5 novembre – 31^ Domenica del T.O.

Anch’io siedo su una cattedra?

Allora Gesù parlò alla folla e ai suoi discepoli, dicendo: «Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno. Infatti, legano dei fardelli pesanti e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere osservati dagli uomini; infatti allargano le loro filatterie e allungano le frange dei mantelli; amano i primi posti nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze ed essere chiamati dalla gente: “Rabbì!” Ma voi non vi fate chiamare “Rabbì”; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo; ma il maggiore tra di voi sia vostro servitore. Chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato» (Matteo 23, 1-12).

Nei cc. 21-22 del suo vangelo Matteo ha raccontato, sulla falsariga di Marco, il ministero pubblico di Gesù a Gerusalemme. Nel c. 23, prima del discorso escatologico, riporta invece una raccolta di detti, desunti in gran parte dalla fonte Q che costituiscono una dura requisitoria nei confronti degli scribi e dei farisei. La raccolta non si conclude con il consueto motivo redazionale dei cinque grandi discorsi («Quando Gesù ebbe finito…»): perciò si ritiene che non rientri tra essi come un discorso autonomo, ma faccia parte del successivo discorso escatologico (cc. 24-25).

Si tratta chiaramente di una composizione redazionale, che riflette la tensione tra la chiesa e i rappresentanti del giudaismo quale si è verificata dopo la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). La raccolta si divide in tre parti: 1) condanna della prassi religiosa dei farisei (vv. 1-12); 2) sette «guai» nei loro confronti (vv. 13-32); 3) condanna di Gerusalemme e dei giudei increduli (vv. 33-39). Forse l’evangelista ha voluto contrapporre i sette «guai», coi quali denunzia la falsa religiosità rappresentata dagli scribi e dai farisei, alle sette beatitudini (otto nella versione attuale), con cui iniziava il discorso della Montagna. Continua a leggere

Foglio di Comunità – n° 11/2017

Bollettino informativo non periodico della Comunità cristiana di base Viottoli
Distribuzione gratuita — Pinerolo (To), 30/10/2017

LE EUCARESTIE 

DOMENICA  12 novembre: ore 10 (prepara Luciana)

DOMENICA  26 novembre: ore 10 (preparano Dome e Antonella)

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ASSEMBLEA DI COMUNITA’

Domenica 26 novembre, alle ore 10,30 dopo l’Eucarestia

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GRUPPO BIBLICO

Ogni lunedì sera ore 21, al FAT: stiamo continuando la lettura del libro della Genesi.

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GRUPPO DONNE

Abbiamo partecipato al coordinamento nazionale Donne Cdb a Bologna. Partendo dall’esigenza, più volte espressa nei precedenti incontri di coordinamento, di lasciar traccia scritta del nostro percorso, abbiamo proposto un seminario. A nostro parere è necessario riflettere sulla nostra esperienza per darle un senso. E’ un lavoro politico impegnativo, che ci coinvolge soggettivamente, mettendo in gioco i nostri desideri e  i nodi più profondi da affrontare.

Il seminario si svolgerà presumibilmente a gennaio a Milano, presso la Libreria delle donne, dove incon- treremo il Gruppo che si definisce Comunità di Storia Vivente, fondato da Marirì Martinengo, Luciana Tavernini, Laura Minguzzi e altre. La Storia Vivente è una pratica politica di donne in relazione che si autorizzano a narrare la storia partendo da ciò che sentono, vivono, desiderano profondamente. Si procede in relazione, affrontando nodi soggettivi che hanno caratterizzato la storia di ognuna, indagando la propria vita, il proprio percorso con le altre e connettendoli agli eventi, ai fatti storici che l’hanno attraversata. Questo esce dai canoni della storia oggettiva, ma può dar vita ad una storia incarnata che cerca di dar sen- so al vissuto, mantenendo la passione per la storiografia, lasciando aperte le questioni, acquistando così uno sguardo diverso sulla storia.

Il coordinamento si incontrerà dopo questo seminario per definire il prossimo Incontro Nazionale delle donne Cdb e non solo.

Carla e Doranna

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GRUPPO RICERCA

Ci incontriamo giovedì 2, 16 e 30 novembre, come sempre a casa di Paola ed Elio. Stiamo leggendo il libro Sovrane di Annarosa Buttarelli (ed. Il Saggiatore 2013). Il gruppo, sempre più numeroso, è aperto a chiunque voglia

Carla e Beppe

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UN ABBRACCIO MOLTO AFFETTUOSO…

A Maria Franca, che finalmente è ritornata a Pinerolo.

A Elsa, che ricordiamo sempre nelle nostre Eucarestie. Le auguriamo tanta serenità.

Alla mamma e alla famiglia di Roberto Mazzà, che abbiamo accompagnato nel suo ultimo viaggio giovedì 19 ottobre.

A Luciano, che il 3 novembre ritorna dal Perù e avrà parecchie cose da raccontarci, mentre

Angelina, Nico, Sergio, Carla e Beppe dal 31 ottobre al 28 novembre saranno a Cuba…

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VIOTTOLI

Stiamo preparando il prossimo numero della rivista. Ringraziamo chi ha accolto con grande disponibilità il nostro invito a collaborare mandandoci articoli, commenti biblici, segnalazioni, recensioni, ecc.

Per chi ancora non lo avesse fatto, vi invitiamo a rinnovare la quota associativa per il 2017 e, volendo, ad anticipare quella del 2018: 25,00 € (socio ordinario) – 50,00 € (socio sostenitore); oppure potete versare un contributo libero utilizzando il ccp n. 39060108 intestato a:  Associazione Viottoli – via Martiri del XXI, 86 – 10064 Pinerolo (TO) o con bonifico bancario:

IBAN: IT 25 I 07601 01000 000039060108      BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX

Vi invitiamo inoltre a richiedere copie saggio gratuite del nostro semestrale (per informazioni: viottoli@gmail.com). Sono disponibili alcune raccolte complete con tutti i numeri della rivista dal 1992 a oggi. Sul nostro sito www.cdbpinerolo.it cliccando su VIOTTOLI —> ARCHIVIO DEI NUMERI ARRETRATI trovate, e potete scaricare gratuitamente, tutti i numeri in formato *.pdf dal 1998 al 2016.

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GRUPPO “USCIRE DALLE GUERRE”

Nella riunione del 16 ottobre abbiamo affrontato tre questioni:

1) Su quanto sta succedendo in Spagna (conflitto istituzionale con la Catalogna) ci siamo per ora limitati/e a condividere che non si può affrontare un problema politico, per quanto conflittuale sia, con la violenza

2) Enrico Lanza ed Enrica Pazè sono stati a Strasburgo per informare il Consiglio d’Europa sul con- ferimento della cittadinanza di Pinerolo a Ocalan. E’ stata l’occasione per proporre di riflettere sul “Confederalismo democratico”, la proposta politica di Ocalan al popolo kurdo – e al mondo intero – per affrontare i conflitti senza violenza. Ci sembra un tema che unisce le situazioni del Kurdistan, della Catalogna e dell’Italia (e non solo…): lo approfondiremo nel gruppo e faremo circolare le nostre riflessioni. A questo tema attiene anche il libro “Sovrane” di Annarosa Buttarelli, che stiamo leggendo nel gruppo ricerca.

3) Abbiamo confermato e definito i dettagli dell’incontro che avremo il 5 dicembre prossimo con alcuni/e consiglieri/e del Comune di Pinerolo per proseguire il confronto, avviato finora in sedi separate, su come passare da un’economia e una politica di guerra a una politica e un’economia di pace, a partire da noi e dalla nostra città. Siamo molto lieti/e e fiduciosi/e per l’adesione che hanno dato alla nostra proposta. Vi terremo informati/e.

Beppe

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AGENDA DELLA PACE 2018

Come l’anno scorso la Segreteria Tecnica delle CdB ha commissionato alla rivista CONFRONTI un certo numero di Agende 2018 (formato 10×15) al cui interno, a tutta pagina, c’è l’inserzione pubblicitaria/informativa delle Comunità Cristiane di Base. Anche la nostra Cdb ha prenotato alcune copie che sono già disponibili e che potete richiedere per voi o da regalare.

Luciana

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INCONTRO REGIONALE CDB

Si è svolto Domenica 15 OTTOBRE 2017 a Torino, presso l’associazione “Opportunanda”. Adriana Valerio ha sviluppato riflessioni molto coinvolgenti sul tema: La Buona Novella di Gesù di Na- zareth e le parole delle donne, intervallate dalla lettura di poesie di Rita Clemente, della cdb di Chieri.

L’introduzione di Doranna, le riflessioni di Adriana e le poesie di Rita saranno integralmente pubblicate sul prossimo numero di Viottoli, che uscirà a dicembre.

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UOMINI IN CAMMINO

 Il gruppo UinC 1 si riunisce al FAT giovedì 9 e 23 novembre alle ore 18,45.

Il gruppo UinC 2 si riunirà martedì 7 e 21 novembre, alle ore 21. Anche questo gruppo si riunisce ora al FAT (non più all’Arci).

Ricordiamo agli uomini che leggono questo foglio che i due gruppi sono sempre aperti a chi sente il desi- derio di conoscerci o di coinvolgersi. Basta una telefonata per un contatto preventivo con uno di noi.

Angelo, Beppe, Domenico, Luciano, Memo, Ugo

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CENTRO DI ASCOLTO DEL DISAGIO MASCHILE

E’ operativo a Pinerolo – in via Bignone 40 – uno sportello di ascolto e di presa in cura di uomini che commettono violenze nelle relazioni intime e familiari.

L’orario di apertura è il seguente: lunedì dalle18 alle 20; giovedì dalle 16 alle 18.

Si può telefonare al 3661140074, scrivere a liberidallaviolenzaodv@gmail.com oppure venire di perso- na. Il servizio è gratuito e si svolge nel massimo riserbo.

Dopo il primo contatto telefonico il servizio si articola in colloqui individuali, per verificare e valutare le motivazioni, seguiti da un percorso di gruppo, della durata di alcuni mesi, in cui verranno affrontati e ap- profonditi i vari aspetti dei comportamenti violenti nelle relazioni affettive. Al termine di questo percorso verrà proposto ai partecipanti di consolidare il proprio cambiamento inserendosi stabilmente in un gruppo di auto mutuo aiuto.

Trova il coraggio di chiedere aiuto  CAMBIARE  SI PUO’

L’associazione Liberi dalla violenza sta organizzando incontri pubblici per far conoscere il Centro alla popolazione del territorio pinerolese.

A Pinerolo, in collaborazione con l’assessorato alle Pari Opportunità, la serata di presentazione si svolge- rà presso il Salone dei Cavalieri giovedì 23 novembre alle ore 21.

Altre iniziative sono in programma per raccogliere fondi, necessari in questa fase di avvio:

Sabato 25 novembre, ore 21, presso il Teatro del Forte a Torre Pellice: Concerto di Musica  Lirica e da Camera.

In occasione del 25 novembre – giornata internazionale per l’eliminazione della violenza  maschile alle donne – l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Pinerolo sta organizzando, insieme alle asso- ciazioni Svolta Donna, Anlib e Liberi dalla violenza, iniziative  di sensibilizzazione per la popolazione. Saranno fatti circolare volantini specifici.

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CENTRO ANTIVIOLENZA “SVOLTA DONNA ONLUS”

Siamo un gruppo di donne accomunate dalla volontà di offrire ascolto, accoglienza e sostegno alle donne vittime di qualsiasi forma di violenza e di promuovere, attraverso iniziative di informazione e comunicazione rivolte alla popolazione, una cultura alternativa a quella della violenza di genere.

Nell’intento di agire a favore di tutta la collettività, la nostra Associazione si propone di:

–  attivare forme di ascolto ed accoglienza alle donne che subiscono violenza attraverso l’operato del Centro di Ascolto Telefonico Svolta Donna con il numero verde gratuito 800 093 900

–  promuovere iniziative di informazione e sensibilizzazione rivolte alla popolazione sul tema della violenza attraverso la programmazione di iniziative pubbliche e la presenza dell’associazione durante manifestazioni, giornate dedicate [News ed Eventi] la stampa e diffusione di opuscoli informativi, la pubblicazione di atti di convegni, la redazione di articoli per giornali, riviste ed altri periodici, l’attività editoriale

OFFRIAMO GRATUITAMENTE I SEGUENTI SERVIZI

  • ascolto telefonico al numero verde e accoglienza diretta nei nostri 5 sportelli sul territorio
  • consulenza legale da parte di un gruppo di avvocate
  • consulenza psicologica
  • su progetti specifici percorsi di psicoterapia e attivazione di borse lavoro
  • ospitalità temporanea in strutture di accoglienza, nei casi urgenti, in collaborazione con il Pronto Soccorso, le Forze dell’Ordine e il Servizio Sociale di competenza
  • ospitalità presso la Casa Rifugio per donne che hanno deciso di intraprendere un percorso di affrancamento dalla violenza
  • incontri di sensibilizzazione programmati nelle scuole durante tutto l’anno scolastico

INOLTRE CI OCCUPIAMO DI:

  • promuovere iniziative culturali di sensibilizzazione e di denuncia in merito al problema della violenza
  • seguire un gruppo di auto mutuo aiuto (AMA) per donne che hanno subito violenza e che vogliono parlare e discutere del problema insieme ad altre donne

SPORTELLI DI ASCOLTO E ACCOGLIENZA
Sono 5 i nostri sportelli ad accesso diretto sul territorio., significa che ci si può presentare senza telefonare o prendere appuntamento.

A PINEROLO il GIOVEDI’ dalle 10 alle 12 presso l’Ospedale Agnelli via Brigata Cagliari 39

Ad AVIGLIANA il GIOVEDI’ dalle 10 alle 12 presso Villa San Giuseppe Via Pirchiriano 5

Ad ORBASSANO il MERCOLEDI‘ dalle 10 alle 12 presso l’ospedale San Luigi Regione Gonzole 10 (Ambulatori Centrali)

A RIVOLI il VENERDI’ dalle 10 alle 12 presso l’Ospedale

A  SUSA  il  MARTEDI’  dalle  10  alle  12  presso  l’Ospedale C.so Inghilterra  66.  Si prega di contattare il numero verde per informazioni sull’orario.

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COMUNICATO STAMPA – Le riflessioni delle Comunità cristiane di base e di Noi Siamo Chiesa sull’anno luterano. Cattolici e luterani celebrino insieme l’Eucaristia.

Nella giornata in cui tutti i protestanti italiani celebrano insieme l’eredità della Riforma e alla vigilia del 31 ottobre, 500 anni dalle tesi di Lutero, le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa diffondono nel testo allegato le proprie riflessioni sull’anno luterano.

Dopo aver constatato che esso è stato celebrato spesso con iniziative comuni si constata che nella Chiesa cattolica su Lutero non c’è più il giudizio negativo che egli ha avuto per troppo tempo . In particolare è stata importante la celebrazione comune dell’anno luterano fatta a Lund in Svezia il 31 ottobre 2016 con papa Francesco.

Il documento prende atto delle responsabilità della Chiesa cattolica nella rottura di 500 anni fa e constata quanto poi la Controriforma l’abbia “ingessata nella dottrina e nella pastorale” fino al Concilio Vaticano II, vero momento di rottura col proprio passato.

Ci si chiede allora come continuare, partendo dal fatto che l’unità nella pluralità dei cristiani può essere un importante punto di riferimento ideale, etico e anche politico per quanto riguarda le crisi di ogni tipo che travagliano l’umanità.

Infine si propone che questa necessità e volontà di unità si realizzi da subito con la comune celebrazione dell’Eucaristia perché “ dove sono due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 20).

Le Comunità cristiane di base italiane
Noi Siamo Chiesa

Roma, 28 ottobre 2017

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Riflessione comune delle Comunità cristiane di base e di Noi Siamo Chiesa: dopo la commemorazione comune del quinto centenario della riforma protestante è maturo un salto di qualità nel cammino verso l’unità tra cattolici e luterani

Un anno importante

Il 2017 è stato il quinto centenario della Riforma protestante, l’anno di Lutero: arrivati al 31 ottobre, giorno nel quale nel 1517 da Wittenberg egli fece conoscere la sua protesta contro il traffico delle indulgenze è utile fare una valutazione generale su come questo anniversario, importante per tutta la cristianità, è stato celebrato, soprattutto per poter costruire il futuro.

Di Lutero e dell’inizio della Riforma si è parlato molto nelle chiese evangeliche ed anche in quella cattolica. Abbondante è stata la produzione storiografica; ci piace, in particolare, ricordare il “Lutero” di Adriano Prosperi, uscito in primavera da Mondadori.

La prima constatazione da fare è che la figura di Lutero è oggi percepita dalla sensibilità cattolica in modo molto diverso dal passato. Si tratta di una vera e propria rottura della continuità nel giudizio negativo durato per secoli. Padre Giancarlo Pani S.J. sul numero 4016 di questo ottobre della Civiltà Cattolica ha scritto: “Nel mondo cattolico, Martin Lutero è stato considerato per  secoli «l’eretico» per antonomasia. Oggi, a cinquecento anni di distanza, la ricerca storica e gli studi recenti portano a chiederci: «eretico» lo era davvero? Onestà e amore per la verità  dovrebbero sostenere la ricerca e guidare il nostro sguardo: è infatti necessaria e urgente una rilettura del passato, libera da luoghi comuni e da «vulgate» trasmesse acriticamente; libera anche da posizioni e pregiudizi affermatisi lungo i secoli a scapito del vero.”

Protagonista dello “sdoganamento” di Lutero è stato papa Francesco con la sua visita a Lund in Svezia un anno fa per la “Commemorazione comune luterano-cattolica della Riforma”. Egli ha indicato allora i binari sui quali avrebbe dovuto indirizzarsi l’anno luterano. La sua presenza e il suo discorso hanno avuto, anche se non sotto la forma di un esplicito riconoscimento di colpe “cattoliche” di 500 anni fa, le caratteristiche di una riflessione molto critica sul passato.

Da parte evangelica il nuovo atteggiamento della Chiesa di Roma è stato colto con grande favore. Ha detto il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini: “il papa ha semplicemente voluto dire che la Riforma non è una proprietà confessionale, ma un patrimonio della cristianità e, se vogliamo, dell’intera umanità. Le frasi di Francesco sulla riscoperta luterana della Bibbia costituiscono l’architrave di una riabilitazione che oggi si esprime non con le formule dell’alta teologia ma in un linguaggio diretto e popolare”.

I 500 anni sono stati celebrati in modo ecumenico, ci siamo conosciuti meglio, ci siamo accorti che i contrasti drammatici del passato sono ora dimenticati o, se conosciuti, sono poco comprensibili e per niente giustificabili oggi, a causa delle terribili violenze tra i popoli e tra gli Stati che essi hanno determinato. Di qui la volontà di riscattare un passato così oscuro e doloroso. Da questo anniversario deve partire maggiore conoscenza e riflessione sulla complessità di tutta la vicenda della Riforma, che ha avuto tanti altri protagonisti. Tutti questi avvenimenti sono nati e cresciuti nel cuore della vecchia cristianità. Per riscattare una storia dolorosa perché allora non potrebbe partire da qui, dalla nostra Europa, una vasta iniziativa per una presenza alternativa di tutti i cristiani in un mondo globalizzato, con nuove religioni e problemi immensi (aumento del divario tra i poveri e i ricchi, devastazione dell’ambiente, guerre, riarmo ecc…), che rendono di livello ben modesto l’importanza delle divisioni che permangono tra di loro?

La riflessione sulla storia della Chiesa

Una buona riflessione sulla storia della Chiesa ci pone nelle condizioni di guardare all’essenziale  (a Cristo, alle Scritture….) e di mettere in un angolo o perlomeno di ridimensionare le differenze, a proposito di strutture ecclesiastiche, di certezze intoccabili, di forme dei sacramenti, di affermazioni dogmatiche, di anatemi, di scomuniche, di santi e di culto mariolatrico, ecc.. . Tanti contenuti e tante forme della cristianità ci appaiono allora fragili, lo spirito antievangelico di uomini e di comportamenti ci appare evidente.

 

In questo anno luterano abbiamo conosciuto meglio quale fosse quella fase storica e constatato le responsabilità della rottura da parte cattolica: la corte papale e la curia, la colpevole incomprensione delle istanze di purificazione proposte da Lutero e da tanti altri (a partire da Erasmo), l’intreccio con interessi secolari che facevano capo al papa e al suo potere temporale, l’arroganza dell’intervento d’autorità nei confronti di Lutero e via di questo passo. Abbiamo capito meglio tante cose: l’assoluta prevalenza su tutto (sulle gerarchie, sulle forme della vita  cristiana….) del solus Christus, della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, dell’importanza della coscienza e della responsabilità personale, del sacerdozio ministeriale di tutti i battezzati. Abbiamo anche riflettuto sul fatto che, se ci sono ancora Chiese e credenti nell’Evangelo dopo quello che è successo in questi 500 anni, ciò significa che lo Spirito c’è e non dorme!

La separazione di 500 anni fa è continuata, è esplosa con le guerre di religione, ha travagliato l’Europa per cento anni. La Controriforma ha ingessato nella dottrina e anche nella pastorale la nostra Chiesa bloccandola, almeno nella sua guida generale, anche nella possibilità di capire la modernità, la democrazia, la libertà di coscienza, la laicità (valori che si sono affermati contro o al di fuori della Chiesa e che hanno radici nella Riforma). Finalmente il Concilio Vaticano II è stato il momento di rottura col passato, anche se non sempre in modo esplicito. Noi, che siamo figli del Concilio, ci siamo trovati a constatare che tanti dei cambiamenti profondi che lì si determinarono erano già contenuti nelle istanze della Riforma.

Ma la riflessione di questi mesi è stata a tutto campo, sul modo tortuoso con cui la grande rottura nel ‘500 si è progressivamente determinata , con esiti imprevedibili e che sono andati ben aldilà di quanto prefiguravano le 95 Tesi. Paolo Ricca, nella sua prolusione all’anno accademico della facoltà valdese di teologia dell’anno scorso, ha contribuito a una comprensione complessiva elencando anche quanto non si può celebrare : il ricorso dei riformatori all’autorità politica dei principi tedeschi  per sostenere la causa della Riforma, il contrasto con la rivolta dei contadini   “che trascrivevano la libertà cristiana predicata da Lutero nelle libertà civili e sociali”, la demonizzazione degli ebrei (sopratutto da parte di Lutero).

Come continuare

Il “mondo” ha bisogno dell’unità dei cristiani. Intendiamo naturalmente l’“unità nella pluralità o nella diversità”, secondo l’idea forza che è comune a chi crede nel riavvicinamento tra tutti i credenti nell’unico Evangelo. Nella società postsecolare, con le ideologie in crisi e con una ripresa della ricerca di senso, le differenze tradizionali tra credenti e quelle tra credenti e non credenti hanno perso importanza mentre cresce continuamente la necessità di punti di riferimento  che  siano portatori nel mondo di valori etici comuni di fronte alle crisi drammatiche di tanti tipi diffuse nella nostra umanità . La comune fede nell’Evangelo dovrebbe impedire, oggi più che mai, quello che abbiamo visto troppe volte nel corso della storia : cristiani con bandiere diverse che si combattono aspramente tra di loro, o considerano nemico chi crede nel Dio di un’altra religione. Il percorso verso l’unità dei cristiani è quanto il “mondo” può pretendere subito dai credenti in  ordine al loro  apporto concreto a contrastare il disordine esistente.

In questa direzione cosa resterà allora di questo anniversario? Nelle dichiarazioni comuni i rapporti erano già buoni da tempo. La Dichiarazione sulla giustificazione del 31 ottobre del 1999 è stata un momento centrale non solo nei rapporti cattolico-luterani, poi il lungo documento congiunto “Dal conflitto alla comunione” del giugno 2013 ha posto le premesse per l’incontro di Lund e per il documento che in quella occasione  vi è stato firmato.

Ma perché non si va nella direzione del superamento formale della divisione? Questa è la domanda che si è fatto Hans Küng , rispondendo che è tempo di ricomporre l’unità. Nella base cattolica il percorso è ancora lungo e sarebbe interessante riuscire a capire quanto e quale eco questo anniversario abbia avuto nelle nostre parrocchie e quante aperture abbia trovato. Esso si è dovuto confrontare con una diffusa ignoranza nel popolo cristiano della storia della Chiesa per contrastare la quale ci sembrano necessari impegni formativi di lunga durata.

Un vero percorso ecumenico che, come sostiene Piero Stefani, a volte sembra appannato da altre emergenze (le nuove religioni, il dialogo interreligioso e interculturale) è  condizione  sine qua non perché la nostra Chiesa sappia immedesimarsi veramente nel messaggio del Concilio (debitore, abbiamo detto, della Riforma) abbandonando tutte le derive di tipo identitario, che sono quelle di quanti  hanno diffidenza nei confronti del nuovo corso di papa Francesco.

Proponiamo  che, ovunque  ce ne siano  le condizioni minime, si vada comunque  nella direzione  di “preghiere comuni e di comuni opere di misericordia” (questo ha detto il papa nell’intervista concessa  al gesuita lf Jonsson prima  di Lund).

Il segretario generale della Federazione Luterana Mondiale Martin Junge ha detto : «Il nostro compito, come teologi e pastori, non dovrebbe mai essere quello di fornire spiegazioni su come mai l’unità non sia ancora possibile; il nostro compito è quello di rimuovere con creatività e coraggio gli ostacoli che ci impediscono ancora di godere del dono dell’unità». Questa ci sembra un’affermazione importante.

Pensiamo però che si possa e si debba andare oltre: non abbiamo bisogno di esprimere nostri auspici o proposte ma semplicemente di leggere un brano della Dichiarazione congiunta di Lund. Essa dice: “Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l’Eucaristia ad un’unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla  sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente  che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata. Questo è l’obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico”.

Questa è una comune volontà. Ci chiediamo allora perché non si possa celebrare insieme da subito l’Eucaristia, la Cena del Signore. Quale ostacolo si interpone? Almeno la celebrazione comune si realizzi tra cattolici e luterani, portando a compimento, a conclusione di questo anno luterano, il percorso comune già contrassegnato dai documenti e dall’incontro di Lund.

Non pensiamo necessariamente a una generalizzazione di tale momento di fede e di fraternità, ma almeno ad una sua realizzazione in qualche situazione o momento più significativo. Sarebbe un messaggio forte anche per ogni altra chiesa cristiana, costituirebbe la rottura di un tabù e sopratutto un segno di obbedienza all’insegnamento di chi ci ha detto “ dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 20).

Comunità cristiane di base italiane
Noi Siamo Chiesa

 

Per riferimenti e contatti:

Vittorio Bellavite – vi.bel@iol.it – tel. 333 1309765 – www.noisiamochiesa.org Paolo Sales – segreteria@cdbitalia.it – tel. 339 1733363 – www.cdbitalia.it

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Dove Dio è maschio…

María López Vigil
Adista Documenti n° 36 del 13/10/2017

Ricordo perfettamente dove mi trovavo, una decina di anni fa, quando aprii un bollettino di notizie del Consiglio mondiale delle Chiese, che ricevevo periodicamente, e vi lessi quel titolo: «Dove  Dio è maschio i maschi si credono dei».

Non si cade solo sulla via di Damasco… In quel momento non caddi dalla sedia e continuai come sempre, ma quel titolo fu come una rivelazione. Divenni consapevole di qualcosa di essenziale. Catturata da quella idea, iniziai un cammino che da allora non ho mai smesso di percorrere.

Sotto questo titolo si trovavano le parole pronunciate dalla ministra protestante Judith van Osdol in un incontro regionale di donne svoltosi a Buenos Aires. «Le chiese che immaginano o rappresentano Dio come un maschio devono farsi carico di questa immagine che hanno creato come un’eresia. Perché là dove Dio è maschio, il maschio è Dio…».

Nel leggere queste due frasi sentii che stavo toccando le radici più antiche della discriminazione, dello svilimento, del disprezzo, della violenza contro le donne… Da allora ho continuato a riflettere, analizzando il modo in cui si è costituita questa antichissima radice.

Se ogni religione consiste nel rendere visibile in parole, narrazioni, immagini il Dio che nessuno  ha mai visto, è evidente che la religione cristiana, di matrice ebraica, ha usato preghiere, lodi, pitture, canti, sculture e simboli tutti maschili per rendere “visibile” Dio. Solamente alcuni riferimenti biblici hanno un carattere femminile. Oltre al fatto che oggi si è incorporato nel linguaggio liturgico il richiamo a “Dio padre e madre”… Sarà sufficiente?

Partendo dalla nostra eredità culturale possiamo affermare che Dio, per quanto non abbia sesso, ha però da migliaia di anni genere: il genere maschile.

Sappiamo che il sesso è una caratteristica biologica e il genere una costruzione culturale. Per questo, sebbene in Dio sia presente tanto il femminile quanto il maschile come espressioni della Vita, nella cultura ebraico-cristiana, cattolica, ortodossa o protestante, nei testi di quattromila anni di scrittura, nella letteratura dell’ebraismo, in quella di duemila anni di cristianesimo, come pure nell’islam, Dio ha un genere e questo genere è quello maschile. Ciò significa che Dio è immaginato, pensato, concepito, pregato, cantato, lodato o rifiutato… come un maschio. Come non pensare allora che questa millenaria identificazione culturale di Dio con la maschilità non abbia conseguenze nella società umana?

Essendo il genere una costruzione culturale, è naturalmente suscettibile di cambiamenti. Perché tutto ciò che si costruisce si può disfare per ricostruirlo di nuovo. Credo che di questo si tratti: di ricostruire il volto di Dio anche al femminile, un compito non da poco, ma come non pensare che avrebbe importanti conseguenze sull’etica, sulla spiritualità…?

Dall’antropologia culturale sappiamo che al principio Dio “è nato” nella mente umana al femminile, che l’idea di Dio è sorta in connessione con la sfera femminile. Per millenni l’Umanità, piena di meraviglia dinanzi alla capacità della donna di generare nel suo corpo il miracolo della vita, venerò la Dea Madre, vedendo nel corpo della donna l’immagine divina.

Millenni dopo, la rivoluzione agricola portò all’accumulazione di cereali, di terra e di animali… e portò con sé anche la necessità di difendere con le armi i granai, le terre e il bestiame.. In questa fase, a poco a poco, la Dea Madre venne spinta ai margini e divinità maschili e guerriere, che decretavano la guerra ed esigevano sacrifici di sangue, si imposero su tutti i popoli della Terra. Le divinità maschili assunsero il dominio delle culture del mondo antico e da allora presero il sopravvento in tutte le religioni che oggi conosciamo. Anche in Israele la Dea Madre venne soppianta e Yahveh si impose nell’immaginario del popolo ebraico. È l’origine di ciò che oggi chiamiamo “cultura religiosa patriarcale”.

Nell’iconografia cristiana, nelle immagini che abbiamo visto da bambini, Dio è un vecchio con la barba. È pure un Re con corona e scettro seduto su un trono. È un Giudice inappellabile dalle decisioni imperscrutabili. È anche il Dio degli Eserciti. È sempre un’autorità maschile. I dogmi cristologici ci dicono che questo Dio Padre ha un Figlio, anch’egli Dio, che si “fece” uomo, il che indicherebbe una sua essenza anteriore a questo “farsi” anch’essa maschile. La terza persona in questa “famiglia divina” è lo Spirito Santo. Benché in ebraico il termine spirito sia femminile, la ruah, la forza vitale e creatrice di Dio, quella che mette tutto in movimento e anima tutte le cose, ci viene insegnato che lo Spirito lasciò incinta Maria, il che ci induce a pensare che lo Spirito sia un principio vitale maschile.

Persino in espressioni religiose più recenti, popolari e liberatrici come quelle presenti nella Misa Campesina nicaraguense, Dio appare come un uomo. Lo cantiamo come «artigiano, carpentiere, muratore e operaio». Non ha, questo Dio, nessun impiego femminile. E lo «vediamo» alla pompa  di benzina controllare i pneumatici di un camion, pattugliare le strade, lucidare scarpe nel parco, sempre in lavori da uomini. Non lo vediamo lavare o cucinare o cucire, tantomeno allattare. È un Dio povero e popolano, ma… è maschio. Il Dio della Teologia della Liberazione continua a essere un maschio.

Gesù di Nazareth era stato educato alla religione dei suoi padri. Nell’ebraismo Dio era immaginato e pensato sempre in chiave maschile. Gesù ce lo ha presentato come un Padre buono e lo ha chiamato Abbà, non Immà. Tuttavia, negli atteggiamenti di Gesù si nota un approccio nei  confronti delle donne simile a quello adottato nei riguardi degli uomini, in contrasto con la sua religione. E nella proposta etica di Gesù si trovano valori attribuiti dalla cultura al “femminile”: la cura, la passione e la compassione, la non violenza, la vicinanza, l’empatia, l’intuizione, la spontaneità…

Anche in qualche sua parabola c’è una pista interessante. Forse un’intuizione dell’uomo di Nazareth? Gesù rese le donne protagoniste delle sue similitudini con Dio e con l’agire di Dio. Nella parabola del lievito ha parlato di quello che avviene con il Regno di Dio, che basta un  pizzico di lievito per far fermentare la pasta, ed erano le donne che facevano il pane, che avviavano questo processo. Ha parlato anche della cura di Dio per tutti i suoi figli, paragonando Dio a un pastore che lascia le sue novantanove pecore nel deserto per andare in cerca di quella che si era smarrita. E immediatamente il Maestro “femminilizza” la similitudine dicendo che Dio assomiglia anche a una donna che cerca ansiosamente una delle dieci monete che aveva perduto…

Questi paragoni dovevano risultare sorprendenti ai suoi ascoltatori, educati a una cultura religiosa in cui Dio aveva un genere maschile e in cui le donne erano totalmente discriminate nelle pratiche, nei riti e nei simboli della religione. Confrontando i sentimenti di gioia di Dio con quelli del pastore che ritrova la sua pecora e con quelli della donna che recupera la sua monetina, Gesù ha ampliato l’immagine di Dio, parlando di un Dio che nessuno ha mai visto, ma che sia gli uomini che le donne rivelano e manifestano quando si prendono cura della vita.

L’immagine maschile di Dio, tanto radicata nella nostra mente, produce delle conseguenze. Non è forse la più ovvia quella di dedurre che, se Dio è visto come maschio, i maschi vedranno se stessi come dei? E, inoltre, se Dio è visto come un maschio che ordina, impone e giudica, i maschi, che  si vedono come dei, non si metteranno anche loro a ordinare, a imporsi e a giudicare? Non starà forse qui la radice più antica e più nascosta che giustifica e legittima l’ineguaglianza fra uomini e donne? Non starà qui anche la spiegazione, per quanto sotterranea, della discriminazione e della violenza degli uomini contro le donne? Non sarà che questa radice, essendo rimasta così nascosta, per così tanto tempo intatta, ci ha anestetizzato tutti, uomini e donne, rispetto alle conseguenze?

Tutta la nostra cultura cristiana è articolata a partire dall’immagine di un Dio maschile che regge la sua creazione dall’alto e da fuori. La Dea Madre unificava tutti gli esseri viventi, umani, animali e piante, dall’interno di tutto il creato. Il risultato dello squilibrio storico che l’ha sostituita per imporre lui, che ha opposto il maschile al femminile trasferendo questo conflitto all’immagine di Dio, ha delle conseguenze sul modo in cui abbiamo costruito il mondo e su come viviamo nel mondo. Non sarà un compito urgente quello di studiarle?

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Beati gli atei perche’ incontreranno Dio

María López Vigil
Adista Documenti n° 33 del 03/10/2015

I dogmi del cattolicesimo, la religione in cui sono nata, non mi dicono più nulla. Le tradizioni e le credenze del cristianesimo, così come le ho apprese, mi appaiono sempre più lontane. Si tratta di risposte. E di fronte al mistero del mondo io mi pongo sempre più domande.

Sentimenti simili ai miei li scopro in molte altre persone, soprattutto giovani, soprattutto donne,  che non negano Dio, ma perseguono una spiritualità che alimenti davvero il senso della loro vita.  E, in cerca di questo tesoro in cui porre il proprio cuore, prendono le distanze, si allontanano dalla religione ereditata, la riesaminano, la rifiutano persino.

Cosa ci succede? Cosa mi è successo? È successo che sono cresciuta, che ho letto, che ho cercato; che viviamo in un mondo radicalmente diverso dal mondo tribale, rurale, pre-moderno, nel quale si sono forgiati i riti, i dogmi, le credenze, le gerarchie e le tradizioni della mia religione. Il sistema religioso che ci è stato trasmesso rimanda a un concetto antiquato di mondo. Non possiamo più camminare con queste “scarpe”, non mi servono più.

Sapendo come so che il cristianesimo, in tutte le sue versioni (cattolica, protestante, evangelica, ortodossa…), è una grande religione, ma solo una tra le tante che esistono e sono esistite sul  pianeta e nella storia, non posso più credere che la mia sia la vera religione. Sarebbe insensato come credere che la mia lingua materna, lo spagnolo, sia, tra tutte le lingue, la migliore solo perché è quella in cui sono nata, quella che conosco e che so parlare.

Trovo arroganti i postulati religiosi che ho appreso. Perché si presentano come assoluti, rigidi, infallibili, indiscutibili, immutabili e impenetrabili al fluire del tempo. E l’umiltà – che ha la stessa radice di umanità, humus – mi pare un cammino essenziale di fronte al mistero del mondo, che né la scienza né alcuna religione riescono a sciogliere pienamente.

Conoscendo come conosco le ricchezze racchiuse dalla grandissima varietà di culture umane, i  tanti mondi che esistono in questo mondo, non posso credere che nella mia religione e nella Bibbia si trovi “la” rivelazione di questa Realtà Ultima che è Dio. Se lo credessi, non potrei evitare di essere superba. E non potrei dialogare da pari a pari con le migliaia e migliaia di uomini e donne che non credono a questo, che hanno altri libri sacri, che giungono a Dio per altri cammini in cui non ci sono sacre scritture da venerare e seguire.

Come credere a questo incomprensibile linguaggio dogmatico, amalgamato a una filosofia  superata, secondo cui in Dio vi sarebbero tre persone distinte con un’unica natura e che Gesù sarebbe la seconda persona di queste tre, ma con due nature? Come credere a ciò che mi appare assurdo e incomprensibile se il mio cervello costituisce l’opera maestra della Vita? Come credere che Maria di Nazareth sia la Madre di Dio se Dio è Madre? Come credere alla verginità di Maria senza assumere ciò che questo dogma esprime in termini di rifiuto della sessualità, e della sessualità delle donne? Come accettare una religione così mascolinizzata e, pertanto, così distante da quella prima intuizione di Dio al femminile, di fronte al potere del corpo della donna capace di dare vita? Come dimenticare che, per questa esperienza vitale, Dio “è nato femmina” nella mente dell’umanità?

Come credere all’inferno senza trasformare Dio in un tiranno torturatore come i Pinochet o i Somoza? Come credere al peccato originale, che nessuno ha mai commesso in alcun luogo, e che è solamente il mito con cui il popolo ebraico ha spiegato l’origine del male nel mondo? Come credere che Gesù ci abbia salvato da questo peccato se tale dottrina non è di Gesù di Nazareth ma di Paolo di Tarso? Come credere che Dio abbia avuto bisogno della morte di Gesù per lavare  questo peccato? Gesù il profeta, un agnello propiziatorio che placa con il sangue la collera divina? Come credere che Gesù ci abbia salvato morendo, quando ciò che ci può “salvare” dal nonsenso è  il fatto che ci abbia insegnato a vivere? Come credere al fatto che io possa mangiare il corpo di Gesù e bere il suo sangue, riducendo così l’Eucarestia a un rito materialista, magico ed evocatore di sacrifici arcaici e sanguinosi che Gesù ha rifiutato?

MA RESTO CON GESÙ

 Tuttavia, lasciando ormai per strada tante credenze della religione ereditata, non lascio Gesù di Nazareth. Perché, come mio padre, mia madre e i miei fratelli sono i miei punti di riferimento affettivi, e come penso, parlo e scrivo in spagnolo e questa lingua è il mio riferimento culturale, così Gesù di Nazareth è il mio referente religioso e spirituale, il mio referente etico, quello che mi  è più familiare per provare a percorrere il cammino che mi apre al mistero del mondo.

Oggi, sapendo come so della maestà infinita dell’Universo in cui viviamo, con i suoi miliardi di galassie, non posso credere che Gesù di Nazareth sia l’unica e definitiva incarnazione di questa Energia Primordiale che è Dio. Neppure Gesù lo ha creduto. Questa elaborazione dogmatica, sviluppata successivamente e in contesti di lotte di potere, scandalizzerebbe Gesù. Oggi, invece di affermare “credo che Gesù sia Dio”, preferisco dirmi e dire: “Voglio credere in Dio come ha creduto Gesù”.

E in quale Dio credeva Gesù, il Moreno di Nazareth? Ci ha insegnato che Dio è un padre, e anche una madre, che viene a cercarci – il pastore che va in cerca della sua pecora, la donna che cerca la sua dracma -, che ci aspetta con ansia, che ci accoglie sempre, che si indigna dinanzi alle ingiustizie e dinanzi al potere che sfrutta e opprime, che si schiera dalla parte di coloro che stanno in basso, che non vuole poveri né ricchi, che vuole che nessuno abbia troppo e che nessuno abbia troppo  poco,  che  punta  sull’equità  e  la  dignità  di  tutti,  che  ci  vuole  fratelli,  che  ci  vuole in comunità, che non vuole signori né servi, e neppure serve, che ci dà sempre nuove occasioni, che ride e festeggia, che celebra banchetti aperti a tutti, che è allegro ed è buono, che è un abba, una imma.

Tutte le religioni del mondo, proprio tutte, hanno qualcosa in comune: tutte affermano di essere la vera religione e si gloriano del fatto che le loro divinità sono le più potenti. Tutte si basano su credenze, riti, comandamenti e mediatori. La maggior parte dei comandamenti imposti è data da divieti: quello che non si può fare, quello che non si può pensare, quello che non si può dire. E i mediatori che dominano le religioni sono i più vari: libri, luoghi, tempi e oggetti sacri e,  soprattutto, persone sacre a cui bisogna credere, obbedire e rendere onore.

Quando si legge la buona novella dei Vangeli, quando se ne coglie l’essenza, si scopre che Gesù non fu un uomo religioso. Gesù fu un laico in contraddizione permanente con gli uomini pii e sacri del suo tempo, i farisei e i sacerdoti. Gesù non propose credenze ma atteggiamenti. Non lo  vediamo mai praticare alcun rito, ma avvicinarsi alla gente. Capovolse vari comandamenti, così come venivano interpretati dai devoti del suo tempo. E non rispettò né i luoghi sacri (pregava sul monte) né i tempi sacri (“Il sabato è per la gente, non la gente per il sabato”).

Gesù fu un uomo spirituale e un maestro di etica. Non volle fondare alcuna religione e, per questo, non è responsabile di alcuno dei dogmi costruiti dal potere sulla memoria appassionata di quanti lo avevano conosciuto. Gesù propose un’etica di relazioni umane. Ispirò un movimento spirituale e sociale di uomini e donne che, cercando Dio, cercassero la giustizia e costruissero il suo sogno, il Regno di Dio, che lui concepì come un’utopia contrapposta alla realtà di oppressione e ingiustizia che gli toccò vivere nel suo Paese e nel suo tempo.

Quando nessuna persona è sacra, tutte le persone diventano sacre. Quando nessun oggetto è sacro, tutti gli oggetti meritano cura. Quando nessun tempo è sacro, tutti i giorni che mi sono dati da vivere si trasformano in giorni sacri. Quando nessun luogo è sacro, vedo nella Natura intera il sacro tempio di Dio. Anche questo ce lo ha insegnato Gesù.

L’irriverenza, la provocazione, la gentilezza, l’humor, l’audacia e la novità della spiritualità di Gesù sono state imprigionate da secoli nella dogmatica cristologica. Questa dogmatica ci rende prigionieri di un pensiero unico, ci chiude in una gabbia. Non ci lascia volare perché non ci lascia domandare, sospettare, dubitare… Le sbarre di questo carcere provocano timore. Timore di disobbedire alla parola autorizzata di quanti “sanno di Dio”, delle gerarchie della religione. Timore di essere puniti per il fatto di pensare e di dire ciò che si pensa.

Oggi, sapendo di vivere «intorno a una stella tra tante, in una normale zona di una banale galassia, raggruppata insieme ad altre ugualmente insignificanti in un ordinario ammasso», come descrive questa “periferia cosmica” che è la Terra un prestigioso fisico, non posso evitare di sentire come inopportune e sclerotizzate, irrilevanti per la mia vita, le certezze e le norme della religione organizzata da una burocrazia gerarchica che, peraltro, in tante cose ha tradito il messaggio di Gesù.

Mi sento più vicina alla Vita che Gesù ha difeso e a cui ha dato dignità in questa religiosità, in questa spiritualità che è riverenza e meraviglia dinanzi al mistero del mondo. Trovo maggiore significato spirituale nella “religiosità cosmica” di cui ha parlato l’ebreo Einstein quando ha detto:

«Il mistero è la cosa più bella che ci è dato cogliere». Einstein riconosce che questa esperienza del mistero, «culla dell’arte e della scienza, ha generato anche la religione». Ma aggiunge: «La vera religiosità è sapere di questa Esistenza per noi impenetrabile, sapere che esistono manifestazioni della Ragione più profonda e della Bellezza più splendente» che non sono mai del tutto accessibili. E conclude: «A me basta il mistero dell’eternità della Vita, il presentimento e la coscienza della costruzione prodigiosa dell’esistente».

Non so se questa formulazione mi basta, ma so, questo sì, che mi risulta significativa perché mi apre a nuove domande. E la religione, il sistema religioso nel quale mi hanno educato, non lo ha fatto. Mi ha chiuso riempiendomi di risposte fisse, prestabilite, molte delle quali minacciose, angoscianti, generatrici di paura, di colpa e di infelicità. È tempo di umanizzarci. E il sistema religioso, obbligandoci a pensare a Dio in un’unica maniera, imponendoci norme morali severe e mancanza di compassione e costringendoci a culti e riti abitudinari e rigidi, ci disumanizza.

SE DIO C’È

Credo in Dio? Cos’è la fede? «È un amore», mi rispose ormai molti anni fa un contadino analfabeta nella Repubblica Dominicana quando gli posi questa domanda. Una spiegazione tanto semplice quanto profonda. Se Dio c’è, è chi mi muove sempre verso l’amore, verso gli altri, che siano persone, animali, alberi… È un movimento, un impulso a condividere, a simpatizzare, a prendersi cura, a rendersi responsabili, ad attingere l’acqua di questo pozzo di tutto ciò che è vivo. L’amicizia è la felicità di non poter mai toccare il fondo di questo pozzo. Questo è l’amore: un pozzo senza fondo da cui poter bere. È questo che deve essere Dio. Nell’amore che provo per quelli a cui voglio bene io sento Dio.

Se Dio c’è, è bellezza. Lo sperpero di bellezza della Natura – le stelle del cielo, gli occhi dei cani,  la forma delle foglie, il volo degli uccelli, i colori e le loro sfumature, il mare -tutta questa incommensurabile e sempre sorprendente lista di cose belle, tutte simili, tutte differenti, tutte in relazione, questa bellezza che io non posso né abbracciare né intendere, che abbaglia occhi e mente, che la scienza ci svela e ci spiega, sento che ha “la firma” di Dio. Nel fondo di tutta la bellezza che vedo in tutto ciò che esiste io sento Dio.

Se Dio c’è, è gioia. Nella festa, nella musica e nel ballo, nelle forme indefinibili che adotta la gioia quando è profonda, nella parola, nella compagnia, nella celebrazione, nei successi, nello sforzo creativo, e soprattutto nelle risate e nei sorrisi della gente, io sento che Dio è più vicino che mai.

Se Dio c’è, è anche giustizia. È la giustizia che la storia che conosco e in cui vivo non ha garantito mai alle persone buone. Che non ha garantito a quel contadino povero e analfabeta che definì la fede come «un amore».

Ma Dio è sempre più in là di ogni amore, di ogni bellezza, di ogni gioia, sempre inarrivabile, innominabile, indecifrabile, sempre più in là dell’idea che mi faccio di Dio, più in là del mio stesso desiderio e della mia nostalgia. Maimonide, il grande pensatore ebraico del Medioevo, scrisse un trattato teologico-filosofico dall’affascinante titolo Guida dei perplessi. Afferma: «Descrivere Dio mediante negazioni è l’unico modo di descriverlo in un linguaggio appropriato». Ma non trovo neanche un pizzico di questa perplessità nel sistema religioso in cui sono nata.

È con questi “mattoni” di pensiero e di sentimento, con questo pensare e questo sentire, che sono andata costruendo a tentoni una spiritualità, convinta, come diceva il poeta León Felipe, che nessuno va a Dio per lo stesso cammino che percorro io. La spiritualità è un cammino personale, la religione è un corsetto collettivo. Un «fardello pesante», per usare le parole di Gesù.

Nel suo libro L’onda è il mare, il monaco benedettino Willigis Jäger commenta: «Una persona sagace ha detto: la religione è un trucco dei geni». Jäger prende molto sul serio questa affermazione. E spiega: «Quando la specie umana raggiunse il livello evolutivo adeguato per porsi domande sulla sua origine, il suo futuro e il senso dell’esistenza, sviluppò la capacità di dare risposta a queste domande. Il risultato di questo processo è la religione, che per millenni ha svolto magnificamente il suo compito e continua a farlo ancora oggi. La religione è parte dell’evoluzione umana. E se oggi arriviamo a un punto in cui le sue risposte non ci soddisfano più, è segno che l’evoluzione ha fatto un passo in avanti e sta sorgendo nell’umanità una nuova capacità di comprenderci come esseri umani».

Malgrado i cammini sbagliati e i tempi perduti, quanto mi rallegro del fatto che, prima di morire,  io abbia sviluppato questa capacità e abbia potuto vivere nel momento di questo passo avanti.

29 ottobre – 30^ Domenica del T.O.

Il comandamento piu’ importante

I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti» (Matteo 22, 34-40).

Ci troviamo in un punto del Vangelo nel quale sono evidenziati i tentativi degli oppositori di Gesù di metterlo sempre più in difficoltà per poterlo cogliere in fallo e, quindi, farlo fuori. Dopo le tasse da pagare all’imperatore (15-22) e la discussione con i sadducei a proposito della resurrezione (23-33) è la volta del comandamento più importante.

Amare Dio, amare il prossimo. Di queste parole è ampiamente guarnita la Bibbia nei due testamenti. Amore è diventata una parola ampiamente abusata sia da molti predicatori delle nostre chiese, sia dalla gran parte dei politici, per non parlare delle canzoni un po’ di tutto il mondo.

Ma se nella Bibbia questo richiamo ad amare è così spesso presente, vuol dire che il più delle volte è disatteso. Faccio mie alcune riflessioni tratte da Viottoli (2-2005):

“Amare, voler bene, far del bene, nel vocabolario cristiano sono termini fin troppo ricorrenti pronunciati alla leggera, con disinvoltura e superficialità. Tanta è la retorica al riguardo che tali parole, troppo spesso, sono diventate pura esercitazione verbale, linguaggi rituali, astrazioni che non toccano più né la nostra vita, né quella degli altri… Continua a leggere

22 ottobre – 29^ Domenica del T.O.

Gesù ci propone una cittadinanza laica

Allora i farisei si ritirarono e tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nelle sue parole. E gli mandarono i loro discepoli con gli erodiani a dirgli: «Maestro, noi sappiamo che sei sincero e insegni la via di Dio secondo verità, e non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone. Dicci dunque: Che te ne pare? È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli porsero un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». E Gesù disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio». Ed essi, udito ciò, si stupirono e, lasciatolo, se ne andarono (Matteo 22, 15-22).

Nel Vangelo di Matteo sono presenti molti conflitti e sovente si incontrano brani come questo, in cui si rileva la necessità di fare chiarezza e di schierarsi o da una parte o dall’altra.

Anche se non sappiamo se realmente i farisei abbiano teso questo trabocchetto a Gesù, questa questione appare molto importante perchè sicuramente dibattuta dai discepoli di Gesù, perlomeno al tempo in cui Matteo scrive, e cioè negli ultimi anni del 1° secolo.

Pagare le tasse o evadere?

Tutti e tre gli evangelisti sinottici riportano questo brano. Forse che i discepoli volessero “tirarsi fuori” dalle scelte più politiche per concentrarsi maggiormente sull’annuncio del Vangelo? Magari sottraendosi alle regole sociali e istituzionali del loro tempo? Qui sembra che Gesù (o Matteo) ribadisca la necessità di vivere ancorati al proprio tempo, nella storia concreta e quotidiana, non esimendosi dalle responsabilità sociali e dalla concretezza della vita. Continua a leggere

15 ottobre – 28^ Domenica del T.O.

Non basta essere ultimi per entrare nel regno dei cieli

Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». (Matteo 22,1-14).

Questa è sempre stata una parabola ostica, per via di quel finale spiazzante. Fila via liscia, chiara e condivisa senza difficoltà… e poi… Che diamine? Inviti tutti, “cattivi e buoni” (v 10), barboni e drogati, ubriaconi e disoccupati… e pretendi che arrivino in camicia bianca e frack! Chi pensi che possano incontrare, i tuoi servi, ai crocicchi e ai bordi delle strade? O, come scrive Luca nel brano parallelo (Lc 14,14-24), “per i viottoli e presso le siepi”? L’umanità più sfigata, è sicuro, non il ceto medio-alto, che ha già declinato l’invito e rifiutato di partecipare al pranzo di nozze. Sembra paradossale, ma è così: chi mai può essere così stupido da rifiutare un invito gratuito a una festa di nozze, con tanto di banchetto, in casa di un re?

Un invito a nozze

Per capirlo basta ricordarsi che si tratta di una parabola: il banchetto a cui quel re invita non è un pranzo, al quale la buona borghesia è famosa per partecipare sempre con grande famelicità, sgomitando per accaparrarsi i primi posti e per entrare stabilmente nella lista per inviti futuri. Qui Gesù cerca di far capire, ai suoi discepoli e a chi lo sta ascoltando, qualcosa di più circa quello che lui chiama “il Regno di Dio” e che va predicando come meta di vita per ogni uomo e ogni donna. Continua a leggere

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