madre: i magi vedono “il bambino con Maria, sua madre” (2,11); a Giuseppe si ordina di prendere “il bambino con Maria, sua madre” (2,13 e 20).

vv. 1-12: i Magi

In questa leggenda poetica dei Magi possiamo vedere che, di fronte a un evento significativo, come la nascita di Gesù, si può reagire in modi diversi. Da un lato c’è Erode, il potente di turno, che è pronto a tutto pur di non perdere la sua posizione di potere e i privilegi che l’accompagnano. Dall’altra ci sono i Magi che, pur ricchi di conoscenza e di prestigio, si avvicinano con curiosità e meraviglia, disponibili ad accogliere questo evento: alzano gli occhi al cielo per scorgere la stella e, poiché abitano lontano, si mettono in cammino. I piedi camminano sulla terra, ben ancorati alla realtà, mentre occhi e cuore sono aperti alla novità, all’invito, al cambiamento.

Matteo in questo quadro, collocato all’inizio del suo Vangelo, sintetizza quanto è già successo nella vita di Gesù: è stato osteggiato e rifiutato da chi non ha ascoltato l’invito alla conversione, da chi non ha voluto abbandonare condizioni di potere, di ricchezza e di superiorità, mentre è accolto da chi accetta di mettersi in discussione, da chi viene da lontano, dalle persone emarginate, dagli stranieri, ecc.

I Magi sono saggi perchè sono aperti all’oltre, all’altro, sono alla ricerca, disponibili a spostare sempre più avanti i paletti del proprio abitare le cose, pronti a procedere anche quando la stella scompare. Possono vedere le stelle, allargare lo sguardo e mettersi in cammino proprio perchè non sono accecati dalle luci del potere. Sono sulle tracce del re dei Giudei e lo riconoscono in Gesù, piccolo bambino inerme e semplice.

Anche Gesù farà così, indicando nei piccoli la condizione di maggior disponibilità alla crescita e al cambiamento; invece chi crede di essere grande, chi possiede ricchezze, chi è sicuro di stare dalla parte della verità, chi chiude gli occhi e il cuore, non può più sentire il messaggio del Vangelo e crescere e cambiare…

Ma mentre Erode si tormenta perchè teme di essere spodestato, i Magi provano una grande gioia. Ogni volta che, spinti dal vento di Dio, cerchiamo di mettere in pratica l’amore,  l’accoglienza e la condivisione, anche noi proviamo una grande gioia. La comunità, le comunità servono anche a questo: a sostenerci a vicenda in tutte le azioni che fanno crescere ciò che c’è di buono attorno a noi e dentro di noi.

vv. 13-23: Fuga e ritorno, in compagnia di sogni

Questo materiale sull’infanzia definisce il ruolo del padre secondo il modello di Giuseppe, che serve la sua famiglia invece di esercitare potere su di essa. In Luca, invece, è centrale la figura di Maria. In entrambi i casi sia Giuseppe che Maria cercano di assecondare la volontà di Dio.

Giuseppe non è sicuramente descritto come modello di padre-padrone, consono al patriarcato imperante: è un uomo umile, che convive con il dubbio e l’attesa e che organizza la fuga per salvare i suoi familiari da una minaccia di morte. Sa sognare e, attraverso questi sogni, comprende l’importanza di aver fiducia in Dio e riesce a trovare il coraggio di andare e venire per la terra di Israele, sconfiggendo così il disegno del potente Erode di uccidere Gesù.

Nelle Scritture il sogno è usato per indicare la vicinanza di Dio, per far dialogare Dio con uomini e donne che, incontrandolo nel sogno, decidono poi di seguirlo nella vita. Nella nostra cultura spesso il sogno è considerato fuga dalla realtà, contrario alla ragione e alla lucidità mentale. Il sogno è fragile, inconsistente e svanisce nel nulla, tuttavia sognare è anche “sollevarsi da terra”, volare là dove la realtà assume connotazioni e sviluppi meno prevedibili. I sogni possono essere fittizi e inutili, possono però aprire spiragli e intuizioni razionalmente non accessibili.

Il sogno di Dio è utopia, è qualcosa che va al di là del possibile umano, ma possiamo “guardarlo” per intraprendere un nuovo cammino, per sperare in un altro “mondo possibile”. D’altronde ciò spiega il motivo per cui il potere ha sempre avuto paura dell’utopia e dei sogni, sogni che spingono ad agire e impegnarsi per la giustizia e la libertà

Alcune considerazioni emerse nel gruppo biblico

•    Quante volte rischiamo nella nostra vita di stare dalla parte di Erode? Di voler esercitare il potere per dominare sugli altri?

•    E’ possibile dirsi seguaci di Gesù e poi bruciare i campi rom… aggredire chi ha il colore della pelle diverso dal nostro… sostenere pratiche politiche che impoveriscono chi già è povero, mentre permettono che si arricchiscano sempre di più quelli che già sono ricchi… sfruttare, fino alla sua distruzione, la terra su cui viviamo?

•    Il sogno è luogo di ascolto della Parola di Dio

•    Giuseppe, nonostante la sua mitezza, capisce (“sogna”) ciò che conta e agisce, facendo tutto ciò che è nelle sue possibilità.

Carla Galetto

Lunedì 9 gennaio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 1

Questo capitolo fa parte, con il cap. 2, del cosiddetto “vangelo dell’infanzia”. I racconti qui narrati sono composizioni edificanti, che Matteo cerca di collegare ad alcuni testi profetici e messianici presenti nella Scrittura del 1° Testamento, per annunciarne la realizzazione in Gesù. In questi capitoli sono presenti sogni, apparizioni angeliche e aneddoti, mentre non ci sono riferimenti topografici. Queste caratteristiche non si riscontrano nel resto del Vangelo.

L’esistenza di Gesù rivelava aspetti contrastanti: nascita e comportamenti semplici, rifiuto da parte di molti e, nello stesso tempo, attribuzioni significative: “messia”, “emmanuele”, “figlio di Dio”… L’evangelista medita su questi contrasti e cerca di dar loro una spiegazione alla luce delle Scritture.

Ciò che conta è il messaggio di cui i testi diventano portatori, alla luce dell’esperienza di Gesù. Matteo, più che un esegeta, è un teologo che si preoccupa di far giungere l’annunzio di Gesù, riferendosi al pensiero dei profeti. Questa forma di lettura biblica si chiama midrash (cioè riflessione, meditazione).

L’autore mette in rapporto l’infanzia di Gesù con quella di Mosé, chiamato anch’esso “salvatore” del suo popolo. Il faraone si irrita come Erode alla nascita del bambino e si rivolge ai maghi del suo regno, come qui intervengono i Magi, entrambi i sovrani decidono di sterminare i neonati, ma in tutti e due i casi i bambini sfuggono alla cattura e alla morte.

Non è possibile rintracciare il contenuto originario degli episodi perchè l’autore ricostruisce gli eventi senza rispecchiare la realtà dei fatti, dando spazio a preoccupazioni teologiche e coincidenze bibliche che prendono il sopravvento.

Anche se Gesù è nato come ogni altro bambino in una famiglia povera del popolo, scrivendo questi brani poetici, molto dopo gli eventi della vita-morte-resurrezione di Gesù, Matteo (cfr. Luca) ha voluto anticipare, arricchendo e abbellendone la nascita, la grandezza di questo profeta di Nazareth.

“Matteo inizia usando del materiale, in gran parte non reperibile altrove, sull’ambiente familiare di Gesù, sulla sua infanzia e sulle prime lotte contro la tentazione. Tale materiale, caratterizzato da una serie di citazioni di scritture più antiche, ritrae Gesù come il Messia promesso a Israele. Con le descrizioni, il commento profetico e l’intreccio, l’inizio del Vangelo presagisce anche il ministero successivo di Gesù verso chi è senza diritti, la sua nuova interpretazione della Legge e la sua opposizione a coloro che occupano posizioni influenti.

Matteo, iniziando con una genealogia, dà rilievo alla stirpe ebraica (“figlio di Abramo”) e regale (“figlio di Davide”). Nella lista degli antenati, l’evangelista ha inserito sorprendentemente i nomi di cinque donne: non le matriarche, ma Tamar (Gen 38) che si atteggiò a prostituta per sedurre il suocero Giuda; Raab, la prostituta di Gerico, che tradì la sua città a favore degli ebrei (Gios 2; 6); Rut, la moabita, che sposò Boaz dopo averlo posto in una situazione compromettente, una notte sull’aia (Rut 3); la “moglie di Uria”, Betsabea, che commise adulterio con Davide; e Maria che si trovò incinta prima del suo matrimonio con Giuseppe, ma mentre era fidanzata con lui in un rapporto legalmente vincolante (Mt 1,18) (La Bibbia delle donne, Vol. III, pag. 11).

Cinque donne “irregolari”

Le donne citate nella genealogia non sono le matriarche, bensì donne “trasgressive”: una vedova che si finge prostituta, una prostituta, una straniera, una straniera adultera… sino ad arrivare a Maria con il suo concepimento anomalo. Donne di origini umili e donne di alto rango che si muovono fuori dalla legge e dalle regole sociali, senza perdersi perchè orientate dalla necessità del cuore e dal desiderio. In queste storie i fatti non procedono in modo lineare e la promessa di Dio, di salvezza e di benedizione per tutti e tutte, passa attraverso strade impreviste, atti di coraggio e passione di chi, come queste antenate, sa coinvolgersi totalmente, anima e corpo, con forza e con determinazione.

Queste donne servono come esempio di una “giustizia superiore”: Tamar agisce quando Giuda si rifiuta di farlo, Raab riconosce il potere del Dio ebraico proteggendo gli esploratori; Uria (chiamato per nome nella genealogia, mentre Betsabea non lo è) mostra fedeltà al suo incarico e ai suoi soldati, mentre Rut spinge Boaz all’azione. Quindi si vede che Matteo presta attenzione a coloro che sono lontani da posizione di potere e che agiscono anche in un modo imprevisto per i costumi sociali del loro tempo, così come farà Gesù. Inoltre la genealogia cita donne che non erano inserite in strutture domestiche tradizionali: nubili, separate, vedove e prostitute; per la salvezza e la giustizia non è necessario stare negli schemi stabiliti dalla tradizione.

L’elenco genealogico si chiude con l’affermazione che Gesù è nato “da Maria”, nonostante che ella sia segnalata come sposa di Giuseppe. Matteo si riferisce a una donna invece che a un uomo (Giuseppe) perchè “fu trovata incinta per virtù dello Spirito Santo” (v. 18), dando quindi alla potenza creatrice dello Spirito l’origine della vita di Gesù.

Oltre l’interpretazione letterale

Sarebbe troppo semplicistico pensare a questo testo come se fosse un resoconto di un avvenimento: la filiazione naturale di Gesù da Dio, la “maternità verginale” di Maria, l’adozione di Gesù da parte di Giuseppe…

Consapevole che questo testo, invece, sia una libera composizione letteraria con un preciso scopo teologico, condivido il pensiero di Ortensio da Spinetoli che “i fatti così narrati non sono mai accaduti; quelli che appaiono tali sono solo proiezioni sul mistero di Cristo e della salvezza. In quest’ipotesi l’autore è impegnato non tanto a far conoscere le modalità della nascita di Gesù, quanto, attraverso una supposta, straordinaria generazione, presentare la persona eccezionale e la missione unica del Cristo. Quello che sembra racconto è un puro strumento di comunicazione, un quadro funzionale. (…)

Gesù è vissuto in una singolarissima comunione con lo Spirito di Dio, come si rileva dai comportamenti assunti con i propri simili nel corso della sua missione. Egli ha sbalordito i suoi contemporanei e soprattutto i suoi connazionali per le capacità di rapportarsi indistintamente con tutti, ebrei e non ebrei, giusti e peccatori, ma di preferenza con chi era più in difficoltà: poveri, ammalati, deboli, oppressi… senza speranza di ricompensa, gratuitamente, solo perchè ne avevano bisogno. (…) La bontà, la santità, oltre che i poteri taumaturgici di Gesù, hanno per l’evangelista una spiegazione nella presenza e nell’azione dello Spirito di Dio, a cui egli ha dato libera e piena accoglienza, fin dai primi passi della sua vocazione profetica.

Matteo giunge a ipotizzare che egli ne è stato pervaso fin dalla prima esistenza, dallo stesso concepimento. (…) La “concezione per opera dello Spirito Santo” potrebbe far parte di un linguaggio metaforico. (…) Gesù è il figlio di David e di Abramo, ma soprattutto è il Cristo di Dio o, se si vuole adoperare la parola del profeta, è l’Emmanuele (=Dio con noi) (Is 7-14). Attraverso la sua testimonianza gli uomini hanno potuto conoscere, più che la potenza, la bontà e la santità di Dio”. (Ortensio da Spinetoli, su Viottoli 9/1996).

Penso sia utile ricordare che in molte tradizioni religiose le nascite di re, di eroi o di persone molto importanti, sono spesso attribuite alla relazione tra una vergine e un “dio”. Anche il capitolo 1 di Matteo va interpretato come un linguaggio simbolico, per segnalare la presenza e l’azione di Dio nella vita di Gesù, per spiegare la messianità di Gesù, colui che non ha risposto alle aspettative giudaiche, ma alle attese e al disegno di Dio.

Alcune considerazioni emerse nel gruppo biblico

• Perchè la genealogia femminile dovrebbe essere portatrice di valori, mentre quella maschile no?

• La genealogia femminile rappresenta il riconoscimento di ciò che è sempre stato negato, il riconoscimento dell’autorevolezza delle donne che mi hanno preceduta e che è sempre stata occultata; sono quelle che hanno dato la vita e che si sono prese cura della vita stessa…

• Anche molti degli uomini nominati nella genealogia erano conosciuti come violenti, delinquenti, guerrafondai… La figura di Gesù ci dice che uomini “buoni” non nascono da antenati virtuosi, ma dal proprio cambiamento consapevole e responsabile, come possiamo cercare di fare ciascuno/a di noi; tutto può essere stimolo e risorsa, ma tocca a me, in prima persona, utilizzarlo per costruirmi una personalità robusta e consapevole… come ha fatto Gesù;

• Insegnare una dottrina basandosi sui miti delle origini è pericoloso, si rischia di costruire un “vuoto”: quando scopre che si tratta di metafore e miti, c’è chi finisce per non credere più a niente;

• Giuseppe non generò Gesù, ma la genealogia, in realtà, si interrompe con Giuseppe; viene evidenziata non la paternità biologica, ma quella adottiva…

Carla Galetto

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