12 gennaio – Battesimo del Signore

Il battesimo di Gesù

In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Matteo 3, 13-17).

Il battesimo di Gesù è un episodio altamente simbolico, così com’è narrato da Matteo: il suo senso va molto al di là di un fatto verosimilmente accaduto.

Il contesto

La lettura dei capitoli 3 e 4 è facile, la comprensione immediata: i fatti narrati sono lineari, semplici da capire. Ma se li consideriamo, come in realtà sono, costruzioni postume ad opera di catechisti e predicatori delle prime comunità, allora mi sembra che la ragione fondamentale da indagare sia il desiderio di mettere Gesù al centro della vicenda storica del loro mondo, attraverso, anche, una lettura simbolica, teologicamente discutibile, della figura di quell’ebreo che andava in giro a predicare cambiamento di vita (conversione) e coerenza e amore, accompagnando le parole con gesti di amore, di cura, di accoglienza… senza limiti né riserve, dopo che qualcuno (donne, soprattutto, come quella siro-fenicia delle briciole per i cagnolini) l’ha aiutato a capire che la cultura patriarcale in cui si era formato continuava a condizionarlo.

Il battesimo di Giovanni era una cosa seria. Egli era riconosciuto e seguito: accorrevano a lui non “da” Gerusalemme, ma “Gerusalemme e tutta la Giudea e tutta la regione intorno al Giordano” (3,5). Quel battesimo era il segno esteriore, quindi pubblico, quindi “politico”, della scelta personale di cambiare vita, di diventare “albero che fa buon frutto” (3,10). Anche “molti farisei e sadducei” (3,7) vanno per farsi battezzare ed offrono così a Giovanni l’occasione di esplicitare con chiarezza in che cosa consista la conversione: nel “fare un frutto degno della penitenza” (3,8). Continua a leggere

5 gennaio – 2^ Domenica dopo Natale

Gesù: una “parola” ebraica

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.
Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto.
A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.
(Giovanni 1,1-18)

Logos?

Il Vangelo di Giovanni inizia con un inno cristologico (conosciuto come il Prologo) che accenna alle principali tematiche affrontate dall’evangelista lungo tutto suo racconto. Per esempio, vengono utilizzati i termini, che in seguito avranno una forte valenza simbolica riferiti al Cristo, luce, rivelazione, vita…

Si tratta di un inno che risente di un forte influsso ellenistico, ovvero greco, che ci fornisce una rappresentazione del Cristo utilizzando il linguaggio filosofico tipico del mondo greco. Un linguaggio senz’altro molto suggestivo, ma che rischia di allontanarci dalla figura storica di Gesù di Nazaret. Gesù, infatti, è qui presentato come il logos che si fa carne (che in greco significa parola, ma anche ragione o discorso). Un logos preesistente, che era già «in principio» (en arché).

«In principio», sono le stesse parole con cui inizia la Bibbia (Gn 1,1). In questo caso, però, non si tratta di quel Dio che crea il mondo semplicemente camminando alla brezza del giorno (Gn 3,8), ma piuttosto si tratta il mistero di un Dio che genera in sé il suo figlio, raffigurato qui come la Parola creatrice. Una formulazione che, nonostante il tragico tentativo di personificare il Logos, si rivelerà oscura, faticosa e terribilmente precaria, e che darà vita a quelle interminabili dispute – cristologiche e trinitarie – che hanno dilaniato la storia della chiesa dei primi secoli.

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29 Dicembre – Santa Famiglia

Quale famiglia?

Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo». Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio. (…) Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: «Sarà chiamato Nazareno». (Matteo 2, 13-15.19-23)

L’ultima domenica dell’anno la liturgia cattolica commemora la famiglia di Gesù e in qualche modo ne propone la testimonianza di fede e di amore per tutti/e noi. E’ quella che viene chiamata la festa della sacra famiglia.

Come ci ricordano gli studi di interpretazione biblica, qui non ci troviamo di fronte a una cronaca. Matteo più che raccontare dei fatti, ci invita a riflettere attraverso queste “storie” che hanno come sottofondo la vicenda di Mosè; si ripete l’uscita dall’Egitto, questa volta di Gesù, nuovo Mosè.

Possiamo quindi pensare ad un quadro simbolico che vuole mettere in luce come Dio prepara e accompagna Gesù verso la sua missione. E in questo quadro per Gesù, penso, che la famiglia abbia avuto una rilevanza notevole sia dal punto di vista anagrafico-carnale che, successivamente da quello spirituale e più allargato (Mc 3,31-35 – Mt 12,46-50).

“Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”. Senza squalificare la famiglia anagrafica e carnale, Gesù promuove un altro tipo di famiglia che, dal suo punto di vista, va oltre, allarga la prospettiva. Continua a leggere

25 dicembre – Natale del Signore

Il “nostro” natale…

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Luca 2, 1-14).

Questo brano del Vangelo di Luca un racconto molto bello che però non ha, ci dicono gli esegeti, dei fondamenti reali. I vangeli dell’infanzia sono stati riportati nella forma che conosciamo e ci raccontano di una nascita tutta particolare: una vergine, una nascita miracolosa accompagnata da un coro di angeli e dall’omaggio dei pastori.

Gli studiosi ci dicono che Gesù è nato, probabilmente, a Nazareth e nessuno si è accorto dell’evento. Questa pagina poetica di Luca non ha lo scopo di trasmetterci notizie precise sulla nascita di Gesù, ma di sottolineare la discendenza davidica e quindi l’attuazione di una antica promessa.

Per questo Luca cancella la nascita storica a Nazareth e ne propone una teologica a Betlemme e così colloca la figura e la missione di Gesù sulla scia di Davide e fa riposare su di lui la mano di Dio fin dal giorno della nascita.

La data del 25 dicembre come noi oggi la conosciamo è stato introdotta solo verso il III secolo in sostituzione di una festa pagana romana: il giorno del sole (Dies Natalis Solis invicti) e lentamente si è diffusa in tutta la cristianità. Il “natale di Gesù di Nazareth” è una festa sconosciuta alle origini cristiane e nessuno pensò ad essa nei primi cinque secoli. Essa soppiantò la festa pagana di Mitra e del Dio Sole e trovò una incredibile diffusione in tutto l’Occidente nel secondo millennio.

Se ci aggiungiamo il significato secolarizzato che ha assunto nel secolo scorso con la figura di Babbo natale soprattutto nel Nord Europa e la consuetudine dello scambio di regali non solo per i più piccoli allora possiamo inquadrare in nostro natale come una “bella montatura” che del messaggio testimoniato da Luca ha ben poco…

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