29 aprile – V Domenica di Pasqua

Restare tralci vivi è una libera scelta

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. (Giovanni 15, 1-8).
Gesù è “nel Padre” (Gv 14,10) e in noi (15,4). Gesù è l’unica via al Padre (14,6) e noi siamo “fruttiferi/e” solo se restiamo in lui (15,4), perché “senza di me non potete far nulla” (15,5).

La rete d’amore

Quel gruppetto di uomini e donne a cui Gesù si rivolge non è una chiesa, una comunità religiosa, l’embrione del cristianesimo…è un gruppo di uomini e donne, icona dell’umanità. Tutti gli uomini e tutte le donne del mondo, della storia dell’umanità, passata, presente e futura, sono tralci della stessa vite. Gesù è il “nome” che Giovanni dà alla rete d’amore che ci lega e ci collega tra uomini e donne di tutto il mondo e di tutti i tempi.

Nel linguaggio evangelico il “mondo” è dove non c’è amore; ma dove c’è amore c’è Dio: l’amore è Dio. L’amore è la “legge di Dio” posta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna che nascono alla vita: anche di chi non crede e non frequenta chiese e culti.

Certo, per Giovanni la vite, l’albero da cui i tralci ricevono linfa, è Gesù; per altre fedi è direttamente il Grande Spirito o la Grande Madre Terra… Per milioni di anni non c’è stato Gesù, ma c’è sempre stata la vite dell’umanità, della creazione, di tutto il creato. Senza gerarchie, non solo dentro le chiese, ma neppure fra le chiese, le religioni, le culture…

Le gerarchie sono cominciate con il patriarcato, con la competizione instaurata dal monoteismo, da chi ha cominciato a credersi l’unico vero, l’eletto… nel proprio immaginario e desiderio di dominio. Perché l’attenzione è stata spostata sul vignaiolo, sull’agricoltore. Continua a leggere

22 aprile – IV Domenica di Pasqua

Non esistono ovili chiusi

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde;egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Giovanni 10, 11-18).

Il brano di Giovanni ci parla dell’identificazione di Gesù con il “buon pastore”. La figura del pastore era una delle poche rappresentazioni simboliche di Gesù nell’iconografia sacra in epoca paleocristiana.

Il dipinto più antico che rappresenta Gesù pastore è stato ritrovato nelle catacombe di san Callisto a Roma e risale alla fine del secondo secolo. Tuttavia, nel tempo, l’immagine del buon pastore è stata spesso banalizzata e mal interpretata.

Nel primo testamento si parla sovente di pastori e pecore. Infatti la sopravvivenza del popolo di Israele dipendeva dall’allevamento del bestiame, in particolare degli ovini (pastore/pastori compare 88 volte, pecora/pecore 129 volte e gregge/greggi 185 volte). Il termine pastore, oltre che nel racconto della vita di ogni giorno, (Abele, Davide, Mosè e Amos erano pastori Genesi 4, 2, 1Samuele 17,15, Esodo 3, 1, Amos 7,14), era spesso usato in modo simbolico per indicare la funzione di chi aveva il compito di governare e condurre il popolo come, ad esempio, i re.

Ma l’accezione più comune del termine, nella Bibbia, è quella del suo utilizzo per indicare Dio quale pastore del popolo di Israele “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…” (Salmo 23, 1-6; Salmo 79, 2; Gn 48,15). Continua a leggere

15 aprile – III Domenica di Pasqua

Essere testimoni

Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni (Luca 24, 35-48).

Gioia e turbamento

La figura di Gesù risorto è spesso evanescente (non è mai riconosciuto immediatamente), per far comprendere che non è più di questo mondo, ma allo stesso tempo è “materializzata” al punto da attribuirgli tutte le operazioni di personaggio terrestre, in modo da togliere ogni dubbio sulla sua nuova esistenza anche se sembra nuovamente un uomo di questo mondo.

Lo schema è più o meno sempre lo stesso; Gesù si fa presente improvvisamente, non è sempre subito riconosciuto e quando il riconoscimento avviene, i veggenti sono colti da grande gioia o da paura. Le “manifestazioni” del Gesù risorto, cominciate con le persone più umili, giungono alla fine anche agli uomini più qualificati della comunità, la quale ha annesso alle manifestazioni del Signore pari importanza che all’evento pasquale.

Il punto culminante è sempre la dichiarazione di Gesù “Sono io”. Il presente testo di Luca ridà un’apparizione di riconoscimento e quindi di missione. Essa mira a generare la convinzione che Gesù è vivo, si è mostrato realmente e fisicamente ai suoi. Il racconto segue un comune schema che si può chiamare “genere delle apparizioni”, frequente nella Bibbia. Continua a leggere

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