21 aprile – Pasqua del Signore

Gesù è vivo in Dio

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti (Giovanni 20, 1-9).

Il vangelo di Giovanni ci parla della scoperta del sepolcro vuoto da parte delle donne e dei primi discepoli e della loro intuizione della “vita nuova” di Gesù. La Pasqua per i cristiani è una festa di gioia, è la grande festa della resurrezione, epilogo degli avvenimenti drammatici ricordati nei riti della settimana santa: l’ultima Pesach celebrata da Gesù coi discepoli, la passione, la crocefissione e la morte.

Possiamo comprendere meglio la Pasqua se ricordiamo che cosa era ed è la Pasqua o Pesach ebraica. E’ la festa più significativa per Israele, è il ricordo dell’esodo, della liberazione del popolo dalla schiavitù in Egitto, il ricordo del patto con Dio, la promessa della terra e della libertà; è la festa della primavera, quando ricomincia una vita nuova anche per la natura.

Il cerimoniale della cena pasquale degli ebrei (seder), adesso come ai tempi di Gesù, è complesso e pieno di contenuti simbolici (le erbe amare, memoria delle durezze della schiavitù in Egitto, il pane azzimo quale ricordo del pane che non ebbero il tempo di far lievitare e di cui gli Israeliti si cibarono durante la loro fuga, le coppe di vino bevute ringraziando Dio per la liberazione e per il patto di alleanza suggellato con Israele). Per ogni ebreo è l’impegno a cominciare un cammino di liberazione ogni giorno.

Gesù ha attribuito grande importanza alla celebrazione del suo ultimo seder con i discepoli: “ho ardentemente desiderato mangiare con voi questa pasqua prima del mio patire” ( Lc 22, 14-16). Sapeva che la cena avrebbe avuto il significato di un addio e ha voluto lasciare un segno che potesse diventare un sostegno dopo la sua morte: sarebbe stato possibile renderlo presente ogni volta che ci si fosse trovati insieme a condividere il pane e il vino ricordandolo, poichè era certo che sarebbe stato sempre vivo in Dio.

Dopo la cena Gesù si è avviato al monte degli ulivi iniziando la strada che è culminata con la crocefissione, la morte e la deposizione nel sepolcro.

Nel racconto di Giovanni, sia Maria Maddalena che i discepoli sono ancora spaventati e schiacciati dagli avvenimenti, si sono forse dimenticati delle frasi di Gesù: (Matteo 26:29) “Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».

Maria Maddalena va per ungere il corpo del maestro, teme che lo abbiano rubato, ci vorrà un angelo per ricordarle il messaggio di Gesù e consentirle di credere che Gesù è ancora vivo anche se in modo diverso. “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”.

I racconti dei vangeli e degli Atti ci dicono che la comprensione della resurrezione è stata un processo graduale per i discepoli, descritto simbolicamente con le varie apparizioni di Gesù.
Sembra facile superare il lutto con un angelo che ti annuncia la resurrezione, in realtà l’angelo è una metafora e probabilmente la comprensione della pienezza della vita di Gesù in Dio è stato un cammino molto lento.

Cogliere il messaggio implica una sensibilità attenta ai segni dell’amore e questa sensibilità forse è stata più accentuata nelle donne che per prime hanno intuito che Gesù era vivo in Dio e sempre presente nella loro vita, senza bisogno di costruzioni teologiche, perché era vivo in loro il suo messaggio, erano diventate chiare le sue promesse “Chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11, 25).

Solo la fede, solo gli occhi della fede (e non quelli della carne) condussero i discepoli a fidarsi delle parole che il nazareno aveva loro detto. La risurrezione non ha dimostrazioni. I linguaggi biblici delle apparizioni e della tomba vuota sono codici linguistici del tempo, non prove. La realtà della risurrezione non ha prose empiriche. Come la stessa realtà di Dio, non è dimostrabile.

Si è discusso tanto sul sepolcro vuoto, in realtà non ha importanza se il sepolcro era vuoto o no, perchè la resurrezione ha un carattere trascendente.

Queiruga nel libro “La resurrezione senza miracolo” dice “la morte e la resurrezione coincidono”. Gesù è risorto al momento della morte sulla croce. Morire non vuol dire fine della vita, ma completamento della vita in Dio. La tomba vuota è il modo con cui è stato rappresentato, nella mentalità di allora, il fatto che Gesù ha raggiunto la pienezza della vita in Dio.

Kung usa l’espressione “morire all’interno di Dio” perché all’interno di Dio è tutta la nostra vita. L’immersione nell’amore di Dio di ognuno di noi con la propria specifica individualità si completa solo dopo la morte, in questo senso resurrezione è completamento della vita, raggiungimento della piena realizzazione dell’uomo.

Questo concetto si è formato lentamente attraverso i secoli nella comunità ebraica, ma è stato rivelato pienamente, anche se con l’uso di metafore (la tomba vuota appunto, le apparizioni..), solo con Gesù.

Gesù è vivo in Dio, e, dice anche Queiruga, come lui, tutti i defunti. E’ questo il grande messaggio di speranza per ognuno di noi.

I vangeli e gli atti ci testimoniano che nelle prime comunità, dopo la morte di Gesù era sentita la sua presenza, lo sentivano vivo quando si riunivano e lo riconoscevano allo spezzare del pane. Gesù è presente nello stesso modo in ogni nostra eucarestia e nella nostra vita quando riusciamo a seguire la sua strada di fratellanza e di lotta per la giustizia.

Gli ebrei nella Pasqua celebrano l’esodo del popolo verso la libertà e il cammino di rinascita di ogni uomo. Per noi la Pasqua mantiene un analogo significato: ricordiamo il cammino compiuto da Gesù per essere fedele al proprio messaggio di uguaglianza fino alla morte e la trasformazione della morte stessa nella pienezza della vita in Dio.

Per ognuno di noi la Pasqua dovrebbe rappresentare un impegno a risorgere ogni giorno a una vita vera, cercando la costruzione del regno di Dio già qui sulla terra, cioè operando per promuovere la giustizia e il diritto di ogni uomo alla felicità e all’utilizzo paritario dei beni che ci offre il creato.

Vuol dire, ad esempio, lottare per l’accoglienza degli extracomunitari, per il rispetto del corpo delle donne o per il diritto di tutti ad un lavoro dignitoso, vuol dire adoperarsi per evitare lo spreco delle risorse e per la loro condivisione.

Concludo con le parole di Leonardo Boff: “La resurrezione è un processo di vita nuova nel quadro della vecchia. Tutto ciò che fa crescere la vita nella sua autenticità umana sta alimentando i semi di resurrezione depositati nel nostro corpo mortale. Quello che rende la vita autenticamente umana è la ricerca dell’amore disinteressato, l’impegno per la giustizia di tutti, soprattutto degli oppressi, lo sforzo di creazione di strutture di convivenza fraterna, la capacità di perdonare e di sperare contro ogni speranza”.

Vilma Gabutti

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