Lunedì 25 giugno 2012 – Vangelo di Matteo cap. 23

vv. 1-12

Questi versetti, che indicano il giusto rapporto che deve stabilirsi tra i componenti delle prime comunità dei seguaci di Gesù, si trovano nel contesto di una polemica contro il comportamento della dirigenza religiosa giudaica del tempo. Questa polemica contro i dottori della Legge e i farisei non mette in dubbio la correttezza del loro insegnamento, tant’è che Matteo, tramite le parole di Gesù, esorta i discepoli e le discepole a seguirlo e a metterlo in pratica. Essi non sono cattivi maestri ma maestri inadempienti, incoerenti. Non va accettato l’esempio della loro vita che non corrisponde ai loro insegnamenti: pretendono dagli altri ciò che essi non fanno; si servono della spiegazione della Scrittura e sfruttano il proprio ruolo di maestri e di guida nei problemi etici per acquistare potere sopra agli altri membri delle comunità.

L’autore del Vangelo di Matteo parla come il rappresentante di un movimento critico di riforma all’interno del giudaismo, che non si considera una nuova religione al di fuori o in contrapposizione ad esso. Questa polemica Matteo la indirizza anche verso i rapporti che si stanno instaurando nelle prime comunità dei seguaci di Gesù dove si sta affacciando la tentazione di ripetere i vecchi schemi di potere.

Gesù ha istituito un nuovo rapporto fra Dio e la comunità che non si basa sulle metafore di un dominio regale ma è piuttosto un rapporto di servizio. In Gesù, Dio si spoglia del potere divino e diventa servitore (Filippesi 2,7). Il rapporto con Dio e con Gesù crea un rapporto di uguaglianza che mette in primo piano la comunione: fra i/le seguaci del nazareno non devono più esserci relazioni basate sugli schemi umani dei rapporti di potere fra padri e figli o fra padroni e servi. E coloro che nella comunità hanno una maggiore comprensione del Vangelo e conducono una vita più impegnata al servizio del Vangelo, devono intendere questa loro posizione come un compito di servizio ed essere più degli altri d’aiuto ai fratelli e alle sorelle. Gesù è il modello di queste nuove relazioni.

vv. 13-36

Questi 7 guai sono di una forte violenza verbale e, come tutto il capitolo, risentono del clima di tensione polemica tra le prime comunità e il giudaismo ufficiale rappresentato, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., dal gruppo dirigente degli scribi dell’indirizzo farisaico. La critica e soprattutto la qualifica di “ipocriti” data a questo gruppo ha contribuito a costruire l’immagine negativa degli osservanti giudei, per cui “fariseo” è diventato sinonimo di falso e ambiguo. Questo non corrisponde alla realtà storica anche se alcune deformazioni e difetti dei maestri farisei sono stati criticati all’interno della stessa tradizione rabbinica; lo stesso Gesù nell’azione e nell’insegnamento era vicino alla linea dei farisei impegnati.

Il genere letterario dei “guai” è un genere profetico. Non è mai una maledizione, ciò è vero per i profeti dell’A.T. ed è vero per l’evangelo, dove “Gesù non maledice mai nessuno, neppure l’albero di fico inaridito”, ma è una denuncia del peccato e una minaccia del giudizio che può ancora essere evitato con la conversione. I 7 guai non si rivolgono a tutto Israele ma solo ai suoi capi, gli scribi e i farisei che dopo il 70 sono alla guida del giudaismo.

Nel contesto di Matteo, oltre alla denuncia dell’ipocrisia della classe dirigente religiosa giudaica, c’è anche un tacito invito agli ascoltatori delle prime comunità perché prendano coscienza della gravità di quella deformazione religiosa che può infiltrarsi anche tra loro. “In particolare, i ‘guai’ denunciano una serie di peccati (simulazione di pietà, vanità, miopia, esteriorità) che sono tipici degli uomini religiosi di tutti i tempi, ciò che ha meritato loro la definizione molto esatta di ‘specchio dei preti’ ” (Alberto Mello).

Il primo ‘guai’ riguarda il “vietare l’accesso al regno di Dio”. “Entrare nel Regno” è sinonimo di aderire all’evangelo del regno, quindi il peccato farisaico che qui viene denunciato è l’ostruzionismo nei confronti dell’evangelo. Oltre a non aderire al messaggio di Gesù, questi maestri con la loro influenza impediscono di fatto alla gente di imboccare la strada o la porta della vita.

Il secondo ‘guai’ riguarda il proselitismo. Per “proselito” si intende qualcuno che è passato dal paganesimo all’ebraismo attraverso il battesimo e la circoncisione. Ciò che Matteo denuncia è la tendenza del neo convertito ad essere ancora più intransigente di quanti sono nati nell’ebraismo e a diventare “nemico dell’evangelo” il doppio di loro. In questa critica si avverte l’eco del conflitto tra i due gruppi missionari, quello giudaico e quello che sarà poi chiamato cristiano, che si scontrano nelle zone della diaspora.

La terza invettiva riguarda il giuramento (vv. 16-22). Questo argomento deriva dall’uso rabbinico di evitare il nome di Dio attraverso un giro di parole. Il tempio, l’altare o il cielo nei formulari del giuramento erano sostituti del nome di Dio. Ma il problema vero è che Gesù ha contestato la pratica del giuramento (cap. 5,33-36), inteso come sostituto o copertura dell’incoerenza e della falsità nelle relazioni tra le persone. Al v. 17 Matteo trascinato dalla polemica ha dimenticato l’insegnamento del suo Maestro che non si deve dare dello “stupido” a un fratello.

Quarto ‘guai’ le decime: la Torà prescrive di dare la decima sul frumento, sul vino, sull’olio e sul gregge. Matteo non contesta l’estensione di questa tassa religiosa da parte dei farisei anche ai tre tipi di erbe, ma evidenzia la contraddizione tra l’attenzione a queste minuzie e la trascuratezza dei doveri etici fondamentali: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. I giusti rapporti con il prossimo ispirati dall’amore accogliente e benevolo, la “misericordia”, sono la trascrizione pratica della fedeltà a Dio.

Quinto e il sesto ‘guai’ sono associati perché smascherano l’ipocrisia delle osservanze legali sul puro e impuro. Matteo ripropone l’ideale della vera purità che abbraccia l’intera esistenza umana a partire dall’interiorità del cuore come dice in un altro contesto al cap. 15 . Questa purità che matura nell’intimo dell’essere umano, si realizza sul piano delle relazioni giuste tra le persone in base alle quali si valuta anche l’uso delle cose.

Il settimo ‘guai’ riguarda l’ipocrisia dei capi e responsabili giudei che nel momento stesso in cui costruiscono e restaurano i monumenti funebri dei martiri del passato e si dissociano a parole dai misfatti dei loro padri, con i fatti si mostrano solidali con quella storia, perché a loro volta stanno perseguitando gli inviati di Gesù (profeti, sapienti e scribi).

Dal v. 34 Matteo presenta nella forma di annuncio futuro la storia di conflitto e di rifiuto violento da parte della sinagoga, che stanno già vivendo le prime comunità. In questo elenco di persecuzioni l’autore calca un po’ la mano, perché è inverosimile che gli annunciatori dell’evangelo siano stati crocifissi dai capi giudei, visto che questo era un potere riservato solo all’autorità romana.

vv. 37-39

Alla serie dei guai segue il lamento su Gerusalemme, simbolo e concentrazione di tutta la storia di Israele. Già nelle Scritture Ebraiche il guai è spesso associato al lamento (Am. 5,1ss.), dalla violenza della denuncia si passa ora alla tenerezza e alla compassione. Adesso Gesù non si rivolge solo più ai capi ma a tutto il popolo, a tutta Gerusalemme che come centro di potere è la città che uccide i profeti e lapida quanti le sono stati inviati. Tuttavia Gesù ha fatto tutto il possibile per risparmiarle la rovina. “Quante volte” sembra alludere a un’offerta ripetuta, non solo ai giorni di Gesù, ma anche tramite gli invii successivi: la venuta del Messia nell’umile servo Gesù è un’occasione che Gerusalemme non ha saputo o voluto accogliere, né nella sua persona né in quella dei suoi inviati. Tuttavia il v. 39 si conclude con la promessa del ritorno del Signore e con l’annuncio della salvezza alla fine dei tempi.

Luisa Bruno

Lunedì 18 giugno 2012 – Vangelo di Matteo cap. 22, 15-46

Gli avversari di Gesù si ritrovano ancora una volta tutti d’accordo. Nel tempio si sono alternati “i sommi sacerdoti e gli scribi” v.15 cap. 21, poi al v. 23 sempre  “i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo”, e sempre nello stesso capitolo al v. 45 “i sommi sacerdoti e i farisei”, poi in questo cap. al v. 15. “ i farisei e gli erodiani” , più avanti al v. 23 troviamo “i sadducei” e verso la fine di questo cap. ai vv. 35-41 ritroviamo “i farisei”. Questi avversari, più o meno sempre in lotta tra loro, ora si trovano tutti uniti contro il nemico comune.


vv. 15-22

Gli erodiani, che raggruppano i partigiani della famiglia regnante che era ligia al potere di Roma, dovevano essere i testimoni di un eventuale risposta non allineata di Gesù. Questo episodio è riportato anche in Mc. 12,14-15; e in Lc. 20,20-26, in cui la domanda è posta sia in forma teorica che in forma pratica, mentre qui Mt. è solo teorica. La questione è posta in modo insidioso, che la risposta di Gesù sia affermativa o negativa, scatenerebbe comunque o l’ira del popolo o la reazione delle autorità romane.

Per capire meglio il contesto e la situazione culturale in atto al tempo, riporto di seguito la preziosa esposizione che ho trovato nel commentario di Ortensio da Spinetoli.

“L’uso delle monete straniere era ritenuto dalle correnti giudaiche più estremiste una forma di culto idolatrico, condannata di per se dal secondo comandamento. Non era stata approvata per questo l’introduzione di immagini dell’imperatore o di emblemi che ne simboleggiassero il potere del tempio per non menomare la regalità, sovrana e unica di Jahve. Quando i procuratori (per es. Pilato) avevano tentato di farlo per offendere e umiliare l’alterigia giudaica, avevano incontrato la più ostinata reazione e opposizione. Il giudeo che riconosceva l’autorità di Cesare, metteva in dubbio la propria sottomissione a Dio. Gli zeloti seguivano a riguardo una linea dura: rifiuto del potere imperiale e del pagamento dei tributi. Essi non facevano nessuna questione, né di principio, né pratica. I farisei invece avevano adottato un atteggiamento intermedio; si erano rassegnati al pagamento delle imposte, in cambio della libertà religiosa che godevano.”( da “Matteo” di Ortensio da Spinetoli pag. 594).

La domanda posta a Gesù non ammette alternative, sembra che non vi sia via d’uscita, ma la risposta che Mt. fa dire a Gesù è attenta a non fare mosse false: i cristiani venivano accusati di scarso interesse per la patria e di compromesso. La risposta di Gesù sposta la questione sul lato pratico: “Mostratemi la moneta del tributo” .

Questi, come tutti i giudei, avevano in tasca monete romane e quindi avevano già dato una soluzione al problema e poi i cristiani non avevano fatto mai obiezioni al pagamento, inoltre non era loro diritto conoscere ciò che Gesù o i cristiani pensavano di Roma. Inoltre, l’autorità imperiale o locale è stata ritenuta sempre di diritto divino (Cfr. Rm.13,1), ma la resistenza che viene posta al potere politico è solo di natura religiosa, quando questi rivendica attribuzioni o onori sacri..

Ciò che deve essere negato a Cesare non è il tributo o il riconoscimento dell’autorità politica, ma tutto ciò che ostacola la volontà di Dio, cioè, tutto quanto impedisce la giustizia e il bene comune e il riconoscimento della superiorità assoluta di Dio, cioè non fare dell’imperatore un idolo, per via della sua immagine sulla moneta.

Ciò che ha predicato Gesù, così come i profeti e lo stesso Giovanni Battista, non è stato apolitico, ma ha tentato di capovolgere le situazioni sociali del loro tempo. Ha predicato e praticato l’uguaglianza e di conseguenza il sovvertimento dell’ordine costituito in cui non ci poteva essere né il tempio di Gerusalemme, così come era costituito, né il regno di Erode, né l’impero di Roma. Poi c’è chi ha scelto il compromesso, allora come oggi. Se Gesù non avesse scomodato il potere religioso e politico, non sarebbe finito in croce.


vv. 23-33

Il brano è centrato sulla risurrezione o sulle modalità della vita futura. I sadducei che non credono alla risurrezione, tentano di mettere in ridicolo tale dottrina, pongono la domanda citando un caso evidentemente ipotetico, cercando di darle credibilità. L’obiezione si basa sulla legge del levirato che imponeva all’uomo di sposare la moglie del proprio fratello se questi moriva senza lasciare figli maschi (Cfr. Dt. 25,5).

Siamo in piena cultura patriarcale ed in questo periodo la donna era completamente limitata alla cura della famiglia, mentre era l’uomo che doveva provvedere al suo mantenimento, quindi se il marito moriva e vi erano dei figli maschi, erano questi che dovevano provvedere al sostentamento della vedova, nonché loro madre, in caso contrario vi doveva provvedere il cognato. Tutto questo per non abbandonare in miseria la donna, ma senza che lei potesse esprimere alcun parere.

Ma Gesù smonta tutta la lunga argomentazione dei sadducei, affermando che non conoscono né le scritture né la potenza di Dio. Nella sua risposta Gesù colloca il matrimonio nelle cose transitorie, contingenti, imperfette, destinate a scomparire. Il matrimonio non è insostituibile per la continuità dell’esistenza, ogni forma di relazione, di convivenza o di amore può essere considerata alla pari del matrimonio.

Al v. 32 troviamo una citazione presa da Es. 3,4, in cui l’autore, nel sostenere e credere nella risurrezione, riporta la presentazione o il segno di riconoscimento che colui che parlava a Mosè era lo stesso Dio dei patriarchi, quindi se i patriarchi vivevano presso Dio era segno che erano usciti dal regno della morte. Ma poi Gesù fa un’altra affermazione, dice che non è il Dio dei morti, ma dei vivi.

Questa affermazione riporta l’attenzione al presente più che al dopo vita, come dire che è più importante preoccuparsi di come si vive piuttosto che di cosa succederà dopo la morte, e nei confronti della donna e vedova sembra che dica: fate in modo che anche nei suoi confronti sia praticata la giustizia e l’amore di Dio oggi e non pensate al dopo morte, perché questo vi distoglie e vi allontana dalla vita stessa.


vv.34-40

Un fariseo, dottore della legge, va da Gesù con il proposito di confonderlo e comprometterlo.

Riguardo alla legge a cui fa riferimento la domanda posta a Gesù, vi erano varie scuole e altrettanti maestri che davano diverse interpretazioni, vista la molteplicità delle prescrizioni in cui veniva suddivisa: circa 613. la ricerca di un principio unico su cui orientarsi nelle scelte pratiche della vita, era sentita anche dai giudei. La risposta di Gesù sembra scontata, sia nell’indicare come importante l’amore di Dio, che quello verso il prossimo, due aspetti segnalati dalla legge e che ogni buon israelita cercava di rispettare. La novità che sta nella risposta di Gesù consiste nel aver equiparato i due precetti, nell’affermare che è simile al primo dice che merita uguale attenzione. Si tratta di dedicare al prossimo la stessa cura, la stessa attenzione che diamo a Dio, con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.

Nella concezione ebraica il cuore era la sede degli affetti e dei pensieri, l’anima ricordava il suo aspetto vitale, la mente intesa come forza: occorre amare l’altro/a con tutto il proprio essere, realmente e non solo a parole, offrendo un aiuto che sia partecipe del vissuto altrui.

Sempre da “Matteo” di Ortensio da Spinetoli pag. 602, un pensiero che faccio mio: La legge e i profeti sono come un fascio di forze sparse che rischiano di disperdersi ulteriormente se non si fermano a questo aggancio. Il più grande comandamento per un cristiano è lo stesso che per un giudeo. Non ci sono due vie di salvezza, di Mosè e di Cristo, ma c’è solo quella di Cristo, che è lo sfocio di quella di Mosè.
vv.41-46

Matteo presenta un Gesù che va dai farisei mentre sono riuniti in consiglio, per mettere in evidenza la sicurezza e la padronanza di Gesù davanti ai suoi avversari, anche se la storia può essere andata diversamente, la ricostruzione ha bisogno di effetti efficaci. Mentre Mt. scrive, i giudei non si erano ancora convinti ed anche i giudeo-cristiani erano perplessi sul ruolo messianico di Gesù. quindi lui scrive per ribattere le accuse degli uni e per eliminare le perplessità degli altri: la filiazione di Gesù va oltre la sua discendenza davidica, per Mt. Gesù è Signore e questa signoria sarà messa in luce dalla sua risurrezione


Riflessioni dal gruppo

vv. 15-22 : Gli avversari di Gesù non cercano il dialogo, il confronto con chi la pensa diversamente da loro, ma cercano di aggredire, di umiliare. Credono di possedere la sola verità. Vi è una indisponibilità ad una relazione che possa fare interrogare, non sono aperti alla ricerca.

vv.34-40: Amare il prossimo come se stessi. Quanto siamo capaci di amarci? E se non lo siamo, come possiamo amare gli altri? Bisogna avere una buona autostima e fiducia in se stessi, per amarsi c’è bisogno di sentirsi riconosciuti, se si sta bene con se stessi si sta bene anche con gli altri, se si ama solo gli altri è una forma di possessività. È più facile amarsi se si ha la consapevolezza di sentirsi amati. L’amore è il comandamento centrale della vita, abbiamo bisogno di relazioni d’amore, è un allenamento  che dura tutta la vita.

Maria Del Vento

Lunedì 11 giugno 2012 – Vangelo di Matteo cap. 21,28 – 22,14

In questa parte che abbiamo letto del vangelo di Matteo sono descritte tre parabole che sono chiamate dal commentatore “parabole sul rifiuto del regno”. Sta, dunque, per consumarsi una rottura con il giudaismo del tempo, rottura non definitiva.

Gesù, arrivando a Gerusalemme, sa quello che avverrà e quindi con queste tre parabole vuole scuotere quelle persone che si sentono dalla parte dei giusti o che hanno poca fede.

L’affermazione del v.31 “gli esattori e le prostitute vi precedono nel regno di Dio” è una affermazione forte che vuole richiamare alla riflessione, come pure quella del v. 42 “la pietra che i costruttori hanno rigettato è diventata testata d’angolo”.

Siamo, dunque, in presenza di una costruzione teologica e letteraria tipica di Matteo, che sottolinea il costante rifiuto dell’offerta di salvezza da parte dei capi di Israele. Come Gesù anche gli altri inviati come Giovanni Battista e i profeti del Primo Testamento patiscono lo stesso destino: il rifiuto, la non accettazione dell’invito.

vv. 28-32

La prima parabola ruota sulla figura dei due figli ed in particolare sulla risposta data al padre che chiede loro di andare a lavorare nella vigna.

Prima viene il figlio che dice di no (questo non nell’ordine descritto) e poi si pente, dopo viene il figlio che dice di sì ma poi non va nella vigna, sicché il figlio obbediente è il primo, non l’ultimo. Nel commentare il significato di questi due figli, Alberto Mello identifica in essi gli Israeliti ed i pagani.

Per prima cosa bisogna dire che è un racconto esemplare che si riferisce a quelli che hanno creduto e a quelli che non hanno creduto alla predicazione del Battista. La non corrispondenza tra il dire ed il fare è comune ad entrambi i figli ma, mentre il dire rimane sempre ambiguo, il fare è decisivo.

Alla domanda di Gesù “chi dei due ha fato la volontà del padre?” nel racconto di Matteo gli interlocutori sanno rispondere esattamente: non chi ha detto sì, ma chi ha lavorato nella vigna. Nella parabola non si vuole solo mettere in rilievo il fare ma anche il pentimento, che vuole indicare il percorso del peccatore che imbocca la strada sbagliata ma poi ci ripensa, si converte e cambia direzione.

La salvezza non è data solo a chi ha l’atteggiamento di obbedienza ma anche a chi ha il coraggio di contraddirsi, di ricredersi e alla fine arrivare al pentimento. La conseguenza che si trae dalla parabola è provocatoria: un rovesciamento inatteso dei destinatari del regno.

Il v. 31, come già accennato, riporta l’affermazione di Gesù che vuol dire: gli esattori e le prostitute prenderanno il vostro posto. Questi erano pubblici peccatori, erano anche generalmente, i peggiori collaborazionisti col potere eppure sono arrivati a pentimento. Hanno fatto di più per il regno di Dio dei cosiddetti “giusti”, hanno fatto di più di quelli che hanno creduto solo a parole.

Qui il commentatore dice che la partita del regno si gioca già tutta sull’accoglienza ed adesione alla predicazione penitenziale del Battista. La mancanza di fede è già di per sé stessa una mancanza di “giustizia”, di obbedienza operativa e quindi di buone opere.

vv. 33-45

Più che una parabola, il racconto dei vignaioli omicidi è un’allegoria. L’attenzione dell’evangelista si concentra soprattutto su due aspetti:

a)      i contadini non sono soltanto cattivi ma incapaci di far fruttare la vigna
b)     
la scelta operata dagli altri vignaioli.

La vigna del Signore è la casa di Israele, gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Il signore della vigna cambierà i vignaioli ma non la vigna. In Matteo il padrone invia in due riprese più servi ed il trattamento a loro riservato è sempre uguale: uno lo percossero, uno lo uccisero, uno lo lapidarono; la sorte dei servi è sempre la stessa.

I servi di cui si parla sono i profeti che hanno preceduto il Figlio. I contadini non lavorano né per amore del padrone né per amore della vigna, vogliono solo accaparrarsi quest’ultima a spese del proprietario.

Dopo la sorte toccata ai servi, il padrone si decide a rischiare il tutto per tutto e ad inviare il proprio figlio. Egli non è solo un inviato, è l’erede a cui la vigna spetta in eredità. C’è una connessione molto stretta tra l’eredità e l’erede e tra la vigna ed il Figlio.

Per arrivare alla sentenza contro i vignaioli, Matteo fa pronunciare la domanda a Gesù rivolta ai sommi sacerdoti: “che farà il padrone a quei vignaioli?”. Sono dunque gli stessi sacerdoti che condannano se stessi, si identificano come colpevoli, si riconoscono come vignaioli che il padrone “farà perire miseramente quegli indegni”. Infatti Matteo, alla fine, specifica che i sommi sacerdoti capirono che parlava di loro. Sulla pietra rigettata del Salmo 118,22 è giocata tutta la parabola ed alcune chiavi di lettura compresa quella sopra citata.

Altra chiave è che nel racconto non viene specificato se i vignaioli si siano solo rifiutati di consegnare i frutti o se addirittura non abbiano fatto produrre frutti alla vigna.

Quando viene detto del trasferimento della vigna ad “altri contadini” si chiarisce che anche questo è un problema; i nuovi contadini infatti faranno fruttificare la vigna (v.43). Essi gli consegneranno i frutti a loro tempo quindi il compito dei profeti e del Messia non è solo quello di riscuotere i frutti ma sono inviati perchè producano frutti degni della conversione. I contadini non rifiutano i profeti perché non producono frutti ma non producono frutti perché rifiutano i profeti ed il Messia.

Una terza ed ultima chiave di lettura riguarda il trasferimento della vigna ad altri contadini. La vigna come abbiamo visto è chiaramente “il regno di Dio” che “sarà dato a un popolo” che aderirà all’annuncio dei profeti e di Gesù.

22, 1-14

Anche la terza parabola inizia con l’invio dei servi; anche qui un doppio invio, una doppia missione che come nella parabola precedente si conclude in modo tragico. L’ipotesi che il commentatore dà come più probabile al v.7 è che la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. sia vista come un castigo al rifiuto opposto da Israele ai missionari cristiani.

Al v.8  si parla degli invitati che non sono degni:  è  il rifiuto del discepolo verso il suo “Signore”. La dignità è una categoria fondamentale nel discorso missionario. Il rifiuto di Israele è inspiegabile ed è sconcertante quel “non vollero venire” che, dall’altra parte apre la via alla missione presso i pagani, ossia l’invito rivolto a tutti senza più distinzioni, né discriminazioni (non soltanto agli invitati ufficiali).

Cattivi e buoni: questa precisazione del v. 10 non è accidentale; sono stati infatti chiamati gli indegni, quelli che non erano in alcun modo preparati al banchetto. La mescolanza di buoni e cattivi all’interno del banchetto (della chiesa) è il riflesso della gratuità dell’invito.

L’unico vincolo richiesto è quello del vestito, un vestito che può essere visto come un vestito di fede e di opere, un segno di penitenza e di buone opere nell’ambito del giudizio a cui saranno sottoposti coloro che vorranno far parte del regno. Anche i membri della chiesa saranno quindi giudicati, come Israele, sulle opere degne del regno di Dio. La chiamata non garantisce l’elezione; Dio non ha chiamato soltanto gli eletti.

Tutti sono chiamati alla salvezza cooperando con la grazia di Dio, il quale desidera che ogni uomo e donna sia salvato/a.

Luciano Fantino

1 69 70 71 72 73 80