Lunedì 27 febbraio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 9

Il capitolo 9, dai vv. 1 al 17, corrisponde a Marco 2,1-22, mentre il brano sull’emorroissa corrisponde a Marco 5,21-43. Il testo di Marco è molto più lungo. Questi brani sono presenti anche nel vangelo di Luca, tranne quello della guarigione dei due ciechi.

Gesù si sposta a Cafarnao e riprende la sua attività terapeutica e annunciatrice del Regno. Nascono dispute sui suoi presunti poteri e sui suoi comportamenti e viene contestato:

–         dai maestri della Legge, cioè dagli scribi (v. 3)
–         dai farisei (v. 11)
–         dai discepoli di Giovanni (v. 14)

Gesù si dà il potere di perdonare i peccati, familiarizza con i peccatori invece di condannarli e non pratica il digiuno. Il banchetto della casa di Levi è la sintesi di tutta la sezione (cioè dei capp. 8-10): simboleggia la comunità credente raccolta a tavola con Gesù, composta particolarmente di peccatori. I farisei si autoescludono. Gli altri tre miracoli ribadiscono soprattutto il tema della fede.

 Sembra che Matteo abbia costruito questo capitolo per dire: l’incontro con Gesù non salva e non guarisce nessuno, se non ci mettiamo di nostro la fede che ciò possa avvenire e la decisione a cambiare. Al v. 22 dice all’emorroissa: “La tua fede ti ha guarita” e al v. 29, rivolto ai due ciechi: “Vi sia fatto secondo la vostra fede”. Se il paralitico e Matteo il pubblicano non si fossero alzati, all’invito di Gesù, Gesù non avrebbe potuto costringerli a farlo e la loro vita non sarebbe cambiata.

Ci vuole fede per alzarsi quando si è paralizzati a letto da anni, passa uno e ti dice “Seguimi”. Ai due ciechi Gesù tocca gli occhi, ma se loro non avessero creduto, come la donna emorroissa, che lui poteva davvero aiutarli, sarebbero ancora ciechi.

La relazione, l’incontro con Gesù, li aiuta a prendere consapevolezza di potersi alzare, guarire, cambiare la propria vita; di avere in loro questa forza, questa “energia divina”, che fa scegliere di credere possibile la guarigione, il cambiamento. Ci vuole fede e un progetto di cambiamento per il quale l’incontro con Gesù, con una persona particolare, con un gruppo… ti aiuta a deciderti, ad alzarti, a muoverti.

Credo che anche noi siamo così: abbiamo bisogno di relazioni che ci aiutino a cambiare e, nello stesso tempo, possiamo anche essere capaci di entrare in relazione per aiutare altri e altre a prendere consapevolezza di poter cambiare. Possiamo essere noi quel Gesù. Perché ciò possa avvenire le relazioni devono essere di compassione, cioè alla pari: patire insieme, sentire all’unisono, prendersi a cuore i problemi degli altri, non limitarsi a riti, a parole. Ogni senso di superiorità, di degnazione, di elemosina, ci esclude da una relazione salvifica: non dobbiamo crederci giusti, buoni, maestri, guide… ma peccatori, bisognosi di aiuto come chiunque altro. Allora la relazione funziona.

 
Versetti 1-8

Matteo è più sintetico di Marco in questo racconto. Non parla della grande folla né dei farisei seduti per giudicare, né dei dottori della legge, ma c’è subito il malato davanti a Gesù, anche se scrive: “vista la loro fede…”.

Nella mentalità semitica il peccato è legato alla malattia e viceversa. Per guarire, il soggetto deve liberarsi dal peccato, considerato la radice del male. Aggiunge: “coraggio”, cioè “abbi fede”; Gesù non giudica, ma va incontro alla debolezza umana. Il potere di rimettere i peccati è messo in rapporto con quello della guarigione.

Al tempo di Matteo la disputa è tra i seguaci di Gesù e i giudei: questi ultimi pensano nel cuore cose malvagie e non riconoscono la potenza del Vangelo. E neanche riconoscono la potenza e l’eredità ricevuta da Gesù per coloro che stanno alla sua sequela.

 
Versetti 9-13

Questo testo raccoglie tre brani di diversa provenienza, uniti dall’abilità redazionale di Matteo:

–           la chiamata (di se stesso?)
–           la controversia sulla comunione di mensa con i peccatori
–           il “detto” sulla misericordia.

Gesù invita un “estraneo”, rispetto all’ortodossia, a seguirlo. E’ un esattore, un pubblicano, uno che raccoglieva le imposte anche di chi si spostava da un villaggio all’altro… e che faceva la “cresta” per ricavarne il proprio stipendio. Per tutta l’antichità i pubblicani furono considerati ladri e trattati con disprezzo. Dall’ebraismo erano pure considerati impuri e visti come emanazione ultima del potere coloniale di Roma.

Gesù non evita la comunicazione con i malfamati e i bisognosi, i lebbrosi, le prostitute…, ma afferma che, davanti a Dio, ogni discriminazione è ingiusta. Si siede amichevolmente tra gli invitati, mangia con loro, si sente a suo agio… sta bene in loro compagnia. Forse oggi Gesù si sentirebbe bene in compagnia di extracomunitari, rom, omosessuali, drogati…

Gesù chiama tutti e tutte, quando passa: uomini e donne, pescatori e gabellieri, soldati e prostitute, notabili e scribi e bambini… Quanta gente lo segue, nei Vangeli!

La reazione dei farisei riflette la mentalità corrente del giudaismo ufficiale e gerarchico. Gesù va oltre la categoria del puro-impuro: è aperto a chiunque incontri nella vita, soprattutto verso chi ha più bisogno della sua presenza.

Osea 6,6 citato segnala che la pratica cristiana è grazia e misericordia, e non solo culto e rito. Per accogliere la chiamata della grazia occorre sentirsi peccatori. I farisei invece si sentono giusti e non si coinvolgono in un cammino di conversione.

 
Versetti 14-17

Viene riportata la disputa con i seguaci del Battista circa il digiuno. Matteo ribadisce che c’è un tempo per ogni cosa… verranno i giorni del digiuno e del lutto… ma bisogna anche saper fare festa quando è ora di farla…

Come la pezza nuova non si cuce sul mantello vecchio, così non si pone vino nuovo in otri vecchi, rischiando di sfasciarli. Per Matteo il vestito vecchio e l’otre vecchio simboleggiano l’economia giudaica, mentre il nuovo è la proposta cristiana. E non basta un rammendo o un accostamento, ma serve un cambiamento radicale. Il Vangelo non viene a ricucire i brandelli della religiosità statica, ma occorre operare una sostituzione.

 
Versetti 18-26

Abbreviato rispetto a Marco (5,21-43), l’episodio riprende l’interesse mostrato dal vangelo per la situazione delle donne. A Matteo manca il forte parallelismo fra la ragazzina di dodici anni che si avvicina all’età attesa delle mestruazioni e del matrimonio, e la donna che soffre da dodici anni per le esagerate emorragie; nondimeno Matteo indica da un lato che le donne fanno parte della comunità a cui Gesù si rivolge, e dall’altro che egli non sarà dissuaso dalla sua missione dalla prospettiva di diventare ritualmente impuro.

Come il centurione pagano (8,5-13) e la madre cananea (15,21-28), il padre ebreo vuole che sua figlia viva.

L’unico mezzo che può guarire le persone è l’amore – una relazione, completamente indipendente e libera dalle questioni di degnità e di indegnità, di prestazione e di servizio, indipendente perfino anche dalla questione della purezza o della impurità, solo semplicemente una mano che uno può tendere senza essere rifiutato, semplicemente un contatto che non impegna e non esige niente per sé, come se si chiudesse un circuito elettrico attraverso il quale fluisce l’energia della guarigione; ma anche viceversa, poiché nell’altro, in Gesù, si forma qualcosa di simile ad una corrente che va in senso contrario, che riempie il vuoto che questa donna sente in sé, una forza che esce da lui e fa esaurire il ‘flusso’ della donna. (…) … ella osa furtivamente questa presa di contatto che ha l’apparenza di un caso e che dall’esterno non si può assolutamente distinguere da un contatto non intenzionale; e tuttavia in questo unico movimento è contenuta la speranza, la fiducia e il dono di una vita intera. Solo per questo si stabilisce questa corrente di energia fra lei e Gesù, perchè nella fede che muove le mani di questa donna e nella fiducia che fa osare alle sue dita il contatto passa la forza dell’amore che guarisce. E’ la prima volta che questa donna non si sente più ferita per il fatto di essere una donna”. (…)

Gesù ha il coraggio di svelare l’audacia disperata di questa donna davanti agli occhi di tutta la gente. Egli stesso non si vergogna di lei, e non vuole neppure che lei continui a vergognarsi della sua malattia. Il passo più coraggioso della sua vita verso la guarigione non deve conservare più l’impressione di un furto dissimulato. ‘Ciò che hai fatto’, sembra volerle dire Gesù, ‘non era una colpa; è un segno della tua fiducia, del fatto che tu, senza domandare né chiedere il permesso, hai fatto e preteso ciò di cui hai bisogno per vivere. Infatti è proprio questo che Dio desidera, e questo egli intende con ‘fede’: superare l’angoscia e il timore, che può rovinare e distruggere la vita portandola fino alla malattia, ed avere la certezza che Dio vuole che noi viviamo, anche se il tenore della legge sembra contraddire questa volontà – Va’ dunque, la tua fede ti ha salvata” (E. Drewermann, Il messaggio delle donne, Queriniana, pagg. 135-138).

 
Versetti 27-31

Sembra una ripetizione del cap. 20,29-34 (i due ciechi), quest’ultimo più fedele ai racconti di guarigione di ciechi di Marco e Luca. Qui non sono fermi sul bordo della strada, ma seguono Gesù: simbolo del mettersi in cammino per passare da una condizione infelice alla pienezza della vita. Ma bisogna aver fede, dice Matteo, ossia credere nella possibilità del cambiamento. Cosa significa aver fede oggi per noi?

 
Versetti 32-34

Questo è il decimo miracolo; sembra quasi messo qui proprio per arrivare al numero dieci. Questo stesso miracolo sarà raccontato al cap. 12 in modo più appropriato. Qui serve a chiudere le opere prodigiose di Gesù con una acclamazione popolare, così come è avvenuto al termine del discorso sulla montagna (7,28). Il v. 34 introduce la prossima sezione con le controversie che vi ritroveremo.

 
Versetti 35-38

Questo breve testo ricapitola la sezione dei capp. 8 e 9 e introduce il capitolo 10. Il primo versetto è un sommario che ripete il v. 23 del cap. 4; tre verbi sintetizzano la missione di Gesù: insegnare, predicare e curare. Queste tre azioni devono caratterizzare anche l’attività dei discepoli di Gesù e dei missionari.

 
Riflessioni nel gruppo

–           I “giusti”, in realtà, non esistono, non sono di questo mondo. E’ una parola che suona falsa. Questo mi dice Matteo. Gesù sta a tavola con pubblicani e peccatori per smascherare coloro che “si credono” giusti. E che vengono così allo scoperto. Loro non si siederebbero mai a tavola con quella gentaglia!… E Gesù, che è un rabbi come loro, dovrebbe fare altrettanto. Quello, forse, è il segno che gradirebbero da lui, per accoglierlo finalmente come uno di loro. Loro conoscono a memoria la Legge e i Profeti, hanno i sacri testi inchiodati agli stipiti delle porte e intrecciati con i riccioli in testa!… Loro sanno distinguere i giusti dai peccatori e sanno che Dio ama i giusti, perché solo ai giusti d’Israele è stato promesso il Regno. Eccetera eccetera…

       Ma sono anche i discendenti di chi ha regolarmente perseguitato e ucciso tutti i profeti. E faranno altrettanto anche con Gesù, quel traditore della purezza ebraica, che sostiene di essere venuto “per le pecore perdute d’Israele”. Ma quelle vadano al diavolo! Ecco perché li hanno sempre uccisi: perché i profeti pretendono di sapere come si deve vivere, meglio di loro che conoscono a memoria la Legge, fin nei minimi dettagli, e ne discutono quotidianamente da secoli. E conoscono anche bene quello che Gesù ricorda loro: “Misericordia voglio e non sacrificio”. E’ scritto nel libro di Osea, lo sanno a memoria, cosa crede! Ma finisce lì. Lo sanno a memoria, appunto. E basta.

–           Occorre agire senza chiedere il permesso, come fa la donna emorroissa. Chi è nella situazione problematica ha il diritto di scegliere come chiedere aiuto. Come nelle Beatitudini: “Alzatevi, voi che…”. Ci vuole il desiderio di cambiare, di guarire… ci vuole l’incontro tra il desiderio di chi cerca e chiede aiuto e la disponibilità di chi può dare una mano. E’ la reciprocità di ogni relazione: siamo contemporaneamente bisognosi di aiuto e potenziale aiuto per gli altri e le altre.

–           E’ probabile che Gesù invitasse tutti a cambiare vita, ad una maggiore responsabilità, al rispetto della libertà, a non farsi imprigionare da meccanismi strani. Non sempre questi cambiamenti sono indolori, a volte possono causare delle rotture, ma la libertà, quella libertà di cui parla Gesù, non si può addomesticare, per cui credo che valga la pena di mettersi in gioco. E’ bello vedere l’amore, la consapevolezza e la misericordia come compagne che ci sostengono nel costruire il cambiamento.

–           E’ sorprendente la voglia di guarire dell’emorroissa. Pur essendo sfinita dalla sua malattia, che la teneva esclusa dalla vita sociale, si spinge ancora un po’ più avanti per ottenere un contatto con Gesù, sperando di toccare almeno un lembo del suo mantello. Sono straordinarie le risorse che possediamo dentro di noi e molto spesso ce ne dimentichiamo. Molti ostacoli o preoccupazioni, che ci sembrano insormontabili, possono essere superati se veramente lo vogliamo.

–           Se riusciamo ad incontrare sulla nostra strada persone che ci stimolano a prendere consapevolezza e ad usare le nostre capacità, allora tutto diventa più semplice, abbiamo una spinta in più ad agire per cambiare. Ad ognuno/a di noi nella vita più volte viene offerta la possibilità di rinascere, di cambiare… sta a noi seguire la nostra forza di volontà per attuare il cambiamento ed essere attenti nel saperlo riconoscere come nuova opportunità per metterci in gioco.

Carla Galetto

Lunedì 20 febbraio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 8

Non fermarsi… andare oltre

E’ interessante osservare che queste prime guarigioni di Gesù avvengono su persone che vivono, in modo diverso, situazioni di emarginazione nella società dell’epoca: un lebbroso o un uomo affetto da una malattia della pelle, uno straniero pagano di cui Gesù guarisce il figlio o il servo, infine una donna, in questo caso la suocera di Pietro.

Toccando l’uomo con una malattia della pelle, Gesù diviene impuro per la legge giudaica vigente. Guarisce l’uomo e gli ordina di andare dal sacerdote per essere riabilitato. Questo significa che Gesù mette l’altro in condizione di essere guarito, assumendo la sua impurità.

Anche il contatto con l’ufficiale romano rivela l’impegno di apertura di Gesù. Dopo l’israelita emarginato, un non-giudeo di cui elogia la fede (v. 10). Il Regno di Dio che Gesù testimonia va al di là dei confini di Israele, è destinato a tutti i popoli e a tutte le culture.

Perchè l’uomo dice di non meritare che Gesù entri nella sua casa? Qualche commentatore ha sollevato l’ipotesi che il malato (qui designato con il termine generico “ragazzo” invece che figlio o ancora servo) potesse essere un efebo, amante dell’ufficiale romano (il che, se era accetto alla cultura pagana, era però condannato da quella ebraica). In questo caso, l’atteggiamento dell’ufficiale romano sarebbe stato diretto ad evitare a Gesù una situazione imbarazzante per le implicazioni morali che essa presentava. Più verosimilmente, tuttavia, il centurione (o il funzionario) semplicemente non voleva che Gesù potesse in qualche modo essere pregiudicato entrando nella casa di un pagano (per giunta, se stiamo al racconto, ufficiale di un esercito di occupazione). E, infatti, Gesù non insiste; accetta di non recarsi nella casa e cura il ragazzo con la forza terapeutica della sua parola. Annuncia, inoltre, che nel banchetto messianico molti giungeranno da oriente e da occidente e siederanno a tavola con i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, mentre coloro che si ritengono destinatari esclusivi del Regno e della promessa di Dio ne resteranno fuori, confinati nei loro sentimenti di invidia e di odio.

La guarigione della suocera di Pietro, che appare qui come una persona del circolo abituale di Gesù, avviene in casa. Ci chiediamo se questo particolare racconto, sobrio e lapidario come pochi, voglia alludere alla “chiesa domestica”, che al tempo, come suggerisce il nome, ancora si riuniva nelle case. Chissà: forse, ricordando questo episodio, si vuole alludere al fatto che in alcune chiese, la donna giace ancora prostrata? Gesù, con un gesto, la guarisce: tocca la sua mano. Come in Marco e in Luca, anche in Matteo si racconta che, prontamente, la donna si alzò e si mise a servire Gesù. Il verbo usato, “diakonei”, è lo stesso che designa la funzione dei diaconi nella chiesa. Raccontando ciò con tale forza simbolica, che cosa si voleva dire propriamente? Si intendeva, forse, istruire la comunità circa la necessità di coinvolgere e valorizzare la donna in una funzione ministeriale più attiva di quella in cui essa si era vista fino ad allora relegata?” (Marcelo Barros, Il baule dello Scriba, pagg. 79-80).


Versetti 18-22

Il vangelo si riferisce qui ad un viaggio missionario. Gesù ordina di andare sull’altra riva del lago, nella regione dei pagani. E’ in questa situazione che si presentano i due casi di candidati al discepolato. Nel primo, si tratta di un maestro della legge; generalmente i maestri della legge appaiono nel testo come avversari di Gesù. Qui si allude invece a uno che fa suo l’appello alla sequela, con accenti che ricordano lo spontaneo entusiasmo di Pietro: “Verrò con te dovunque andrai”. Gesù si premura di metterlo in guardia: volpi e uccelli hanno dove ripararsi a riposare, lui no. Lui e i suoi discepoli devono saper rinunciare ad ogni sicurezza e tranquillità nello svolgimento della missione.

Al secondo interlocutore, che si dice deciso a seguirlo, ma gli chiede una dilazione nel tempo per accompagnare gli ultimi giorni di vita del padre, Gesù oppone un categorico, e per certi versi scandaloso, “Vieni con me e lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. C’è un’urgenza del Regno, c’è un amore più grande che esige nei discepoli fretta, determinazione, radicalità. Al punto di saper rinunciare all’esercizio, che resta pur sempre buono e meritorio, degli affetti e delle cure familiari.


Versetti 23-27

Nella tradizione antica si raccontano molte situazioni analoghe. Questa è scarna ed essenziale. Chi nasce e vive sul litorale conosce la forza del mare che, a volte, può scatenarsi e diventare assai pericoloso. Forse per il fatto che molte delle invasioni di cui furono vittime giunsero dal mare, esse portavano a vedere il mare come un luogo di forze demoniache. Allora, forse per mostrare che Gesù affrontò e vinse le forze del male, si racconta che egli usò la forza della parola per domare una tempesta nel mare di Galilea. L’insegnamento che se ne può trarre è che la comunità cristiana è chiamata a stare salda nella fede, anche e soprattutto quando fa l’esperienza della tribolazione e della prova.


Versetti 28-34

Nei vangeli di Marco e Luca l’indemoniato è uno solo, mentre in Matteo sono due. Gesù non esita un solo istante a permettere che un intero branco di porci si perda, pur di vedere un solo essere umano (o due, secondo il racconto di Matteo) liberato. Quanti di noi sarebbero disposti a perdere la loro mandria, o il gregge, o ciò che ad essa potrebbe oggi corrispondere (ma anche solo un maialino), perchè un fratello o una sorella possa essere liberato/a dal suo male?

Il racconto, come sempre, ha il suo valore simbolico. Ricordando forse una missione sfortunata in territorio pagano, si è voluto sottolineare la difficoltà grande di una cultura non-giudaica a intendere il piano di salvezza del Dio dell’Alleanza. Nel linguaggio più vicino a noi, potremmo dire che una società prigioniera degli idoli del potere e dell’avere (cioè pagana) non può capire e fare propri i gesti salvifici con cui si annuncia il Regno di Dio.


Riflessioni dal gruppo

  • Gesù ha sovente relazioni apparentemente “a perdere”: totalmente gratuite, libere da ogni tornaconto, come avrebbe potuto essere la pubblicità che poteva fargli il lebbroso… Gesù compie gesti che vanno oltre le disposizioni legali e queste relazioni trasgressive guariscono, liberano.
  • Gesù entra in contatto con una donna, la suocera di Pietro: la relazione paritaria aiuta le donne a sollevarsi e liberarsi. Gesù l’ha fatto; gli uomini dopo di lui non più! le donne hanno sempre dovuto praticare l’invito delle “beatitudini”: Alzatevi e mettetevi in cammino, voi donne che siete oppresse dalla cultura patriarcale, perché sarete libere e operatrici di liberazione anche per gli uomini.
  • Spesso, troppo spesso, valgono più i porci delle persone. Non solo, l’ultimo versetto è di una attualità permanente: è più facile girarsi dall’altra parte che guardare ciò che succede, per evitare di dover prendere posizione.
  • Quel versetto sui “morti” è molto duro. Forse Matteo, nella sua radicalità, vuole evidenziare il rischio che “fermarsi a prendersi cura” possa essere inteso come alternativa alla “sequela”. Invece Gesù si prende cura di chi ha bisogno e ogni volta è un’occasione e un momento del cammino sulla strada del Regno. “Morti e morte” sono quelli/e che non camminano su quella strada, come devono fare discepoli e discepole, ma si fermano a fare altro.
  • La “tempesta” è un’esperienza di vita per ogni uomo e ogni donna. Imparare ad affrontarla significa apprendere la capacità di rasserenare, accompagnando chi è in balia della tempesta, e l’arte di saper mantenere calma e lucidità quando siamo noi a doverci fare i conti.
  • Gesù guarisce, fa prodigi, però non si ferma lì. Va oltre per portare ad altre persone il suo messaggio, sollecita la responsabilità di chi riceve un beneficio a non sentirsi appagato, ma a testimoniare nel proprio ambito l’effetto che ne consegue e a farsi egli stesso cassa di risonanza…
  • Ci dice anche, però, che la salvezza di qualcuno/a non dipende da chi l’ha “toccato”, ma dalla capacità di lasciarlo/a libero/a di assumersi consapevolmente la responsabilità della propria guarigione, del proprio cambiamento: solo da quel momento in avanti siamo davvero guariti/e e salvati/e.

Domenico Ghirardotti

Lunedì 13 febbraio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 7 – 13,29

Con questi versetti, l’autore del vangelo chiude il discorso della montagna, con una serie di esortazioni che indicano l’ideale di vita presentato nel discorso della montagna.

Una proposta importante da mettere in pratica, per Matteo è importante comprendere ciò che si è ascoltato, ma è molto più importante mettere in pratica quello che si è capito. D’altra parte lo stesso Gesù non si è preoccupato d’insegnare a pensare bene, quanto ad agire bene. Certo, è molto saggio imparare a riflettere, a pensare, ma sempre come presupposto ad un corretto modo di agire. Ascoltare non è solo sentire, ma far penetrare dentro ciò che Gesù ci dice e praticare con coerenza nelle opere.

Gli esempi che vengono citati: la porta stretta e quella larga, la via angusta che conduce alla vita e quella larga della perdizione, i profeti veri e quelli falsi, l’albero buono e quello cattivo e infine la casa costruita sulla roccia e l’altra costruita sulla sabbia; sono esempi messi l’uno accanto all’altro e in contrapposizione, proprio per far capire meglio come deve essere la fisionomia di chi ha scelto di seguire di Gesù.

Per questo occorre seguire l’una e guardarsi dall’altra, cercare ciò che ha più senso, che è più giusto e non aver paura di affrontare le difficoltà, la conseguenza di certe scelte, che a volte costano rinunce e sacrifici.

Il tono usato è quasi duro, ma probabilmente la comunità di Matteo, cominciava ad avvertire i primi segni di rilassamento e quindi, era necessario che qualcuno le ricordasse gli impegni etici e spirituali presi nell’aver scelto di seguire la pratica di Gesù. Evidentemente la ricerca degli agi e dei piaceri non sembrava tanto lontano come avrebbe dovuto essere.

L’evangelista mette in guardia dai falsi profeti, ma che cos’è la profezia e chi sono i profeti?

Ci è stato insegnato che i veri profeti sono coloro che interpretano la volontà di Dio, ma nel testo viene detto che li riconoscerete dai loro frutti, cioè dalle loro azioni. Se sono persone rette, convinte di ciò che annunciano, questo dovrebbe tradursi in buone azioni prima di tutto in loro, mettere in pratica partendo da se.

Ma non è sempre così, a volte sono veri profeti e profete, coloro che non si allineano con il potere di qualunque origine sia, perché il potere non tollera i disubbidienti che osano andare oltre” la legge”.

Nel capitolo precedente troviamo più volte Gesù che dice: “vi hanno detto……ma io vi dico…”.

Credo che quello è l’invito a cui siamo chiamate/i ad accogliere, cioè, chiederci sempre se la legge/regola è applicabile per il bene della persona o se va cambiata e quindi trasgredita per praticare la giustizia, la verità.

Voglio citare due donne che, in epoche diverse anno pagato a caro prezzo la libertà di insegnare e dissentire dai canoni ufficiali:

– Perpetua (fine 2° secolo inizio 3° secolo), cacciata come un lupo dagli avversari cattolici e fatta morire nell’anfiteatro in lotta con le belve, per aver avuto la consapevolezza di conoscere a fondo e trasmettere ad altri la parola di Dio.

– Mary Daly, morta nei mesi scorsi, a cui fecero trovare chiuso il suo ufficio impedendole di poter continuare ad insegnare all’università, cosa che faceva da tempo, perché rendeva pubbliche le sue ricerche che non erano conformi a quelle ufficiali.

Lo spirito divino della profezia non è ad appannaggio di alcuni eletti, in Atti 2, 17-18 leggiamo: “…dice il Signore: Io effonderò il mio spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno…. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio spirito ed essi profeteranno.

Tutti e tutte siamo chiamati e chiamate a profetizzare tenendo presente l’importanza della pratica di vita.

Prima di tutto occorre coltivare la conoscenza, cioè il pensiero, poi la parola, parlare di ciò che conosciamo o stiamo approfondendo, ci aiuta ad aprire gli occhi e a seminare pensieri di giustizia, e poi la pratica di vita. Se mettiamo insieme pensiero, parola, e pratica, diventano un messaggio concreto per chi ascolta e per ciascuno di noi, cercando di avere sempre il desiderio di ancorarsi ai valori dell’amore e della giustizia.

Maria Del Vento

Lunedì 6 febbraio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 6 – 7,12

Il cap. 6 inizia sottolineando e richiamando i tre grandi pilastri su cui il profeta Gesù, che da poco aveva iniziato la sua vita pubblica, costruisce la sua predicazione. Questi sono: la giustizia, le buone opere e la preghiera. Prima c’è il richiamo al culto (preghiera), poi all’elemosina come buona opera di misericordia, infine l’indicazione del digiuno come pratica che può predisporre adeguatamente alle due pratiche della preghiera e della misericordia. Questo passaggio del vangelo di Matteo è la sezione centrale del discorso della montagna e al centro del centro troviamo la preghiera del Padre nostro (vv. 9-15).

Chi sono i simulatori, gli ipocriti, che Gesù addita come esempio negativo? I simulatori sono coloro che fanno di tutto per essere guardati dagli uomini. Elemosina, preghiera e digiuno stabiliscono, viceversa, una comunione con il Dio invisibile che Gesù chiama Padre.

 

Il Padre nostro

La versione di Matteo è più ampia di quella di Luca (Luca 11,2-4). Il Padre nostro di Matteo era la preghiera di Gesù in uso nell’ambiento giudeo-cristiano, mentre quello di Luca era in uso nell’ambiente etnico-cristiano. Ogni ebreo devoto pregava Dio tre volte al giorno: alla sera, al mattino e a mezzogiorno; anche il Padre nostro è un condensato estremamente denso della preghiera ebraica di tutti i giorni.

Le prime tre invocazioni non sono suppliche, ma benedizioni. La santificazione del nome ha un’importanza molto grande nella vita religiosa ebraica: essa si attua attraverso la quotidiana sottomissione alla Torah. Venga il Tuo Regno: la seconda invocazione è una nozione parallela alla prima e va a sottolineare l’affermazione e la necessità di rendere visibile la signoria di Dio in questo mondo e, quindi, l’importanza di far venire il suo Regno nelle nostre vite e nei nostri giorni. Tutto l’evangelo testimonia la centralità di questa preghiera e di questo annuncio da parte di Gesù. Sia fatta la Tua volontà: è la preghiera di Gesù nel giardino del Getsemani. Egli dice: “non come voglio io, ma come vuoi Tu”; questo ci ricorda che non sta a noi compiere la volontà di Dio, ma a noi tocca pregare affinché Dio compia la sua volontà, ma anche, soprattutto, affinché noi possiamo fare la volontà di Dio.

Dacci oggi il nostro pane. E’ possibile che Gesù in aramaico abbia detto proprio così: “Accordaci in questo giorno il nostro pane del giorno”; in pratica voleva sottolineare che il pane del giorno deve bastarti, come hai imparato nella preghiera. Nella versione siriaca è scritto “il pane di cui abbiamo bisogno”.

Rimetti a noi i nostri debiti. Il peccato è considerato come un debito verso Dio e verso il prossimo: in aramaico perdonare significa dunque rimettere un debito. Ma la condizione perchè la nostra richiesta di perdono sia efficace è che anche noi “rimettiamo” o “abbiamo rimesso” i debiti altrui, come si spiega chiaramente nei vv. 14 e 15, che sono un commento a questa invocazione. D’altro canto la nostra disposizione a perdonare è proporzionale alla gratitudine con la quale ci sentiamo noi stessi perdonati da Dio.

Non farci entrare in tentazione equivale a “fa’ che non entriamo”: non vuol dire che Dio ci induce in tentazione, ma che è in suo potere far sì che non vi siamo indotti. Che ci sia risparmiata la tentazione, che siamo preservati dalla caduta, dobbiamo soprattutto chiederlo a Dio come una grazia, anziché confidare solo sulle nostre forze. La tentazione, infatti, non è solo una prova per la nostra fede, ma un pericolo, una trappola infernale, dalla quale Dio può sempre salvarci, ma in cui rischiamo anche di perderci. Una preghiera ebraica recita: “possa in noi regnare l’impulso buono e non regnare l’impulso cattivo”.

Ma liberaci dal maligno è una precisazione della petizione precedente, che manca nella versione di Luca. Qui Matteo fa prevalere il senso personale: non semplicemente il “male”, ma chi lo trama ai nostri danni, cioè il “maligno”.

 

Il digiuno (vv. 16-18)

Ciò che il Signore rimprovera ai simulatori è il modo in cui praticano il digiuno, ovvero lo spirito con cui lo si vive. E’ una denuncia della falsa pietà che si può mascherare. Gesù si limita a chiederci che, se digiuniamo, lo facciamo con gioia. Infine Matteo ci parla della ricompensa, che dobbiamo aspettarci dal Padre che vede nel segreto del nostro vivere; questa ricompensa è unica: se la riceviamo dagli uomini non aspettiamoci più di riceverla da Dio.

 

La fiducia nel Padre

L’ultima parte del capitolo 6, dal v. 19, è collegata ai primi 12 vv. del capitolo successivo. Abbiamo qui la rivelazione della paternità di Dio e l’invito ad abbandonarci alla sua paterna provvidenza. Troviamo in questo brano una serie di detti in ordine più o meno sparso, che gravitano tutti intorno a un insegnamento centrale: non preoccupatevi del cibo, del vestito, del domani, perchè è Dio che ci provvede ogni giorno di tutte le cose di cui abbiamo bisogno per vivere. Ecco perchè non ci deve mai mancare la fiducia in Lui, l’Abba, il nostro Padre.

Possiamo evidenziare sette detti:

  1. Il vero e il falso tesoro (vv. 19-21). L’immagine è quella di un ammasso inutile di beni deperibili che cerchiamo di accumulare, contrapposto a tutt’altro tipo di beni. Ma non è questo che il brano evidenzia, bensì che il nostro cuore, la nostra attenzione, la nostra sollecitudine sono rivolte a quanto abbiamo di più prezioso. Perciò tutto dipende da ciò che noi stimiamo come il nostro “tesoro”.
  2. L’occhio semplice e quello avido (vv. 22-23). L’occhio è l’organo che percepisce e riflette la luce in tutto il corpo. L’occhio “semplice” è quello che non si lascia sedurre dalla cupidigia o dalla gelosia; al contrario, anche senza arrivare al “malocchio”, l’occhio cattivo è sempre o avaro dei suoi beni o invidioso di quelli altrui. Naturalmente anche l’occhio luminoso può diventare tenebroso… In questo è simile al detto sul sale che può diventare insipido.
  3. Dio e mammona (v. 24). Per un domestico “servire” vuol anche dire un po’ appartenere al suo padrone: coinvolge la sua persona, non solo il suo lavoro; mentre “odiare” e “amare” possono essere usati in senso comparativo. In questo contesto Matteo propone una personificazione del termine “mammona”: soltanto il vangelo smaschera mammona come idolo, oggetto di una fiducia mal riposta e alienante. C’è un nesso profondo tra la “fiducia” dell’uomo e la sua “ricchezza”. Amare Dio con tutta la nostra forza può concretamente condurci a rinunciare ai nostri beni: una scelta drastica, ma necessaria.
  4. Non preoccuparsi per la propria vita (vv. 25-34). E’ servire a mammona che causa preoccupazioni e, viceversa, le preoccupazioni inducono all’avarizia. “Non preoccupatevi” ritorna in questo testo per ben sei volte: essenziale è dunque non nutrire sollecitudini contrastanti, che dividono il cuore e gli impediscono di essere “semplice”. L’illusione della ricchezza soffoca la parola del Regno e, quindi, anche quella giusta preoccupazione che Paolo chiama “la sollecitudine degli uni per gli altri” (1Cor 12,25). Dio ci ha dato le cose più grandi, l’anima e il corpo, non ci darà anche le più piccole, il cibo e il vestito? Gli uccelli sono un esempio non di pigrizia, ma di libertà dall’ansietà. Così tutta l’attività umana risulta ridimensionata, poiché non è da essa che viene la vita. Il vangelo sostiene, invece, che queste nostre preoccupazioni dipendono unicamente dalla piccolezza della nostra fede. Che cosa vuol dire allora “aver fede” per Matteo? Vuol dire cercare prima di tutto il Regno di Dio; la sua giustizia, che è la giustizia che provvede ugualmente a buoni e malvagi, a giusti e ingiusti, è il modo in cui il suo Regno si inscrive quotidianamente nelle nostre vite.
  5. Non giudicare (vv. 7,1-5). Apparentemente non vi è alcun nesso fra il non giudicare e la fiducia nella provvidenza. Matteo ci dice che con lo stesso metro, con cui noi misuriamo il prossimo, noi stessi saremo a nostra volta misurati, ovviamente da Dio. Non può dunque un uomo chiedere qualcosa a Dio se egli stesso non è generoso nel donare agli altri. Per questo è necessario avere l’occhio semplice, non invidioso del fratello, capace di sopportare le sue imperfezioni, che sono una “pagliuzza” al confronto con le nostre “travi”.
  6. Disciplina dell’arcano (v. 7,6). Dopo averci messo in guardia dal giudicare il prossimo, qui Matteo ci parla di “cani” e di “porci”, due modi spregiativi con cui gli ebrei chiamavano i pagani. Chi ha la coscienza di aver ricevuto cose grandi e preziose non può svenderle, non può banalizzarle. Forse qui Matteo ci vuol far riflettere e mettere in guardia da un facile proselitismo.
  7. Chiedere, cercare, bussare (vv. 7-11). Qui Matteo sottolinea la cosiddetta “sapienza del mendicante” e ci propone anche un esempio, quello del rapporto padre-figlio. E’ Dio che dona tutto e lo dimostra proprio donando anche a coloro che non gli chiedono nulla. Egli, come un vero padre, desidera che suo figlio gli domandi “cose buone” e, come a un figlio che sa piacere a suo padre, gli accorda tutto ciò che egli desidera.

Nel v. conclusivo (7,12) ci viene donata la regola d’oro: non fare a nessuno ciò che non piace a te. Era una regola comune nel giudaismo, quasi un’esegesi del comandamento di amare il prossimo come se stessi: ciò che non vuoi che sia fatto a te, tu non farlo ad altri.

Luciano Fantino

N° 2/2012

FOGLIO DI COMUNITA’

Bollettino informativo non periodico della Comunità cristiana di base
Distribuzione gratuita — Stampato in proprio c/o ALP, Via Bignone 89, Pinerolo (To) il 27/01/2012


LE EUCARESTIE

(nella sede della comunità)

DOMENICA 5 febbraio ore 10 : prepara il gruppo del lunedì sera-FAT
DOMENICA 12 febbraio ore 10 : prepara il gruppo del lunedì sera-sede
DOMENICA 19 febbraio ore 10 : prepara il gruppo del lunedì sera-FAT
DOMENICA 26 febbraio ore 10 : prepara il gruppo “La scala di Giacobbe”
DOMENICA 4 marzo ore 10 : prepara il gruppo del lunedì sera-sede

|
|

ALTRI APPUNTAMENTI

ASSEMBLEA DELLA COMUNITÀ: domenica 12 febbraio, ore 10,30, subito dopo una breve celebrazione eucaristica, la comunità è convocata per l’assemblea di programmazione, prevista fino alle ore 12. Si raccomanda la maggior partecipazione possibile. Seguirà, per chi può e lo desidera, il pranzo comunitario autogestito. Nel pomeriggio, dalle 14 alle 17, è convocata l’assemblea della comunità per riflettere sul tema: L’Eucarestia (v. verbale a pag. 2)

GRUPPO DONNE: Martedì 14 febbraio, ore 16, nella sede della comunità

GRUPPO BIMBEBIMBI: domenica 5 e 19 febbraio, ore 15, nella sede della Cdb.

GRUPPO RICERCA: martedì 14 e 28 febbraio, alle ore 21 a casa di Paola Bertozzi ed Elio Tebaldini

GRUPPO “ELABORAZIONE DEL LUTTO”: giovedì 9 febbraio, ore 21, in sede

|
|

GRUPPI BIBLICI SETTIMANALI

lunedì ore 21 in sede lunedì ore 21 al FAT
Stiamo leggendo il vangelo di Matteo.

|
|

LA SCALA DI GIACOBBE

Sabato 25 febbraio alle ore 17, presso la sede della Comunità di base, incontro con il dott. Paolo Rigliano, psichiatra e psicoterapeuta. Alle ore 19,30 cena presso i locali del F.A.T.
Alle 21 presso il Salone dei Cavalieri (Viale Giolitti 7/9, Pinerolo), il dott. Paolo Rigliano presenterà il libro “Curare i gay? Oltre la terapia riparativa” di Paolo Rigliano, Jimmy Ciliberto e Federico Ferrari.
Domenica 26 febbraio ore 10, presso la sede della Cdb, il gruppo guiderà la celebrazione dell’eucarestia. Alle 13,00 pranzo autogestito, seguito da discussione e programmazione dei prossimi incontri del gruppo.

|
|

GRUPPO RICERCA

Contrariamente alla scelta fatta qualche mese fa, terminata la lettura del libro “Senza Dio” di Giulio Giorello, invece di prendere in mano “Leggere il Corano a Roma” di Adnane Mokrani (Ed. Icone, Roma 2010) abbiamo scelto di dedicarci a “Quando Dio era una donna” di Merlin Stone (Ed. Venexia, Roma 2011). Si presenta come un testo prezioso per approfondire la ricerca intorno alla domanda che aveva dato vita al nostro gruppo: cosa c’era prima dell’ebraismo, prima del monoteismo ebraico-cristiano, prima del patriarcato? Avevamo letto “Il piacere è sacro” di Riane Eisler, le ricerche di Joseph Campbell sulla mitologia; avevamo interrogato Franco Barbero sulle origini storiche del popolo ebraico… Adesso il libro della Stone promette di darci informazioni ulteriori sulla religiosità pre-patriarcale nell’area del vicino e medio Oriente, in particolare Mesopotamia, Assiria, Sumeria, Palestina… Proprio quello che ci interessa.
Cominceremo martedì 31 gennaio. Se qualcuno o qualcuna fosse interessato/a, il gruppo sarà felice di aggiungere una o più sedie intorno al tavolo.

Carla e Beppe

|
|

GRUPPO BIMBEBIMBI

Anche noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di capire che cosa davvero ci raccontano i miti delle origini su cosa c’era “prima”, su come vivevano, amavano, pregavano, uomini e donne prima del monoteismo ebraico-cristiano, prima dell’avvento del patriarcato. E’ un percorso nuovo, che abbiamo iniziato grazie a libri che ci trasmettono i risultati di ricerche archeologiche e antropologiche interessantissime.
Alla prossima Pasqua cercheremo di darvi conto del cammino fatto in questi mesi con il gruppo e tra di noi.

Beppe e Marika

|
|

VERBALE DELL’ASSEMBLEA COMUNITARIA del 22/1/12

1) – Calendario mese di febbraio (v. sopra)

2) – Giornata comunitaria: domenica 12/2 dalle ore 14 alle ore 17. Tema: L’Eucarestia.
Molti sono stati gli interventi per organizzare al meglio l’incontro.
– Memo Sales ha accettato di preparare una scheda introduttiva (ricerca “gemmatica” su alcuni testi), che sarà a disposizione e distribuita da domenica 5/2.
– Inizieremo l’incontro con un “giro di tavolo” dove tutti/e i/le partecipanti diranno brevemente quello che significa per loro l’eucarestia, parleranno della loro esperienza e del percorso personale.
– Si invita caldamente tutte e tutti a leggere anche alcuni testi per arricchire il confronto. Si consiglia:
“Una comunità che guarda avanti” – Quaderni di Viottoli – in particolare da pag. 65 e in Appendice da pag. 83; nell’ultimo numero della rivista VIOTTOLI (2/2011) gli interventi di Giuseppe Barbaglio e Amilcare Giudici (pag. 52-58);
“Eucarestia raccontata” di Martino Morganti

3) – Convegno Nazionale a Napoli il 28, 29 e 30 aprile.
Beppe parteciperà il 18/2 a Roma al collegamento per la definizione del programma.
Per effettuare la ricerca del mezzo di trasporto più conveniente, tramite internet, è necessario comunicare, il più presto possibile, il numero esatto di coloro che potranno partecipare al convegno.

4) – Iniziative contro l’omofobia 2012 (v. sotto)

5) – Varie ed eventuali: Eucarestia “breve” e assemblea comunitaria.
Si apre un confronto e viene ribadito che il gruppo che prepara l’eucarestia ha la più ampia libertà nel proporre una celebrazione che non “sfori” dalla mezz’ora, anzi, ben vengano tutte le idee che permettano di ridurre intorno ai 15/20 minuti. Alcune/i si pronunciano per mantenere lo spezzare il pane, momento celebrativo del nostro impegno di fede e chi “guida” l’eucarestia si impegni al rispetto dei tempi.

Luciana Bonadio

|
|

VERSO LA GIORNATA “CONTRO L’OMOFOBIA”

25 febbraio: incontro con Paolo Rigliano

Lunedì 30 gennaio alle ore 17 si terrà la nuova riunione del comitato organizzatore a cui aderiscono, fino a questo momento: Cdb di Pinerolo, Chiesa Valdese di Pinerolo, Parrocchia di S. Lazzaro, La Scala di Giacobbe, FAT, Viottoli, Uomini in Cammino, Valore Laicità A. Barbero, Pensieri in Piazza, Rete Genitori Rainbow, ARCI, SEL e Federazione della Sinistra.
Siamo lieti/e che la Giunta comunale di Pinerolo abbia accolto il nostro invito a coinvolgersi: con l’Assessora alla PPOO Magda Zanoni abbiamo già avuto un incontro per concordare modalità e iniziative. Lo stesso invito abbiamo rivolto a tutti i partiti politici della città e del territorio. Non appena il programma dettagliato delle iniziative sarà pronto, ne daremo ampia informazione.
La prima iniziativa già definita è la seguente: sabato 25 febbraio, ore 20,45 Salone Cavalieri. Il prof. Paolo Rigliano presenterà il suo libro sulle cosiddette terapie riparative, con le quali qualcuno pretende di poter guarire l’omosessualità. Ingresso libero. Facciamo girare la voce.

Beppe e Francesco

|
|

INCONTRO REGIONALE DELLE COMUNITÀ E DEI GRUPPI CREDENTI

TORINO, c/o l’Associazione “Opportunanda” in Via Sant’Anselmo, 28 – DOMENICA 26 FEBBRAIO 2012, dalle 10 alle 17

L’ordine del giorno riguarda il confronto sulla proposta emersa nel corso dell’ultimo incontro del coordinamento nazionale di ottobre. Come sapete è stato proposto alle comunità piemontesi di coordinare i lavori di uno dei “laboratori” del prossimo CONVEGNO NAZIONALE DELLE CDB, che si terrà a Napoli dal 28 al 30 aprile 2012, dal tema: “Fermenti ecclesiali di base – quali rapporti/relazioni in una prospettiva di corresponsabilità e democrazia”.
La proposta che facciamo è che ogni comunità o gruppo si confronti al suo interno e rifletta sul tema del laboratorio. Nel corso del prossimo incontro regionale ogni comunità dovrebbe riferire in merito a quanto emerso al suo interno.
Per fare in modo che si arrivi all’appuntamento del 26 in qualche modo “preparati” e che la riflessione interna alle singole comunità/gruppi segua una stessa traccia, abbiamo richiesto ad una serie di persone, anche esterne alle comunità, di prepararci alcune brevi riflessioni scritte da usare per il confronto.
Riportiamo di seguito tre prime riflessioni (le altre ve le trasmetteremo appena in nostro possesso): due preparate da Franco Barbero e l’altra da Enrico Peyretti (il Foglio e Centro Studi Sereno Regis).
La loro caratteristica è quella di essere solo delle brevi ed iniziali riflessioni-provocazioni-proposte da usare come “stimolo” per il confronto comunitario.
E’ importante che ogni singola comunità raccolga il frutto della propria riflessione, se possibile trascrivendo quanto emerso e creando un proprio breve documento scritto. Nel corso dell’incontro del 26 potremmo iniziare a fare il “punto della situazione” in merito a quanto emerso dalle riflessioni comunitarie e dei singoli gruppi. L’intenzione è di arrivare a costruire un documento-proposta che possa servire come introduzione al lavoro di gruppo del laboratorio di cui, come comunità piemontesi, saremo i coordinatori.

Giovanni, Silvano, Francesco, Cesare

|

ALCUNE PROPOSTE PER IL NOSTRO CAMMINO

Siccome a fine aprile le comunità cristiane di base del Piemonte avranno il compito di animare una commissione sui “nuovi fermenti …”, voglio segnalare alcuni nodi o temi che, a mio avviso, potrebbero favorire un utile approfondimento per noi.
Meglio ancora se riuscissimo, data la portata di questi temi, a farli diventare occasione di un confronto con altre realtà ecclesiali.
• Un esempio. Anche l’attuale scarsissima e subito ritrattata “disponibilità” a discutere sul pagamento dell’ICI da parte della gerarchia, potrebbe sfociare in un confronto allargato su “Chiesa, Denaro, Vangelo” che ora trova profonda sintonia con ampie aree delle comunità cattoliche.
– Perché non concordare un incontro regionale su questo tema così aggregante per tante parrocchie, associazioni, comunità e singole persone?
– Perché non cercare di individuare proposte precise da presentare nelle nostre realtà della chiesa locale?
– Perché non proporre alle chiese locali, in tutte le loro articolazioni, la pubblicazione dell’elenco completo degli immobili e dei capitali di cui sono proprietarie, del loro utilizzo e un rendiconto annuale delle entrate e delle uscite?
• Mentre la chiesa ufficiale sembra rinchiudersi ulteriormente per custodire i suoi “tesori dogmatici” e “sacramentali”, mi sembra che la lettura storica, critica, personale e comunitaria della Bibbia sia una delle vie maestre per una fede adulta e responsabile, non dipendente dalle istanze gerarchiche.
– Perché non trovare un’occasione qualificata e condivisa con altre esperienze per un convegno su “Lettura nelle Scritture e libertà nella società e nella chiesa?”
– Come le Scritture diventano Parola di Dio e sorgente di libertà? Le nostre esperienze possono dirci qualcosa al riguardo e come possiamo proseguirle e approfondirle nel confronto con altri percorsi? Quali difficoltà incontriamo ad allargare ad altri questa proposta e come si è evoluta nel tempo la nostra esperienza al riguardo?
• Ben consapevoli che all’interno delle nostre stesse comunità cristiane di base esistono approcci, sensibilità, percorsi ed interpretazioni diverse, un convegno nazionale sul “Gesù storico” potrebbe servire sia a rivisitare il nostro percorso di ricerca ormai più che trentennale sul tema, sia a riconoscere limiti, ambiguità e nuovi apporti, sia a verificare quale riscontro esistenziale tale ricerca ha prodotto, cioè il suo “significato” per il nostro cammino di fede oggi. Mi sembra, se non prendo un abbaglio, che su questo terreno, tranne pochissime eccezioni, il protestantesimo italiano in tutte le sue espressioni, così ricche e stimolanti, faccia blocco con le gerarchie cattoliche nella difesa ad oltranza del dogma cristologico – trinitario, nodo decisivo rispetto al pluralismo religioso. Ciò diventa, a mio avviso, sempre più evidente e problematico mentre in Italia le pubblicazioni al riguardo sono abbondantissime e pregevoli, anche sul terreno specifico della ricerca scientifica. Si configurano ormai due “binari” cristologici, ma sul piano della predicazione e della catechesi cattolicesimo ufficiale e protestantesimo non prendono nemmeno in considerazione le nuove (si fa per dire!) riletture cristologiche e di storia del dogma.
Se le cose stanno così, possiamo rassegnarci ad un ecumenismo irenico, che eviti accuratamente di riconoscere ed esprimere le differenze e anche le divergenze che esistono con i vari protestantesimi? A me sembra che ci si offra una ghiotta ed impegnativa occasione di dialogo e di confronto che potrebbe aprirci a reciproci arricchimenti.
Forse si tratterebbe di riservare all’interno di un eventuale convegno (al quale facevo riferimento nelle righe precedenti) uno spazio adeguato, cioè ben strutturato, a tale confronto.
Quale occasione migliore anche per riprendere una riflessione più rigorosa su “tradizione e tradizionalismo” e per ripensare i linguaggi, sempre parziali e provvisori, della predicazione e della catechesi?
• E in questi anni in cui abbiamo riflettuto e operato per una società e una chiesa più laiche, non potrebbe essere utile una riflessione sulle categorie e la realtà del “sacro”?
Non c’è da qualche parte, potremmo dire, un “nucleo sacro o di sacralità” da riconoscere o addirittura da proteggere? Basta desacralizzare?
Il “sacro” può, in alcune culture e in alcune accezioni, costituire un affidabile compagno di viaggio nel riconoscere e vivere in modo liberante e costruttivo il “senso del mistero”?
Una cultura senza “mistero – i” non rischia un nuovo appiattimento dogmatico?
Possono esserci preziose alcune pagine di Vito Mancuso, di Kung e di Roger Lenaers: “Nella sua espressione contro la chiesa, l’Illuminismo è diventato cieco riguardo alla profondità dei miti cristiani e, nella sua cecità, ha buttato via il bambino con l’acqua sporca” (Il sogno di Nabucodonosor, pag. 52).
• E concludo questi semplici accenni con una riflessione personale: mentre sono alle ultime stazioni del piccolo treno della mia vita, ho ancora tanta “voglia di viaggiare” ed esplorare nuovi paesaggi. Anche perché penso che, per il cristianesimo, il bello debba ancora venire. E sarà un bene per l’umanità. Sì, il nostro riandare alle sorgenti non è forse per amare questo presente e prendere slancio per il futuro, liberi dai troppi “panni” che hanno soffocato la nostra “bella” fede nel Dio di Gesù? Anche in vista del nostro prossimo convegno nazionale, voglio esprimere l’augurio che ci sia dato di “vivere creativamente e gioiosamente” il nostro essere chiesa – popolo di Dio, senza altra obbedienza che al vangelo di Gesù, ma anche senza demonizzare o recidere i legami profondi con le chiese storiche che sono parte dell’avventura cristiana nel bene e nel male. Mi sembra che questo atteggiamento, libero e costruttivo, potrà esserci utile per cogliere e valorizzare i fermenti di resistenza e conversione, le proposte di cambiamento che qua e là emergono nella direzione del vangelo di Gesù di Nazareth per una chiesa “altra” ed un mondo più giusto e più felice.

Franco Barbero

|

BELLEZZA E CONCRETEZZA DELLA RICERCA TEOLOGICA
TRASCENDENTE O IMMANENTE? ONNIPOTENTE O IMPOTENTE?

Dopo Auschwitz e dopo lo sviluppo delle feconde ricerche ed elaborazioni scientifiche sulla “nascita dell’universo”, le teologie sono state sollecitate a riproporsi l’interrogativo, mai sopito, della presenza – assenza di Dio.
Di fronte alla deformante visione della trascendenza sfociata nella concezione di un Dio provvidenzialista e conduttore della “locomotiva del creato”, si è elaborata un’interpretazione panenteistica (non panteistica) del Dio immanente che sottolinea in modo efficace la compagnia del Dio creatore, la Sua presenza dentro il farsi evolutivo e dinamico delle cose. Così di fronte ad un Dio che non è intervenuto ad Auschwitz e in tante altre situazioni quotidiane, sulla scorta di Jonas e altri pensatori ebrei e cristiani, abbiamo rapito a Dio il “medaglione dell’onnipotenza” per ricollocarLo, confezionato su misura dei fatti, nella tessera dell’impotenza.
Non voglio contestare questa mobilità di pensiero, questi tentativi di nominare Dio in nuovi contesti storici, in relazione al vissuto. Anzi, senza questi interrogativi, il linguaggio della fede diventerebbe inespressivo. La mia è una riflessione che muove da un aspetto tanto metodologico quanto contenutistico. Mi lascia perplesso questo bisogno di “assegnare a Dio un posto fisso” nel concerto della storia con categorie razionali così definite. La varietà e l’interscambiabilità, la mobilità e la parzialità dei linguaggi biblici, narrativi, sapienziali, mistici e liturgici con cui la tradizione ebraico-cristiana e le varie vie religiose hanno “nominato” e “relazionato” con il mistero di Dio mi allertano davanti a questa ossessione duale: o onnipotente o impotente, o trascendente o immanente. All’aut-aut preferisco l’et-et.
In questa riflessione mi trovo in perfetta sintonia con il pensiero e la feconda ricerca di due teologhe. La prima è Elisabeth Johnson, che ne ha scritto nel suo prezioso volume Colei che è (Queriniana). La seconda è Francesca Spano, recentemente scomparsa.
Elisabeth Johnson (da pag. 457 a 535):
“L’unico Dio relazionale, proprio perché è sommamente trascendente, non limitato da nessuna categoria finita, è capace della più radicale immanenza, essendo in relazione intima con ogni cosa che esiste”. In sostanza si tratta di “salvaguardare la radicale distinzione tra Dio e il mondo, pur promuovendo la loro relazione reciproca, seppure asimmetrica”. Il panenteismo (che è altra cosa dal panteismo) include sia la trascendenza divina sia la Sua immanenza. “La trascendenza divina è pienezza che comprende tutte le parti, abbraccia il mondo anziché escluderlo, come suggerisce l’etimologia del panenteismo, ‘tutto-in-Dio’, mentre all’immanenza divina si attribuisce il dinamismo interno e lo scopo del mondo. Trascendenza e immanenza sono piuttosto correlativi che opposti […]”. “La Santa Sapienza abbraccia in modo trascendente tutta l’esistenza finita in una relazione inclusiva che rende liberi e la chiama a uno shalom comunitario, personale e cosmico” (ib. 450).
La stessa teologa, rispetto alla riflessione sul “Dio sofferente” riporta il pensiero di una donna: “‘Se fossi in fondo ad un profondo pozzo, dolorante, infreddolita, a cullare il mio braccio spezzato, ciò che vorrei e di cui avrei urgentemente bisogno è un Salvatore con una luce molto potente e una lunga scala, pieno di forza, di gioia, di sicurezza, che possa tirarmi fuori dal pozzo, e non un Dio che siede accanto a me nell’oscurità e soffre con me’. Ciò che respinge giustamente questa donna è il concetto di un Dio sofferente impotente, l’antitesi del Dio onnipotente”.
Forse si tratta di pensare il “potere onnipotente” di Dio non come potere di dominio e di controllo, “ma come il potere liberante che collega ed è efficace nell’amore compassionevole. Dio-Sophia è in solidarietà con coloro che soffrono come un mistero che dà forza”.
Küng aggiunge che chi crede alla risurrezione non potrà facilmente fermarsi al Dio impotente.
Francesca Spano
La seconda persona che vorrei citare è Francesca Spano, una donna protestante che ho avuto la fortuna di conoscere. Poche persone hanno avvertito come lei la presenza del “Dio immanente”, presente nell’oceano della storia e nell’intreccio delle relazioni. Eppure avrebbe detestato questo linguaggio. La sua allergia mi ha sempre aiutato ad usare questi linguaggi con discernimento, consapevole del loro valore e del loro limite. Voglio riportare queste righe che sottolineano l’altra dimensione, a me carissima e insopprimibile: “Noi protestanti siamo cresciuti con l’idea centrale del Dio totalmente altro da noi. Questa idea va ribadita perché fondamentale: noi possiamo essere noi stessi proprio perché non siamo Dio, perché non esiste confusione possibile tra il creatore e la creatura, perché noi non siamo delle appendici di Dio, ma i Suoi interlocutori, da Lui totalmente separati e distinti. Tuttavia il testo (Deuteronomio 30) ci propone un’espressione forte, incisiva, inquietante. Dovremmo non solo amare l’Eterno e obbedire ai Suoi comandamenti, ma tenerci stretti a Lui, poiché Egli è la vita […]. Nella relazione tre me e il mio Dio esiste questa tensione radicale: il massimo della lontananza e il massimo della vicinanza. È questa relazione appassionata […] che fa oggi esistere me, ciascuno di noi, come individuo. Io ci sono, esisto, perché Dio mi interpella in tutta la Sua alterità, ma nello stesso tempo sono stretta a Lui, presa ma anche individuata, accolta ma non compressa. La mia vita sussiste, si prolunga nei giorni, costituisce una storia, proprio perché Dio mi interloquisce da lontano e nello stesso tempo mi assume da vicino. Dobbiamo riportare Dio, la Sua relazione con noi, al centro della nostra vita” (Con rigore e passione, Claudiana, p. 70).
Non sembrano qui sorelle gemelle la trascendenza e l’immanenza?
La presente discussione può sembrare di primo acchito un tantino accademica, ma non lo è affatto. Il “respiro” della nostra vita e della nostra fede ha bisogno di uscire dalle prigioni ideologiche. Tanto meno possiamo in esse illuderci di rinchiudere Dio, il Suo straripante e imprendibile mistero.

Franco Barbero

|

RIFLESSIONE SULLA SITUAZIONE DELLA CHIESA

Cerco di rispondere alla richiesta di Cesare Melillo, della Comunità di Base di Piossasco, con alcune semplici note personali, del tutto incomplete, sulla situazione della Chiesa e del cristianesimo.
Mi chiederei anzitutto: Che ne è oggi del movimento dei seguaci di Cristo? Un tentativo di risposta non può stare dentro parametri sociologici, quantitativi, misurabili. Il cammino del Vangelo di Gesù è osservabile nella storia solo relativamente a qualche aspetto, perché è opera dello Spirito nei cuori, visibile solo in qualche effetto operativo nella vita degli umani.
Sembrava, poche generazioni fa, che la nostra società italiana ed europea fosse ormai formalmente cristiana. Oggi resta una visibilità che ancor meno di prima corrisponde ad una persuasione di fede. La fede cristiana è minoritaria. Si vive, bene o male, spesso anche con volontà buona, oppure nello smarrimento, ma per lo più senza riferirsi al vangelo di Cristo, senza invocare e affidarsi al suo Spirito.
La chiesa, specialmente la chiesa cattolica in Italia, è ben visibile, ma il problema del cristianesimo non coincide con questa realtà. La chiesa appare ed è largamente una struttura, una forza sociale, fatta di presenze, di preti, associazioni, parrocchie, messaggi, principalmente rappresentata dal Vaticano; una realtà che cerca di trasmettere una concezione di vita ordinata, buona, tradizionale, anche generosa, con una morale certa, che si riconosce in riti e luoghi, in figure, con un’attività per lo più positiva, ma anche con una sua politica sociale, fino a premere (non solo influire moralmente e culturalmente) sulla politica generale secondo propri interessi. Appoggiando il berlusconismo, la chiesa ufficiale ha fatto un grande male al paese, e anche a se stessa. Eppure, un vagabondo bisognoso sa di poter chiedere aiuto alla più vicina parrocchia, il che non è poco.
Qualcuno ha parlato di appartenenti non credenti e di credenti non appartenenti. È solo uno schema, ma dice che ci sono cattolici a disagio nella chiesa, per motivi di fede e di politica, e nella stessa chiesa ci sono cattolici ben sistemati con pochi tormenti, né di fede né di politica.
I primi, negli ultimi anni, mi pare che si siano spostati da atteggiamenti di protesta e dissenso, oppure di abbandono silenzioso, al prendere la parola in modo serio e pacato, e approfondito su cose essenziali. C’è una certa quantità di gruppi, leggermente collegati, che pensa e parla, che non vive passivamente, non dispera e non abbandona, pur facendo fatica. C’è in questi spazi una maturità, una indipendenza dall’episcopato senza disprezzarlo: mi piace la formula «non senza, non contro, non sotto». C’è un laicato che ha cultura biblica e teologica, anche profonda e coraggiosa, e che si prende la responsabilità di rispondere alla domanda di Gesù: «Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Luca 12,57).
Sappiamo quali sono i punti nevralgici: potere sacro del sacerdozio esclusivo, dialogo intra-ecclesiale, ruolo della donna, morale sessuale ed economica, liturgia, interpretazione delle Scritture, politica, privilegi concordatari, e non so cos’altro. Inutile ripeterli. Mi chiedo di più se arriva al fratello che incrociamo per strada il vangelo pratico, quello che aiuta quando la vita è difficile, quando perde senso: il vangelo che aiuta la capacità di amare, di dare più che ricevere, di reggere il dolore, lo scandalo del male trionfante; il vangelo che ricrea la speranza perduta, che permette di perdonare e di chiedere perdono, di credere e cercare la giustizia.
Ho l’impressione (è una vecchia storia) che per la persona comune Cristo, se appena conosciuto e ascoltato, sia accolto, più o meno, ma che la chiesa sia noiosa, pesante con le sue pretese, che risulti «sgridona», come dice un parroco bolognese. Ripeto cose risapute: la chiesa dovrebbe diminuire, come Giovanni Battista, perché Cristo cresca. Farsi trasparenza leggera, richiamo discreto, che non attira su di sé l’attenzione e l’obbedienza, ma indica Gesù che passa sulla via.
Certo, c’è anche chi mette in questione Cristo, c’è l’ateismo attivo, teorico, scientifico. I cristiani possono anche ribattere con gli studi, ma non è questo il piano che conta, quanto la testimonianza di chi si fa umano e giusto per ispirazione evangelica. Il vangelo è pratico, è giustizia resa, è riconciliazione, è attiva nonviolenza, è bontà. Impegna anche in dibattiti sociali e politici, in cui non garantisce infallibile sicurezza, ma chiede amorosa determinazione, e costanza nelle difficoltà.
Ci sono rinnovamenti nella fede: il Concilio – che va difeso dall’oblio e dalla neutralizzazione – non è stato solo una verniciatura modernizzante. Come fa rilevare Raniero La Valle, ha espresso una immagine di Dio più evangelica, quella data da Gesù: non un dio padrone, giudice arcigno, in agguato per cogliere in fallo il peccatore, ma padre e ispiratore, e fratello sostenitore intimo nel cammino del bene, venuto tra noi per i malati non per i sani. Ho l’età per ricordare che quella dura era l’immagine prevalente di Dio. Chi di noi ha conservato la fede e il desiderio di Dio è dimostrazione viva del miracolo che in quella teologia imperiale, sminuzzata nel catechismo dato a noi bambini, era nascosto, nonostante tutto, lo Spirito santo vero, che ha animato Gesù, e che Gesù ha effuso, fino a noi. Ma quel dio violento resiste e si fa respingere, giustamente.
Oggi, se vogliamo, ascoltiamo voci e riconosciamo volti di cristiani che vivono e dicono il vangelo genuino, isole di luce nel mare della religione conformista. C’è un ecumenismo vero, non di maniera, che unisce sull’essenziale, rispettando le diversità. C’è anche un rapporto nuovo con le altre religioni, che riconosce una corrente unitaria profonda e varia, plurale, vivificata dallo Spirito dell’unico Dio dai molti nomi e immagini. E c’è ancora dell’odio che si consacra usando la religione. Siamo in un tempo di passaggio, dove il vecchio può ancora oscurare il nuovo, la paura bloccare la fede, un tempo in cui Egli può dirci ancora: «Avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione» (Matteo 15,6; Marco 7,13).
Credo che si debba resistere ad alcune tentazioni: scoramento, rabbia, autosufficienza, pretesa di ammaestrare, risentimento, abbandono, e si debba anche rinunciare all’illusione di fare subito grandi cose nuove. Mi sembra che il futuro, cioè la continuazione fragile della trasmissione del vangelo di Gesù, stia nelle piccole realtà di fede e fraternità, che vivono l’eucaristico «non così tra voi» (Luca 22,26), che pregano ringraziando di credere e sempre invocando di guarire dall’incredulità (Marco 9,24), per cominciare a credere. E ad amare, e ad operare per la giustizia.

Enrico Peyretti, 23 gennaio 2012

|
|

COLLEGAMENTO NAZIONALE DELLE CDB

Continua la preparazione del prossimo Convegno Nazionale del 28-29-30 aprile a Napoli.
Il tema scelto è:  “Donne e uomini credenti per una cittadinanza consapevole”
Nuovi processi di liberazione e partecipazione nella Società e nella Chiesa.
Il programma dettagliato lo pubblicheremo non appena sarà redatto nella sua versione definitiva. Per mettere a punto gli ultimi dettagli si riunirà a Roma, sabato 18 febbraio, il collegamento nazionale, a cui parteciperà Beppe.
Ricordiamo che alle Cdb del Piemonte è stata affidata la conduzione di uno dei quattro laboratori, quello su “Fermenti ecclesiali di base in una prospettiva di corresponsabilità e democrazia”.

|
|

NOVITA’ PER IL SITO

Dopo alcuni anni, in cui abbiamo curato a turno la preparazione di un commento al brano del Vangelo proposto dalla liturgia domenicale cattolica, ci siamo accorti/e di commentare sempre gli stessi brani. E la cosa diventava ripetitiva: è difficile elaborare sempre commenti nuovi.
Abbiamo perciò scelto di cambiare: dal mese di gennaio, in accordo con il direttivo di Viottoli, pubblicheremo sul sito le introduzioni allo studio biblico settimanale, arricchite dai contributi del confronto nel gruppo. In questo modo offriremo una lettura completa e il nostro commento di tutto il Vangelo di Matteo. E così via.
Chi volesse comunque il commento al brano della liturgia domenicale troverà un link ai commenti pubblicati negli anni scorsi.

Il gruppo biblico della sede

|
|

V I O T T O L I

E’ stato spedito il n. 2/2011 di Viottoli (anno XIV) – Semestrale di formazione comunitaria.
“La rivista Viottoli si propone di dare voce soprattutto a donne e uomini “comuni” che, dentro la quotidianità, operano e riflettono alla luce della Parola di Dio. Grande spazio è riservato alla lettura biblica, alla preghiera, allo studio senza dimenticare l’attualità e i piccoli e grandi temi di oggi”.Tutto il lavoro redazionale (la redazione è aperta da sempre a chiunque voglia collaborare), di composizione ed impaginazione viene svolto in modo completamente volontario (e, quindi, gratuito) mentre la stampa e la diffusione sono possibili grazie alle quote associative e alle offerte dei nostri lettori e lettrici, non ricevendo, infatti, sovvenzioni pubbliche, di enti o provenienti da pubblicità o vendita tramite canali commerciali. Viottoli viene attualmente stampato e diffuso in 800 copie.

|
|

CORSO DI TEOLOGIA DEL PLURALISMO A TORINO

Il corso biennale di teologia del pluralismo religioso è giunto agli ultimi tre incontri: i prossimi due si svolgeranno come al solito a Torino dalle 15,30 alle 18, mentre l’ultimo si terrà a Pinerolo nel corso di un’intera giornata (dalle 10 alle 17, con pranzo autogestito).
Ne parliamo in anticipo per segnalare per tempo a chi è interessato/a alcuni consigli bibliografici, che possono servire per rendere più proficua la discussione sui temi trattati. Per ogni incontro segnaliamo un “testo base” e alcuni ulteriori testi utili “per un primo approfondimento”.

Sabato 17 marzo 2012 h15,30-18 (c/o Colegio de Salamanca, v. Buozzi, 2 – Torino): La grande famiglia dell’induismo
Testo base: Hinduismo, a cura di G. Filoramo, Laterza
Per un primo approfondimento:
– F. Lenoir e Y. T. Masquelier, La religione, vol. III, La storia. India Estremo oriente Religioni indigene, UTET, pp. 1-399
– “Credere oggi”, n.149, anno XXV, n.5 sett.-ott. 2005, Induismo, Messaggero, Padova

Sabato 5 maggio 2012 h15,30-18 (c/o Colegio de Salamanca, v. Buozzi, 2 – Torino): Un approccio all’Islam
Testo base: H. Küng, Islam. Passato, presente e futuro, BUR.
Per un primo approfondimento:
Islam, a cura di G. Filoramo, Laterza
F. Lenoir e Y. T. Masquelier, La religione, vol. II, La storia. Cristianesimo Islam, UTET, pp. 487-678
R. Benzine e C. Delorme, Chrétiens et musulmans. Nous avons tant de choses à nous dire, Albin Michel, 1997
Asma Lamrabet, Le coran et les femmes, Tawhid, 2007

Domenica 24 giugno 2012 h 10-17 (c/o sede del F.A.T., vicolo carceri – Pinerolo) – “Buddhismo e buddhismi”
Testo base: “Credere oggi”, n. 155, anno XXVI, n. 5, sett.-ott. 2006, Buddhismo, Messaggero, Padova

Francesco Giusti

|
|

GRUPPO “UOMINI IN CAMMINO”

Giovedì 9 e 23 febbraio, presso la sede del FAT (Vicolo Carceri 1, Pinerolo), il gruppo si riunisce con il solito orario: 19-20,30.
Ricordiamo che il gruppo di Pinerolo è sempre aperto ad accogliere chi volesse provare a mettersi in cammino… chiediamo solo di contattare prima uno di noi.

|
|

*********

COMUNITA’ CRISTIANA DI BASE DI PIOSSASCO

|

Di seguito gli impegni della comunità per il mese di febbraio 2012:

• Giovedì 9 febbraio h. 21,00: Riunione da Maria Grazia Suppo (Via Martiri della Libertà 17) – Tratteremo la proposta della segreteria tecnica regionale per la preparazione al Convegno nazionale di Napoli

• Inoltre in questo mese la Comunità parteciperà all’incontro ad Albugnano di domenica 12 febbraio ed al Coordinamento regionale CdB a Torino (Opportunanda) di domenica 26 febbraio.

1 32 33 34 35