Lunedì 7 maggio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 17

A questo punto del vangelo, per Gesù le cose si mettono male, in seguito alle sue scelte ed al suo insegnamento. Molto probabilmente Matteo, vuole mettere in evidenza cosa ha sorretto Gesù fino alla fine. Sappiamo che il brano è una costruzione teologica e non una cronaca, quindi cercheremo di cogliere il messaggio che Matteo vuole trasmettere. La comunità tenta di descrivere lo stato glorioso di Gesù, anche per smussare le reazioni seguite alla sua morte in croce vissuta come sconfitta.


Nei primi 9 vv.
, la trasfigurazione diventa un anticipo della resurrezione ed avviene davanti ai tre discepoli che saranno anche i testimoni della sua agonia nel Getsemani (cap.26,37), il luogo è solitario per sottolineare ché è un esperienza che non si può fare nella confusione e nel chiasso.

Il primo aspetto di questo quadro è il monte, seguito dal volto di Gesù splendente come il sole e le sue vesti bianche come la luce.

Non è la prima volta che Gesù cerca un luogo appartato, nei vangeli si trovano vari riferimenti in cui Gesù, in momenti diversi e a volte da solo, si appartava in luoghi tranquilli per pregare, o anche semplicemente per riposare, vista la vita intensa di rapporti con le persone ed i vari spostamenti.

I discepoli hanno vissuto con Gesù momenti di preghiera e forte spiritualità, e da questo brano possiamo percepire l’intensità e la bellezza di questa felicità sperimentata.

La montagna, il luogo dove chi ha avuto la fortuna di salire su alte cime di montagne, conosce quell’emozione che riempie il cuore quando, in un giorno limpido e di bel tempo, lo sguardo scorre nelle valli, sui colli, tra gli alberi e oltre, sino a quando non si vedono che sfumature e si ha la sensazione di vedere diversamente quel mondo laggiù. La montagna appunto, è la metafora di uno stato di grazia, dove il godere della bellezza permette di respirare il Tutto. Così sarà stato per i tre discepoli che si trovavano con Gesù, al punto di desiderare di piantare tre tende e rimanere lì, come per voler fermare quel momento, quello stato di grazia.

Poi Matteo, presentando Gesù in dialogo con Mosè ed Elia, ci dice che è stato guidato dalla stessa fede in Dio che animò Mosè ed Elia, che rappresentano rispettivamente la legge ed i profeti, una tradizione che, secondo l’autore, Gesù è venuto a completare.

La tentazione di Pietro di non voler scendere giù, può rappresentare il contrasto tra le aspirazioni dell’uomo e il disegno di Dio, così come ci stimola a riflettere sul significato del piacere del salire verso una situazione piacevole anche se faticosa e la durezza del dover scendere, come per entrare nelle situazioni che a volte vorremmo evitare.

Ma prima ancora che finisse di parlare vengono avvolti da una nube luminosa che copre i discepoli, simbolo della presenza di Dio (vedi anche in Es. 24,16 con Mosè sul monte Sinai) da cui fa sentire la sua voce, sottolineando che d’ora in avanti, Gesù è l’unico porta parola di Dio a cui ci si deve riferire e sottomettersi. Questo richiamo vale per tutti, ma in particolare per coloro che credevano ancora in Mosè e aspettavano il ritorno di Elia (v.10).

Rappresentare Dio con la voce del Padre, è un immaginario legato alla cultura patriarcale del tempo, ma che oggi diventa presuntuoso e riduttivo affermare con certezza la vera e unica sua identità, ritengo sia necessario avvicinarsi alle scritture contestualizzando la loro storicità.

I tre sono colti da paura e cadono a terra, questo evidenzia che l’esperienza è soprannaturale, cioè qualcosa difficile da comprendere. Cadendo a terra (solo in Mt.) essi fanno, simbolicamente, un atto di sottomissione alla volontà di Dio e all’autorità del suo inviato, in questa scena Gesù svolge la parte dell’angelo consolatore.

Poi c’è la nube che avvolge i discepoli, non può essere forse un modo per dire che, non c’è più bisogno di una tenda, una volta che il messaggio è penetrato nel loro cuore?


vv. 10-13:
Qui vi è una rievocazione della missione di Elia. Matteo non perde mai di vista i suoi avversari e cerca di smantellare tutte le loro obiezioni alla proposta cristiana. La credenza della venuta di Elia, era evidentemente una leggenda popolare che poteva essere messa in discussione, ma la chiesa delle origini non ha capacità critiche e accetta l’osservazione che viene mossa dai giudei, dando però una diversa interpretazione: non si tratta di un ritorno fisico di Elia, ma dell’apparizione di un profeta che avrebbe ricalcato le orme del grande predicatore, potendo dire così che egli era già venuto. Nel v.13 riappare per l’ultima volta la figura del Battista, questo per annunciare la dura sorte che attende Gesù, anche se non simile.


vv. 14-21:
Questi versetti possono essere considerati un istruzione sulla fede, Gesù si trova davanti a una folla senza fede e ai discepoli che ne hanno poca. La scena (riportata anche da Mc.9,14-29 e da Lc.9,37-42), è reale ma anche simbolica, l’ammalato è uno dei tanti che Gesù ha incontrato, ma qui per Mt. rappresenta il popolo d’Israele, la generazione incredula, il padre del ragazzo è un uomo di grande pietà e fede, ma forse anche lui è di quelli che non credono se non vedono dei segni.

In questo contesto si riflettono le tensioni tra cristiani e giudei. Vi è la folla che assiste curiosa e diffidente, i farisei che approfittano della circostanza per gettare discredito sul maestro e sui suoi seguaci, la poca fede degli apostoli, l’insistenza del padre del ragazzo. Tutta questa situazione provoca in Gesù un desiderio di andare via da quell’ambiente: “O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” v.17, ma la bontà e la disponibilità di Gesù superano questo suo disagio interiore, si fa portare il ragazzo e lo guarisce.

La citazione del demonio ripresenta la mentalità del tempo, che vedeva il peccato come causa morale dei mali fisici. Una mentalità che a volte ritroviamo ancora oggi e che serve solo ad alimentare i sensi di colpa, invece che guardare seriamente alla situazione per cercare di trovare una possibile soluzione.

Gesù alla domanda dei discepoli su come mai loro non sono stati altrettanto capaci, risponde sostenendo che è sempre la fede, cioè il rapporto sincero e sentito con Dio, che condiziona la riuscita del proprio impegno e delle proprie azioni. Ma la fede non è misurabile e a volte non basta avere fede; come i discepoli, anche noi a volte dobbiamo fare i conti con i nostri insuccessi, a volte crediamo di poter risolvere qualche situazione, ed invece poi dobbiamo accettare la nostra impotenza in quella circostanza.

Altre volte, proprio quando crediamo che una cosa sia possibile, in noi si attiva qualcosa che rende possibile il cambiamento. Occorre fare dei tentativi di concentrazione su cosa stiamo facendo per poter raggiungere l’obiettivo, per capire chi siamo, cosa vogliamo, dove stiamo andando. I modi sono tanti e diversi ed ognuno trova le sue modalità. Anche il digiuno e la preghiera possono essere delle modalità che favoriscono la concentrazione e la ricerca interiore della nostra forza e del sostegno della Sorgente dell’Amore. Affidarsi alla sua fonte e vivere con sobrietà, rende possibile il miracolo là dove si mette in atto il cambiamento, consapevoli che questo può avvenire se c’è l’ascolto, l’amore, l’accompagnamento reciproco, perché a volte siamo noi ad aver bisogno di una mano.

Avere una fede paragonata al granello di senape, rende bene l’immagine dell’infinita bontà di Dio, che dona il suo aiuto anche a chi non ha fede. Se un piccolo granello di senape può diventare un grande albero, tanto più un briciolo di fede, veramente intrecciata con la nostra vita, cioè messa in pratica, può ottenere i risultati più impensati.
vv. 22-23: Il discorso sulla passione ha preso ormai un posto rilevante nella predicazione di Gesù, (16,21; v.12 e questi due). L’espressione del v.22 fa pensare che la consegna avvenga da parte di qualcuno, ma che non si riferisce al traditore quanto al Padre al quale spetta anche muovere le pedine della passione. Ma la passione di Gesù non è stata preparata dal Padre, ma dagli uomini che hanno trovato scomoda, svantaggiosa la sua predicazione o meglio la sua provocazione. L’implicazione del Padre serve per la comunità cristiana a salvaguardare la propria immagine, il suo “onore” davanti alla sconfitta subita con la morte in croce.
vv. 24-27: Questo episodio riportato solo da Mt. non garantisce la sua autenticità, forse la sua intenzione era quella di offrire una soluzione cristiana al problema delle imposte, un problema difficile anche per i discepoli. La legge prevedeva che ogni giudeo, dall’età di 20 anni, era tenuto a versare un siclo o un didramma all’anno come imposta per il tempio di Gerusalemme, ma quando l’evangelista scrive il tempio era distrutto e i giudei in base alla prescrizione di Vespasiano, pagavano la stessa tassa per il tempio di Giove capitolino, come l’avevano versata al tempio di Gerusalemme.

L’una e l’altra ipotesi potrebbe essere valida, e la risposta di Gesù non cambia significato, ma la contrapposizione tra stranieri e figli si comprenderebbe meglio alla luce della prima ipotesi.

Infatti la risposta di Gesù sostiene che i cristiani in quanto figli di Dio, che è al di sopra di tutti i sovrani della terra, sono per diritto esenti da qualsiasi forma di subordinazione, perciò non dovrebbero pagare tributi a nessun re. Con tale richiamo si intendeva salvaguardare in linea di principio la loro indipendenza.

L’ultimo versetto sembra che Mt. abbia fatto ricorso a qualche leggenda o tradizione popolare, per esaltare la persona di Gesù e dare ulteriore risalto alla persona di Pietro. Ciò nonostante, il testo sembra dire: essendo voi pescatori, andate a pesca e con il ricavato del vostro lavoro, pagate il dovuto, ma state attenti a non sentirvi dipendenti da alcun potere.

Maria Del Vento

Lunedì 23 aprile 2012 – Vangelo di Matteo cap. 16

Il capitolo che abbiamo letto è abbastanza breve e soprattutto, a mio modesto avviso, è caratterizzato dallo scontro con i farisei e i sadducei e poi dal dialogo pedagogico di Gesù con i suoi discepoli. Certo non è racconto puntuale e preciso di quanto Gesù ha detto: Matteo ha utilizzato messaggi e parole di Gesù dette in più occasioni in un’ottica utile alla sua comunità. Lo stesso conferimento del primato a Pietro di cui faremmo accenno a suo tempo, rientra in questa modalità di annuncio.


16, 1 – 12

L’inizio del capitolo è caratterizzato dall’incontro-scontro con i suoi avversari. Il discorso ruota attorno alla parola ”segno”, ripetuta ben 5 volte.

La richiesta del “segno dal cielo”, presentata come una tentazione dei rappresentati del giudaismo ufficiala, si inserisce nel dibattito sull’autenticazione di Gesù come messia. Quelli che non sanno discernere il valore di segno dei gesti di guarigione e liberazione compiuti da Gesù e corrispondenti alle promesse profetiche, sono incapaci di accogliere qualsiasi altro segno che non smascheri definitamente la loro incredulità radicale.

E il richiamo a Giona prefigura il destino del Crocifisso risuscitato dopo 3 giorni. I farisei e i sadducei, che pretendono un segno spettacolare da parte di Gesù, rivelano la loro matrice di incredulità storica, sono i rappresentati di una generazione infedele all’alleanza e incredula alle promesse di Dio.

Non sono in discussione la forza probante di Gesù, ma la capacità di discernimento dei suoi avversari e contestatori. Ma i rappresentanti del giudaismo ufficiale non meritano altro segno se non quello che mette in risalto la crosta della loro incredulità, refrattari ed ostile all’azione di Dio.

Questa rottura si avverte anche nell’istruzione successiva ai discepoli, prendendo a prestito l’immagine del pane e del lievito.

Sono però invitati i discepoli a superare la crisi di fede che nasce dalla paura e dalla sfiducia di fronte alla necessità materiale rappresentata dal pane. Quanto è attuale questo messaggio!

Chi resta irretito in questo ambito di problemi non ha compreso il significato dei gesti di Gesù che ha fornito pane sovrabbondante ad una moltitudine di uomini e donne. Matteo pone l’accento sul rapporto numerico tra i pochi pani e i molti che hanno mangiato a sazietà.

Con il dialogo di Gesù che educa la poca fede dei discepoli fino alla piena comprensione, si suggerisce il metodo per superare la crisi di fede: penetrare nel significato profondo ed attuale dei gesti di Gesù.


16, 13 – 20

Questa parte del capitolo forma un’unità compatta e ben organizzata caratterizzata nella prima parte dal dialogo tra Gesù e i discepoli, mentre la seconda è dominata dalle parole di Gesù che risponde alla solenne proclamazione di Pietro.

Questi versetti, noti come il testo del primato di Pietro, sono diventati una zona calda, dice il Fabbris, del dibattito e ricerca esegetica sotto l’influsso del pensiero dei riformatori nel mettere in discussione il primato del vescovo di Roma. D’altra parte l’ipotesi che il brano di Matteo riproduca il dialogo storico di Gesù-Pietro a Cesarea di Filippo, non trova più credito; è in ribasso anche quella di chi vede nel testo attuale il discorso di Gesù a Pietro nella prima apparizione pasquale.

La prima parte è centrata sul dialogo Gesù-discepoli con una chiaro accenno cristologico che culmina nella solenne professione di Pietro.

La dichiarazione messianica di Pietro è stata in parte anticipata nella professione di fede dei discepoli che avevano accolto Gesù sulla barca dopo il misterioso incontro notturno sul lago.

La parole rivolte da Gesù a Pietro prendono lo spunto dalla sua professione di fede, ma ne dilatano l’orizzonte perché annunciano il ruolo e il destino futuro del discepolo.

I discepoli poi sono detti beati perché sono partecipi di quella rivelazione-conoscenza che molti uomini e donne, profeti e giusti hanno atteso e sperato.

La seconda parola di Gesù a Pietro è una promessa che riguarda il suo destino futuro. Questo annuncio profetico fa leva sull’immagine della pietra alla quale è associata quella della costruzione. La promessa di Gesù prende lo spunto dall’appellativo dato a Simone – Pietro – pietra. Pietro sarà la base del progetto messianico: la costruzione della chiesa. Il vocabolo chiesa ovviamente significa nel termine greco eccklesia assemblea come nel termine ebraico, qahal.

A questa comunità messianica, fondata sulla roccia-Pietro, Gesù promette la indefettibilità di fronte agli assalti delle “porte della morte”…

La terza parola riguarda il suo futuro: le chiavi del regno, il legare e lo sciogliere. Il simbolo delle chiavi del regno nella tradizione biblica indica autorità e responsabilità. E emerge la differenza tra la proposta ed il compito dato a Pietro con il comportamento dei farisei: essi impongono sulle spalle della gente pesanti fardelli… A me piace pensare che questo invito alla responsabilità a Pietro sia un invito rivolto anche oggi a tutti e tutte noi … Siamo e dobbiamo sentirci responsabili dell’annuncio del regno con il nostro vissuto …

Questa connotazione magisteriale del potere delle chiavi in rapporto al regno dei cieli è confermato dalla sentenza sul “legare e sciogliere”, che nel linguaggio rabbinico denota prima di tutto l’interpretazione e l’applicazione della legge. Pietro come saggio discepolo del regno dei cieli ha il compito di interpretare in modo autorevole la volontà di Dio rivelata dalle parole e gesti di Gesù.

Possono essere visti in questi versetti risvolti polemici di contrapposizione e di importanza rispetto ad esempio a Paolo o a Giacomo, contrapposizioni che potevano esistere tra le varie comunità. Può essere. Io credo che queste parole siano state riportate da Matteo anche per dare forza alla sua comunità e coraggio in situazioni di difficoltà.


16, 21 – 28

Anche se l’inizio può significare una nuova fase del dialogo la continuità, con la precedente non può essere ignorata. E vi è la contrapposizione tra il Simone-pietra e il Simone- pietra di scandalo. Il tono non è tra i più gentili da parte di Gesù…

La reazione immediata di Pietro trascura l’annuncio della risurrezione e contesta invece la prospettiva nella quale si colloca Gesù come messia sofferente e ucciso dalle autorità.

Il discorso dopo l’invito a Pietro “Vade retro, satana” è costituito da una sequela di messaggi o proposte.

Vi è una corrispondenza, come si evince dal discorso, fra il destino personale di Gesù e il cammino proposto ai discepoli. L’andare a Gerusalemme e la morte si accompagna alla proposta ai discepoli del prendere la croce, come la risurrezione il terzo giorno fa il paio con la promessa della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo. Anche perché il destino doloroso del Cristo rientra nei progetti di Dio.

Gesù ha rigettato la suggestione diabolica di un messianismo glorioso in un’ottica di restaurazione nazionalistica.
Quanto ci presenta Matteo è il significato del suo cammino storico che si concluderà tragicamente nella capitale, Gerusalemme. La vicenda di Gesù sta nelle mani di Dio che lo farà risorgere il 3° giorno.

Nella reazione di Pietro di fronte alle parole di Gesù si fondono i due livelli della rilettura evangelica: quello storico dei discepoli e quello della comunità di Matteo. La crisi di Pietro non è un fatto isolato: tutti i discepoli entreranno in crisi la notte dell’arresto ed il cammino della comunità sarà, ne sono personalmente convinto, caratterizzato da alti e bassi in un’ottica difficile e bella assieme.

Per la chiesa di Matteo, come per gran parte della comunità cristiana del primo secolo, il problema della morte violenta e umiliata del messia implica quello della perseveranza cristiana nella prova. Non è esclusa la prospettiva della morte violenta, la perdita della vita fisica e la confisca dei beni materiali.

Questa prospettiva rende possibile la libertà di giocare tutto, anche la vita, per conservare quella relazione vitale con il Cristo che è garanzia della vita definita.

Solo la piena solidarietà salvifica non solo con il Messia umiliato e ucciso, ma anche con il figlio dell’uomo glorificato e vivente, realizza lo statuto del discepolo.

Ma in conclusione, al di là di quanto ho detto utilizzando il commentario del Fabbris, la proposta è semplice, ma per me piuttosto difficile: essere discepolo di quel Gesù che ha percorso le terre di Palestina con fantasia, voglia di vivere guidato dall’amore e dalla ricerca di giustizia e solidarietà.

Memo Sales

Lunedì 16 aprile 2012 – Vangelo di Matteo cap. 15

Questo capitolo verte tutto, in vario modo, sulla questione del cibo. Cominciano gli anziani, ponendo il problema dell’importanza del rito di lavarsi le mani prima di mangiare. Quindi Gesù, rivolgendosi alla folla, contesta un’applicazione solo formale delle norme di purità circa gli alimenti. Successivamente, l’incontro con una donna straniera offre l’opportunità di affermare che anche i non giudei hanno diritto di essere accolti nella cena del Regno.

Il capitolo si conclude con un nuovo racconto della distribuzione dei pani.


vv. 1-9

Pare evidente che, a fare da sfondo a questo dibattito, sia stata la pratica delle prime comunità cristiane del pasto aperto a tutti. Questa fu la pratica di Gesù ed è una delle più importanti caratteristiche della sua missione. Anche perchè il pasto, di cui sono pieni i racconti evangelici, non era solo per alimentare il corpo, ma aveva richiami che andavano ben al di là di ciò. Va compresa l’esigenza delle prescrizioni rituali, anche se non tutte si trovano nella Bibbia, come un modo per preservare, nella dispersione e nei secoli, l’identità religiosa e culturale di un popolo, ma attenzione a non farla diventare un pretesto per giustificare inadempienze umanamente più rilevanti.

A simboleggiare un amore per la legge, capace di piena abnegazione, è rimasto l’esempio famoso di Rabbi Akiba che è considerato il più erudito maestro della Legge del suo tempo. Prigioniero dei Romani, gli veniva data solo un po’ d’acqua da bere e una razione minima di alimenti per non farlo morire di fame. E tuttavia, per adempiere le prescrizioni della Legge, preferiva destinare la poca acqua ricevuta alle abluzioni di rito, sicché più volte dovette essere soccorso in punto di morte per non aver voluto trasgredire le tradizioni giudaiche.

Gesù non giustifica i suoi discepoli per il fatto di mangiare senza prima lavarsi le mani e non afferma che non sia necessario compiere questo rito. Ma, ancora una volta, denuncia il formalismo religioso che sacrifica il diritto dei più deboli. Il criterio di Gesù è che l’ubbidienza alla tradizione deve rispettare priorità e gerarchie di valori. Così, per esempio, è più importante attendere alle necessità dei genitori che fare un’offerta al tempio. Il criterio fondamentale della tradizione è che essa esiste in funzione della vita e della giustizia. Per questo Gesù cita Isaia, per dire che se il popolo vuole prestare il culto a Dio, senza preoccuparsi di compiere la volontà divina, non può essergli gradito.


vv. 10-20

La questione degli alimenti puri e impuri aveva già suscitato discussioni in altre comunità dell’epoca (Galati, Atti, 1^Corinti). E’ comprensibile che anche nella comunità di Matteo abbia avuto modo di essere ripresa. Anche se alcuni commentatori ritengono che le espressioni dure attribuite a Gesù, e assenti in Marco 7, siano più una discussione accesa all’interno della comunità stessa o con alcuni rabbini dell’epoca, che un confronto tra Gesù e i farisei del suo tempo. E’ importante comunque trasformare esigenze rituali in comportamenti pratici. Essenziale è la giustizia, la limpidezza nelle relazioni umane e sapere che ciò che può rendere impuri è piuttosto il male che si può fare gli uni agli altri. In questo senso le parole riservate da Gesù ai suoi interlocutori sono indirizzate a tutti coloro che, in qualunque comunità religiosa, si lasciano prendere alla lettera dalle legge, senza comprendere lo spirito che essa vuole esprimere.


vv. 21-28

Non è più una novità ed è sempre bello ricordarci che anche Gesù conobbe qualche esitazione nel cammino ecumenico che Dio esigeva da lui, come esige da noi. L’esperienza con i non-giudei si rivelava generalmente tanto negativa che il rifiuto dello straniero si rifletteva inevitabilmente anche nell’universo religioso.

Un detto rabbinico sosteneva che “mangiare con un pagano è come mangiare con un cane” e, forse, la parola di Gesù alla donna cananea vi allude. Tuttavia l’atteggiamento di Gesù cambia, indietreggia, quasi scoprendo che si tratta di una pretesa eccessiva. Per i discepoli l’aggravante, oltre che essere una persona pagana che disturba Gesù, è che sia pure una donna. E’ forse solo l’ostinazione e la disperazione di una donna che poteva arrivare a tanto, magari i maschi non sarebbero arrivati fin lì. Va precisato che lei non contesta la priorità degli ebrei davanti a Dio; chiede solo di poter disporre delle briciole che cadono dalla tavola dei figli. Chissà quali resistenze avrà dovuto superare per fare quel gesto, ma alla fine la sua determinazione ha raggiunto l’obiettivo, che, oltre tutto, non era per sé ma per la figlia.

Questa donna aveva creduto che Gesù fosse per tutti e che tutti quelli che avevano necessità di aiuto avessero gli stessi diritti ai suoi occhi. La fede che Gesù riconosce alla donna può dunque nascere e fiorire all’interno di ogni appartenenza etnica, culturale e religiosa.

A seguire, un altro momento di predicazione e di guarigioni con conseguente riconoscimento e glorificazione a Dio per i prodigi che Gesù compie.


vv. 32-39

A conferma che nessuno è escluso dal banchetto del Regno, Gesù stesso prende l’iniziativa di richiamare l’attenzione dei discepoli sul fatto che quella gente lo sta seguendo da tre giorni e non ha nulla da mangiare. E’ bene che le chiese ascoltino nuovamente, oggi, questa domanda di Gesù, che è insieme un lamento. I sette pani menzionati nel racconto possono alludere a una concezione ebraica secondo la quale il mondo è costituito da settanta popoli. Dio vuole saziare la fame e dar salute e salvezza a tutti. Oggi le comunità cristiane sono chiamate a denunciare la perversione di un mondo incapace di vivere relazioni autentiche di condivisione e solidarietà, ponendo nel contempo in essere gesti concreti che, nel loro piccolo, diano significato a questa destinazione universale del Regno.


Riflessioni dal gruppo

– Dio vuole saziare la fame e dar salute e salvezza a tutti e tutte. Ma sono le chiese, è la politica, siamo noi che possiamo rendere in qualche modo concreto questo pensiero, questo sogno di Dio per il creato, oggi più che mai.

– L’essenziale non sono i riti, ma la cura, l’amore… E’ bene non stabilire troppe regole, perché non basteranno mai. Vedi la legge 194 sulla depenalizzazione dell’aborto: forse più che regolamentarlo, per evitarne un uso improprio (le donne non vi ricorrono con leggerezza), occorre formazione all’uso responsabile della sessualità, specialmente per gli uomini.

– Solo quando c’è una relazione forte di amore si raggiunge l’ostinazione, come quella della donna cananea per sua figlia.

– Trasgredendo a certe norme, sia Gesù che la donna vanno qualitativamente avanti: la donna non avrebbe dovuto gridare in pubblico, rivolgersi a un rabbi, insistere… Gesù non avrebbe dovuto parlare con una donna, soprattutto con una straniera…

Domenico Ghirardotti

N° 4/2012

FOGLIO DI COMUNITA’

Bollettino informativo non periodico della Comunità cristiana di base
Distribuzione gratuita — Stampato in proprio c/o ALP, Via Bignone 89, Pinerolo (To) il 28/02/2012


LE EUCARESTIE

(nella sede della comunità)

DOMENICA  15 aprile  ore   10 : prepara il gruppo del lunedì sera-FAT
DOMENICA  22 aprile  ore   10 :
prepara il gruppo del lunedì sera-sede
DOMENICA  29 aprile  ore   10 :
prepara il gruppo del lunedì sera-FAT
DOMENICA    6 maggio ore  10 :
prepara il gruppo del lunedì sera-sede

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ALTRI  APPUNTAMENTI

ASSEMBLEA DELLA COMUNITÀ: domenica 22 aprile, ore 10,30, subito dopo una breve celebrazione eucaristica, la comunità è convocata per l’assemblea di programmazione, prevista fino alle ore 12. Si raccomanda la maggior partecipazione possibile. Seguirà, per chi può e lo desidera, il pranzo comunitario autogestito. Nel pomeriggio, dalle 14 alle 17, è convocata l’assemblea della comunità per riflettere sul tema: Associazione Viottoli e Cdb

GRUPPO DONNE: Giovedì 5 aprile, ore 16,30 a casa di Maria Del Vento a Candiolo. Riferiremo sull’incontro di collegamento nazionale donne cdb, a cui hanno partecipato Carla e Doranna.

GRUPPO BIMBEBIMBI: domenica 15 aprile, ore 15, nella sede della Cdb.

GRUPPO RICERCA: martedì 10 aprile, alle ore 21 a casa di Paola Bertozzi ed Elio Tebaldini, a Miradolo.

GRUPPO “ELABORAZIONE DEL LUTTO”: giovedì 19 aprile, ore 21

GRUPPI  BIBLICI  SETTIMANALI lunedì ore 21  in sede; lunedì ore 21 al FAT.   Stiamo leggendo il vangelo di Matteo.

LA SCALA DI GIACOBBE: Sabato 28 aprile alle ore 17 presso la sede della Comunità di base a Pinerolo, Emanuele e Luca ci parleranno della loro partecipazione al Forum nazionale dei gruppi omosessuali credenti svoltosi ad Albano Laziale. Inoltre parleremo della preparazione del momento di preghiera per le vittime dell’omofobia che si svolgerà domenica 20 maggio nell’ambito del culto al Tempio Valdese di Pinerolo. Alle ore 19,30 cena autogestita al FAT.  Alle ore 21 guarderemo il film “Bruno” (2009) di Larry Charles con Sacha Baron Cohen. Film irriverente e provocatorio, “Bruno” è una pungente satira del mondo dello spettacolo e della moda, del desiderio di celebrità e di successo della società occidentale.

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VERBALE  DELL’ASSEMBLEA  COMUNITARIA del 18/3/12

 Richiesta di matrimonio arrivata alla comunità da parte di una coppia di ragazzi omosessuali. I componenti dell’assemblea sono stati tutti concordi sul fatto di compiere una riflessione comunitaria rispetto al matrimonio, su cosa significhi per noi questo rito. Il problema non sono le modalità, ma che la comunità possa compiere un cammino di preparazione a questo momento insieme alla coppia che ne ha fatto particolare richiesta. A questo proposito è stata fissata la data del 16 aprile come momento di confronto e scambio comunitario sull’argomento, oltre a mantenere i contatti con la coppia interessata per una maggiore conoscenza e chiarezza sulle loro aspettative al riguardo. Luisa ha proposto per il prossimo numero di “Viottoli” una ricerca sul sacramento del matrimonio come quelle fatte riguardo al battesimo e all’ordine nei numeri precedenti.

 La comunità ha risposto positivamente all’invito di entrare a far parte del comitato NO TAV, anche se molti hanno sollevato il problema che è difficile farsi un’opinione chiara sul “fenomeno” dato il grande scontro tra PRO TAV e NO TAV e un’inadeguata informazione da parte dei mezzi di comunicazione.

 Giornata comunitaria del 22 aprile. La comunità ha deciso di affrontare il tema del rapporto tra l’associazione Viottoli e la CdB.

Emanuele Olivero

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LA  PASQUA  DEL  GRUPPO  BIMBEBIMBI

E’ stato un momento intenso ed emozionante, vissuto attorno al “cerchio sacro” di pietre, all’interno del quale le donne, adulte e bambine, hanno condiviso preghiere e pane. E’ stata anche l’occasione per far conoscere alla comunità il cammino di ricerca fatto nei mesi scorsi dal gruppo. Chi volesse conoscerlo più nel dettaglio può chiederci copia sia della celebrazione che della Storia di Zena, illustrata con i disegni dei bimbi e delle bimbe, che abbiamo distribuito domenica alle persone presenti.

Beppe e Marika

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GRUPPO  MEDIE

Proseguono gli incontri mensili del gruppo ragazzi/e medie, animato da Francesco Melillo. Anche noi genitori ci incontriamo regolarmente per leggere insieme il libro di Ortensio da Spinetoli, Gesù di Nazaret, Ed. La Meridiana. Il prossimo incontro si svolgerà sabato 14 aprile, dalle ore 17,30 a casa di Francesco e Valentina.

Per informazioni: Francesco e Valentina

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FRANCA  E’  TORNATA  A  CASA

Franca Gonella è stata dimessa dall’ospedale lunedì 2 aprile. L’affetto e le cure della mamma e della famiglia di Mattia saranno decisive per una buona ripresa. Le mandiamo tutte le nostre coccole e i nostri pensieri energetici positivi, con un abbraccio affettuoso da parte di tutta la comunità. Arrivederci a presto, Franca!

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VERSO  LA  GIORNATA  “CONTRO  L’OMOFOBIA”

Dopo la proiezione del film “Tomboy”, gli appuntamenti successivi saranno:

Venerdì 20 aprile alle ore 21, presso la Sala della Comunità Montana del Pinerolese, Piazza III° Reggimento Alpini 1, proiezione del film “PRAYERS FOR BOBBY” (USA 2009) di Russell Mulcahy con Sigourney Weawer e Ryan Kelley. La vera storia di Mary Griffith, una donna estremamente religiosa, che alleva i suoi figli secondo gli insegnamenti della Chiesa Presbiteriana. Quando suo figlio Bobby rivela a suo fratello maggiore che potrebbe essere gay, e lei lo viene a sapere, le vite dei componenti della sua famiglia cambieranno radicalmente.

Domenica 20 maggio, alle ore 10 nel tempio valdese di Pinerolo, assemblea ecumenica di preghiera; dalle ore 14, in piazza Luigi Facta, manifestazione contro l’omofobia con stands informativi, musica dal vivo, spettacoli e letture.

Il gruppo organizzatore si ritroverà lunedì 2 aprile, ore 17, nella sede della comunità. Martedì 3 aprile, ore 17,30, presso la sala dei capigruppo del Comune di Pinerolo, incontro con i partiti interessati alle nostre iniziative.

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INCONTRO  REGIONALE  PER  IL LABORATORIO  DEL  CONVEGNO

Martedì 17 aprile, dalle ore 18 alle 21,30 (ognuno/a porterà qualcosa da mangiare) ci incontriamo presso la sede della comunità di Pinerolo (Corso Torino 288) per concludere la preparazione del laboratorio del Convegno nazionale di Napoli, su Fermenti ecclesiali di base in una prospettiva di corresponsabilità e democrazia, che sarà coordinato dalle cdb del Piemonte. L’incontro è aperto a chiunque voglia parteciparvi.

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XXXIII INCONTRO NAZIONALE COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE

Napoli, 28 – 30 aprile 2012

Donne e uomini credenti per una cittadinanza consapevole”
Nuovi processi di liberazione e partecipazione nella Società e nella Chiesa.
Presso CENTRO DI SPIRITUALITÀ – Cappella CANGIANI – Viale S. IGNAZIO DI LOYOLA, 51 – NAPOLI


Per info e prenotazioni:

www.cdbitalia.it
Segreteria CdB Cassano (NA): 3204376368  – e-mail: cortesevincenzo@libero.it
Segreteria tecnica nazionale: 328.4366864 – e-mail: segreteria@cdbitalia.it

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CULTURE INDIGENE DI PACE. DONNE E UOMINI OLTRE IL CONFLITTO

E’ il titolo di un convegno a cui abbiamo partecipato, con intenso interesse, nei giorni 16, 17 e 18 marzo scorso, organizzato dall’associazione LAIMA di Torino. L’associazione culturale Laima è nata nel 2010 e vuole essere un tributo a Marjia Gimbutas e a tutte le donne e gli uomini che contribuiscono a creare nuovi modelli di esistenza più equilibrati, da un punto di vista culturale, artistico, economico, sociale e politico (dal loro sito).

Sono “di pace” le “culture indigene” che ancora oggi, in diverse parti del mondo, vivono attorno alla “madre”, sono basate sul matriarcato e in cui l’eredità, non solo spirituale, si trasmette di madre in figlia. E in cui ai conflitti non ci si sottrae, ma li si gestisce, per andare oltre.

Dal Sudafrica, dalla Cina, dall’Indonesia… sono venute donne che abitano in quelle regioni o che vi hanno fatto ricerche antropologiche per decenni. Abbiamo ascoltato, via skype, un prete cattolico irlandese, impegnato contro il patriarcato, parlare della “Dea come creatrice di vita” e dello “Spirito come dispensatore di energia”…

Eravamo circa 270 persone, tra cui una sempre piccola, ma confortante, presenza maschile. Desideriamo rilanciare solo alcune suggestioni, che sentiamo preziose per la ricerca che ci sta appassionando da anni:

  1. Queste culture, che resistono da millenni, onorate con convinzione anche dagli uomini che vi appartengono, ci dicono che un’altra società è possibile (Laura Cima).
  2. “Matriarcato” ha due significati: mentre patriarcato significa soltanto “dominio del padre”, matriarcato significa, oltre che “dominio della madre” (inventato dagli antropologi maschi), “in principio erano le madri”; solo con questo secondo significato continueremo ad usarlo (Bernadette dei Khoe San africani, uno dei popoli più antichi della terra).
  3. “Rimatriare l’amore”: il grembo da cui tutti e tutte abbiamo origine ci chiede di mettere al centro del nostro sguardo il germoglio, anziché il seme (Bernadette).
  4. “Universalità” deriva dal latino uni-versum = girato in una sola direzione tra tutte quelle possibili; il Dio unico e maschio ne è il simbolo più potente (Luciana Percovich).
  5. “Aggressività”, dal latino ad-gredior = mi muovo verso, solo nel Medioevo assume il significato di “mi muovo contro”. “Mi muovo verso” è pulsione di curiosità per entrare in relazione con ciò che ci circonda: è pulsione positiva. Le culture indigene di pace l’hanno compreso a fondo e hanno organizzato la società con un uso positivo di questa energia (L. Percovich).
  6. L’economia del dono… e altro e altro… Avremo modo di ritornare su questi stimoli, anche grazie al gruppo-ricerca, dove stiamo leggendo “Quando Dio era una donna” di Merlin Stone.

Ma non solo: anche il seminario nazionale delle CdB che abbiamo cominciato a ideare, per fare il punto sulla ricerca intorno alla “divinità”, sarà una bella occasione per approfondire e farci beneficamente contaminare da queste culture di pace.

Infine, un grazie entusiasta e affettuoso a Morena Luciani e a tutte le donne dell’associazione LAIMA che continuano ad organizzare convegni così. (E che invidia per la loro disinvoltura con l’inglese!..)

Beppe e Carla

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SABATO 5 MAGGIO – INCONTRO SU ISLAMISMO A TORINO

Il corso biennale di teologia del pluralismo è giunto al suo ultimo incontro, il quinto di quest’anno. Franco Barbero introdurrà la discussione con una relazione su “Un approccio all’Islam”. L’incontro, che si svolgerà sabato 5 maggio dalle 15,30 alle 18 (presso il Colegio de Salamanca in via Buozzi, 2 a Torino) è aperto a chiunque sia interessato/a. Chi volesse “prepararsi” può trovare una nutrita bibliografia nel numero del foglio di comunità di febbraio.

Francesco Giusti

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GRUPPO “UOMINI IN CAMMINO”

Giovedì 5 aprile e 19 aprile, presso la sede del FAT (Vicolo Carceri 1, Pinerolo), il gruppo si riunisce con il solito orario: 19-20,30. Ricordiamo che il gruppo di Pinerolo è sempre aperto ad accogliere chi volesse provare a mettersi in cammino… chiediamo solo di contattare prima uno di noi

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 Cdb comunità di Base di Torino & Comunità Emmaus, Albugnano

 “PRATICATE GIUSTIZIA”

 “Mi ripugnano le vostre celebrazioni: per me sono un peso  e non riesco più a sopportarle. Quando alzate le mani per la preghiera io guardo altrove. Anche se fate preghiere che durano a lungo io non le ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi, basta con i vostri crimini. E’ ora di smetterla di fare del male, imparate a fare il bene, cercate giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove” (Isaia  1, 14 – 17)

Il nostro tempo usa sempre meno la parola giustizia: molte altre parole hanno il sopravvento: sicurezza, crescita, consumo, flessibilità, progresso, mercato, morale… Iniziare a “nominare” la giustizia, rimetterla al centro del nostro fare, del nostro pensare e del nostro narrare. Porre le nostre azioni individuali e collettive sotto l’interrogativo della giustizia.

Ne discutiamo insieme : domenica  22 aprile  2012

“ Pratiche quotidiane di giustizia”
l’esperienza della comunità, l’impegno di noi cittadini e credenti

con Peppino Coscione – comunità di base Genova

Gli incontri si tengono ad Albugnano presso la cascina Penseglio della comunità Emmaus, iniziano alle ore 10.00 e terminano alle 17.00, si pranza assieme in cascina; prenotarsi direttamente al n. 011 9920841.

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COMUNITA’ CRISTIANA DI BASE DI PIOSSASCO

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Domenica 15 aprile h. 10,30 : Eucarestia di Pasqua. A casa di Silvana e Vanna (via Riva Po 18). Preparano Tina e Gustavo.

 Giovedì 19 o 26 aprile h. 21,00: introduzione al libro di “Giuditta” da parte di Carla e Doranna della CdB di Pinerolo, a casa di Silvana e Vanna, via Riva Po n. 18 (verificare data contattando Silvana tel. 011 9065991)

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AGNESE, LA NOSTRA CARA AMICA DI CLES

ora riposa tra le braccia di Dio. La ricordiamo con tanto e riconoscente affetto per la sua fede e la sua tenacia: all’età di 80 anni promuoveva e accoglieva nella sua casa un piccolo gruppo di persone che si incontravano per leggere e meditare la Bibbia. Nelle sue lunghe telefonate mi esprimeva sempre il riconoscimento per Franco e per le nostre comunità che riuscivano ad alimentare la sua fede. La lettura dei libri, che venivano consigliati sul foglio di Comunità, erano il suo pane e le preghiere delle nostre liturgie la rasserenavano la sera, prima di addormentarsi. Per questo mi diceva: “Non dimenticarti, inviami tutto, io leggo volentieri!!!” Ciao Agnese, ti immagino sorridente su una stella, con la Bibbia in mano!!!

M.Grazia Bondesan

Lunedì 2 aprile 2012 – Vangelo di Matteo cap. 13,53 – 14,36

Introduzione

Inizia una nuova sezione che va dal cap. 13,53 al 18. Poi Gesù partirà dalla Galilea per la Giudea, al di là del Giordano.

In questa sezione aumentano le ostilità verso Gesù da parte dei farisei e della stessa folla, che lo spingono a ritirarsi verso località più sicure o più appartate.

Restano in sua compagnia i discepoli e le attenzioni di Gesù sono rivolte particolarmente verso di loro.

 

13,53-58: Gesù respinto a Nazareth

Al termine delle “parabole del Regno” si evoca nuovamente la famiglia di Gesù (cfr. 12,46-50). I commenti degli abitanti di Nazareth indicano l’incapacità di comprenderne il messaggio: anziché suscitare stupore e riconoscenza, causa irrequietezza e disagio. Essi credono che si possa giudicare una persona dalla sua famiglia biologica. Condividono il messianismo corrente, politico, trionfalistico e trovano assurdo che il messia sia il povero figlio del falegname che essi conoscono. Tutti conoscono i suoi parenti e ne vengono pure ricordati i nomi (sono nomi di persone che hanno ricoperto funzioni importanti nelle comunità delle origini…). Gesù si limita a prendere atto del loro rifiuto e Matteo si richiama a un proverbio di sapienza popolare: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria e in casa sua».

 

14,1-12: la morte del Battista

Continua l’interesse per l’identità di Gesù. L’equiparazione di Gesù al Battista riferiva un’opinione che circolava anche nel popolo (16,14). Qui è riferito a Erode che, secondo Marco, stimava il Battista. Marco entra più nei dettagli, mentre Matteo ne ricorda il motivo dell’arresto e dell’uccisione: un profeta non può essere catturato se non per il disturbo che arrecano le sue parole e le sue proteste.

Se il Battista e Gesù si fossero limitati a condannare il male (come facevano i filosofi) e non coloro che lo compivano, non sarebbero stati perseguitati e uccisi.

Mentre in Marco Erode viene presentato come succube della concubina, qui è invece Erode che cerca di uccidere Giovanni (v. 5). Erode è come suo padre, che aveva compiuto il massacro dei neonati costringendo i genitori a portarlo in salvo con la fuga.

Le donne narrate in questo brano sembrano le principali responsabili della morte del Battista. Matteo le addita come perverse e senza scrupoli, scaricando su di loro la responsabilità per ciò che accade. “L’ingresso delle donne nella sfera politica è descritto in un modo generalmente negativo: esse possono pervertire ciò che non è necessariamente dannoso, e possono peggiorare, ma non migliorare, ciò che è già cattivo. Tale descrizione è coerente con il progetto globale di Matteo. Il servizio è il segno del vero discepolato, e non il potere esercitato sull’altro. L’ingresso delle donne, e in realtà di chiunque, nella politica secolare non può fornire, per Matteo, alcuna redenzione né sociale né spirituale” (La Bibbia delle donne, vol. III, pag. 20).

 

14,13-21: il miracolo della condivisione

Questo brano viene riportato ben sei volte (2 in Marco, 2 in Matteo, 1 in Luca e 1 in Giovanni). Anche in 2Re 4,42-44 Eliseo aveva provveduto i discepoli di un pane miracoloso.

Come abbiamo detto tante volte, qui viene narrato il miracolo della condivisione. Se ciascuno/a condivide quello che ha, nessuno rimarrà a pancia vuota. Gesù può proporre una simile pratica perchè “si mosse a compassione” (v. 14). E’ questo atteggiamento, “patire con”, che induce al superamento dell’individualismo del “si salvi chi può”.

A differenza degli altri Evangelisti, Matteo sottolinea che i discepoli hanno il compito di provvedere, in prima persona, alle necessità della folla: “date loro voi da mangiare!”, che vede il suo parallelo in “Fate questo in memoria di me”.

La macabra immagine della testa di Giovanni su un piatto è sostituito dal cibo dato ai cinquemila (14,13-21); il pasto dell’orrore cede il posto al presagio del banchetto messianico. La presenza di donne e bambini ai pasti miracolosi, esplicitamente sottolineata, contrasta con la presenza di Erodiade e di sua figlia alla festa di Erode. Le donne e i bambini non sono inclusi fra i cinquemila e i quattromila uomini, ma menzionati “oltre” a loro (14,21; 15,38b), e indicano perciò sia la prospettiva androcentrica di Matteo, sia l’attrattiva del messaggio di Gesù. La loro presenza sarà evocata nel capitolo seguente, quando Gesù compie un miracolo non per la comunità ebraica, ma per una donna pagana e sua figlia” (La Bibbia delle donne, vol. III, pag. 20).

 

14,22-33: dalla diffidenza alla fiducia

E’ una narrazione a sfondo storico, che riguarda la comunità e i suoi vari componenti. Gesù sale sul monte a pregare dopo il bagno di folla. Matteo presenta raramente Gesù in preghiera. E’ inconsueto anche il fatto che si trovi solo lassù, mentre i discepoli stanno navigando sul lago. C’è una burrasca: i momenti critici della comunità sono quelli in cui i discepoli sentono Gesù lontano, assente. Matteo modifica il racconto di Marco per inserire la vicenda di Pietro, che troviamo solo qui.

Che significato può avere questo “camminare sulle acque”? Credere oltre il visibile e il razionale? Saper stare “fuori” dalle logiche del buon senso comune?

Gesù stende la mano verso Pietro: questo passo suggerisce l’importanza di farsi aiutare e lasciarsi trarre fuori dalle acque che lo (ci) sommergono. Pietro passa dalla diffidenza alla fiducia e si affida a Gesù.

La fede non risparmia difficoltà, prove, dolore… Matteo crede che la sua comunità, anche se in difficoltà perchè divisa e perseguitata, sarà salvata da Gesù, nel tempo del suo ritorno.

Il v. 33 presenta la nuova comunità di credenti che ha superato la prova, stretta intorno a Gesù (il figlio di Dio). Egli sa amare, ricambiato dall’amore del Padre. “Figlio di Dio” è l’appellativo che la comunità di Matteo attribuisce ormai a Gesù.

 

14,34-36: parola e pratiche

Il capitolo si chiude con un’annotazione geografica e un sommario di guarigioni. La missione di Gesù (profeta e terapeuta) viene ricordata ai suoi discepoli: il suo compito è annunziare il vangelo del Regno, non come dottrina, ma come pratica di amore e di giustizia, dove la sofferenza, il dolore e le malattie devono finire.

La parola deve sempre essere legata alle pratiche di guarigione e di liberazione.

 

Riflessioni nel gruppo

  • La paura (tempesta sul lago) è la prima barriera che ci impedisce di realizzare un desiderio in cui crediamo molto. Gesù ci invita a renderci consapevoli delle nostre paure, per non soccombere ad esse, ma per elaborarle e, quando possibile, superarle. I discepoli evidentemente non avevano la personalità di Gesù: la loro fiducia era fragile, limitata; Pietro è sempre presentato come “uno di noi”, tra alti e bassi… Questa è la condizione di ogni discepolo/a.
  • Nasce una domanda: come è potuto accadere che un fatto avvenuto nel palazzo di Erode sia “uscito” e si sia venuti a conoscenza dei dettagli?

Il giudizio di Giovanni su Erode non è una condanna totale, ma sul solo adulterio: quella di Giovanni voleva essere una relazione di correzione. Viceversa Matteo sembra dimostrarsi misogino: punta il dito sulle due donne, indicandole come responsabili. Anche se è verosimile che talvolta, alle corti dei potenti e non solo, ci siano donne intriganti e senza scrupoli, questo non può essere per noi un modello: il cambiamento avviene partendo ognuno/a da sé, non puntando il dito contro gli altri e le altre.

Carla Galetto

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