Lunedì 2 luglio 2012 – Vangelo di Matteo cap. 24, 1-44

Il Cap. 24 di Matteo si caratterizza per un discorso apocalittico che non ha  paralleli con gli altri vangeli. Infatti Mt è l’unico a parlare di parousia, un termine tecnico del linguaggio teologico che indica la venuta o il ritorno del Messia Gesù alla fine della storia. Ricordiamo anche che apocalisse significa un discorso relativo alle cose future o ultime (tà éscata, da cui anche escatologico). E’ un discorso forse per noi un po’ estraneo perché sono passati quasi 2000 anni e di fine del mondo, anche se annunciata da parecchi “profeti”,  non si è ancora visto nulla. Cecherò di illustrare tutto il capitolo 4 fino al versetto 45 escluso in quanto mi pare che gli ultimi versetti anche se collegati al discorso della parousia fanno parte dell’unità successiva, a mio modesto avviso.

Comunque trattandosi di cose future il discorso apocalittico non può che essere allusivo e immaginifico. La fine è il ritorno del Messia: quindi è a un evento salvifico che è orientata la storia del mondo. Ma fa parte dell’immaginario apocalittico la descrizione in termini futuri di una qualche tragedia storica che in realtà si è già consumata.

Il discorso vero è proprio viene diviso generalmente in due parti, la prima più ancorata al testo di Marco, la seconda propria di Matteo. Occorre notare che quando Marco scriveva la sua apocalisse gli eventi del ’70 erano ancora recenti, mentre per Matteo che scrive una decina di anno dopo, il quadro cronologico è immutato.

Seguendo la sua fonte egli predice che l’apparizione del Figlio dell’uomo avverrà “subito dopo la tribolazione di quei giorni (24, 29), ma egli insiste sul tema dell’ignorare circa il giorno e l’ora del suo ritorno, sul ritardo della paruosia che deve imporre a ogni credente una vigilanza fedele e prudente.

Ora una breve analisi del testo, senza la pretesa di illustrare tutto.

vv. 1 – 3

Questi versetti sono analoghi a Mc 13, 1: “Maestro, guarda che pietre e che edifici!”. Spesso Gesù quando si reca al Tempio fa osservazioni circa l’importanza e la durata di questi edifici. (Non dimentichiamo che quando i Vangeli sono scritti Gerusalemme è già stata distrutta e con essa il Tempio). Si anche accresce la distanza tra Gesù ed il tempio: la sua funzione è stata esercitata. Non è più necessario il tempio per l’annuncio del messaggio: saranno le comunità ad essere immagine. Certo Gesù ha pianto su Gerusalemme: era legato a questa città ed al suo tempio come tutti gli Ebrei osservanti eppure quando è scritto questo testo gli eventi sono trascorsi da un certo tempio e la distruzione della capitale è già stata elaborata. A Matteo interessa annunciare una seconda venuta, la parusia. E ai discepoli (ver. 3) interessa capire quando avverrà questo. Nella seconda parte si domanda il segno di due avvenimenti (la tua venuta e la fine del mondo), uniti in greco dallo stesso articolo, a significare che si tratta di due eventi inscindibili.

Come abbiamo visto parousia significa “venuta” e nel greco si riferisce alla vista compiuta da un re in una sua provincia lontana. Ma nell’uso neotestamentario equivale a ritorno e in Matteo si tratta sempre del ritorno escatologico del Figlio dell’uomo, e qui si intende  il tuo ritorno il Messia per discepoli.

vv. 4 – 14

Questa unità è introdotta da una duplice messa in guardia: “Guardate che nessuno vi seduca”. Eventi catastrofici quali guerre, insurrezioni o elementi naturali hanno sempre indotto la gente ha pensare in termini apocalittici alla fine del mondo. E’ molto naturale e anche umano diremmo noi. A questo fenomeno è associato il sorgere di impostori che Matteo chiama i falsi profeti, che approfittano dello sbandamento generale per contrabbandare dottrine soteriologiche (da soteriologia: salvezza). In ambito ebraico si può assistere a varie rivendicazioni messianiche. Non dimentichiamo che allora molti laeder dell’indipendenza della Palestina sono stati indicati come Messia o presunti  tali.

Matteo parla della fine. Però nonostante questi avvenimenti apocalittici non sarà ancora la fine. Ma solo chi avrà perseverato sarà salvato,  nonostante le difficoltà e le prove a cui sarete sottoposti. E quando l’evangelo sarà annunziato “in tutta la terra abitata” (vers 14) solo allora verrà la fine. Matteo inserisce in questo annuncio non solo più Israele, ma tutto il mondo: le genti pagane.

Il pericolo per Matteo non è esterno alla comunità, è interno: a causa delle tribolazioni molti  potranno “inciampare”  o cadere. Per l’aumento dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà e la legge verrà abbandonata. Occorre notare l’insistenza con la quale ritorna il termina molti: questa insistenza, insieme al tema della seduzione fa ricordare la polemica con cui si conclude il discorso della montagna. L’accusa mossa contro costoro più che di eterodossia, è di eteroprassi, di una prassi non motivata dalla carità.

vv. 15 – 28

“Guerre e rumori di guerre” non sono ancora al fine, ma solo i prodromi. La grande tribolazione di cui parla Matteo è collegata alla rivolta antiromana del 70 e alla successiva repressione per mano di Tito. Per il richiamo alla di   Daniele sembra riferirsi ad un episodio ricordato successivamente dalla storia: nel 135 l’imperatore Adriano edificherà un tempio dedicato a Giove sul luogo del tempio di Gerusalemme dopo che nel 70 Tito l’aveva profanato. Per gli Ebrei l’abominio è dunque l’oltraggio al tempio e al luogo.  E i Messia si sprecano sembra dire Matteo…

A questo punto in questo desolazione non resta che fuggire… E il brano termina con il riferimento alla venuta del Messia  (Vers 27) “Come infatti il lampo esce da oriente e appare fino ad occidente così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.” Sarà un evento manifesto visibile a tutti che non necessità di testimonianza o di predizioni.

Il riferimento agli avvoltoi potrebbe essere alle aquile romane, insegne dell’esercito di Roma, come segno di distruzione. Il termine avvoltoi in greco significa aquile.

vv. 29 – 35

La domanda dei discepoli era duplice: quando avverrà (ossia la distruzione del tempio) e quale sarà il segno della venuta del Messia. Fino ad ora Matteo ha  risposto alla prima domanda. Da adesso arriva anche la risposta alla seconda. Il segno non è qualche cosa di distinto dal Figlio dell’uomo, ma è il Figlio dell’uomo stesso.

In altre parole il segno del Figlio dell’uomo è la sua gloriosa parusia. (Vers. 30). Nessun segno particolare se non l’evento il quale segna la fine del mondo . Tre eventi in particolare sono descritti:

1) una perturbazione cosmica; 2) La visione del Figlio dell’uomo; 3) Il raduno degli eletti.

Secondo la patristica questa apparizione è identificata con il segno della croce (Nota redazionale).

La parusia del Figlio dell’uomo è inclusa tra due paragoni: la precede  il paragone con il lampo, la segue il paragone con il fico.

Questo secondo paragone mette in luce la certezza della venuta: come è sicuro che viene l’estate quando il fico mette le foglie, così è impossibile che la parusia sia ritardata una volta che si sono osservati i segni. Vi sono alcune contraddizione nel testo, a mio modesto avviso. La grande tribolazione è il prodrono della venuta del Figlio dell’uomo. Il paragone con il fico in verità è segno di benedizione e non di distruzione… però in altre versetti vi è anche l’immagine del fico sterile…

Non è verosimile che Matteo parli della parusia come di un evento che deve necessariamente verificarsi nella sua generazione, ma la distruzione del tempio è un avvenimento a lui contemporaneo. Come si vedrà al vers. 36 non si può stabilire quale sia il tempo della venuta del regno, ma la fine del tempio ne è un segno certo.

vv. 36 – 44

Il vers. 36 costituisce uno spartiacque nel discorso: esso introduce un brano di transizione al tono esortativo che dominerà tutta la seconda parte del discorso, quella più propriamente matteana.

Ma lo stesso versetto contiene la più risoluta affermazione dell’ignoranza circa il tempo della fine.

Matteo ricorre al racconto di Noè per illustrare l’incapacità a registrare gli avvenimenti che stanno avvenendo.

Ma questi eventi avranno un altro effetto dirompente: distruggeranno la solidarietà civile. Sono due gli uomini…uno sarà salvato e l’altro abbandonato al disastro. Marguerat, citando 1 Ts, 4,17 dice che gli eletti saranno rapiti sulle nuvole per andare incontro al Figlio dell’uomo, mentre gli altri saranno lasciati sulla terra.

“Vegliate dunque …” (Vers. 42) ecco il passaggio dalla descrizione all’esortazione, per ché non sapete…

Proprio perché nessuno sa il giorno né l’ora della parusia occorre aspettarsela da un momento all’altro, ovviamente secondo Matteo.

Memo Sales

Lunedì 25 giugno 2012 – Vangelo di Matteo cap. 23

vv. 1-12

Questi versetti, che indicano il giusto rapporto che deve stabilirsi tra i componenti delle prime comunità dei seguaci di Gesù, si trovano nel contesto di una polemica contro il comportamento della dirigenza religiosa giudaica del tempo. Questa polemica contro i dottori della Legge e i farisei non mette in dubbio la correttezza del loro insegnamento, tant’è che Matteo, tramite le parole di Gesù, esorta i discepoli e le discepole a seguirlo e a metterlo in pratica. Essi non sono cattivi maestri ma maestri inadempienti, incoerenti. Non va accettato l’esempio della loro vita che non corrisponde ai loro insegnamenti: pretendono dagli altri ciò che essi non fanno; si servono della spiegazione della Scrittura e sfruttano il proprio ruolo di maestri e di guida nei problemi etici per acquistare potere sopra agli altri membri delle comunità.

L’autore del Vangelo di Matteo parla come il rappresentante di un movimento critico di riforma all’interno del giudaismo, che non si considera una nuova religione al di fuori o in contrapposizione ad esso. Questa polemica Matteo la indirizza anche verso i rapporti che si stanno instaurando nelle prime comunità dei seguaci di Gesù dove si sta affacciando la tentazione di ripetere i vecchi schemi di potere.

Gesù ha istituito un nuovo rapporto fra Dio e la comunità che non si basa sulle metafore di un dominio regale ma è piuttosto un rapporto di servizio. In Gesù, Dio si spoglia del potere divino e diventa servitore (Filippesi 2,7). Il rapporto con Dio e con Gesù crea un rapporto di uguaglianza che mette in primo piano la comunione: fra i/le seguaci del nazareno non devono più esserci relazioni basate sugli schemi umani dei rapporti di potere fra padri e figli o fra padroni e servi. E coloro che nella comunità hanno una maggiore comprensione del Vangelo e conducono una vita più impegnata al servizio del Vangelo, devono intendere questa loro posizione come un compito di servizio ed essere più degli altri d’aiuto ai fratelli e alle sorelle. Gesù è il modello di queste nuove relazioni.

vv. 13-36

Questi 7 guai sono di una forte violenza verbale e, come tutto il capitolo, risentono del clima di tensione polemica tra le prime comunità e il giudaismo ufficiale rappresentato, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., dal gruppo dirigente degli scribi dell’indirizzo farisaico. La critica e soprattutto la qualifica di “ipocriti” data a questo gruppo ha contribuito a costruire l’immagine negativa degli osservanti giudei, per cui “fariseo” è diventato sinonimo di falso e ambiguo. Questo non corrisponde alla realtà storica anche se alcune deformazioni e difetti dei maestri farisei sono stati criticati all’interno della stessa tradizione rabbinica; lo stesso Gesù nell’azione e nell’insegnamento era vicino alla linea dei farisei impegnati.

Il genere letterario dei “guai” è un genere profetico. Non è mai una maledizione, ciò è vero per i profeti dell’A.T. ed è vero per l’evangelo, dove “Gesù non maledice mai nessuno, neppure l’albero di fico inaridito”, ma è una denuncia del peccato e una minaccia del giudizio che può ancora essere evitato con la conversione. I 7 guai non si rivolgono a tutto Israele ma solo ai suoi capi, gli scribi e i farisei che dopo il 70 sono alla guida del giudaismo.

Nel contesto di Matteo, oltre alla denuncia dell’ipocrisia della classe dirigente religiosa giudaica, c’è anche un tacito invito agli ascoltatori delle prime comunità perché prendano coscienza della gravità di quella deformazione religiosa che può infiltrarsi anche tra loro. “In particolare, i ‘guai’ denunciano una serie di peccati (simulazione di pietà, vanità, miopia, esteriorità) che sono tipici degli uomini religiosi di tutti i tempi, ciò che ha meritato loro la definizione molto esatta di ‘specchio dei preti’ ” (Alberto Mello).

Il primo ‘guai’ riguarda il “vietare l’accesso al regno di Dio”. “Entrare nel Regno” è sinonimo di aderire all’evangelo del regno, quindi il peccato farisaico che qui viene denunciato è l’ostruzionismo nei confronti dell’evangelo. Oltre a non aderire al messaggio di Gesù, questi maestri con la loro influenza impediscono di fatto alla gente di imboccare la strada o la porta della vita.

Il secondo ‘guai’ riguarda il proselitismo. Per “proselito” si intende qualcuno che è passato dal paganesimo all’ebraismo attraverso il battesimo e la circoncisione. Ciò che Matteo denuncia è la tendenza del neo convertito ad essere ancora più intransigente di quanti sono nati nell’ebraismo e a diventare “nemico dell’evangelo” il doppio di loro. In questa critica si avverte l’eco del conflitto tra i due gruppi missionari, quello giudaico e quello che sarà poi chiamato cristiano, che si scontrano nelle zone della diaspora.

La terza invettiva riguarda il giuramento (vv. 16-22). Questo argomento deriva dall’uso rabbinico di evitare il nome di Dio attraverso un giro di parole. Il tempio, l’altare o il cielo nei formulari del giuramento erano sostituti del nome di Dio. Ma il problema vero è che Gesù ha contestato la pratica del giuramento (cap. 5,33-36), inteso come sostituto o copertura dell’incoerenza e della falsità nelle relazioni tra le persone. Al v. 17 Matteo trascinato dalla polemica ha dimenticato l’insegnamento del suo Maestro che non si deve dare dello “stupido” a un fratello.

Quarto ‘guai’ le decime: la Torà prescrive di dare la decima sul frumento, sul vino, sull’olio e sul gregge. Matteo non contesta l’estensione di questa tassa religiosa da parte dei farisei anche ai tre tipi di erbe, ma evidenzia la contraddizione tra l’attenzione a queste minuzie e la trascuratezza dei doveri etici fondamentali: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. I giusti rapporti con il prossimo ispirati dall’amore accogliente e benevolo, la “misericordia”, sono la trascrizione pratica della fedeltà a Dio.

Quinto e il sesto ‘guai’ sono associati perché smascherano l’ipocrisia delle osservanze legali sul puro e impuro. Matteo ripropone l’ideale della vera purità che abbraccia l’intera esistenza umana a partire dall’interiorità del cuore come dice in un altro contesto al cap. 15 . Questa purità che matura nell’intimo dell’essere umano, si realizza sul piano delle relazioni giuste tra le persone in base alle quali si valuta anche l’uso delle cose.

Il settimo ‘guai’ riguarda l’ipocrisia dei capi e responsabili giudei che nel momento stesso in cui costruiscono e restaurano i monumenti funebri dei martiri del passato e si dissociano a parole dai misfatti dei loro padri, con i fatti si mostrano solidali con quella storia, perché a loro volta stanno perseguitando gli inviati di Gesù (profeti, sapienti e scribi).

Dal v. 34 Matteo presenta nella forma di annuncio futuro la storia di conflitto e di rifiuto violento da parte della sinagoga, che stanno già vivendo le prime comunità. In questo elenco di persecuzioni l’autore calca un po’ la mano, perché è inverosimile che gli annunciatori dell’evangelo siano stati crocifissi dai capi giudei, visto che questo era un potere riservato solo all’autorità romana.

vv. 37-39

Alla serie dei guai segue il lamento su Gerusalemme, simbolo e concentrazione di tutta la storia di Israele. Già nelle Scritture Ebraiche il guai è spesso associato al lamento (Am. 5,1ss.), dalla violenza della denuncia si passa ora alla tenerezza e alla compassione. Adesso Gesù non si rivolge solo più ai capi ma a tutto il popolo, a tutta Gerusalemme che come centro di potere è la città che uccide i profeti e lapida quanti le sono stati inviati. Tuttavia Gesù ha fatto tutto il possibile per risparmiarle la rovina. “Quante volte” sembra alludere a un’offerta ripetuta, non solo ai giorni di Gesù, ma anche tramite gli invii successivi: la venuta del Messia nell’umile servo Gesù è un’occasione che Gerusalemme non ha saputo o voluto accogliere, né nella sua persona né in quella dei suoi inviati. Tuttavia il v. 39 si conclude con la promessa del ritorno del Signore e con l’annuncio della salvezza alla fine dei tempi.

Luisa Bruno

Lunedì 18 giugno 2012 – Vangelo di Matteo cap. 22, 15-46

Gli avversari di Gesù si ritrovano ancora una volta tutti d’accordo. Nel tempio si sono alternati “i sommi sacerdoti e gli scribi” v.15 cap. 21, poi al v. 23 sempre  “i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo”, e sempre nello stesso capitolo al v. 45 “i sommi sacerdoti e i farisei”, poi in questo cap. al v. 15. “ i farisei e gli erodiani” , più avanti al v. 23 troviamo “i sadducei” e verso la fine di questo cap. ai vv. 35-41 ritroviamo “i farisei”. Questi avversari, più o meno sempre in lotta tra loro, ora si trovano tutti uniti contro il nemico comune.


vv. 15-22

Gli erodiani, che raggruppano i partigiani della famiglia regnante che era ligia al potere di Roma, dovevano essere i testimoni di un eventuale risposta non allineata di Gesù. Questo episodio è riportato anche in Mc. 12,14-15; e in Lc. 20,20-26, in cui la domanda è posta sia in forma teorica che in forma pratica, mentre qui Mt. è solo teorica. La questione è posta in modo insidioso, che la risposta di Gesù sia affermativa o negativa, scatenerebbe comunque o l’ira del popolo o la reazione delle autorità romane.

Per capire meglio il contesto e la situazione culturale in atto al tempo, riporto di seguito la preziosa esposizione che ho trovato nel commentario di Ortensio da Spinetoli.

“L’uso delle monete straniere era ritenuto dalle correnti giudaiche più estremiste una forma di culto idolatrico, condannata di per se dal secondo comandamento. Non era stata approvata per questo l’introduzione di immagini dell’imperatore o di emblemi che ne simboleggiassero il potere del tempio per non menomare la regalità, sovrana e unica di Jahve. Quando i procuratori (per es. Pilato) avevano tentato di farlo per offendere e umiliare l’alterigia giudaica, avevano incontrato la più ostinata reazione e opposizione. Il giudeo che riconosceva l’autorità di Cesare, metteva in dubbio la propria sottomissione a Dio. Gli zeloti seguivano a riguardo una linea dura: rifiuto del potere imperiale e del pagamento dei tributi. Essi non facevano nessuna questione, né di principio, né pratica. I farisei invece avevano adottato un atteggiamento intermedio; si erano rassegnati al pagamento delle imposte, in cambio della libertà religiosa che godevano.”( da “Matteo” di Ortensio da Spinetoli pag. 594).

La domanda posta a Gesù non ammette alternative, sembra che non vi sia via d’uscita, ma la risposta che Mt. fa dire a Gesù è attenta a non fare mosse false: i cristiani venivano accusati di scarso interesse per la patria e di compromesso. La risposta di Gesù sposta la questione sul lato pratico: “Mostratemi la moneta del tributo” .

Questi, come tutti i giudei, avevano in tasca monete romane e quindi avevano già dato una soluzione al problema e poi i cristiani non avevano fatto mai obiezioni al pagamento, inoltre non era loro diritto conoscere ciò che Gesù o i cristiani pensavano di Roma. Inoltre, l’autorità imperiale o locale è stata ritenuta sempre di diritto divino (Cfr. Rm.13,1), ma la resistenza che viene posta al potere politico è solo di natura religiosa, quando questi rivendica attribuzioni o onori sacri..

Ciò che deve essere negato a Cesare non è il tributo o il riconoscimento dell’autorità politica, ma tutto ciò che ostacola la volontà di Dio, cioè, tutto quanto impedisce la giustizia e il bene comune e il riconoscimento della superiorità assoluta di Dio, cioè non fare dell’imperatore un idolo, per via della sua immagine sulla moneta.

Ciò che ha predicato Gesù, così come i profeti e lo stesso Giovanni Battista, non è stato apolitico, ma ha tentato di capovolgere le situazioni sociali del loro tempo. Ha predicato e praticato l’uguaglianza e di conseguenza il sovvertimento dell’ordine costituito in cui non ci poteva essere né il tempio di Gerusalemme, così come era costituito, né il regno di Erode, né l’impero di Roma. Poi c’è chi ha scelto il compromesso, allora come oggi. Se Gesù non avesse scomodato il potere religioso e politico, non sarebbe finito in croce.


vv. 23-33

Il brano è centrato sulla risurrezione o sulle modalità della vita futura. I sadducei che non credono alla risurrezione, tentano di mettere in ridicolo tale dottrina, pongono la domanda citando un caso evidentemente ipotetico, cercando di darle credibilità. L’obiezione si basa sulla legge del levirato che imponeva all’uomo di sposare la moglie del proprio fratello se questi moriva senza lasciare figli maschi (Cfr. Dt. 25,5).

Siamo in piena cultura patriarcale ed in questo periodo la donna era completamente limitata alla cura della famiglia, mentre era l’uomo che doveva provvedere al suo mantenimento, quindi se il marito moriva e vi erano dei figli maschi, erano questi che dovevano provvedere al sostentamento della vedova, nonché loro madre, in caso contrario vi doveva provvedere il cognato. Tutto questo per non abbandonare in miseria la donna, ma senza che lei potesse esprimere alcun parere.

Ma Gesù smonta tutta la lunga argomentazione dei sadducei, affermando che non conoscono né le scritture né la potenza di Dio. Nella sua risposta Gesù colloca il matrimonio nelle cose transitorie, contingenti, imperfette, destinate a scomparire. Il matrimonio non è insostituibile per la continuità dell’esistenza, ogni forma di relazione, di convivenza o di amore può essere considerata alla pari del matrimonio.

Al v. 32 troviamo una citazione presa da Es. 3,4, in cui l’autore, nel sostenere e credere nella risurrezione, riporta la presentazione o il segno di riconoscimento che colui che parlava a Mosè era lo stesso Dio dei patriarchi, quindi se i patriarchi vivevano presso Dio era segno che erano usciti dal regno della morte. Ma poi Gesù fa un’altra affermazione, dice che non è il Dio dei morti, ma dei vivi.

Questa affermazione riporta l’attenzione al presente più che al dopo vita, come dire che è più importante preoccuparsi di come si vive piuttosto che di cosa succederà dopo la morte, e nei confronti della donna e vedova sembra che dica: fate in modo che anche nei suoi confronti sia praticata la giustizia e l’amore di Dio oggi e non pensate al dopo morte, perché questo vi distoglie e vi allontana dalla vita stessa.


vv.34-40

Un fariseo, dottore della legge, va da Gesù con il proposito di confonderlo e comprometterlo.

Riguardo alla legge a cui fa riferimento la domanda posta a Gesù, vi erano varie scuole e altrettanti maestri che davano diverse interpretazioni, vista la molteplicità delle prescrizioni in cui veniva suddivisa: circa 613. la ricerca di un principio unico su cui orientarsi nelle scelte pratiche della vita, era sentita anche dai giudei. La risposta di Gesù sembra scontata, sia nell’indicare come importante l’amore di Dio, che quello verso il prossimo, due aspetti segnalati dalla legge e che ogni buon israelita cercava di rispettare. La novità che sta nella risposta di Gesù consiste nel aver equiparato i due precetti, nell’affermare che è simile al primo dice che merita uguale attenzione. Si tratta di dedicare al prossimo la stessa cura, la stessa attenzione che diamo a Dio, con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.

Nella concezione ebraica il cuore era la sede degli affetti e dei pensieri, l’anima ricordava il suo aspetto vitale, la mente intesa come forza: occorre amare l’altro/a con tutto il proprio essere, realmente e non solo a parole, offrendo un aiuto che sia partecipe del vissuto altrui.

Sempre da “Matteo” di Ortensio da Spinetoli pag. 602, un pensiero che faccio mio: La legge e i profeti sono come un fascio di forze sparse che rischiano di disperdersi ulteriormente se non si fermano a questo aggancio. Il più grande comandamento per un cristiano è lo stesso che per un giudeo. Non ci sono due vie di salvezza, di Mosè e di Cristo, ma c’è solo quella di Cristo, che è lo sfocio di quella di Mosè.
vv.41-46

Matteo presenta un Gesù che va dai farisei mentre sono riuniti in consiglio, per mettere in evidenza la sicurezza e la padronanza di Gesù davanti ai suoi avversari, anche se la storia può essere andata diversamente, la ricostruzione ha bisogno di effetti efficaci. Mentre Mt. scrive, i giudei non si erano ancora convinti ed anche i giudeo-cristiani erano perplessi sul ruolo messianico di Gesù. quindi lui scrive per ribattere le accuse degli uni e per eliminare le perplessità degli altri: la filiazione di Gesù va oltre la sua discendenza davidica, per Mt. Gesù è Signore e questa signoria sarà messa in luce dalla sua risurrezione


Riflessioni dal gruppo

vv. 15-22 : Gli avversari di Gesù non cercano il dialogo, il confronto con chi la pensa diversamente da loro, ma cercano di aggredire, di umiliare. Credono di possedere la sola verità. Vi è una indisponibilità ad una relazione che possa fare interrogare, non sono aperti alla ricerca.

vv.34-40: Amare il prossimo come se stessi. Quanto siamo capaci di amarci? E se non lo siamo, come possiamo amare gli altri? Bisogna avere una buona autostima e fiducia in se stessi, per amarsi c’è bisogno di sentirsi riconosciuti, se si sta bene con se stessi si sta bene anche con gli altri, se si ama solo gli altri è una forma di possessività. È più facile amarsi se si ha la consapevolezza di sentirsi amati. L’amore è il comandamento centrale della vita, abbiamo bisogno di relazioni d’amore, è un allenamento  che dura tutta la vita.

Maria Del Vento

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