Vita di Comunità…

L’invito, da parte di Marcello Vigli a raccontare contenuti ed esiti dell’assemblea della comunità cristiana di base di Pinerolo di domenica 3 giugno scorso ci è parso uno stimolo prezioso, da accogliere con attenzione e riconoscenza. Sappiamo bene quanto sia difficile parlare apertamente di queste questioni e, soprattutto, raccontare un conflitto, perché l’illustrazione di una posizione rischia di venir letta in chiave polemica da chi appoggia l’altra o le altre, addossandosi reciprocamente la responsabilità di eventuali fratture. “Tra voi non sia così”, ci dice Gesù: se è vero che “la verità vi farà liberi” (Gv 8,32), allora è solo parlandoci con sincerità che riusciremo a gestire bene il conflitto e ad uscirne “in avanti”. Ne abbiamo avuto un esempio proprio nell’assemblea, quando finalmente siamo entrati/e nel merito di alcune questioni “calde”, con rispetto e sincerità, “resistendoci in faccia”, come fece Paolo di fronte a Pietro… quella volta a Gerusalemme. E le questioni sono apparse più chiare. Ne riprendiamo i termini con parole nostre, consapevoli della loro e nostra parzialità, nell’intento di condividere, con chi ci legge e ci accompagna, pensieri e parole intorno a pratiche comuni. (25 luglio 2012)

Teologia/teologie

Crediamo che sia importante partire da qui, perché è la base, secondo noi, per capire poi meglio anche le altre questioni, che spesso vengono elencate sotto il titolo di “differenza teologica tra noi”. Ebbene – lo ribadiamo con forza e serenità – ci sembra sconcertante che differenze di pensiero possano giustificare rotture, all’interno della stessa comunità, tra fratelli e sorelle che da quarant’anni camminano insieme sui viottoli della ricerca e delle pratiche di vita improntate alla condivisione. Soltanto la convinzione che ci sia “UNA teologia” con cui bisogna stare in relazione di ortodossia può provocare la scelta di non mischiare più i propri passi con quelli di chi ha scelto di pensare con la propria testa. Ci sembra ovvio che, essendo pensiero umano intorno al divino, al trascendentale, al soprannaturale, allo spirituale… ogni uomo e ogni donna coltivi la propria personale visione teologica.

Noi crediamo, aiutati/e in questo anche dal pensiero femminista della differenza, che la parzialità individuale e di genere di ogni uomo e di ogni donna ci porti a riconoscere la legittimità di tutte “le teologie” incarnate da ciascuno e ciascuna. Il pensiero teologico non può essere appannaggio solamente di chi appartiene a una delle diverse scuole o che ha potuto studiare e studia teologia e ne diventa “esperto/a” riconosciuto/a, ma è pratica possibile a ogni persona che pensa.

In una comunità c’è certamente chi ha studiato e si è appassionato alla teologia più di ogni altro/a, ma in una comunità “di base” questi diversi carismi devono imparare a convivere in cerchio, senza giustificare gerarchie, deleghe e prese di distanza. Se le parole non sono vane, la convivialità di tutte le differenze dovrebbe diventare davvero una pratica di confronto e di scambio tra pari, in cui le competenze di uno o di pochi diventano ricchezza e stimolo per tutti e tutte.

Pastorale individuale/pastorale collettiva

E’ storicamente vero – e, forse, non poteva essere diversamente – che la maggior parte delle CdB sono nate per iniziativa o intorno a un prete particolarmente carismatico, che aveva fatto proprie le istanze conciliari intorno alla Chiesa-popolo di Dio, non più gerarchicamente ordinata in “docente e discente”. Ed è storicamente assodato che dove, poi, la figura del prete-pastore-animatore è rimasta indispensabile, le comunità sono morte quando il prete se n’è andato, è stato trasferito o è deceduto.

Di fronte a questa evidenza le riflessioni nella nostra comunità di base sono diversificate: c’è chi ne deduce che le comunità, per vivere e durare nel tempo, non possono fare a meno del prete/presbitero; e chi, come noi, condivide con convinzione il progetto iniziale della “riappropriazione comunitaria” della Parola e dei sacramenti (si veda il libro Massa e Meriba del 1980 !!!): il prete/presbitero dovrebbe dunque essere un vero animatore/formatore/facilitatore, capace di stimolare la crescita comune nello studio biblico, nella vita di fede e di preghiera, nell’incarnazione della fede nella società con i suoi problemi. La comunità dovrebbe, detto altrimenti, imparare nel tempo a praticare collettivamente la “pastorale” che la formazione seminariale ha perpetuato come individuale compito dei chierici. Che non sia facile e faccia tremare i polsi a chi ci pensa è scontato, persino ovvio; non lo è il fatto che non se ne parli in una comunità di base.

Il prete/presbitero che fa parte di una comunità è, ovviamente, libero di accogliere inviti da chi, individuo, gruppo, altra realtà di base o no…., ha “bisogno di lui” e lo cerca, per camminare e crescere, ma dovrebbe anche continuare a partecipare alla “vita attiva” della comunità, con l’obiettivo di crescere insieme e per testimoniare che la Chiesa-popolo di Dio può evolvere dalla condizione di gregge con pastore: questa immagine biblica è, appunto, solo un’immagine; non facciamone un dogma.

La comunità vive di persone con desideri diversi, non necessariamente in competizione tra loro: quando questi desideri vengono nominati, compito dell’animatore/a dovrebbe essere quello di accoglierli e metterli sul tavolo dell’assemblea, per valutare insieme le modalità per realizzarli. Anche se non combaciano con le sue personali priorità. Solo un’attenzione collettiva e veramente reciproca aiuta a prendersene cura, senza escluderne alcuno/a.

Neppure il più illuminato dei preti/presbiteri può essere, da solo, capace di tanto. Pensiamo, per di più, alla irriducibilità della differenza tra uomini e donne e alla conseguente impossibilità, per un uomo, di rappresentare, nei propri pensieri, nelle proprie parole e nelle proprie pratiche, le elaborazioni delle donne dei gruppi donne delle CdB e delle teologhe femministe, per restare in questo ambito. Non basta leggere i loro testi: bisogna lasciarsi contaminare dai loro pensieri e allora, a poco a poco, impareremo a fare ricerca insieme, uomini e donne, ricavandone orizzonti nuovi e mettendoci in cammino su strade inesplorate.

In questa forma di essere comunità c’è spazio, ovviamente, per ogni carisma individuale: a cominciare dall’ “autorità” di coloro che sanno svolgere compiti importanti, come l’accoglienza di persone che cercano aiuto, lo studio biblico, l’animazione dei gruppi e della celebrazione eucaristica, l’organizzazione e la gestione coordinata delle varie iniziative, l’amministrazione (delle incombenze “più materiali”) ecc… Non tutti/e ne siamo capaci, anche perché, forse, non vi ci cimentiamo molto. Eppure tutti e tutte siamo capaci di amicizia, di ascolto di gestione dei conflitti… dovremmo cominciare a parlarne, tutte e tutti insieme: così potrebbe nascere e crescere un’esperienza di pastorale veramente comunitaria.

Comunità di base e chiesa di base

Il “problema” nasce quando l’autorità sconfina nel potere: questo rischio è stato evidenziato da molti interventi nell’assemblea del 3 giugno. Ci fa problema che altre e altri non possano camminare e crescere con noi in comunità perché fanno riferimento al prete che, oltretutto, “non invita più nessuno/a”, tantomeno chi lo contatta, a partecipare alle attività della comunità di base di Pinerolo.

La sua scelta di dedicarsi a quella che chiama la “chiesa di base”, fatta non solo dalle CdB – che ritiene destinate all’estinzione – ma anche da gruppi e comunità parrocchiali, parrocchie “aperte”, gruppi scout, comunità nascenti, altre chiese, ecc… è motivata dall’esigenza di prendersi cura di chi ancora “cerca il prete, ha bisogno del prete”. La chiesa di base è, dunque, secondo questa visione, quella in cui c’è ancora il ministero pastorale. E’ la “teologia della riforma”, per la quale non importa che prete o pastore sia un uomo o una donna, ma che sia riconosciuto/a in quel ruolo dalla comunità. Suo compito è anche, di conseguenza, quello di aiutare altri preti e altri pastori evangelici a fare la scelta per “la base”.

Abbiamo descritto a modo nostro quello che abbiamo capito di questa sua visione della “chiesa di base”, perché ci sembra un nodo importante. E desideriamo esprimere le nostre riflessioni nel merito, assolutamente non per polemica, ma per cogliere ogni occasione per dialogare. Dopo quarant’anni di vita la CdB di Pinerolo non ci sembra arrivata al capolinea, ma sentiamo di avere ancora strada da fare, di non doverci fermare qui e ritornare in parrocchia…, mantenendo sempre vivo e costruttivo il dialogo e il confronto con tutte le realtà, anche quelle della “chiesa di base”, che secondo alcuni di noi possono anche esistere senza necessariamente la presenza di un prete/pastore/presbitero.
Intanto non riusciamo a capire perché questa scelta personale abbia comportato un’automatica divaricazione rispetto all’impegno in comunità di base; inoltre questo è avvenuto senza alcuna discussione o confronto.

Ci sembra, poi, una scelta in linea con quella concezione “individuale” del compito pastorale di cui dicevamo sopra. E, inoltre, resta coerente con l’organizzazione gerarchica della chiesa non “di base”, in cui la formazione dei preti e dei pastori avviene ai piani alti (o, comunque, “fra di loro”), perpetuando tendenzialmente la separazione tra pastori e gregge, tra docenti e discepoli. Non possiamo delegare a loro anche il compito di pensare a come superare questa separazione: o lo si pensa insieme, nelle comunità, sia in quelle di base che in quelle parrocchiali di ogni denominazione, o resterà una chimera.

Siamo consapevoli di raccontare un sogno… ma è un sogno al quale crediamo e cerchiamo di realizzarlo con le nostre pratiche comunitarie e con le parole con cui cerchiamo di interloquire con chi ha cominciato a camminare con noi e poi ha inopinatamente cambiato strada.

CdB e Viottoli

Anche l’esperienza di Viottoli è testimone di questo conflitto. Prima è nata la rivista, per dare voce a tutte le persone della nostra comunità di base, alle loro riflessioni, alle loro preghiere, ai loro commenti biblici… poi però questa è diventata, secondo alcuni, solo “una delle voci” della cdb…. – come se in queste pagine non fosse più garantito il massimo pluralismo e la presenza di voci anche dialogicamente in “opposizione” fra di loro e la redazione volesse “dettare una linea” – tanto che questi, prima autori di articoli, hanno ritenuto di dover precisare che con essa nulla avevano più a che fare…

Anche l’omonima associazione culturale, nata nel 1998 inizialmente per gestire la rivista e poi divenuta anche “soggetto culturale di iniziative”, riconosciuto a livello cittadino e non solo, è stata per molti anni condivisa e gestita tutti/e insieme…. poi anch’essa ha subito i “contraccolpi” di questa divaricazione che hanno portato tra l’altro, nell’ottica comunque del massimo rispetto di tutte le istanze e sensibilità, anche a dover rivedere la gestione degli spazi comuni.

Resta la sofferenza di chi continua a stare in entrambe e a non capire perché le differenze di pensiero in campo teologico o biblico, tra persone che stanno nella stessa comunità, non possano esprimersi anche sulle pagine della rivista che è stata fondata anche su iniziativa di chi oggi non vi si riconosce più.

Concludendo

Abbiamo scelto – e speriamo di averlo fatto con sufficiente chiarezza – di raccontare questi nostri “nodi” non solo per informare l’amico Marcello Vigli che ci segue con affetto, ma perché siamo convinti/e che il conflitto che stiamo vivendo nella nostra CdB sia importante per ciascuno e ciascuna di noi e anche per il movimento dei gruppi e delle comunità cristiane di base italiane… se ne parliamo e ci aiutiamo a vicenda. Perché una piccola comunità, non solo la nostra – pensiamo a quelle (fisicamente a noi più vicine) di Piossasco e di Torino – può davvero essere, per le persone che la vivono, luogo di formazione e icona di quell’altro mondo possibile di cui parliamo ogni tanto.

Seme di un mondo in cui le persone si riconoscono a vicenda e si danno valore per quello che sono, imparando la cura reciproca e il pensiero autonomo, libero, laico. In cui ciascuno e ciascuna impara a prendersi cura di chi è in difficoltà, grazie allo stare in cerchio con chi ha maggiori competenze e le condivide. Perché le relazioni di cura e la cura delle relazioni sono competenze che si imparano: non sono doti esclusive di qualcuno. Questo è uno dei grandi compiti di chi si assume responsabilità di animazione, coordinamento, formazione.

Con questo spirito affidiamo alle pagine di Viottoli questi nostri pensieri, augurandoci che anche altri e altre accolgano l’invito allo scambio, sentendosi partecipi di questa appassionante avventura di essere e fare comunità.

La redazione
(da Viottoli n.1/2012)

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Il senso dei nostri “viottoli”

Nello scorso mese di novembre la nostra comunità cristiana di base ha vissuto un intenso e fecondo momento di riflessione su di sé, sul senso del suo
esistere e sui diversi desideri che la animano. Anche Viottoli, questa piccola rivista che avete tra le mani, si è trovata al centro, per brevi attimi, di un confronto importante: quale teologia veicola? O, meglio, quale teologia “dovrebbe” veicolare?

Chi ha intrecciato, nel tempo, il proprio cammino di fede con la scoperta che il mondo è abitato da donne e uomini, irriducibilmente differenti e, perciò, radicalmente uguali, ha percorso strade che sono andate allontanandosi da quelle delle dottrine e delle tradizioni, soprattutto quelle con la T maiuscola.

Abbiamo faticosamente imparato la bellezza della libertà personale, irrobustita e sostenuta dal confronto reciproco, dalla capacità di ascolto e dall’abitudine a prendere la parola per offrire il dono del proprio pensiero. Ascoltare chi ha studiato di più ed ha maggiori strumenti non comporta dipendenza, ma può rivelarsi come un grande dono, di cui essere riconoscenti. E si conti-nua a pensare con la propria testa e a confrontarsi partendo ciascuno e ciascuna da sé, dalla propria esperienza di vita e dalle proprie elaborazioni di pensiero.

Nasce, quindi, un riconoscimento di autorevolezza verso chi percepiamo, a poco a poco, compagno/a prezioso/a di strada, perchè ne riconosciamo la saggezza, la capacità di vivere con cura le relazioni, l’impegno coerente nel coniugare la vita quotidiana con la riflessione e lo studio…

Questa autorevolezza non dipende, però, da un’ordinazione “sacra” o dall’abito che gli è stato messo addosso un giorno; dipende, invece, dalla qualità della relazione che posso vivere con lui/lei. E’ il mio cammino di libertà che mi indica le persone di cui riconoscere l’autorità per me. Niente altro.

Anche nella nostra comunità di base, così come è avvenuto nel movimento delle cdb, nel tempo, molti/e hanno preso atto che “il padre è morto”, che la “legge del padre” non ha più così presa: non la Tradizione, non il prete/pastore in quanto tale, non la teologia “alta” né le prassi sacramentali consolidate. Per altri/e il cammino è stato diverso, ma anche questo, come ogni differenza, è ricchezza e va profondamente rispettato.

Nel costruire la nostra vita di fede e di relazione, abbiamo imparato a mettere in discussione, a decostruire molte cose. Il sacro delle nostre tradizioni catechistiche e religiose era sinonimo di “separato” e il prete ne era il segno più visibile. Oggi, invece, “sacro” per noi è divenuto ciò che davvero ci è prezioso, ci interessa, appartiene alla vita di ognuno/a.

Ecco che la comunità di base non è più solo un “mezzo”, uno strumento utile per imparare qualcosa da spendere nella vita che scorre altrove…, ma anche le comunità cristiane di base sono luogo di vita, di relazione, spazio “sacro”, senza genuflessioni né sacramenti.

Ci confermiamo a vicenda, dunque, il senso e il valore del nostro desiderio di continuare a camminare su questi “viottoli”: la teologia che veicoliamo sono le riflessioni che nascono nella e dalla nostra vita, dai nostri confronti con le parole che nella Bibbia e non solo ci raccontano i cammini di fede e di vita di uomini e donne che hanno calcato prima di noi gli stessi sentieri, a volte sassosi, a volte erbosi.

E se chi “ne sa di più” vorrà farci compagnia, offrendoci le sue elaborazioni, riceverà sempre la nostra riconoscenza e il riconoscimento della sua autorevolezza. Non è un ruolo che gli/le chiediamo di “incarnare”, ma un dono che gli/le chiediamo di condividere, che ricambiamo con i nostri, magari più piccoli, ma profondamente sinceri (15 dicembre 2009).

La Redazione
(da Viottoli n.2/2009)

Lunedì 23 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 27

Giuda e Pietro

Tra Pietro (v. ultimo brano del capitolo precedente) e Giuda (27,1-10), gli unici due uomini del gruppo che seguono Gesù nell’ultimo tratto del suo cammino verso la croce, stando al racconto evangelico, sembra proprio che non ci sia un gran futuro per la semina fatta da Gesù. Uno lo rinnega, l’altro lo tradisce… gli altri chissà dove si sono rintanati… Ma, poi, entrambi si ricredono e provano un rimorso sincero, con esiti differenti: disperazione per Giuda, cambiamento per Pietro.

Proprio Pietro è l’ennesima testimonianza che ogni uomo e ogni donna hanno sempre, finché vivono, il tempo e la possibilità di cambiare vita, di convertirsi. E’ una scelta, come quella di Giuda di andare ad impiccarsi. Chi nega per sé questa possibilità, in realtà cerca di giustificare la propria pigrizia.


Parola di Dio o un trucco redazionale?

Desidero fermarmi a riflettere un attimo sui vv. 9-10. Matteo insiste con l’uso di citazioni dagli antichi testi, per documentare ai suoi conterranei che quanto è avvenuto in quei brevi anni della vita di Gesù non era nient’altro che “adempimento” di quanto era stato scritto, anni e secoli prima, dai profeti.

In questi due versetti ci offre un esempio lampante di manipolazione dei testi citati, funzionale ai suoi scopi catechetici: decontestualizza e monta insieme due citazioni diverse (Zaccaria 11,13 e Geremia 32,6-9) con molta libertà. Trenta sicli d’argento era la paga concessa dal popolo al profeta Zaccaria: su ordine di Jahvé lui li getta nel tesoro del tempio (come il gesto di Giuda); mentre l’acquisto del terreno nella zona dei vasai da parte dei sacerdoti ricordava l’acquisto di un terreno da parte di Geremia, che aveva fatto sigillare il contratto all’interno di un vaso.

Ortensio da Spinetoli definisce questa “libera fusione” operata da Matteo un’ “esegesi tipicamente rabbinica e midrashica”, per dimostrare che “la storia della salvezza, anche nelle sue minuzie, si svolgeva secondo un filo conduttore, fissato da Dio e annunziato anticipatamente dai profeti” (Matteo, Il vangelo della chiesa, Ed. La Cittadella, Assisi 1983).

A noi un’operazione del genere è proibita, mentre nelle liturgie cattoliche anche questa manipolazione è “parola di Dio”. Oggi possiamo dire che sono espedienti letterari per valorizzare e conferire autorevolezza alla propria interpretazione dei fatti. Cosa c’entra Dio?


La moglie di Pilato

Ecco un’altra donna che non viene neppure ascoltata, resa quasi invisibile e schiacciata in questo gioco competitivo tra uomini: Pilato da una parte, sommi sacerdoti e anziani dall’altra. Matteo ci ha insegnato fin dai primi capitoli che i sogni sono la strada su cui Dio manda messaggi all’umanità; ma il desiderio di potere dell’uno e degli altri li rende tutti sordi e ciechi. Per la loro perdizione.

La conclusione dell’episodio è di tragica e perenne attualità (vv. 24-26). Come dicono i sacerdoti a Giuda nel v. 4, Matteo mette in bocca a Pilato l’espressione “E’ affar vostro” (oggi useremmo un termine più colorito e scurrile), lavandosene le mani. Troppa gente continua a morire perchè altre – anch’io, anche noi – se ne lavano le mani, non fanno tutto quello che possono per impedirlo, prevenirlo, far trionfare la giustizia nelle relazioni.

E il popolo, la massa, continua ad applaudire i vincitori, pur pronunciando una maledizione terribile su di sé e sulle generazioni successive. Non ci credono, a quello che dicono, come i ricchi di oggi, spesso cattolici praticanti, non credono che sia più facile che un cammello entri nella cruna di un ago piuttosto che uno di loro nel Regno dei Cieli. Ma chi ci crede davvero a queste cose?! Quella maledizione (“il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!”) è terribile, ma l’incoscienza con cui viene pronunciata è prova che quel processo era una farsa. Chi sta manipolando il popolo non è in buona fede, ma ha ormai raggiunto il suo scopo: far fuori Gesù e restare saldi al potere. Alla faccia della legge mosaica!


Ipocriti fino alla fine

Un altro esempio di uso ipocrita del linguaggio biblico ci è offerto dai vv. 40-44: “Se tu sei figlio di Dio, scendi dalla croce!”. Profeti e Salmi dicevano che tutti gli appartenenti al popolo ebraico erano figli di Dio, popolo della promessa, a cui Dio fa le coccole come una madre, ecc.

Se si fossero davvero sentiti figli di Dio, come certamente proclamavano nelle sinagoghe e nel tempio, si sarebbero sentiti anche vicendevolmente fratelli… e sorelle. E non avrebbero condannato a morte Gesù, figlio di Dio come loro e come loro impossibilitato a schiodarsi da quella croce.

La cosa più facile, come sempre, è la polemica urlata, per non sentire la voce della coscienza, per non riflettere. Come oggi sulla questione TAV: il governo e i partiti favorevoli all’opera non ascoltano davvero le ragioni di chi è contrario, ma si fanno forti della voce di chi ha il potere. Non c’è sincerità in quelle parole, ma deresponsabilizzazione autoassolutoria.


La fine del “popolo eletto”

Quando Gesù muore “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo” (vv. 50-51). Matteo l’aveva già fatto preannunciare da Gesù: “Non resterà qui pietra su pietra…” (24,2). E’ il segno di un passaggio epocale, della fine del vecchio e dell’inizio del nuovo. Quando Matteo scrive, non solo il velo del sancta santorum, ma l’intero tempio è già stato distrutto. Non c’è più il culto antico nel tempio ebraico: d’ora in poi si adorerà Dio in spirito e verità (Gv 4,23).

E’ la fine del “popolo eletto”, che era tale solo per autoconvincimento. Il popolo di Dio è l’umanità e con Gesù la cosa diventa, se possibile, ancora più evidente.


La cura

La violenza maschile del potere ha colpito: Gesù è morto. Per prendersi cura del suo corpo entrano in scena le donne, “che stavano a osservare da lontano”, quelle che “avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (v. 55).

La cura è fatta di attenzione, di osservazione, di compagnia e, al momento opportuno, di interventi e di gesti concreti. “Imparare ad osservare” era uno degli insegnamenti più frequenti al corso per la qualifica di assistente alle persone anziane; ed era la pratica che più faticavo a imparare dalle donne mie colleghe: l’osservazione mi faceva entrare in conflitto con la pigrizia; è stata una dura lotta, che continua tuttora… Anche questo noi uomini dobbiamo imparare dalle donne.


Poveri gerarchi!…

Siamo alla fine del capitolo: il corpo di Gesù è nella tomba, tutto sembra finito. Ma i gerarchi ebrei hanno un sussulto.

Abbiamo visto che alla religione che predicano non credono neppure loro, ma che la sfruttano per mantenersi saldi al potere. E Matteo se ne fa beffe: li descrive qui (vv. 62-66) come se davvero avessero creduto alla promessa della risurrezione di quell’“impostore”, e l’unico modo per andare a dormire tranquilli è mettere delle guardie davanti al sepolcro, per scoraggiare ogni tentativo di trafugamento da parte dei discepoli, che avrebbero poi gridato alla risurrezione…

Guardie armate e sigilli alla enorme pietra che chiudeva l’ingresso del sepolcro, in realtà danno molta credibilità, nell’intento di Matteo, all’evento della risurrezione: nessuno avrebbe potuto trafugare il cadavere, dunque!… Dunque i gerarchi ebrei, i sommi sacerdoti e gli anziani di Gerusalemme sono inconsapevoli e credibilissimi testimoni della resurrezione di Gesù.


Riflessioni del gruppo

Due modalità diverse di “fare politica”: dialoghi e discussioni sono tutte tra uomini del potere, mentre Gesù sceglie il silenzio, come le donne. Vivono consapevolmente la loro apparente impotenza…

Come fa Matteo a sapere della moglie di Pilato? Chi può averlo raccontato, se non lei stessa? Anche lei, a modo suo, cerca di prendersi cura di Gesù.

Dio parla nei sogni alle persone che meno contano nella società. Anche in questo caso ci ha provato, ma gli uomini del potere sono sordi alla sua voce. Anche Pilato ci ha provato, ma il suo interesse primario era mantenere la poltrona e allora, per scongiurare un pericoloso tumulto, che andasse pure in malora quell’uomo, anche se era chiaramente innocente!

Togliersi dagli ingranaggi dell’ingiustizia richiede un coraggio che non ha chi è attaccato al potere; altri ce l’hanno: Gesù, i partigiani, le vittime della mafia…

L’imprecazione di “rottura” tra Gesù e Dio al v. 46: se Matteo e Marco gli mettono in bocca quel versetto iniziale del Salmo 22 è per testimoniare la sua umanità.

Beppe Pavan

Lunedì 16 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 26

I primi versetti del capitolo 26 (1-5) introducono il racconto della passione di Gesù che segue il discorso escatologico dei cap. 24 e 25. Questo, inizia con la profezia della distruzione del Tempio ed è pronunciato sul Monte degli Ulivi da dove ha appunto inizio la sua passione; possiamo riconoscere che in questi versetti vengono applicati a Gesù i salmi di supplica del giusto e del popolo perseguitato (Sal. 2,1-2; 31,14; 83,4).

vv. 26,6-16

Il racconto della passione si apre con una scena: una donna, probabilmente in una casa a Betania (solo Lc. non lo dice) agisce nel momento centrale della festa. Matteo (e Marco) scrive che si avvicina a Gesù con un vaso di alabastro (prezioso) di olio profumato molto prezioso e glielo versa sul capo (Gv. e Lc. narrano che unse i piedi e li asciugò con i suoi capelli).

L’unzione del capo è il gesto che veniva riservato al re, ai profeti e ai sacerdoti. Nell’antichità l’olio veniva impiegato puro o misto a profumi nella cura del corpo o come segno di gioia. Inoltre veniva usato per imbalsamare i morti e come medicamento. Il nardo preziosissimo era usato dal re.

“Questa donna mi piace, perché ha il coraggio di esprimersi, di manifestare cosa pensa e cosa desidera. ….. Si fida anche di Dio, perché sa che il suo vuole essere semplicemente un gesto d’amore..e come potrebbe il Dio della misericordia non benedirla?”.

Al comportamento della donna segue lo sdegno dei discepoli (per Gv. “Giuda Iscariota”; Mc. “alcuni”; Lc. “i commensali”).

“Purtroppo accade, qualche volta, che quando si compiono dei gesti che intendono semplicemente esprimere l’affetto, si venga fraintesi o semplicemente non capiti o addirittura derisi. Forse, proprio noi donne, ci troviamo spesso in questa situazione e per evitarla ci freniamo in tante manifestazioni di affetto che farebbero tanto bene a chi le fa, ma anche a chi le riceve!”.

Gesù però prende le sue difese, apprezza il suo gesto e ne riconosce davanti a tutti la grandezza (“compiuto un’azione buona”), riconosce in quel gesto semplice e tenero il carattere di “buona notizia” per il mondo.

Da parte della donna c’è una  profonda comprensione del destino di Gesù (profetico) e (come in Marco) il Gesù di Matteo afferma che la sua azione sarà ricordata soprattutto per fare memoria della sua persona, di chi era, del suo coraggio, della sua consapevolezza. Aggiungerei che con questo racconto ogni gesto di amore, di tenerezza, di affetto viene riconosciuto come profetico.

“Ai poveri, sembra voler dire Gesù, che sono sempre con noi, bisogna sempre far del bene, cioè essi sono indiscutibilmente al primo posto, ma non per questo noi dobbiamo negarci dei gesti di affetto che, molte volte, sono proprio quelli che ci danno la giusta carica per riuscire a donare un  po’ di noi stessi, del nostro tempo, del nostro denaro a chi in quel momento è più ‘povero/a’, perché ha meno di noi. Ma quante volte i poveri siamo proprio noi e, non riconoscendo la nostra povertà, crediamo di poter fare a meno di chi ci sta vicino?!!”.

La mancanza di vera comprensione da parte dei discepoli continua durante tutta la narrazione della passione, dove si affianca alle varie presentazioni di donne consapevoli, comprensive e fedeli….Assenti dall’ultima cena e da Getsemani, le donne continuano a fungere da contraltare per i discepoli. (AA.VV., La Bibbia delle Donne)


vv. 26,17-30

E’ dubbio che la cena pasquale di Gesù sia coincisa con la festa di Pesach (Pasqua ebraica). Probabilmente ha anticipato di qualche giorno questa festa (era costume in alcuni ambienti giudaici) aggiungendo consapevolmente un significato di addio (v.29).

Gesù annuncia il tradimento di uno dei suoi (v.24)  ma non c’è né maledizione né condanna. Solo un triste lamento per una azione così grave.

Possiamo leggere nei salmi 41,10 e 55,13-15 lo stesso lamento proprio per il tradimento dell’amico, il compagno, il famigliare.

Non ci vengono comunicate le ragioni che possono aver indotto Giuda a questo gesto (potrebbe non essere Giuda…). E’ stata disegnata la figura del traditore con intento catechetico, non biografico (stortura che ha finito con l’identificare il popolo ebraico con la figura del traditore).

Non si sa con certezza le parole di Gesù che Gesù pronunciò quella sera ma ci sono state trasmesse le formule liturgiche che ci registrano il senso che egli volle dare alla sua morte.

Nella cena Gesù conferma il significato complessivo della sua esistenza e della sua morte.

Secondo il rituale giudaico è possibile che Gesù abbia preso il pane e poi il vino e, prima di distribuirli, abbia pronunciato le benedizioni di rito.

I discepoli, gli evangelisti, le comunità hanno aggiunto, secondo l’interpretazione sacrificale (servo sofferente del primo testamento) le parole “..prendete mangiate e bevete – corpo e sangue”.

La cena pasquale è per il giudaismo un rituale di azione di grazie e il memoriale della liberazione dell’Esodo. In questo contesto, Gesù consuma la cena, canta i salmi e si presenta come agnello pasquale. Il suo sacrificio consistette nell’accettare l’arresto e la morte per fedeltà alla causa del Regno, che poi è la causa del Padre. Egli fece tutto questo come cammino e strumento di solidarietà nei confronti dei fratelli. E’ questa consegna pasquale della sua vita che la cena rivela e significa.  (M. Barros, Il Baule dello Scriba, pag. 199)


vv. 26,31-56

Dal v.31 si descrive una scena che presenta un clima di fallimento. La citazione che viene utilizzata è riportata nel libro di Zaccaria (13,7): “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”.

Viene descritta l’angoscia di Gesù e Matteo parla di “tristezza” mentre per Marco Gesù sentì “paura ed angoscia” e Luca dice che provò angoscia e il sudore diventò gocce di sangue.

Tre volte prega e tre volte si lamenta con i discepoli come le tre tentazioni nel deserto.

Il lamento triste  di Gesù al v. 40  dice la sua solitudine “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?”: anche questo è tradimento?!

Gesù viene arrestato, protesta ma non reagisce. Questo comportamento, coerente con il suo insegnamento, segnò profondamente la prassi delle comunità cristiane dei primi tempi.


vv. 26,57-75

Gesù viene portato davanti al Sinedrio politico che si occupava dei casi di sedizione ed insurrezione e l’accusa mossa a Gesù “Quest’uomo si dice Re dei giudei” poteva valere per i romani che avendo una cultura diversa dagli ebrei, non erano abituati al vocabolario immaginifico dei discorsi e degli insegnamenti rabbinici.

L’interrogatorio condotto da Caifa è al servizio dei Romani. Da nessuna parte la Legge giudaica considerava un crimine l’autoproclamarsi “ Messia” o “Figlio di Dio”. Se questo costituiva un delitto, lo era per la legge romana.

Questo capitolo termina con il racconto del rinnegamento di Pietro ed il suo amaro pianto.


Alcune considerazioni emerse nel gruppo biblico

Si resta colpiti dal tradimento degli uomini e dalla loro debolezza– se ci fosse stata la madre di Gesù non si sarebbe addormentata – la cura della persona, della vita, delle cose va coltivata – le donne sono cresciute nella consapevolezza perché più vicine degli uomini alla vita, alla morte, alla sofferenza.

I gesti d’amore non sono sempre compresi – siamo molto condizionati dal pensiero legato ai costi e benefici – molte nostre azioni sono subordinate a questa “economia”.

I discepoli che si addormentano non hanno colto la gravità della situazione – nella nostra vita esiste sempre il rischio di non comprendere l’importanza di avvenimenti e relazioni.

L’azione di cura delle donne genera conflitto.

Luciana Bonadio

Lunedì 9 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 24,45 – 25,46

Siamo ancora dentro il discorso apocalittico, per Matteo e la sua comunità (ma più in generale per i cristiani del primo secolo): è evidente che la fase presente non è conclusiva, ma decisiva; in base alle scelte del presente si avrà una prospettiva di felicità o di sofferenza.

Un servo è dichiarato beato (24,46), l’altro condannato al pianto; cinque vergini sono ammesse alle nozze dello sposo e cinque escluse, due servi sono fedeli, uno negligente…

Tutta la preoccupazione di Matteo è riassunta nella considerazione iniziale: “Chi sarà stato perseverante sino alla fine, costui sarà salvo” (24,13). La prospettiva escatologica è un pretesto per dare accoglienza alle esortazioni etiche che stanno a cuore a Matteo.

Tre sono le parabole in questa sezione, tutte incentrate sul tema della vigilanza. In ogni racconto siamo davanti ad un vero giudizio, ad un esame delle azioni e a una condanna o a una premiazione.

Il servo fedele

Il primo racconto (24,45-51) è incentrato sul comportamento di un servo, sorvegliante e capo della servitù. Il punto culminante della parabola è il suo incontro con il padrone, momento decisivo e irrevocabile di tutta l’esistenza umana.

In questo racconto il confronto non è tra il padrone e la massa, ma tra due persone, come se fosse un dialogo privato: il premio o il castigo riguarda le singole persone. La fine ultima degli individui, il traguardo su cui l’evangelista punta il dito, ha un valore decisivo per tutta l’impostazione della vita cristiana. Bisogna guardare verso la meta per non rischiare fallimenti.

Ciò che conta è il comportamento, la pratica. Fedeltà e saggezza sono due qualità su cui investire una vita intera. Occorre agire come se il padrone fosse sempre presente.

Lo scopo della parabola è catechetico e pastorale: segnala la via giusta per evitare la condanna. Stanchezza, scoraggiamento e rassegnazione possono assalire anche chi è fedele e saggio/a e la pigrizia e gli istinti malvagi possono insidiare continuamente la fedeltà del servo.

Chi abusa della propria autorità facendo del male sarà cacciato e deposto dal suo ruolo, viceversa, chi avrà servito fratelli/sorelle, in nome di Gesù, sarà promosso a qualcosa di superiore…


Le dieci ragazze

Questa parabola, presente solo in Matteo, è legata alla precedente. Infatti, in tutte e tre queste parabole gli incontri con il padrone o lo sposo sono preceduti da una lunga pausa temporale, accentuata dal volontario ritardo o dalla lunga assenza.

Lo sposo è una figura strana: si fa attendere; giunge in un’ora importuna e imprevista; è annunciato da una voce anonima anziché da musiche o suono di tamburi; è severo, non si lascia prendere dalla gioia dell’incontro con le ragazze, ma sbarra il portone; è inesorabile…

Sappiamo poco degli usi nuziali del primo secolo, perciò il ruolo delle ragazze non è chiaro. Può darsi che fossero delle invitate alle nozze oppure delle serve in attesa del ritorno a casa dello sposo. Quest’ultima interpretazione è in relazione con la parabola precedente ed esprime l’interesse di Matteo nel mettere in parallelo episodi di uomini e di donne. E dice che anche le donne sono responsabili delle loro scelte e della loro salvezza.

Le ragazze sono divise in due categorie: le sagge e le stolte. Il punto culminante della parabola è il loro incontro con lo sposo: da qui dipende la felicità o l’infelicità. Lo sposo (Gesù) giunge solo in piena notte, non per trattare con l’umanità (cfr Mt 25,31ss) bensì con dieci soggetti. L’intento della sua venuta non è il giudizio, bensì le nozze, cioè l’incontro con discepoli/e credenti.

Questo è un avvenimento molto importante, che solo gli stolti possono sottovalutare. Per esserci a questo appuntamento occorre che tutta la vita sia un’attesa; non bisogna lasciarsi vincere dal sonno, o dalla noia, o dalle distrazioni.

Il sonno, nella tradizione biblica, è indice di uno stato d’animo non vigile. Le lampade accese simboleggiano la costante vigilanza che si richiede per non perdersi nell’infedeltà e nella dimenticanza. L’olio deve essere sempre pronto per evitare di mancare all’appuntamento decisivo: bisogna attrezzarsi con cura e non dormire. Saper attendere è segno di considerazione, di stima e di amore verso la persona che si aspetta.

La parabola è coerente con i temi più importanti del vangelo di Matteo: impegnarsi in opere buone, dedicare la vita a Gesù ed essere pronti/e per il tempo della fine. Le donne devono illuminare il cammino dello sposo, perciò adempiono sia all’esigenza della cura sia al comandamento che la loro luce “risplenda davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere” (5,16). Le opere buone consistono nel servizio verso i poveri, i prigionieri, gli affamati. Gesù si identifica con questi “ultimi”, per cui servire loro significa servire lui e compiere così la volontà del cielo. Sia uomini che donne sono esortati a fare queste cose, assumendosene pienamente la responsabilità.


I talenti

Questo padrone mette alla prova i suoi servi con lo scopo non tanto di aumentare la rendita, quanto di vagliare la capacità, l’intraprendenza e lo spirito di iniziative dei servi stessi.

Sono loro che devono decidere il da farsi. I talenti possono annunciare le doti che devono essere sviluppate, ma quel che sta a cuore a Gesù (o a Matteo) è la dedizione e l’impegno nel compiere il volere del padrone. Le ragazze devono vegliare e i servi lavorare. Per raddoppiare il capitale ricevuto non basta un impegno banale, ma bisogna essere intraprendenti, coinvolgersi fino in fondo, fidarsi di chi ci ama.

La parabola presenta la comunità cristiana impegnata nelle sue varie mansioni. Bisogna impegnarsi con tutta l’energia possibile per fare il bene. I doni ricevuti saranno fatti fruttare con saggezza e amore. Occorre osare e costruire un altro mondo possibile.

Gesù apre con la sua missione le porte del Regno, ma ne affida la cura a discepoli e a discepole, e a tutti/e quelli/e che hanno aderito al suo messaggio.


Il giudizio per tutte le genti

Matteo scrive questo brano tentando di dare una risposta agli interrogativi dei membri della sua comunità (giudeo-cristiana, ma anche etnico-cristiana) circa il destino dei loro connazionali che ‘non hanno conosciuto Gesù’: quale sorte avranno alla sua “venuta”, che avverrà in potenza e gloria, come un Cristo che siede sul trono, ma che agisce pur sempre come pastore?

L’annuncio è rivolto a tutte le genti. L’autore non parla di processo religioso, ma storico; non parla dei meriti che i pagani hanno acquisito o delle colpe che hanno accumulato nei confronti dei cristiani, ma dei loro simili; parla delle inadempienze verso le ultime categorie sociali e insiste sulla necessità di fare delle scelte pratiche.

Non tutti hanno conosciuto Gesù, ma tutti possono incontrarlo se si orientano verso opere di misericordia. Ciononostante, l’idea di un Dio giudice inappellabile contrasta con quella di padre, di amico, di sposo, che lo stesso capitolo segnala in diversi passaggi. Dai vangeli si riscontra che Gesù non ha mai parlato di sé come re né mai ha parlato di un regno in cui le persone fossero selezionate e divise, anzi, la sua predicazione e la sua azione è indirizzata a tutti e tutte, soprattutto a chi era in difficoltà, cioè malati/e, prostitute, indemoniati…

Per noi oggi, liberati dal vincolo di credere che la Bibbia è “parola di Dio”, così com’è scritta, il messaggio centrale di questo brano può essere quello di rendere viva nelle nostre vite la pratica di Gesù: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.


Riflessioni del gruppo

Quello di Matteo è un discorso pedagogico, per dire che ogni gesto, ogni scelta non è indifferente, ma ha conseguenze o positive o negative: può costruire giustizia, solidarietà oppure impedire una relazione. Richiamo alla responsabilità.

In queste parabole c’è la lettura di Matteo che riflette quando ormai Gesù è assente da parecchi anni. Probabilmente in comunità facevano fatica a restare coerenti con il messaggio di Gesù: allora Matteo si inventa forme catechetiche.

L’olio è inteso come amore verso lo sposo e quindi non si può cedere alle altre.

Addormentarsi è segno non solo di stanchezza, ma anche di scarsa sensibilità, di scarsa attenzione e cura; può voler dire “non arrivarci” a capire la difficoltà di chi ti sta vicino, perdere consapevolezza…

Cosa significa la “durezza” del padrone (v 24)? Spauracchio per evitare che i servi si comportino male: tocca a loro seminare e raccogliere, non lo fa lui. Oggi non ci crediamo più, dobbiamo trovare altre motivazioni che ci tengano vigili…

Guai al servo che si spaventa di fronte alla responsabilità! Le “capacità” (25,15) sono diverse, ma nessun uomo, nessuna donna, è “incapace”: nessuno/a è scusabile se non cresce. Chi si impegna crescerà e avrà sempre di più: ma non riceverà premi in più, perché il premio consiste proprio in quella crescita nella vita. Il premio sta in ciò che vivi di bello, intenso, gratificante. Mentre chi si nasconde per paura finirà per non avere nulla, per morire in miseria spirituale.

Ognuno di noi cerchi di fare quanto gli è possibile; anche Gesù non è riuscito a fare tutto ciò che avrebbe voluto, ma ha vissuto per portare giustizia e amore tra le persone che incontrava; e laddove non ci fosse possibile intervenire direttamente, almeno dovremmo cercare di ostacolare ogni azione, ogni situazione, ogni politica che agisce nel senso dei capri… solo così potremo praticare la sequela di Gesù.

Carla Galetto

N° 7-8/2012

FOGLIO DI COMUNITA’

Bollettino informativo non periodico della Comunità cristiana di base
Distribuzione gratuita — Stampato in proprio c/o ALP, Via Bignone 89, Pinerolo (To) il 28/06/2012


LE EUCARESTIE

Come ogni anno, durante l’estate ci saranno delle variazioni per quanto riguarda la celebrazione dell’Eucaristia settimanale e per i gruppi di lettura biblica.

Nei mesi di luglio e agosto l’Eucaristia sarà celebrata nella sede della comunità tutti i venerdì alle ore 21, fino al 24 agosto compreso. L’eucarestia domenicale riprenderà domenica 2 settembre (venerdì 31 agosto dunque non ci sarà l’eucarestia).

I gruppi biblici settimanali sono sospesi e riprenderanno lunedì 3 settembre.

In sede è affisso un foglio su cui ci si può segnare per preparare le celebrazioni dell’Eucaristia (compresa quella del 2 settembre). Sarà utile ricordare che chi si prenota per preparare l’eucarestia si dovrà procurare le chiavi per aprire la sede e chiuderla al termine dell’incontro. Sono possibili preparazioni e predicazioni anche a più voci. Dunque: buon lavoro!

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ASSEMBLEA DELLA COMUNITÀ: Venerdì 24 agosto, ore 21,30, subito dopo una breve celebrazione eucaristica, la comunità è convocata per l’assemblea di programmazione, prevista fino alle ore 23. Si raccomanda la maggior partecipazione possibile.

LA SCALA DI GIACOBBE: La Scala di Giacobbe nel mese di luglio propone in data da stabilire una gita fra amici e amiche con pranzo al sacco. Ci consulteremo per dire quando e con quale meta. Intanto ci diamo appuntamento a settembre per le attività del gruppo con un’idea di fare una due giorni a Ro dell’Oy presso Chiusa Pesio (CN). Quest’anno le donne sono proponitrici del tema: vi terremo informati. Un saluto a tutte e tutti con un auguro di buona estate.   Cristiano

AUTOFINANZIAMENTO: Ricordo che l’autofinanziamento della Comunità prosegue anche nei mesi estivi. Grazie  Domenico

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VERBALE dell’assemblea di venerdì 15 giugno

Dopo aver stabilito le date e gli orari delle eucarestie “estive” e della prossima assemblea della comunità (vedi informazioni riportate sopra), siamo poi passati a vagliare le varie proposte per le letture del prossimo anno. In tutti e due i gruppi è stata espressa la voglia di leggere i profeti Isaia e Geremia. Questa scelta è stata motivata, in entrambi i gruppi biblici, dalle numerose citazioni incontrate nel Vangelo di Matteo appena letto. Inoltre Franco propone una ricerca sull’Islam.
Ulteriori proposte da Memo e Beppe: momenti e incontri di comunità aperti anche ad altre realtà (valdesi, parrocchie….) su qualche tema particolare: giornata della memoria, omofobia ……. si accettano proposte. Per le letture di Isaia e Geremia: si inizia il 10 settembre con Isaia a gruppi riuniti con presentazione di Franco Barbero (per una bibliografia di riferimento si veda sotto). Queste letture ci terranno sicuramente impegnati da settembre fino a marzo. Indicativamente dopo Pasqua si potrebbe iniziare con la ricerca sull’Islam.

Fiorentina

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Per iniziare la lettura di Isaia e Geremia

1)      Nella collana “La Bibbia per tutti” ci sono due libri facilmente abbordabili: “Isaia” (Collins, Queriniana) e “Geremia e Baruc” (Ellis, Queriniana).
2)      AA.VV., “La Bibbia delle donne”, Volume II, Claudiana.
3)      Josef Blenkinsopp, “Storia della profezia in Israele”, Queriniana.
4)      Schokel – Sicrediaz, “I profeti”, Borla. Introduzione e commento.
5)      Abraham J. Heschel, “Dio alla ricerca dell’uomo”, Borla. Un vecchio libro per entrare nel cuore dell’ebraismo.
6)      E. Borghi – R. Petralio, “La Scrittura che libera”, Borla, € 38. Particolarmente le pagine “Per leggere i libri profetici”.
7)      Paolo Sacchi, “Storia del Secondo Tempio”, SEI, €18.

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VERBALE DELL’ASSEMBLEA DI COMUNITA’ di domenica 3/6/12

Il tema all’o.d.g. era “Cdb e Viottoli: relazioni, nodi, soluzioni”.

I nodi sono legati soprattutto al disimpegno, da qualche anno, nei confronti della rivista, da parte del presbitero della Cdb, e di questo soprattutto abbiamo discusso nell’assemblea. Perchè, mentre la rivista ha continuato ad uscire e l’associazione ha continuato a gestire sede e utenze anche della Cdb, non erano esplicitati i motivi di quel disimpegno.

E’ stato ricordato che la redazione di Viottoli ha sempre accolto tutto quanto giungeva in redazione e non ha mai operato censure. Anzi, tutte le persone della cdb sono sempre state invitate a far giungere preghiere, predicazioni, recensioni, ecc. e anche la redazione è sempre stata aperta a chiunque volesse farne parte. Su Viottoli potrebbero star bene tutte le voci e le riflessioni, anche diverse tra loro.

Nel corso dell’assemblea Franco Barbero ha parlato di differenze teologiche e di diverse visioni sul piano pastorale, in particolare intorno alla figura e al ruolo del presbitero in comunità.

Dall’altra parte è stato sottolineato che le diverse opinioni in campo teologico dovrebbero essere viste come ricchezza e materia di confronto, non causa di allontanamento. Soprattutto da parte di chi ha un ruolo importante per l’animazione e la formazione della comunità.

Sul piano pastorale il cammino fatto in quasi 40 anni ha portato una parte della Cdb a pensare alla pastorale in termini comunitari, collettivi, cercando di superare la delega al solo presbitero dei compiti di accoglienza, animazione, formazione, coordinamento, ecc. ecc…

Sul piano teologico è stato evidenziato come la teologia sia pensiero umano intorno al trascendente e, quindi, ci possano essere tante visioni teologiche quante sono le persone che pensano in autonomia. La Cdb è o, meglio, dovrebbe essere luogo di confronto e scambio, abbandonando “la” teologia intesa come “una”, l’unica ortodossa, incarnata da chi l’ha studiata di più sui libri delle diverse scuole. Se al centro c’è la ricerca della Parola di Dio e un cammino di fede condiviso, le diverse modalità non dovrebbero creare divisioni bensì diventare ricchezza e scambio. Anche l’Eucarestia mantiene la sua centralità, al di là del modo in cui viene celebrata.

Infine: le priorità. Che sono legittimamente diverse: Franco Barbero da anni ha scelto di dedicarsi soprattutto a comunità nascenti, a gruppi e singole persone che lo cercano, al sostegno di uomini e donne con problemi esistenziali, a gruppi e comunità anche parrocchiali, ecc. che hanno bisogno e cercano il prete.

E’ quella che lui chiama la “chiesa di base”, che comprende anche le Cdb, destinate però, a suo parere, all’estinzione. Il futuro sarebbe quindi legato alla presenza di preti e pastori aperti e disponibili, anche se lui vede con favore che la nostra Cdb continua il suo cammino pur senza che lui se ne occupi come un tempo, e questo gli permette di dedicarsi al suo ministero pastorale altrove.

Gli abbiamo fatto notare che non ci sarebbe alcun problema a convivere in comunità con questo suo impegno, se non fosse che il suo disimpegno da Viottoli e, in parte, dalla Cdb è avvenuto senza parlarne e ha contribuito non solo ad allontanare persone dalla vita comunitaria, ma anche a non incentivare persone nuove ad entrare in comunità.

Secondo noi la convivialità delle differenze dovrebbe diventare una pratica sempre più convinta e coerente in una comunità in cui tutti/e la nominiamo.

Concludendo, è stata un’assemblea positiva, a giudizio pressoché unanime, perchè finalmente abbiamo messo a fuoco contenuti e forme dei “nodi” che da alcuni anni ci impacciano il cammino. Sta a noi avere il coraggio di continuare a stare in questo conflitto con la voglia di gestirlo al meglio, in spirito di verità. E ne verremo fuori bene, in avanti.

Luciana e Beppe

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LETTERA DEL COMITATO DI PINEROLO PER LA CITTADINANZA ONORARIA A BIMBI/E STRANIERI NATI IN ITALIA

Pinerolo, 20/06/2012

Al Sindaco della Città di Pinerolo
All’Assessore alle politiche sociali

OGGETTO: Iniziativa per la concessione della cittadinanza onoraria ai minori stranieri residenti nel Comune di Pinerolo e nati in Italia

Gent. Sigg. Sindaco, Assessore alle politiche sociali

Stando a dati relativi all’anno 2010, i figli e le figlie di immigrati/e residenti in Italia sono 932.675. Di questi, ben 572.720 sono i nati in Italia.

Quest’ultimi da soli rappresentano quasi il 10% della popolazione scolastica nazionale. Si tratta di ragazzi/e che crescono con i nostri figli, che frequentano le nostre scuole e che partecipano alle nostre attività sociali e ricreative. Sono italiani/e di fatto ma stranieri per la legge italiana (nel caso specifico per la legge n. 91 del 1992 che detta le norme fondamentali in materia di cittadinanza). In nessun stato europeo esiste una legge così ostile nei confronti dei minori. A nostro avviso è invece necessario preparare questi/e figli/e dell’immigrazione a divenire membri della nostra comunità e dunque titolari di diritti ed al contempo portatori di doveri verso di essa.

Per cambiare l’attuale stato di cose sarebbe di fondamentale importanza una modifica della legge sulla cittadinanza oggi in vigore. La riforma dovrebbe comportare la concessione della cittadinanza italiana ai figli ed alle figlie di genitori stranieri da alcuni anni residenti nel nostro Paese, che nascono in Italia o quando concludano il primo ciclo scolastico.

Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha auspicato di recente in un suo intervento “che il Parlamento possa affrontare la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri e che negarla sarebbe un’autentica follia”.

Riteniamo che la grandissima parte dei minori stranieri ambisca a diventare cittadino a pieno titolo di questo Paese.

Come associazioni e realtà che lavorano da anni con gli stranieri e per la loro integrazione, chiediamo al Comune di Pinerolo di compiere un gesto simbolico nella direzione sopra accennata, ossia che il Comune conceda una cittadinanza onoraria a tutti i minori stranieri nati in Italia e residenti nel comune di Pinerolo.

Crediamo che un’iniziativa del genere, specialmente se vista insieme a quella degli altri Comuni italiani che hanno già adottato iniziative consimili, possa fungere da volano affinché pure altri Comuni della nostra zona si attivino in tal senso, e che anzi essa possa rappresentare una spinta affinché le Camere giungano in futuro ad una generale modifica dell’impianto della legge 91 del 1992 che muova dall’attuale concezione dello ius sanguinis a quella dello ius soli come base giuridica per la cittadinanza.

A tal proposito, chiediamo un incontro di una nostra delegazione con Voi, per presentare e discutere la concreta fattibilità della nostra proposta.

Cordiali saluti

Le associazioni che aderiscono all’iniziativa:

Scuola senza frontiere; Comunità cristiana di base; Associazione Viottoli; Chiesa Valdese; Gruppo richiedenti asilo di Frossasco; Gruppo volontari/e “Se non sai non sei”; CGIL Dipartimento immigrazione; Associazione Valore Laicità “Alberto Barbero”; F.A.T. (Famigliari e Amici dei Tossicodipendenti); Gruppo “Uomini in cammino”; CISS Consorzio servizi sociali; ARCI; ALP (Associazione Lavoratori Pinerolesi); Comunità islamica di Pinerolo – Istituto islamico Tauba; Parrocchia di S.Lazzaro; CISS (Consorzio servizi sociali); Oratorio S.Domenico

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UN VOLUME IMPEGNATIVO

Richard Kearney, Ana-teismo. Tornare a Dio dopo Dio, Fazi editore, Roma 2012, pagg.336, €17,50.

Chi ha compiuto una riflessione sulle teologie del pluralismo religioso si ritroverà subito a suo agio leggendo queste pagine dense ed impegnative. L’Autore non propone affatto tesi o ipotesi nuove, ma affronta una questione di indubbia rilevanza: il Dio “autoritario e padrone” di una certa tradizione è ormai morto per la coscienza adulta dell’uomo e della donna di oggi. Ma è possibile riscoprire il Dio vivo tra le ceneri di quello morto? Si tratta di una scommessa aperta e affascinante.

L’Autore, attraverso una “lettura in profondità” delle varie tradizioni religiose, incontra e documenta tanti percorsi di “dissoluzione di un falso divino” (pag.218). Ana-teismo è un viaggio di ritorno, una via che precede e supera gli estremi del teismo dogmatico e dell’ateismo militante. Non è affatto un panteismo o l’abbandono della propria religione, ma un ritorno ad essa attraverso il “confronto con l’altro”, il dialogo con gli “Dei stranieri”. Il mondo secolare allora diventa “sacramento del Dio della vita”. La massima ermeneutica è sempre la stessa: la via più breve dall’io all’io passa attraverso l’altro. Non si tratta di una mescolanza di varie identità, ma di ritrovare la propria esponendosi ad una “depurazione” e ad un confronto con l’altro come decisivo e necessario per ritrovare se stessi e una fede postdogmatica.

L’Autore, filosofo più che teologo, a volte rimanda ad alcune formulazioni dogmatiche (la Trinità, la transustanziazione) che lasciano perplessi all’interno del suo itinerario culturale e spirituale, tranne che se ne compia una lettura “mistica”, come a volte emerge chiaramente dal testo.

Pregnanti ed illuminanti sono le pagine dedicate sia alla valorizzazione dell’ateismo sia alla rigorosa critica della sua militanza ideologica. Si leggano le pagine dal 219 al 240 con grande interesse. “La scommessa dell’anateismo è che, nella profonda appartenenza ad un’unica convinzione di fede, possa emergere l’umiltà di voler contrastare la violenza dell’esclusività con una generosità all’attenzione” (pag.233).

Anche la carrellata di Autori e di Autrici che, in alcuni passaggi dei loro scritti, sono condotti forse un po’ forzatamente all’anateismo, rivela come sacro e secolare, senza essere confusi e sovrapponibili, sono realtà e dimensioni del reale fortemente intrecciate. Non una separatezza ideologica del sacro e del secolare, ma un intreccio nuovo è ciò che va ricercato in una relazione che escluda sia l’invadenza che l’estraneità.

Sarebbe ancora lungo l’elenco dei passi che meritano particolare attenzione.

Il lettore e la lettrice sappiano, accingendosi allo studio di quest’opera, che sarà necessario un notevole impegno. Si tratta, infatti di ricerche e ipotesi già ampiamente conosciute, ma esse vengono collocate in un contesto culturale occidentale più preciso e costituiscono, non tanto una informazione più accurata, quanto un appello ad una conversione radicale dei nostri atteggiamenti profondi.

Franco Barbero

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L’EREMITA CI SCRIVE

 I miei saluti alla Cdb di Pinerolo.

Mi chiamo Mario Dumini e mi considero un agitatore sociale, molto impegnato sui diritti umani della persona in detenzione, riforma del carcere, “rieducazione” del secondino “cristiano”… tutte cose che non possono interessare chi è già occupato a lavorare per tirare avanti onestamente, ma di cui qualcuno deve pur interessarsi, altrimenti si rischia di perdere la visione dell’insieme, come se il trattamento carcerario fosse pertinenza solo dei professionisti e degli specialisti del problema, quelli che campano bene sulla sofferenza del prossimo, come già fanno i preti da tanti secoli.

Quelli dei media mi definiscono “l’eremita” per il tipo di vita che conduco: un soprannome che ho adottato con piacere, anche se so che si è eremiti per come ci si distacca dalle cose mondane (quelle egoistiche) e ci si interessa di quelle religiose (quelle altruistiche), non per come si vive, dove si vive e come ci si gode la vita.

Lunedì 21 maggio c’è stata l’ultima udienza di un processo penale, intentatomi dai “servi del potere” al servizio delle leggi di “Cesare”, per un reato di opinione: l’aver espresso critiche molto forti ai bravi cristiani servi del potere, all’istituzione ecclesiastica e al Papa, per mezzo di opinioni sarcastiche messe su grandi cartelli ed esposte in luoghi dove era di passaggio molta gente.

Dopo quattro anni sono stato assolto, con assoluzione piena: tanto l’accusa era assurda che il giudice l’ha subito capito. In verità speravo di essere condannato, per così avviare una forte azione culturale al processo d’appello, ma si vede che il dio (chiunque Essa/Esso sia) ha disposto differentemente. La prossima occasione farò meglio.

E la prossima occasione potrebbe essere l’irritazione che causerà la diffusione di un libretto stampato in proprio, che parla della corruzione che prende il lavoratore delle carceri, un tipo di corruzione di cui pochi si rendono conto. Grazie a questo libretto, che farò pervenire ai sindacalisti dei secondini e alle autorità civili e religiose dello Stato, spero di preparare ottime imboscate ai “cristiani” che servono il potere a difesa del proprio stipendio, fregandosene di ogni altra considerazione.

Appena riceverò le motivazioni scritte della sentenza assolutoria ve le manderò attraverso il sig. Beppe Pavan, così anche voi della Cdb di Pinerolo vi potrete divertire a seguire la vicenda e commentare in merito. Noi comuni mortali non abbiamo la possibilità di farci sentire dai cristiani che servono il potere e dirigono la nostra vita, ma ci possiamo divertire un mondo facendo pervenire al potere la nostra opinione, quella in cui si prende posizione contro quelli che si passano come cristiani per sentirsi “brave” persone mentre servono il potere. Come se servire il potere da laici, da atei, da agnostici, fosse cosa vergognosa. Facciamogli cambiare idea.

Perchè si è cristiani o credenti per come ci si comporta, non per il timbro che ci mettono alla nascita, per la servilità verso il potere, per la recitazione di “preghiere”.

A risentirci.

L’eremita – Roma 30/5/12

Il libro di cui parla Mario Dumini nella lettera qui sopra è oggetto dell’inserto del numero 1/12 di Viottoli, di imminente uscita. Chi fosse interessato ad acquistarlo lo chieda a me.      Beppe

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GRUPPO UOMINI

Gli incontri quindicinali, sempre presso la sede del FAT (Vicolo Carceri 1, Pinerolo) con il solito orario 19-20,30, riprenderanno giovedì 6 settembre.      Sabato 8 settembre festa del gruppo con famiglie, nel parco di Villa Olanda, dove da due anni collaboriamo a un progetto di cooperazione ortofrutticola. Gli incontri del gruppo sono sempre aperti. Chiediamo solo, a chi desidera venirci, anche solo per curiosità, di telefonare prima a uno di noi.

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COMUNITA’ CRISTIANA DI BASE DI PIOSSASCO

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Nell’incontro, avvenuto a casa di Silvana e Vanna, il calore estivo deve aver infiammato i nostri cuori, pertanto abbiamo pensato di proporre nel mese di LUGLIO e AGOSTO alcuni momenti di PREGHIERA e di convivialità, aperti a tutti /e coloro che desiderano parteciparvi.

GIOVEDI’ 5 LUGLIO alle ore 21 a casa di Giorgio e M.Grazia , in via Alighieri 9/2 (prepara M.Grazia B.)

MERCOLEDI’ 11 LUGLIO alle ore 18,30 incontro a casa di Carla e Cesare ( Via Pinerolo 102) per andare a fare una passeggiata a san Valeriano, dove pregheremo insieme …..quasi sotto le stelle!!  Prepara Maria.  (In caso di maltempo resteremo a casa di Cesare e Carla)

MERCOLEDI’ 8 AGOSTO  alle ore 21 da Cesare e Carla (preparano Carla e Cesare)

RICORDIAMO CHE IL PRIMO INCONTRO DI COMUNITA’ si terrà giovedì 6 Settembre a casa di Vanna e Silvana alle ore 21 per preparare l’incontro Regionale che si terrà a Piossasco 16 il Settembre.

 Dio,
che hai creato ogni meraviglia
e anche i nostri cuori,
donaci il desiderio di lodarti,
di benedirti  e di condividere
tutto ciò che Gesù ci ha insegnato
con la sua vita.

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