Dopo l’incontro con la CdB di via Città di Gap…

Domenica 25 febbraio 2018 si è svolto l’incontro tra le due CdB di Pinerolo: il primo dopo quattro anni dalla “separazione”. Come preannunciato sul Foglio CdB di marzo, riportiamo ora alcune riflessioni in margine a questo incontro.

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Nell’incontro di domenica 25 febbraio, secondo la nostra impressione, si sono sostanzialmente riconfermate le modalità di intendere pratiche e funzioni che riguardano la vita della comunità.

Celebrazione eucaristica, ruoli e incarichi, pastoralità e accoglienza rappresentano al momento uno scoglio che non permette di andare oltre un reciproco rispetto.

Il nostro augurio è che col tempo, e mettendo più al centro il Vangelo di Gesù e le sue pratiche di vita e di relazione, si possa andare più in là. E’ anche una nostra speranza.

Domenico e Antonella

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Quando voglio andare a fare una camminata so che posso farla da sola, cercare un amico o un’amica e proporgliela oppure aggregarmi ad un gruppo ed organizzare e/o partecipare insieme alla gita. E’ questa la metafora che mi è venuta in mente quando ho pensato alla comunità di base a cui partecipo e alla mia idea di comunità in generale.

Sono vicina a compiere 65 anni ed è da 15 anni circa che mi interrogo sulle “verità” che la religione, nella quale sono nata e stata introdotta, mi ha proposto e imposto.

La mia vita, i miei cammini sono le esperienze, i tentativi, gli incontri, le relazioni, studi e ricerche, confronti ed ancora scelte, dubbi, scoperte, novità e tradizione e molto di più.

Ho camminato in solitudine ed in compagnia; compagnia che nel tempo è diventata sempre più selezionata ed affine al mio modo di cercare ed organizzare.

Dovendo fare i conti con la vita di tutti i giorni (come tutte/i) ho scelto un “luogo”, uno “spazio” il più rispondente possibile alle mie esigenze. In quella dimensione ricevevo e donavo quanto desideravo senza obblighi né costrizioni.

Riconoscevo e riconosco che ognuno/a di noi in comunità vive come me gli impegni, le proposte, la partecipazione, e ho a cuore ognuno ed ognuna di noi e, nel tempo, ho compreso meglio il mio “stare in compagnia” di donne e uomini né migliori né peggiori di me. Forse dall’educazione ricevuta avevo l’idea della “piramide” nelle relazioni umane, ma nel tempo, e aiutata, ho conosciuto ed apprezzato me stessa alla pari degli altri e delle altre.

Il luogo privilegiato di questo lavoro è stata indubbiamente la comunità e le relazioni interne ad essa.

La realtà comunitaria nella quale vivo ha la capacità di accogliere le mie esigenze di approfondimento e ricerca nell’ambito dei testi biblici che la tradizione religiosa nella quale sono nata mi propone. Con l’impegno ed i collegamenti delle mie compagne e dei miei compagni di “viaggio” sono continuamente stimolata e sostenuta e… ci sto bene.

La comunità è frequentata da un numero esiguo di persone, ma il mio personale interesse non è quello di ampliarne il numero. Ognuno ed ognuna di noi ha relazioni, impegni ed interessi personali diversi e chi si avvicina, chi contattiamo, è a conoscenza della nostra partecipazione ad una comunità di persone in ricerca, di studio e pratica di un cammino spirituale.

Il lavoro e lo studio di molti anni ci fa parlare in un linguaggio che forse non è così conosciuto a molte persone ma, se l’interesse di qualcuno ci interpellasse, sono sicura che saremmo in grado di accogliere chiunque e prendercene cura.

Mi chiedo se ci sono dei rapporti di forza, all’interno della comunità, che inibiscano, limitino o creino prevaricazione e la mia risposta è: certamente NO!

Riconosco a ciascuna e ciascuno di noi un “posto” suo, una sua propria peculiarità e mi sento serena nell’affrontare delle incombenze di studio e di organizzazione, perchè mi fido dei miei compagni e delle mie compagne. E’ una fiducia reciproca, messa alla prova e consolidata negli anni. Credo che in tutte le organizzazioni umane l’aspetto della fiducia reciproca sia la base di ogni esperienza, di ogni impresa.

Cosa desidero per il futuro della comunità? Che continui ad essere per me il luogo privilegiato nel quale vivere la bellezza e l’inquietudine della mia spiritualità, continuando a “starci bene”!

L’età media in comunità è alta e le fragilità di salute e dell’età che avanza rimodellano i ritmi e gli impegni. Ne siamo consapevoli ma, grazie a ciascuno di noi, questa pluridecennale “camminata” ci manterrà in… salute e benessere. La comunità alla quale partecipo la sento “la mia comunità” perchè è costruita anche da me e in qualche modo mi somiglia, come io le somiglio.

Nella introduzione al libro “L’inutile fardello” di Ortensio da Spinetoli, Cortinovis, riferendosi ad Ortensio, ad un certo punto dice: “…questa persona che mi stava dando ali per volare.”

Ecco, dai miei compagni e dalla mie compagne in comunità cerco di ricevere ali per volare e a mia volta cerco di donarle loro.

Ali non per fuggire o separarmi, ma per godere in piena libertà del mio e loro spirito.

Luciana

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Secondo me è stato importante ritrovarci attorno a un tavolo per parlarci in presenza e tentare di mettere in parole ciò che ci passava nel cuore e nei pensieri.

Restano alcune distanze, ad esempio sul ruolo del prete: pastore, ministro, presbitero, animatore?

La differenza sessuale (e il linguaggio sessuato) è paradigma fondamentale in un cammino comunitario e va riconosciuta, nominata e vissuta come ricchezza, oppure è solo uno tra tanti altri (venivano citati, ad es. malato-sano, omosessuale-eterosessuale…) e neppure il più importante?

Anche se l’incontro è stato sereno, mi è rimasto però il rammarico della separazione, che io ho vissuto come scelta unilaterale e che continuo a leggere come un fallimento. Non sempre riesco a vedere questa scelta come atto di libertà, bensì come rinuncia a cercare di condividere un cammino nonostante le differenze.

Queste ultime, per me, non sono sostanziali, perchè erano e sono molto più forti e centrali gli aspetti che ci uniscono: ricerca della giustizia, pratica della solidarietà, della pace, dell’apertura agli ultimi e alle ultime, ecc. sulla strada che ci ha indicato Gesù e sulla scia di molti altri profeti e profete che sono vissuti/e nella storia.

Certamente ogni scelta va rispettata, anche se non la capiamo fino in fondo. Sto tentando di accogliere i pensieri e le scelte di chi ha agito provocandomi dolore e delusione, sto cercando di rispettare le scelte che non collimano con le mie. Forse questo è il prezzo della libertà di ciascuno/a.

Carla

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Mi aveva già fatto riflettere la scelta dell’altra comunità di non invitare all’incontro le persone che non hanno vissuto la fase della rottura: a loro ci hanno detto di aver raccontato la storia più che trentennale della nostra cdb in un incontro precedente. E’ vero che non avrebbero capito molto del nostro scambio attorno alle motivazioni della rottura, ma resta il fatto che quelle persone hanno sentito una versione unilaterale della nostra storia…

Mi sono confermato nella convinzione di aver fatto bene a scegliere di rispettare la libertà di Franco Barbero di deludere il mio desiderio. Non c’era alternativa, ed è stato un bene, per me, smettere di arrovellarmi e soffrirne. Ma… qual era il mio desiderio? Di poter convivere con le nostre differenze.

Resta il dato di fatto “politico” del suo rifiuto di mettere in parole le motivazioni vere di quella scelta di rottura. Quelle che ci sono state illustrate ricalcano i contenuti della sua lettera alla rivista Esodo 1/18 e non hanno consistenza, secondo me. Credo che sia più realistico pensare che lui volesse un riconoscimento che una parte della comunità non era più disponibile ad accreditargli, perchè in ricerca d’altro, di “più comunità”, mentre lui voleva continuare a fare il prete/pastore a modo suo.

Anch’io, infine, sono stato colpito dalle affermazioni che mi suonavano squalificanti nei confronti del paradigma della differenza sessuale. Eppure la sera prima, sabato 24 febbraio, avevo sentito Franco dichiarare di condividere tutto quello che era stato detto da Selene Zorzi, la teologa che avevano invitato a parlare di “Il genere di Dio. La Chiesa e la teologia alla prova del gender”. Per lei mi sembra di ricordare che il paradigma della differenza sessuale fosse molto importante, centrale…

I punti precedenti sono una rapida sintesi di alcune riflessioni in margine all’incontro. Resto convinto che non sia bene nascondere i contenuti delle nostre differenze per un senso sbagliato di quieto vivere. La sincerità del nostro dire è stimolo reciproco alla ricerca, al proseguimento del cammino personale e comunitario. Con questo spirito continuo a voler molto bene a donne e uomini dell’altra comunità.

Beppe

Lettera alla Comunità di Via Città di Gap… e risposte

giovedì 4 gennaio 2018 – da: Riflessioni e commenti di don Franco Barbero
OGGI UNA FECONDA ASSEMBLEA COMUNITARIA

La rivista ESODO, sentita la comunità cristiana di base di Pinerolo di Via Città di Gap 13, che ne ha sollecitato la pubblicazione, ha diffuso la lettera di Beppe Pavan e Carla Galetto “Prete in una comunità di base”. Il prete di cui parlano è don Franco Barbero.
Le assemblee della comunità hanno due aspetti utili: ci sono coloro che vivono la storia dall’inizio e altri e altre che trovano nell’assemblea la possibilità di conoscere la storia comunitaria in cui si sono in seguito inseriti. Specialmente per queste ultime persone le assemblee sono importanti per evitare di vivere il “frammento” e solo il frammento.
Oggi l’assemblea è stata molto positiva. Abbiamo concordato di fornire una risposta della comunità e una di Franco Barbero.
Non ci sarà possibile inviare il vasto dossier composto dalle molte lettere che ci sono giunte. Vedremo come valorizzarle e renderle consultabili.
La raccolta di questo dossier continuerà nei mesi prossimi ben oltre il termine di fine gennaio in cui dobbiamo consegnare alla rivista il nostro elaborato comunitario.
E se nascesse un piccolo libro da questo dibattito?

Franco Barbero

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——– Messaggio Inoltrato ——–
Oggetto: Lettera alla comunità
Data: Domenica, 7 gennaio 2018 18:17

Care sorelle e cari fratelli della Cdb di Via Città di Gap,

abbiamo letto sul suo blog quanto Franco Barbero riferisce della vostra assemblea comunitaria del 4 gennaio scorso, in cui avete verosimilmente discusso e “concordato di fornire una risposta” a quanto noi abbiamo scritto per la Rivista Esodo, sul n. 4/2017 che abbiamo ricevuto in questi giorni.

Leggeremo certamente con attenzione quanto scriverete voi e quanto scriverà Franco sul prossimo numero della stessa Rivista. Ma non è la prima volta che provate ad affrontare questa problematica con interventi scritti: era già successo sul foglio di comunità. Se ci ritroviamo ancora qui, allo stesso punto, per noi significa che il metodo non funziona.

Quello che è mancato, dal 2003 (30° anniversario della nostra Cdb) ad oggi, è quello che invano abbiamo desiderato e richiesto in ogni occasione: parlarci in presenza, guardandoci negli occhi; ascoltare e confrontarci sui motivi che vi stavano portando ad abbandonare la comunità per fondarne un’altra. Per iscritto continueremo, voi e noi, a raccontare la storia dai nostri rispettivi punti di vista, ma difficilmente arriveremo a una lettura condivisa degli avvenimenti. E potrà succedere ancora quello che stiamo vivendo in questi giorni.

A proposito di questo nostro scritto su Esodo, lasciate che vi precisiamo alcuni particolari, perchè le cose non sono andate esattamente come Franco Barbero continua a presentarle.

E’ stata la redazione di Esodo a chiederci un articolo per questo numero della Rivista su “Preti e comunità”. Noi abbiamo accolto l’invito e abbiamo scritto un “articolo”; non abbiamo mandato alcuna lettera alla Rivista.

Oggetto dell’articolo non è, com’è successo in passato, esporre le nostre rimostranze e desiderata nei confronti di Franco Barbero, ma svolgere il tema che la redazione ci aveva affidato. Ovviamente, come abbiamo spiegato nelle primissime righe, la nostra esperienza si è svolta tutta nella nostra Cdb e in relazione con Franco Barbero.

Da quel che risulta a noi, il direttore di Esodo, prete come lui, quando ha ricevuto l’articolo l’ha subito mandato a Franco B. dicendogli che, se non fosse stato d’accordo, non l’avrebbe pubblicato. A noi, che l’abbiamo scritto e firmato, non ha detto nulla.

Non solo: dal blog di Franco abbiamo scoperto che due mesi prima che venisse pubblicato l’avete diffuso in giro per l’Italia. Perchè avete fatto questo? Questa divulgazione vi ha, evidentemente, fornito le “molte lettere” per il dossier che state preparando.

E magari pubblicherete anche “un piccolo libro”… Buon lavoro! Noi lo acquisteremo certamente, come sempre, perchè siamo curiosi di leggere il “dibattito” che vi sarà raccolto e sapere chi ne saranno i protagonisti. Noi certamente no, perchè l’unico dibattito a cui vorremmo partecipare, e che continuiamo a desiderare, è quello vis-à-vis con voi, in un’assemblea congiunta delle nostre due comunità, per dirci finalmente quello che pensiamo e nominare le differenze che non siamo stati/e capaci di far convivere, nonostante tutte le dichiarazioni in proposito.

Vi salutiamo con affetto, sperando che teniate in considerazione le nostre precisazioni. Perchè queste inesattezze, al limite della scorrettezza, sono facili quando chi non ha vissuto la storia dall’inizio la sente raccontare da una sola parte, pur sapendo che altri e altre hanno un punto di vista diverso su quella stessa storia. La vostra assemblea sarà stata certamente “feconda” e “positiva”, ma forse perchè non c’è stato quel “dibattito”.

Che il 2018 ci veda capaci di maggior sincerità reciproca e di relazioni spiritualmente più evangeliche.

Beppe e Carla
Pinerolo, 7 gennaio 2018

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Franco Barbero in dialogo con Carla Galetto e Beppe Pavan

So solo fare il prete? Può darsi… Ai cancelli delle fabbriche prima della messa negli anni ’60-’70, nei tribunali civili per i reati di vilipendio alle istituzioni militari, negli interminabili processi ecclesiastici, poi in una casa parrocchiale condivisa con operai del Sud Italia, successivamente nella sede della comunità per la scuola agli stranieri, nel gruppo nato 23 anni fa per un cammino terapeutico con i preti pedofili abbandonati, nei 25 anni da animatore del Fat (Familiari e Amici dei Tossicodipendenti), nella Scala di Giacobbe, nel lavoro con l’Agedo dalla sua fondazione, nel Corso per animatrici e animatori biblici da 40 anni a Torino, la costruzione della commissione catechesi che negli anni ’79-’86 vide una partecipazione e una creatività singolari dei genitori e dei ragazzi/e producendo quattro densi testi di catechesi cherigmatica… e nell’impegno quotidiano con gay, lesbiche, transessuali e transgender, un continuo peregrinare da un “Gay Pride” all’altro e soprattutto il rapporto con persone sole, sempre più numerose e in cerca di chi le ascolti, nei gruppi di amicizia cristiano-islamica… così sono trascorsi i miei 55 anni di ministero.

Sì, può darsi che abbia solo fatto il prete, ma forse anch’io ho tentato di essere prima di tutto un uomo e un cristiano, un marito, un fratello che cerca di vivere, con le sue contraddizioni, qualche frammento di vera solidarietà, in un cammino condiviso con i più strani “pellegrini”.

Sconfessato dalle autorità gerarchiche, ho continuato il ministero di accompagnamento teologico e pastorale, con il pieno consenso della comunità (“Perché resto”, Quaderno di Viottoli numero 6, 2003, pag.18-19) e anche in alcune parrocchie che me lo richiedono.
Nello stesso impegno quotidiano del blog e della corrispondenza, ho cercato di accogliere e scambiare momenti e strumenti di relazione e di crescita.

Con la disobbedienza all’ingiunzione vaticana, non ho voluto conservare un potere e tanto meno un posto nella “casta”, ma compiere con la comunità, in quel febbraio 2003, una scelta di libertà evangelica e di aperto dissenso da una autorità gerarchica prevaricatrice nei confronti della mia coscienza personale e di una decisione comunitaria. Come il dettagliato comunicato stampa, ora ricordato, dichiarò apertamente.

Nelle relazioni interpersonali lascio ad ogni persona e ad ogni gruppo che mi incontra la libertà di identificarmi e di riconoscermi in modi diversi: Franco, don Franco, padre Barbero, eretico, padre Franco, vecchietto irriducibile , signor Barbero… Non vedo ragione per le quali persone così diverse, come quelle che incontro, debbano censurare il loro modo di rivolgermi un saluto.

Quanto al “Cerchio di uomini e donne alla pari”, nel pieno rispetto di questa concezione delle relazioni, non attribuisco alcuna importanza alla sedia o al posto che occupo: al centro, a lato, dove capita, dove mi mettono, in piedi, in mezzo, sul marciapiede, al letto di un malato, all’altare di una parrocchia, in treno, al reparto psichiatrico… Il mio tentativo e la mia preoccupazione stanno altrove: tento di stare in quel posto, in qualunque posto, sempre come fratello e accompagnatore.

Prego Dio ogni giorno affinché mi aiuti, in queste diverse situazioni, a mettermi al servizio della crescita, dell’autonomia e della felicità delle persone… Il cerchio non mi convince; il servizio mi impegna e mi aiuta a convertirmi. Nella mia esperienza ho visto e conosciuto troppi abilissimi scalatori della piramide travestiti da teorici del cerchio. Preferisco uno spazio sociale in cui esistano ministri-ministre, animatori e animatrici come leader riconosciuti e dichiarati e così esposti e disponibili al confronto, alla valutazione e alla critica.

Quanto poi alla metafora “pastore- gregge”, la simbolica biblica, letta nella sua espansività e transculturalità, continua a parlarmi di amore, di tenerezza, di cura, di attenzione ai più deboli, alle “pecore smarrite e soprattutto perdute”. L’immagine di Gesù buon pastore e di Dio stesso come buon pastore, non hanno per me nessuna parentela con una relazione di dipendenza gregaria. Quando, a mia volta, ho esperimentato il dono dello smarrimento, ho sempre gustato la gioia di affidarmi a Dio buon pastore, rimettendo nel mio cuore e sulle mie labbra la preghiera del Salmo.

Del resto, la “cura pastorale”mi rimanda alla pagina rivoluzionaria della Riforma che ha cancellato il sacerdozio gerarchico e ha scelto la “consacrazione” dei pastori e delle pastore, il riconoscimento ministeriale di animatori, predicatori , catechisti, uomini e donne che, nella pratica del sacerdozio universale dei credenti, vengono individuati, preparati e immessi nel servizio alla comunità.

A mio avviso, tutti questi ministeri, hanno bisogno di adeguata preparazione e di continua conversione allo spirito e alla pratica del servizio. Senza questi molteplici ministeri, che costituiscono la cura pastorale, le comunità corrono il rischio di perdere la strada.
Cambiare si può? Direi che si deve. Per quel che mi riguarda personalmente, ogni giorno devo cambiare, cioè convertirmi, ma forse la conversione passa spesso attraverso strade diverse e anche attraverso dissensi aperti ed impegnativi. Si può correre il rischio di proiettare sugli altri il nostro desiderio o il nostro percorso di conversione, dimenticando che la conversione degli altri al Vangelo può anche non passare per la mia strada.

E’ sempre molto apprezzabile il richiamo che persone come Carla e Beppe mi rivolgono, affettuosamente solleciti della mia conversione, ma si può essere in stato di permanente conversione su sentieri molto diversi. Senza perdere né la stima né l’amicizia e accettando separazioni chiare, motivate, privilegiando altre istanze e dando priorità ad altre voci. I cuori possono restare vicini anche se i nostri cammini restano diversi.

Per questo motivo quando Beppe Pavan scrisse una sua riflessione dopo il collegamento nazionale delle CDB il 9 marzo 2013 e dichiarò : “Ognuno/a è assolutamente libero di stare dove crede; ma è proprio indispensabile stare in una chiesa? Personalmente sto bene nelle Cdb perché sono in una comunità di donne e di uomini e posso elaborare il mio personale cammino “oltre le religioni e le chiese”; dagli anni ’80 non mi sento più cattolico e neppure cristiano, ma sto bene con chiunque” e quando il 14 settembre del 2013, in un incontro promosso dalla Scala di Giacobbe ad Agape di Prali dichiarò: “Io ora mi sento ateo”, con alcuni fratelli e sorelle della comunità non feci fatica a ridirmi che le nostre strade, da anni ormai si erano diversificate ed era tempo di prenderne atto, come facemmo con grande impegno da parte di tutti/e in numerose assemblee comunitarie. Carla e Beppe sono sempre stati tra i più convinti promotori di questo confronto che ci ha permesso di prendere decisioni anche difficili, sofferte, ma finalmente feconde e liberatrici.

Franco Barbero
(Esodo n°1/2018)

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Due o tre cose sulla CdB di Pinerolo

Chi legga le considerazioni di Beppe Pavan e Carla Galetto sulla cdb di Pinerolo si farà l’idea di una comunità nata e cresciuta attorno a un sacerdote carismatico, ostinatamente legato al suo ruolo di “pastore”, che ostacola la crescita del suo “gregge” accentrando su di sé tutti i compiti e tutti i ministeri. Avendo vissuto un pezzo di quella storia, e continuando a riconoscere Franco Barbero come il presbitero della nostra comunità (come abbiamo fatto il giorno dopo la sua riduzione allo stato laicale, nel 2003), vorremmo dire che facciamo fatica a riconoscerci in questa rappresentazione.

“Sostanzialmente una parrocchia, in cui il prete non si chiamava parroco, ma era lui che si occupava praticamente di tutto”… vediamo. A partire dalla sua nascita, nel 1973, nella cdb di Pinerolo lo studio biblico si è svolto settimanalmente in diversi gruppi (quattro nel momento della massima vitalità), che si ritrovavano nelle case di vari membri della comunità. Uno solo di essi era animato da Franco Barbero, mentre gli altri si auto-gestivano, avvalendosi delle competenze che diverse persone – uomini e donne – avevano acquisito, negli anni (in alcuni casi frequentando la facoltà di teologia valdese). La catechesi era affidata al “gruppo genitori”, che si ritrovava periodicamente con Franco per approfondire i vari temi, ma che lavorava in autonomia con bambini e ragazzi. La predicazione, durante le celebrazioni eucaristiche, era – ed è tuttora – svolta a turno dai “laici”, uomini e donne – e sempre seguita da una libera discussione, a cui tutti possono prendere parte. Il ministero della parola, dunque, non è e non è mai stato monopolio del prete, né le decisioni sulla vita della comunità, assunte collegialmente dal “servizio di direzione”.

Certo, nella storia della cdb di Pinerolo la presidenza delle celebrazioni eucaristiche di regola (ma non sempre) è stata assunta da Franco. E Franco ha una rete di contatti con persone in difficoltà – non solo omosessuali, ma tossicodipendenti, prostitute, stranieri, persone con sofferenze mentali – che gli riconoscono particolari capacità di ascolto e accoglienza. E’ questo un limite di quell’esperienza? La dimostrazione che ci si è fermati a metà strada nella sfida della costruzione di una chiesa “dal basso”, democratica, anti-gerarchica? Noi non lo pensiamo. Certo, oggi è assai di moda – anche in politica – l’ideologia del “cerchio”, in cui “nessuno siede al centro e neanche in un punto fisso della circonferenza”. In cui “uno vale uno” e tutti sono perfettamente interscambiabili, tanto da consentire di svolgere a turno qualsiasi incarico e responsabilità. Ci permettiamo di rilevare l’ingenuità di questa visione, regolarmente contraddetta dall’esperienza, che vede l’affermarsi di leader informali tanto più influenti e dispotici quanto meno riconosciuti sul piano ufficiale. Di fatto, ciò che è accaduto quando si è provato a stabilire una turnazione di presenze nella sede della cdb per “socializzare” il servizio dell’ascolto, è che il campanello della sede è rimasto silenzioso e Franco si è trovato ad accogliere le persone che lo cercavano per i colloqui a casa propria…

Quanto alla libertà di ricerca, non ci risulta che sia mai stata ostacolata nella cdb di Pinerolo. La larvata lamentela perché “lui non si coinvolgeva” in tutti i gruppi (gruppo uomini, gruppo donne, gruppo “ricerca”) ci sembra difficilmente comprensibile da parte di chi rivendica la libertà di camminare da persona adulta nel percorso di fede. Anche il fatto che a un certo punto gli interessi si siano divaricati non dovrebbe essere vissuto in modo traumatico. Qualcuno ha fatto del pensiero della differenza “il” paradigma di riferimento, mentre altri lo hanno considerato un punto di vista da tenere presente accanto ad altri. Alcuni hanno scelto di andare “oltre le religioni”, altri hanno continuato a riconoscersi nella tradizione ebraico-cristiana. Una pluralità di percorsi, vissuti, sensibilità che, nel tempo, ha condotto alla nascita di due comunità distinte a Pinerolo, ma comunque in dialogo tra loro. Perché viverla come un dramma e non come l’espressione della libertà di ciascuno di sperimentare una propria strada, nel pieno rispetto nei confronti di chi ha scelto diversamente? Con affetto, pur nella diversità delle posizioni.

La Cdb di via Città di Gap – Pinerolo
(Esodo n°1/2018)

Prete in una Comunità di Base

“Prete e comunità”: chiariamo subito che noi non parleremo di comunità in senso universale (comunità parrocchiali, religiose, e quant’altre), ma, partendo da noi e dalla nostra esperienza personale, desideriamo parlare di una “comunità di base”, quella in cui viviamo la nostra fede dal suo inizio, dalla notte di Natale del 1973. Siamo coscienti di questo orizzonte limitato, ma di parrocchie non abbiamo più esperienza da allora: altri e altre ne parleranno.

Parlare di preti, poi, non è facile, perché ognuno/a, partendo da sé, parte dalla propria esperienza di relazioni non con “i preti”, ma con “un” prete, “quel” prete, che tanti/e conoscono e con il quale hanno avuto o hanno una relazione diversa dalla tua, per cui non si riconosceranno nel tuo racconto. Pensiamo, in particolare nel nostro caso, alle amiche e agli amici che lo hanno sostenuto e seguito nella sua scelta e con cui restiamo in relazione di amicizia affettuosa. E, poi, a tutte quelle persone che non si interrogano sul senso umano ed evangelico del paradigma “pastore/gregge”: lo accettano come il sole che sorge ogni mattina. E’ chiaro che siamo tutti/e diversi/e, anche nelle forme delle nostre relazioni, comprese quelle nei confronti della stessa persona.

Allora, o non ne parliamo o corriamo coscientemente il rischio di attirarci critiche, anche aspre, anche cattive… Abbiamo ben presente a cos’è andata incontro Mira Furlani dando alle stampe la sua narrazione della nascita della CdB dell’Isolotto a Firenze e, in particolare, della sua relazione con Enzo Mazzi, “don” Enzo Mazzi. Per chi non l’avesse ancora letto, il libro si intitola “Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei”, ed. Gabrielli 2016.

(Beppe)Un’altra donna…

La mia gamba sinistra era aumentata di circonferenza in maniera misteriosa e preoccupante… Una catena di consulenti mi ha fatto arrivare a casa di Assunta, esperta di massaggi, compreso quello linfodrenante di cui avevo bisogno io. Fin dalla prima seduta Assunta mescola massaggi e parole: “Io condivido la scuola di pensiero secondo cui la linfa è la sede delle emozioni. Se i tuoi nodi linfatici si sono inceppati, è probabile che vogliano dirti che hai qualche nodo emotivo da sciogliere…”. E’ un lampo! Sì, un nodo da sciogliere ce l’ho, bello grosso, e adesso, con lei, lo riconosco e lo nomino. Le racconto la delusione e la rabbia che mi porto dentro da quando “don” Franco Barbero ha lasciato la comunità di base, che avevamo collaborato a costruire insieme, per fondarne un’altra, sempre a Pinerolo, senza darci spiegazioni soddisfacenti. E, mentre parlavo, mi sono sentito invaso da un’emozione dolce, piacevole: sentivo sciogliersi quella rabbia, quel risentimento, grazie a lei. Poi ho anche trovato le parole adeguate per formulare questa nuova consapevolezza: ho scelto di rispettare la sua libertà di deludere il mio desiderio. Mi sembra di aver fatto un piccolo passo avanti sulla strada della convivialità e del rispetto delle differenze…

Però i problemi rimangono ed è utile nominarli e analizzarli, con il desiderio di confrontarli con altri e altre che li riconoscano come propri. Specialmente dopo aver letto il libro di Mira Furlani penso che di queste questioni sia bene parlare senza aspettare che i preti siano morti. Aspettare che siano morti significa non aver fiducia nella possibilità di un loro cambiamento, significa rassegnarsi a subire il modello di comunità da loro incarnato, significa non aver fiducia nelle possibilità trasformative del dialogo tra persone sincere… L’altra scelta è andarsene, lasciando perdere fede, Bibbia, teologia, comunità… l’hanno fatta in tanti e tante. E’ bene parlarne, invece, perché sono questioni che non riguardano solo il singolo, ma l’intera categoria, la casta, e le forme delle loro relazioni con le persone delle comunità in cui vivono e praticano il ministero. Siamo convinti/e che parlarne faccia solo bene, perché non abbiamo strumenti più pacifici e pontefici delle parole, dello scambio di pensieri e di esperienze di conversione/cambiamento.

(Beppe e Carla) – Senza prete le comunità muoiono…

Questa è una tesi intorno alla quale il dibattito è infinito. Purtroppo ci sono tante esperienze che la suffragano: siamo pur sempre in ambito religioso cattolico e nessuna comunità di base – che noi sappiamo – è nata se non per iniziativa o intorno a un prete, e alcune di esse, quando il prete è stato allontanato dal vescovo (erano cdb in ambito parrocchiale) o è morto, quelle comunità sono scomparse, si sono sciolte… Anche la nostra è nata quando il nostro desiderio di libertà dai vincoli parrocchiali si è incontrato con la proposta di Franco Barbero di dar vita anche a Pinerolo a una cdb. Ma abbiamo continuato serenamente la nostra vita di comunità anche dopo che il suo “presbitero” è stato ridotto allo stato laicale da “san” Giovanni Paolo II.

Siamo però consapevoli, da molto tempo, che se l’animazione praticata dal prete non è finalizzata a formare uomini e donne “adulti/e”, come si è sempre detto e scritto, liberi/e e consapevoli della propria libertà anche nella vita di fede, capaci anche di dar vita a comunità e di animarle… queste moriranno con lui. L’esperienza ci dice che, salvo rare e preziose eccezioni, anche in cdb i preti tendono a voler essere riconosciuti come pastori di un gregge (il loro ruolo istituzionale), centro indispensabile attorno a cui si riunisce la comunità. Quando questo riconoscimento viene a mancare, perché nasce e cresce la consapevolezza che essere comunità “di base” significa abbandonare ogni forma gerarchica, imparare a stare tutte e tutti “in cerchio senza centro” – e senza nessun posto fisso per nessuno/a neppure nel perimetro del cerchio – il prete o si interroga e si “converte”, cambia, o se ne va in un’altra comunità che lo riconosca come proprio pastore.

Cambiare si può

(Beppe) Noi gli chiedevamo di cambiare, di diventare “uno di noi”, continuando a mettere a servizio della comunità i suoi talenti e le sue competenze, che abbiamo sempre riconosciuto con gratitudine, approfittandone a piene mani. Ma lui ci diceva: “Lasciatemi fare il prete; sono solo capace di fare il prete…”. Questo, per me, è un nodo importante. E’ come se ci dicesse: “Non voglio cambiare”. Come se ci fosse un modo solo di fare il prete, quello che in seminario mi era stato illustrato con definitiva chiarezza: “Noi non abbiamo niente da imparare dagli altri… noi dobbiamo insegnare!”. Per chi ha interiorizzato questo modello sembra davvero difficile scegliere la strada del cambiamento. Che resta una scelta possibile a chiunque, purché ne sia consapevole e scelga di praticarla. Credo che il “gruppo di autocoscienza maschile” sarebbe stato anche per lui un aiuto prezioso.

(Carla e Beppe) I problemi erano legati soprattutto alle forme diverse che cercavamo di dare alla nostra comunità. A mano a mano che abbiamo scelto di abbandonare la delega (che per anni – e per comodità – gli avevamo accordato – e che lui non ha mai rifiutato), ci siamo dovuti/e confrontare con la sua indisponibilità a vivere in una comunità davvero “di base”, tutti e tutte in cerchio alla pari, mettendo ciascuno e ciascuna i propri talenti e le proprie competenze a servizio della comunità.

Ripensandoci “a bocce ferme”, l’errore originario è stato probabilmente quello di chiedergli di continuare a fare il prete a tempo pieno, invece di cercarsi un lavoro come tutti e tutte noi… Saremmo diventati/e più facilmente un “cerchio di uomini e donne alla pari”. Ma lui era prete e voleva restare tale, mentre noi questa maturazione l’abbiamo compiuta negli anni. E così la comunità di base è rimasta sostanzialmente una parrocchia, in cui il prete non si chiamava parroco, ma era lui che si occupava praticamente di tutto, coadiuvato da un “servizio di direzione” che ha funzionato bene finché le sue e le nostre proposte non sono entrate in conflitto, finché non abbiamo cominciato a parlare della necessità di passare da una pastorale “individuale” – del prete, l’unica persona che potesse incarnare quella pratica – a una pastorale “collettiva” della comunità, cercando di imparare, con il suo aiuto, a svolgere in gruppo, magari a rotazione, alcuni dei compiti che erano appannaggio esclusivo del prete, che mostrava di non voler cedere assolutamente quelle deleghe.

Ad esempio: lui ci aveva aiutati/e a superare a poco a poco pregiudizi e stereotipi e a entrare in relazione serena e libera con le persone omo e trans-sessuali, ma quando gli abbiamo proposto di coinvolgerci di più, come comunità, nella preparazione di quelle coppie al matrimonio, lui ci ha semplicemente comunicato che da quel momento avrebbe celebrato i matrimoni a Torino, in un’altra comunità disponibile. La giustificazione era che le coppie cercavano lui, non la comunità, e che sposi/e e famiglie volevano una cerimonia tradizionale, con il prete “vestito da corsa”, come lui definiva scherzosamente i paramenti liturgici che indossava per l’occasione. La loro motivazione era senz’altro legittima e comprensibile: volevano che il loro matrimonio apparisse legittimato alla pari di ogni altro celebrato in ogni altra chiesa…

Ma la comunità finiva per essere solo contorno, non protagonista di questa “rivoluzione”. A Franco però – non lo dichiarava apertamente, ma per noi era chiarissimo – era necessario “avere una comunità” per dare senso al suo ministero e, nello stesso tempo, essere credibile nei confronti di chi gli chiedeva di officiare un rito… Cominciavamo a provare insofferenza verso quel modello di “matrimonificio” (così lo chiamava un amico gay), che continuava ad affidare alla comunità il ruolo di “claque”, che prega, canta, batte le mani, fa gli auguri… mentre i protagonisti dell’azione (preparazione e celebrazione del matrimonio) sono solo loro: gli sposi e il prete. Più cresceva la nostra consapevolezza, più ci vedevamo come due entità distinte: noi e lui, il gregge e il pastore… Non eravamo ancora una vera comunità, e volevamo invece diventarlo, a poco a poco.

La libertà e l’autonomia, che cercavamo lasciando la parrocchia e la sua gerarchia, non vuole vincoli, se non quelli della reciprocità. Così abbiamo cominciato a sentirci e renderci liberi/e anche nei suoi confronti, a vivere in autonomia gruppi e iniziative in cui lui non si coinvolgeva – e che per lunghi tratti ha persino sottoposto a critiche anche aspre: il gruppo donne e la loro prima ricerca sulle teologie femministe, che è poi diventata un quaderno della rivista Viottoli dal titolo “Nel segno di Rut”; il gruppo di autocoscienza maschile, nato all’interno della cdb, ma che lui non voleva che venisse percepito come un gruppo della comunità, mentre per noi era sempre più chiaro che il cambiamento di vita, che ci chiede il Vangelo di Gesù, è una pratica sessuata, radicalmente diversa per gli uomini e per le donne; il “gruppo ricerca”, nato dal desiderio di alcuni e alcune di cercare risposte che il solo studio della Bibbia, per quanto ripetuto con impegno negli anni, non ci dava (abbiamo cominciato dalla domanda: cosa c’era prima dell’ebraismo, prima del monoteismo, prima del patriarcato?). Quello femminista è diventato il nostro paradigma preferito…

(Carla) Siamo alla fine degli anni ’80. Nella nostra comunità di uomini e donne, alcune di noi, grazie a percorsi e contatti con donne esterne alle Cdb, abbiamo dato vita a un “gruppo donne”, che ci ha permesso di far comunità tra noi, portatrici, nei luoghi misti, di una “misura” femminile sulle cose del mondo e della spiritualità. Anche a livello nazionale ha preso corpo un collegamento stabile tra le donne delle comunità di base ancora esistenti nelle città del centro-nord. Questo percorso separato ha avuto il merito di aprire in diverse occasioni il conflitto uomo-donna nei luoghi misti dei convegni, dei seminari, sulle riviste e sui siti delle comunità.

Riporto quanto abbiamo scritto Doranna ed io nella prefazione al libro Le donne e il prete di Mira Furlani: “L’inizio delle nostre storie si concentra attorno a figure carismatiche di preti progressisti e amanti del Vangelo. Uomini coerenti, che credevano fermamente, oltre che in Dio, nella giustizia, nella libertà e nell’uguaglianza tra i popoli e tra i sessi; sicuramente, anche ai nostri occhi, il meglio del genere maschile. Ma tra le donne e i preti, si sa, c’è qualcosa che attrae e qualcosa che respinge e in mezzo, probabilmente, una grande mancanza: quella di una insignificanza simbolica dovuta all’assenza di parole, tradizioni, pratiche femminili. Una nostra stimata e autorevole amica dice che noi donne siamo rivali dei preti nella capacità che abbiamo di parlare autorevolmente alle nostre simili. Siamo potenzialmente madri spirituali e simboliche, ma in questa relazione, non prevista nella nostra chiesa e nella nostra società, il maschile si mette di mezzo e fa ingombro. Nei nostri collegamenti nazionali di donne delle Cdb stiamo lavorando da trent’anni per sciogliere questi nodi”.

Moriranno le cdb?

(Carla e Beppe) Siamo consapevoli che “queste” CdB si estingueranno gradualmente, a mano a mano che moriremo noi che le abbiamo incarnate. I nostri figli e le nostre figlie quasi dovunque fanno altre scelte… molta gente le frequenta perché c’è “quel prete” carismatico, che è un piacere ascoltare e che sa prendersi a cuore i loro problemi… Ma quando non ci sarà più?  Crediamo che sia davvero ora di andare “oltre le religioni”. Le cdb hanno rappresentato un luogo di passaggio dalla religiosità tradizionale a una spiritualità consapevole e incarnata, ma – ce lo diciamo sempre più spesso, con convinzione – non ha futuro, dopo di noi, questa forma di comunità, fatta di studio biblico settimanale, di assemblea eucaristica almeno quindicinale, di ricerca teologica ispirata dal pensiero della differenza sessuale, di partecipazione coerente alla vita del movimento delle CdB, italiane ed europee…

Abbiamo gettato dei semi, in questi anni, e alcuni li vediamo germogliare. Il nostro futuro oltre noi lo vediamo ovunque si pratichi la convivialità delle differenze, a cominciare da quelle di genere e di orientamento sessuale, nei gruppi donne e nei gruppi uomini, nelle associazioni per “uscire dalle guerre” e “liberarci dalla violenza”, nelle lotte per la giustizia e la salvaguardia dei beni comuni, eccetera eccetera… Anche grazie a “quei preti” abbiamo imparato che il Vangelo di Gesù non ci invita a professare una fede secondo i dettami di una gerarchia maschile e maschilista, ma a praticare il grande comandamento dell’amore universale. Ognuno e ognuna “secondo il proprio genere”, che è personale, individuale – come ci ha suggerito Cosimo Scordato, prete all’Albergheria a Palermo: “Ogni persona ha il suo genere e la comunità deve aiutare ciascuno/a a diventare la persona che è incamminata ad essere”. Questo richiede libertà anche nelle relazioni reciproche: ognuno/a ricerchi, studi, preghi, pensi… con la propria testa e il proprio cuore, a partire da sé e rispettando la libertà di ogni altro/a; poi racconti con sincerità la propria esperienza e la propria verità.

La CdB è stata ed è, per noi, luogo speciale per questo apprendimento ed esercizio quotidiano di libertà. La nostra gratitudine va a tutti e tutte coloro che ci sono stati/e e ancora ci sono compagni/e di strada, a cominciare da Franco Barbero che da quel giorno ci ha aiutato a dare senso e direzione al nostro desiderio.

Carla Galetto e Beppe Pavan
Esodo n°4/2017 – www.esodo.net

“Andare oltre” significa tornare a Gesù

La presentazione del libro “L’INUTILE FARDELLO” di Ortensio da Spinetoli (Chiarelettere, 2017) da parte di Giovanni Fava e Franco Barbero avvenuta a Pinerolo il 9 maggio 2017 è stato un incontro per me decisamente stimolante, anche perchè avevo già letto il libro; questo testamento spirituale di Ortensio non lascia indifferenti: il suo approccio a Gesù è un invito all’amore che tocca chiunque, come accadeva a chi lo incontrava fisicamente sui sentieri della Palestina.

Ortensio lo presenta accompagnandolo con una lettura critica delle deviazioni, cominciate pochi anni do- po la sua morte, ad opera di chi si è dedicato a costruire una propria dottrina invece di “limitarsi” a vivere con coerenza l’amore e la condivisione, secondo l’insegnamento e l’esempio del rabbi di Nazareth. Or- tensio applica a queste deviazioni l’accusa di “eresia” nei confronti del cristianesimo.

Ho apprezzato e condiviso quando Franco Barbero – come Ortensio – ha sostenuto la necessità di “torna- re a Gesù”; ma sono rimasto molto perplesso quando ha sviluppato la sua lettura di questa “eresia” ironiz- zando molto su dottrine e riti della chiesa cattolica e non solo, suscitando risate complici tra il pubblico.

Sulla scorta di una ricerca che dura da decenni in comunità, la riflessione ha preso immediatamente forma nella mia mente: di quella dottrina fa parte anche il sacerdozio, l’ordine sacerdotale, la casta. Se il cristia- nesimo è un’eresia – come sostiene Ortensio -, se davvero vogliamo tornare a Gesù, allora il discorso si fa più serio.

Gesù non era prete, l’etichetta di “sacerdote” gliel’ha confezionata su misura Paolo di Tarso (o chi per lui) per accreditarlo presso gli Ebrei nella lettera omonima… Già questo era una deviazione dall’insegnamento e dalle pratiche di vita di Gesù. Aggravata poi dall’averla dichiarata “parola di Dio”.

Possiamo anche ironizzare… e chi non lo fa? Ma se chi ironizza su tutto ciò è un prete… la riflessione continua. La gente ride quando un prete ironizza sulle dottrine che la gerarchia ha inventato e imposto nei secoli e che i suoi confratelli contribuiscono a perpetuare.

La gente ride perché dentro di sé non apprezza quella dottrina e quell’ironia è liberatoria: si sente autoriz- zata a prenderne pubblicamente le distanze da un rappresentante autorevole della stessa casta che quella dottrina ha concepito e imposto per secoli.

E noi? Riconosciamo forse che solo lui/loro sono titolati a indicarci le parti della dottrina di cui ci auto- rizzano a ridere? Oppure la nostra risata liberatoria può tranquillamente “seppellire” tutta la casta che vive di quella dottrina che ha inventato per esistere? E andare oltre?

Condivido che “andare oltre” significa – parlando di cristianesimo e di religione cattolica – “tornare a Ge- sù”, per imparare la coerenza di vita con il suo insegnamento, andando oltre le sovrastrutture dottrinarie e dogmatiche inventate dai preti.

Ebbene: se è vero, com’è vero, che Gesù non era prete… chi ci parla di Gesù senza farne una dottrina? Le donne, soprattutto, che non appartengono ad alcuna gerarchia ecclesiastica.

E’ certamente bello e conveniente che ci sia chi si specializza nell’esegesi storico-critica, archeologico- filologica, e quant’altro, della Bibbia e della cultura in cui è stata elaborata e scritta, così come c’è chi si specializza in fisica quantistica, in filosofie orientali o in lingue dell’Africa subsahariana…

Ma per riscoprire Gesù, per imparare a stare con amore e cura nelle relazioni, per “animare” comunità nell’amore e nella condivisione, non c’è bisogno di sapere l’aramaico, l’ebraico, il greco e il latino. Non è quella la specializzazione necessaria a chi vuole animare comunità che cercano di camminare sui sentieri inaugurati da Gesù.

Anche lui, a pensarci bene, camminava sui sentieri delle culture matriarcali, inaugurati dalle donne che da millenni vivevano in cerchio con le loro comunità, senza castelli gerarchici che oggi ci troviamo a voler abbattere, riconosciute e seguite per la loro autorevole saggezza.

Cito un libro solo tra i tanti che ci narrano questa storia: “Le tredici Madri Clan delle origini” (ed Venexia 2015), in cui Jamie Sams mette per iscritto la tradizione orale, trasmessale dalla nonna, del popolo Chero- kee dei Nativi del Nord America.

Quelle pagine trasudano Vangelo, eppure quei popoli non conoscevano Gesù né il Dio della tradizione ebraico-cristiana.

Per praticare e insegnare l’amore non è necessario andare in seminario; anzi! Il seminario insegna a do- minare sulle coscienze, a pretendere la delega e la sottomissione a chi con la dottrina esercita il potere.

Franco Barbero ha sostenuto – come sostengono tutti i “nostri” preti – che bisogna liberare la gerarchia ecclesiastica dal senso del “sacro” che ne fa una “casta”, e ha introdotto il tema dei ministeri: bisogna “convertire i ministeri”, ha detto, per trasformarli in veri “servizi”.

Questa è una ricerca che da anni impegna le nostre comunità. Mi chiedo: sarebbe possibile avere preti senza sacro e senza casta? Credo di no: non sarebbero più “preti”, ma animatori di comunità.

Il problema è che, se non si convertono le persone che dovrebbero esercitare questi servizi, credo che i ministeri continueranno ad essere luoghi e strumenti di potere.

Conversione delle persone significa, secondo me, soprattutto che ciascuno, a partire da sé, abbandoni ogni tentazione gerarchica, ogni appartenenza a una casta del sacro, e si disponga a “vivere in cerchio”, eserci-

tando i propri carismi per il bene comune, con la convinzione che la comunità ha bisogno di amore, non di conoscenza delle radici aramaiche dell’ebraico biblico.

Quello di cui continuo ad essere convinto, da quell’ormai lontano 2004, quando celebrammo i 30 anni della nostra CdB, è che vivere da animatori/e di comunità non è missione “da preti”, ma è possibile a ogni uomo e a ogni donna che lo scelga con coerenza e vi sia riconosciuto/a dalla comunità, non necessaria- mente come ruolo individuale, pur se esercitato a rotazione.

Ogni comunità, poi, organizzerà corsi o serate di approfondimento intorno alla Bibbia, al Corano e a ogni altro testo “sacro” per qualche porzione di umanità, invitando esperti ed esperte che conosce e che stima per la profondità dei loro studi…

Beppe Pavan
(da cdbitalia.it – 5 giugno 2017)

Dialogo in redazione (dopo la “separazione”…)

Ci siamo proposti/e di fare un “redazionale” un po’ speciale, frutto di uno scambio di riflessioni tra di noi su quello che è successo nella nostra comunità dopo che ne abbiamo celebrato a modo nostro i primi 40 anni. Nell’assemblea di comunità del 23 marzo scorso Franco Barbero, anche a nome di alcune altre persone, ci ha comunicato la decisione di lasciare la nostra comunità per fondarne un’altra. Le motivazioni addotte sono state diverse: la principale è che noi non abbiamo più bisogno di lui, che può così dedicarsi alle sue priorità, che sono in particolare la cura pastorale di chi non ha comunità di riferimento e la formazione di uomini e donne al ministero pastorale. Inoltre ci ha detto che non tutti/e gradiscono convivere con le tensioni che da qualche tempo erano sorte all’interno della comunità. E’ indubbio che negli ultimi anni si sono evidenziati in comunità punti di vista differenti su alcune questioni, ma è altrettanto vero che non ci sono differenze sostanziali sui nostri valori fondamentali: tutti e tutte cerchiamo di vivere il discepolato di Gesù avendo come riferimento centrale lui e il suo evangelo, le sue parole e le sue pratiche – di amore, di solidarietà e di giustizia – che cerchiamo di fare nostre. Vi abbiamo dedicato una riunione della redazione di Viottoli e ciò che segue è la trascrizione fedele di quanto ci siamo detti/e (15 giugno 2014).

Beppe

L’abbandono da parte di alcuni/e, che hanno seguito Franco Barbero nella sua scelta di dar vita ad un’altra comunità di base a Pinerolo, è stato accompagnato da alcune prese di posizione molto forti. La prima la possiamo chiamare “il discorso sull’identità”: dopo il confronto appassionato nelle riunioni del collegamento regionale delle Cdb del Piemonte, è diventato il tema dell’incontro regionale del 23 febbraio scorso. La loro posizione, in sintesi, è: noi siamo una comunità “cristiana”, la nostra identità sta nell’essere cristiani/e, appartenere al cristianesimo. E’ un tema che ritorna periodicamente nella vita delle Cdb e discuterne ci ha sempre aiutati/e ad approfondire e progredire. Non è mai stato – che io mi ricordi – causa di abbandoni.
Io oggi penso che la nostra identità sia soprattutto “essere comunità” e “di base”: l’accento va sulla comunità, è lì che sei di base, dove si sta in cerchio tutti e tutte sullo stesso piano, ci si rispetta, ci si ascolta, si fa ricerca insieme, si cammina insieme…
Se tu punti sul “cristiano”, allora rischi di ritrovarti alle prese con una specie di nuova dottrina: se non la professi come piace a loro, ti fanno sentire fuori, estraneo… In realtà è stato proprio Franco Barbero che ci ha insegnato a parlare al plurale: i cristianesimi. Perchè fin dall’inizio c’è stata una grande varietà di esperienze, le varie comunità erano diverse tra di loro, era Paolo che cercava di elaborare una dottrina… Finché il cristianesimo come “essere seguaci di Gesù il Cristo” è stato soppiantato dal cristianesimo come “religione dell’impero”: hanno cominciato a litigare sulle parole e a convocare concilî per stabilire chi avesse ragione. Chi vinceva mandava al rogo gli altri. Era gestione del potere, che non aveva nulla a che fare con la sequela di Gesù e la fede in Dio.
La nostra identità, per me, è essere comunità di base. Che ci rifacciamo al cristianesimo lo accetto, ma è una parola ambigua, perchè fomenta le divisioni, le guerre, le rotture, perchè c’è sempre qualcuno che dice “il cristianesimo è il mio, è il nostro” e chi non è con noi è fuori, è un’altra cosa. Un po’ quel che è successo nella nostra comunità…
Invece in una comunità di base ognuno/a deve essere libero/a di vivere la propria fede a modo suo. Fare comunità insieme e vivere la sequela di Gesù, studiare il vangelo insieme, cercare di vivere la giustizia, la fraternità, l’amore, la solidarietà, la convivialità delle differenze… questo è fare comunità di base, questo è la nostra identità.
La domanda che mi faccio è: che cosa vuol dire essere seguaci di Gesù? Mi sarebbe piaciuto discutere e approfondire quello che ha detto Franco a Piossasco: adorare Dio come faceva Gesù e fare la giustizia… Per me non significa “copiare” Gesù: era un uomo del suo tempo, un ebreo con il suo immaginario di Dio, la sua cultura, il suo percorso di formazione… Duemila anni dopo abbiamo il diritto e la libertà di pensare anche in modo parzialmente diverso da lui. Essere suoi seguaci non vuol dire obbligatoriamente credere in Dio e pregare come Gesù: le forme della fede sono troppo liberamente personali per costringerle secondo un modello unico. Questo è potere. Essere seguaci è fare la giustizia, è camminare sulla strada del “Regno” praticando l’amore, che è l’unico comandamento che troviamo nel vangelo; ma quello comincia da noi: se ognuno/a a partire da sé, ognuno/a nelle proprie relazioni intime – vita di coppia, coi figli, coi nipoti, con gli amici, con la comunità – non sappiamo praticare la giustizia, ma ne facciamo una questione intellettuale, di adesione intellettuale a delle formule, perché chi ha il potere me le insegna così… allora, quando mi viene detto che la nostra identità è l’essere cristiani/e, allora ho bisogno di approfondire, di chiarire: l’essere cristiani mi spinge ad essere comunità di base, è il mio essere seguace di Gesù che mi porta a stare in una comunità di base. E’ lì che io mi ritrovo, perché sono cristiano come è cristiano/a chi, pur non credendo in Gesù, fa la giustizia e vive la solidarietà; certo che non è cristiano/a in senso tecnico, ma non è lì il problema: il problema è collaborare a costruire il Regno dell’amore, fare quello che posso per andare in questa direzione.
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Carla

Ci sono due elementi che per me sono importanti. Uno è il fatto che io non identifico automaticamente Gesù con il cristianesimo, cioè credo che stare alla sequela di Gesù sia una cosa e dirsi appartenenti al cristianesimo un’altra. Rispetto coloro che hanno questa sicurezza di sentirsi cristiani, ma quello che mi interessa molto (ed è il secondo punto) è vedere quali sono gli elementi che caratterizzano la ricerca che ci porta a dirci discepoli/e di Gesù, alla sequela di Gesù. Se coincidono va benissimo, chi invece non sente necessario doverlo dire è libero di non dirlo, purché ci siano degli elementi in comune riconducibili alla sequela di Gesù.
Allora, quali possono essere, per me, questi elementi? La ricerca, fatta insieme, di maggior coerenza rispetto ai principi di solidarietà, ascolto, rispetto, accoglienza, condivisione… cioè le parole-chiave che abbiamo utilizzato in tutti questi anni.
Sappiamo che è faticoso stare su questa strada ed è per questo che abbiamo anche il bisogno di farlo con altri/e perchè c’è la possibilità di ricevere, dalle parole, dalle vite, dalle pratiche di chi condivide con noi questa ricerca, degli stimoli a essere più coerenti anche noi. Quindi, per me, quello che mi fa sentire importante il percorso in una cdb è proprio l’essere insieme a fratelli e sorelle che, come me, cercano il divino e hanno per riferimento Gesù, oltre ad altri riferimenti… chiunque vuole può avere anche altri riferimenti (es. meditazione buddista…), ma ciò che ci accomuna è Gesù, le pratiche della sua sequela e quello che noi, attraverso la lettura dei vangeli, individuiamo come valori che possono essere praticati affinché il mondo diventi il più possibile il Regno. Lavoriamo in quella direzione, per far sì che ci sia un mondo di relazioni in cui la misura e la regola sia l’amore e non il potere, la ricchezza…
E’ una ricerca che si fa insieme e che anche per me dura da una vita. Prima l’ho fatta in parrocchia, fino ai 20 anni, e poi nella cdb. E’ una ricerca che mi coinvolge e che sento ancora oggi di scegliere di fare. E, secondo me, questo è quello che dovrebbe unificare le persone che sono in questa ricerca. Io, quando penso all’altro pezzo di cdb che nascerà, mi chiedo che cosa c’è di così diverso tra loro e noi per dover fare due cammini separati, litigare, dire anche cose non vere… per avere il monopolio… di cosa? Non vedo una differenza sostanziale. Forse essa sta nella pratica. Per loro forse c’è più il bisogno del senso di appartenenza. Però non vedo la motivazione per una frattura, perchè per me non c’è e secondo me varrebbe forse la pena affrontare una volta anche il tema del potere. Che non è riconoscimento di autorità a una o più persone, ma il potere che si esercita: io decido, faccio… sono sereno e tranquillo e faccio quello che ritengo giusto per me… Certo che ognuno deve fare quello che ritiene giusto per sé, ma deve anche tener conto e ascoltare ed essere rispettoso di quello che pensano e praticano gli altri e le altre, del dolore o del disorientamento che si può causare.
Ancora una cosa: ognuno/a di noi interpreta in prima persona ciò che accade, cioè ha il suo “pezzo” di verità, soggettiva e parziale, ma se si trasmette all’esterno la propria come l’unica vera, allora, per me, c’è un esercizio di potere, che io non riesco proprio ad accettare.
Concludendo: se non riusciamo, in una cdb che da 40 anni condivide il riferimento a Gesù e cerca di stare sulla sua strada, a convivere e a dirci le cose e a cercare insieme le mediazioni necessarie, non so in quale altro posto della nostra vita troveremo mai questa opportunità… dappertutto bisogna mediare, ascoltarsi, rispettare, però qui dovrebbe essere il luogo in cui ci mettiamo in gioco, mettiamo in gioco la nostra esistenza, la nostra vita, la parte più profonda di noi… non solo la pratica professionale, il lavoro, la politica…
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Luciana

Condivido in pieno quello che ha detto Carla e ripenso anche a quello che abbiamo detto martedì nel gruppo biblico. Per me non si pone il problema: seguire Gesù o qualcun altro. Quello che mi interessa è la prassi di Gesù, insieme con altri/altre.
Posso essere dispiaciuta, delusa da alcune/i di noi che non incontrerò più, con le/i quali non mi confronterò più, ma la mia personale angoscia sarebbe perdere un gruppo di fratelli, sorelle e amici con i quali fare questo percorso di sequela, che è l’unico che voglio seguire. La cosa più grave che potrei subire nella mia vita, in assoluto, è non riuscire più a confrontarmi: questa è la mia idea di solitudine. Sicuramente proverei solitudine nel non trovare più persone con le quali fare un percorso di ricerca di fede alla sequela di Gesù.
L’altra cosa che mi veniva in mente è quanto si diceva martedì, nel gruppo biblico, a proposito dei discepoli, a come Marco ci presenta questi “poveracci” che hanno fatto tutto del loro meglio, ma con i loro limiti e difetti: tardi nell’apprendere, ambiziosi, egoisti e molto di più… Imperfetti, certo, ma che non hanno smesso di seguire Gesù: ci hanno provato. A modo loro e fin dove hanno potuto. Non hanno cercato un altro messaggio che desse loro più garanzie, hanno creduto in Gesù.
A me va bene Gesù, mi va bene la sua proposta e mi va bene cercarla. Non ce l’ho confezionata. Se io mi definisco “cristiana”, mi viene in mente qualcosa di confezionato e questa cosa non mi sta più bene. Se nel passato poteva starmi bene o comunque la subivo, adesso, con il percorso che ho fatto, con le persone che ho incontrato, con tutti gli stimoli che ho ricevuto, che abbiamo ricevuto insieme e che ci siamo cercati/e… ecco, io adesso non voglio più la “confezione”, non mi interessa, voglio fare io la mia parte. Condivido in pieno il discorso sul giudizio… Lo schieramento c’è, è umano; ma possiamo aiutarci a ridimensionare questo aspetto umano negativo, se ne parla anche in psicologia: tu fai la tua strada, le cose in cui credi e lascia che gli altri facciano la loro, senza permetterti di metterli “in alto” o in “basso”; è il discorso della persona adulta, equilibrata. Questa è la mia posizione.
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Beppe

La seconda cosa che ci tengo a dire riguarda la tentazione di giudicare. Nessuno/a ne è immune, fatichiamo tutti e tutte a liberarcene, eppure sarebbe una pratica evangelicamente meravigliosa, perchè ci aiuterebbe davvero a convivere con tutte le differenze. Come si può stroncare con un giudizio negativo ciò che pensa e dice una persona, senza tener conto che quello che viene detto o scritto oggi è frutto di un cammino che dura da una vita, è una ricerca personale, fatta in gruppo o in comunità, che da una vita si è confronta con altri gruppi, con altri movimenti, con altre ricerche, con un sacco di libri letti, di riviste, ecc… e tu, con una parola, pretendi di dare un giudizio sulla mia vita? Anche questo mi sembra avere poco di cristiano e di evangelico.
Tutti e tutte noi abbiamo un percorso di vita, individuale e comunitario, che deve essere rispettato, perchè è quello che ci spiega perchè oggi diciamo queste cose o scriviamo queste cose. Personalmente, sono cinquant’anni che ci lavoro su, cambiando e ricambiando, ripensando, rileggendo, ecc. Se avessimo fatto questa ricerca insieme probabilmente ci saremmo resi conto di questo cammino e avremmo imparato a rispettare il cammino degli altri.
Questo cammino, che per un po’ di anni abbiamo fatto insieme, a un certo punto si è divaricato. Alcuni e alcune siamo andati/e avanti, intrecciando le nostre ricerche di fede, bibliche, di comunità, con il femminismo, con le teologie femministe, con le loro ricadute autorevoli sul cambiamento del maschile, che ci ha coinvolti definitivamente quando l’abbiamo sentito come “conversione di vita” a cui ci chiamano Gesù e il suo Vangelo. Poco per volta questo ci ha portati/e in una direzione che qualcuno, che non ha fatto quel percorso, continua a non condividere. E’ più che legittimo. Però non autorizza a giudicare in quel modo. Prendiamo atto che ci sono strade e percorsi diversi, che dobbiamo rispettare; non è possibile, in una comunità cristiana, giudicare in quel modo. Dico queste cose perchè credo che siano nodi centrali in quello che ci sta succedendo, non per fare polemica… Quell’abbandono mi sembra un giudizio definitivo.
Vorrei che ragionassimo su queste cose, invece che sull’identità cristiana. A Piossasco c’erano degli spunti utili nelle relazioni di Carla e di Cecilia, su cui si poteva lavorare, ma non c’è stato spazio per un vero dibattito. Vorrei che, per approfondire, organizzassimo una seconda puntata, dedicandovi una giornata intera; lo proporrò alla prossima riunione regionale di collegamento.
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Domenico

Per me la separazione, la divisione, la vedo un po’ come una fuga; più che una fuga, un abbandono… come una difficoltà ad accettare il dialogo e ad accettare che ci sono delle cose che si possono probabilmente rivedere. Si fa prima a staccarsi, così non c’è un confronto diretto e non ci si mette tanto in discussione. La vedo in questi termini.
Ho sentito prima da voi delle cose molto belle, molto condivisibili, che non sarei capace a riferire, a dire io. Per me, parlando di identità, va bene dirmi cristiano, va bene chiamarmi cristiano, perché io dicendo “cristiano” intendo la figura di Gesù con tutto quello che ci sta attorno e, quindi, la ricerca di una coerenza con quello che propone. La mia paura è che si vada troppo nello specifico, con il rischio che ci sia molta gente che lo vede come un livello troppo alto di discussione e che si tiri fuori. Ecco, questo lo vedo come rischio; già mia moglie Antonella fa fatica, eppure lei è da anni che frequenta la comunità e sente tutte le cose… eppure lei su queste cose fa ancora fatica: “no, no per carità, non verrei mai a un vostro gruppo biblico, perché dite delle cose che a volte sono fuori dalla mia portata”. Questo discorso mi fa venire in mente la difficoltà che può avere qualche persona che è meno abituata a leggere queste cose. Un esempio: una donna della Cdb mi ha detto di Viottoli: “Io continuo a prendere Viottoli perché so comunque come è fatto, conosco le persone… però io ne leggo pochissimo, perché talvolta non lo capisco. Mi interessano poco le cose che sono scritte, oppure le capisco solo fino a un certo punto”. C’è anche gente che la pensa così e probabilmente ce n’è di più di quello che forse riusciamo a percepire.
Però ritengo importante che noi cerchiamo innanzitutto il discorso comunitario, perché siamo comunità cristiana di base, proprio comunità di base, che è nata con dei presupposti per differenziarsi, non per contrapporsi alla comunità ecclesiale delle parrocchie, che mantengono le loro prerogative.
Avete detto delle cose che sono assolutamente belle e importanti. La questione del giudizio, poi; uno, probabilmente, in certe situazioni non può fare a meno inconsciamente di giudicare, ma bisogna che riconosca che è un suo giudizio e che quindi va in qualche modo visto come tale. Un giudizio è l’ultima cosa da dare, se non è, come facciamo noi al gruppo uomini, richiesto. Se io te lo richiedo è perché ho piacere di scambiare con te un’impressione rispetto a questo, ma, se non te lo chiedo, tu accetta quello che ho detto e metti il tuo racconto vicino al mio. Come abbiamo sempre cercato di fare quando si parlava della chiesa tradizionale, che ha visto spesso con diffidenza l’esperienza delle comunità di base: noi chiediamo semplicemente di non cercare di prevalere su nessuno, ma di comunicare e scambiare riflessioni, approfondimenti… poi ognuno sceglie, valuta e decide.

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Luisa

Io mi sono chiesta, è da un po’ che mi chiedo: ma perché questa cosa, questa necessità di definirsi cristiano, di definire quali sono i veri seguaci di Gesù, chi veramente crede in Dio… e quale Dio? Vogliamo imporre dei nuovi dogmi? Anni fa non c’era questa preoccupazione, perlomeno io non la percepivo, non l’avevo mai percepita, perché forse si davano per scontate tante cose ed era più importante la vita comunitaria.
Sono d’accordo con Carla quando dice che dietro c’è una questione di potere. Quest’ansia di definirsi, di definire chi è nel giusto, è un problema di potere. Io distinguerei due aspetti circa il definirsi cristiano. Anche per me dirmi cristiana non mi pone dei grossi problemi, definisce la sequela di Gesù, è un discorso più chiaro. Anche se poi di fatto difficilmente vado in giro a dire “io sono cristiana”… A meno che si tratti di un dialogo con persone di altre religioni: in quel caso come posso definirmi diversamente? C’è proprio anche il discorso della chiarezza, di spiegarsi con gli altri/e, di farsi capire dagli altri/e.
Poi c’è il mio sentire, il mio modo di vivere: certo, ciò che conta è essere alla sequela di Gesù, cercare di esserlo veramente.
E poi anche avere una comunità, pregare insieme, riflettere insieme per me è importantissimo. Ne ho sentito la mancanza; un po’ meno ora, perché venite a casa mia, però in questi anni, quando non ho potuto partecipare alla vita comunitaria , tutto questo mi mancava. Vi dirò… forse è una banalità, però, quando ero ricoverata in ospedale, il sabato è passato il prete che ha chiesto se volevo ricevere la comunione alla domenica; io ho risposto di sì: l’ho fatto per sentirmi in comunione con voi, con la comunità, mi mancavate. Per sentirmi in comunione, perché a me manca la vita di comunità e quindi tutta questa necessità di definizione mi lascia un po’ perplessa, anche se poi concordo con Dome che bisogna essere chiari verso gli altri, verso chi forse non ha fatto questo percorso e secondo me è giusto che anche come comunità di base, comunità cristiana di base di Pinerolo, si mantenga il “cristiana” per non dare adito a confusioni, per non essere strumentalizzati.
Nello stesso tempo concordo con il fatto che non è poi così importante definirsi cristiani; è più importante come ci sentiamo, come ci comportiamo, come viviamo. E poi il bisogno di dichiarare la propria identità ad ogni costo a me dà un po’ da pensare, anche se non posso rinnegare le mie origini, le mie esperienze, perché c’è comunque tutta una vita dietro.

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Luciana

Aggiungo solo una cosa che mi sono dimenticata a proposito dell’identità. Non so dove l’ho sentito, forse a “Pane quotidiano” in televisione, non importa; c’era un tizio che ha detto: “la nostra identità è definita dalle nostre azioni”. E io mi ci ritrovo perfettamente, cioè non è una questione ideologica, non voglio che sia una definizione ideologica, è proprio come viviamo. Lo ripeto: non so chi l’ha detto, ma è esattamente quello che io voglio affermare quando dico che non mi interessa puntare su questo aspetto qui.
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Angelo

Il mio cammino rispetto al vostro è più breve… Una cosa che mi ha fatto male e che poi si è concretizzata con questa cosa che ha fatto Franco, con la divisione, è che lui aveva detto, a Piossasco, un concetto che aveva ribadito anche altre volte: nel momento in cui nella comunità c’è una divisione nel cammino o cambia il modo di pensare, nel momento in cui si verifica questo, io non vengo più, non mi ritrovo più; e infatti è successa questa divisione. La ricollego a un episodio accaduto questa estate: c’era un prete a cui io avevo accennato un po’ alla faccenda dell’accoglienza, della condivisione, e lui diceva che c’è il rischio di ricondurre la religione a un comportamento etico, in cui tutti si rispettano, però senza quel quid della spiritualità, quel bonus che ti porta a riconoscere questa spiritualità in Dio, la fede in un Essere superiore che ti conduce a un comportamento eticamente corretto. Prima di tutto vuol dire che tu non mi riconosci dignità, mi credi inferiore? Vedo in questo un atteggiamento da chi sta in cattedra, da chi ti guarda dall’alto in basso. E questo mi ha ferito, mi ha fatto pensare: allora io sono il figlio della serva? Era solo questa piccola riflessione che volevo fare.
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Memo

Mi ritrovo con quello che avete detto, in particolare per alcuni pensieri.
Ieri sera pensavo agli anni ’60 e alla storia delle Comunità Cristiane di Base. Mi ricordavo quando, ventenne, leggevo sui giornali che con la nuova frontiera, il “new deal” – Kruscev, Papa Giovanni… prima c’era stato Martin Luther King – c’erano delle speranze; ecco: avevo vent’anni e credevo in un mondo diverso, nella possibilità di cambiare … sognavo, per dirla con parole di oggi, cieli nuovi e terre nuove…
Poi ricordo bene quando anni dopo nacque la Cdb dell’Isolotto… lo scontro fra Mazzi e il cardinale.., Marco Bisceglie, Ravello… il Vandalino di Torino, Oregina a Genova con Zerbinati… San Paolo a Roma, Pinerolo… nomi di persone e realtà che io non conoscevo, ma che avevo imparato a conoscere attraverso i giornali, allora se ne parlava; e vedevo, in questi tentativi, delle speranze di cambiamento… Allora i riferimenti erano ancora vicini alla chiesa romana, c’era stato il Vaticano II, speravo che la Chiesa tutta, in particolare la chiesa gerarchica operasse quel rinnovamento aperto con il concilio… Poi è arrivata l’esperienza della Comunità di Pinerolo: per me sono trentasei-trentasette anni di comunità. Pensavo proprio a questo: provare ad azzerare (forse esagero) tutto… circa duemila anni di sovrastrutture che gli uomini, più che le donne (le donne, infatti, hanno potuto fare poco in questo, perché gli uomini non hanno dato loro spazio), hanno messo nel messaggio di Gesù, nel messaggio evangelico. A parte le strutture della chiesa, pensiamo alla terribile inquisizione, che ha mandato all’altro mondo molta gente, soprattutto molte donne…. provare per un attimo ad azzerare tutte queste cose qui e tentare di tornare alle origini. E le origini, quali erano? In questo momento non ricordo il passo degli Atti in cui si dice che “vivevano in armonia, mettevano in comunione i loro beni etc. etc…”: ecco, questo per me è il messaggio e la proposta di una esperienza. Per cui in quest’ottica il termine “cristiano” credo che sia bene, tutto sommato, lasciarlo. Perché? Perché, se fosse omesso o se usassimo un altro termine, rischieremmo probabilmente di non farci capire dalla gente, dalle persone.
Poi mi piace un’altra affermazione. Hai ragione, Carla: dirci cristiani vuol dire appartenere, seguire una proposta, la strada di Gesù… per cui nell’accezione mia il termine “cristiano” va in questa direzione. Altro discorso, anche se Luisa mi ha già un po’ preceduto: io credo che la prima cosa, l’elemento vivificante, sia la sequela del profeta di Nazareth, di Gesù. Poi, l’immaginario di Dio è una realtà, a mio avviso, personale, giustamente personale, e come tale può anche non essere condiviso, nulla lo vieta, ma il messaggio evangelico – chiamiamolo come vogliamo -, è amore, condivisione, accoglienza… se non la facciamo fra di noi è meglio fare altro nella vita… Poi però qualche volta mettiamo avanti una teologia. Se fossero “teologie” mi andrebbe anche bene… Ma “una” teologia, la teologia che piace a noi!… poi ci aggiungiamo altre cose, i ministeri o, meglio, il ministero oppure altro…
Se io parlo di “una” teologia, facilmente arrivo all’ortodossia, e poi arriva tutto il resto… non dico la scomunica, però si arriva a dire: non possiamo più stare assieme! E questa per me è la cosa da evitare. Quando, invece, al centro c’è il messaggio evangelico, le cose vanno diversamente e questa è una realtà in cui mi trovo e mi fa stare bene. Com’è stato un regalo importante, per me, tornare a partecipare alle eucarestie e al gruppo biblico, dopo che, per un po’ di tempo a causa di forza maggiore, ho frequentato saltuariamente la comunità.
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Paolo

Vorrei partire da cosa è per me la comunità di base di Pinerolo, da come l’ho vissuta, bene o male, e dal perché in questi ultimi 4 anni, con sofferenza, ho deciso di non partecipare più… Parto anch’io dalla parola “cristiano”.
Sono importanti, sicuramente, sia il termine “comunità” che “di base” che l’insieme “comunità di base”; dal mio punto di vista personale, anche rivedendo un po’ quello che mi avete detto negli anni, mi avete insegnato, mi avete suggerito, con cui mi avete accompagnato fin da quando avevo tre anni e mi nascondevo in braccio a papà o mamma durante gli incontri di catechesi del sabato…
Quando penso alla parola “cristiano”, per me il significato non è quello comune di identificazione/sovrapposizione con il cattolicesimo (romano)… tanto che quando, in merito alla destinazione dell’8×1000, si parla della Chiesa Valdese, spesso senti dire… “ah! alla religione valdese, che non è cristiana, possiamo dare i soldi dell’8 x mille”…
Quando io parlo di cristianesimo lo intendo come un riferimento alla sequela di Gesù di Nazareth e al cammino, ai percorsi degli uomini e delle donne che erano con Gesù e che subito dopo la sua morte si sono messi insieme, anche per farsi forza, e hanno dato vita alle prime comunità domestiche, addirittura prima, cioè, che Saulo di Tarso facesse “la frittata”, tentando di porre le basi per quelli che saranno i primi tentativi di istituzionalizzazione, di creazione di una chiesa contro la chiesa di Gerusalemme di Giacomo. Senza dimenticare che il “povero” Saulo, di formazione greca, faceva quello che poteva, anche lui, come tutti/e, figlio del suo tempo…
A parte questa parentesi, per me le parole “cristiana”, “comunità” e “di base” sono tre termini interdipendenti, che vanno tenuti insieme, anche nella libertà di ognuno e di ognuna di dare più valore a una delle tre. Però è ovvio che, senza la parola “comunità”, le altre due, sempre relativamente al nostro cammino, non significano nulla: possiamo essere cristiani di base quanto vogliamo, come sono molti gruppi, ma quello che ci caratterizza, anche come movimento nazionale, è il fare comunità, lo stare insieme, il condividere…
Detto questo, la parola “cristiano” io la intendo come “amici ed amiche di Gesù”, uomini e donne alla sua sequela che nella loro umanità hanno cercato e cercano ogni giorno di metterne in pratica gli insegnamenti, secondo la volontà di Dio… ovviamente avendo ben presente che Gesù cristiano non era e non avrebbe mai immaginato che l’interpretazione dogmatica delle sue parole avrebbe potuto creare lo sfacelo di questi duemila anni…
Noi oggi viviamo un tempo segnato da una richiesta esterna molto forte di caratterizzazione e di identità… perché c’è, io la vedo anche tutti i giorni a scuola, questa cosa; c’è una richiesta da parte della società, delle altre persone in tutti gli ambiti, lavorativo, scolastico, sociale, del volontariato, religioso: “Tu chi sei? Come ti identifichi? Sei con me o contro di me? Etero, omo, trans…? Sei bianco o nero, giallo o…?”. Quindi il “problema” dell’identità, se c’è, penso possa anche essere affrontato, con la dovuta attenzione e tranquillità… però, per quanto mi riguarda, mi troverei a disagio se una delle tre parole, per qualche motivo, venisse o considerata “di meno” o omessa. Tra tutte le parole della nostra storia e del nostro percorso, purtroppo, la parola identità ultimamente temo sia stata utilizzata non per unire, ma per dividere. E’ anche pur vero – mi auguro di non dire stupidaggini – che c’è scritto da qualche parte: quando non riuscite più a stare insieme, non continuate a farvi del male, ma dividetevi, se il litigare provoca sofferenza; poi magari vi ritroverete…
Ritengo inoltre che questo discorso sia importante anche “verso l’esterno”, perché è vero che qualcuno potrebbe dire: “ah… cristiani… voi siete cattolici allora… siete come gli altri…”, ma la nostra risposta potrebbe essere: “un attimo… sai cosa vogliono dire queste parole? Vieni una volta che ne parliamo, ci conosciamo, ci confrontiamo”; senza voler fare proseliti, ovviamente… Ad esempio, partecipando da alcuni anni a riunioni di realtà totalmente scevre – almeno in teoria – da una matrice di fede o confessionale, come il Coordinamento Torino Pride e come la stessa Consulta per la laicità delle Istituzioni, associarci alle parole “Comunità Cristiana” e poi “di base” in questi anni è servito… Cioè, se noi non fossimo stati “Comunità Cristiana di Base”, probabilmente la Consulta non ci avrebbe mai contattati, perchè, dal loro punto di vista, gli interessava conoscere questa nostra realtà…
Ricordate quando al Gay Pride, non ricordo se a Milano o Padova, ci hanno messi in fondo al corteo ed in un altro posto non volevano lasciarci sfilare perché avevamo la scritta “cristiana”? La parola “cristiana” suscita di sicuro – anche giustamente, perché comunque in nome del cristianesimo di nefandezze ne sono state fatte – un’emozione, un sentimento spesso negativo… però poi, in realtà, parlando e spiegando abbiamo anche ricevuto applausi, se vi ricordate…
Mi interessava dunque parlare un po’ di cosa rappresentano per me le tre parole e di come bene o male le ho vissute io per “colpa” vostra in questi oltre trent’anni. E’ a voi che comunque io, come tutti i figli e le figlie della Comunità che poi, per varie vicende, hanno scelto altre strade, dobbiamo dire grazie per essere stati formati in questo modo, nel bene o nel male… Siete voi che avete prodotto questo…
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Luisa

Suona strano questo fatto che ci troviamo a dover discutere se chiamarci “Comunità di Base” o “Comunità Cristiana di Base” e non vivere la vita di comunità; è questa cosa che mi disturba… Io ho sempre vissuto la comunità come un posto molto aperto, dove tutti e tutte avevano cittadinanza, dall’ateo alla persona non credente a tutti i tipi di persone che sono arrivate in comunità e a cui mai si è chiesto la patente… mai. Adesso dico: ma allora c’è qualcosa che non funziona…
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Memo

Ricordo le parole di **, quando ha detto: “Io ho ricevuto molto da voi e… non capisco perché Franco voglia dividersi”. A parte il “non capisco”, mi ha colpito “io ho ricevuto molto da voi”, da tutta la comunità, nessuno escluso. “Grazie a voi in tre anni la mia visione del cristianesimo è cambiata totalmente”: mi ha colpito questa frase. Io non ho percepito questo cambiamento nel mio comportamento e nella vita della comunità, eppure per chi ci incontra la nostra esperienza, la nostra proposta può essere una cosa importante, senza nostro merito. Ma allora, forse, quel poco che abbiamo fatto in questi anni è servito, è stato utile… anche perché tutti e tutte in questi anni abbiamo accolto persone e gruppi in comunità e offrendo spesso ospitalità nelle nostre case…
Ed ora, con la separazione, rischiamo di distruggere quello che tutti e tutte abbiamo costruito, creando sofferenze e difficoltà o abbandoni da parte di chi non si sente di accettare queste scelte…
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Paolo

Fare la giustizia è cosa ben più difficile che pregare “come ci ha insegnato Gesù”, o meglio come quanto è stato codificato nei Vangeli canonici… pregare è quello che dice il papa tutte le domeniche, che si fa la domenica in tutte le chiese cattoliche… pregare come Gesù è quello che fa la chiesa cattolica, e noi non siamo la chiesa cattolica. Il vero “problema” è praticare la giustizia.
Da quello che ho sentito da voi rispetto allo scorso incontro regionale delle comunità di base piemontesi, mi pare che sia in corso un “tornare indietro” su questo tema rispetto a quanto detto e scritto addirittura 15–20 anni fa. Torniamo a prendere in mano i “nostri” libri: se ricordo si dicevano cose ben diverse sull’importanza e sulle difficoltà evidenti, e a volte quasi insormontabili, di praticare “veramente” la giustizia così come ci ha insegnato Gesù e gli uomini e le donne venuti prima di lui, di cui abbiamo testimonianza nelle Scritture.
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Memo

Nella Scrittura (ho imparato in comunità ad usare il metodo storico-critico) si legge che anche Gesù pregava come era capace, da buon ebreo. Il termine “pregare” mi va bene, io posso pregare in tanti modi, è una pratica personale e anche comunitaria: l’eucarestia per me è un momento di preghiera, quando spezziamo il pane, quando ci diamo la mano… però occorre che non sia solo una bella abitudine, sia qualche cosa che mi prende il cuore, mi sostiene sulla strada indicata da Gesù e mi fa stare bene in comunità.

La redazione
(da Viottoli n.1/2014)

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