10 marzo – 1^ di Quaresima

Motivazione, resistenza, fede…

Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato (Luca 4, 1-13)

Quanti modi ci sono, o potrebbero esserci, di “percepire” le parole, gli avvenimenti, le persone, le circostanze? Ci domandiamo qual è la motivazione che c’è dietro al nostro agire?

Posso “usare” l’impegno di “elaborare” questi versetti, come un’opportunità per “trasmettere” le mie idee. Posso anche, viceversa, vivere come gravoso questo “impegno”, data la mia scarsa cultura e la mia mancanza di basi teologiche. Posso “scegliere” di riflettere su queste “parole”, cercando di “integrare” la suddetta riflessione al mio comportamento quotidiano, o posso altresì cercare belle e profonde “citazioni” intellettuali che restano, e resteranno “cibo” solo per l’intelletto, mai trasportato nei “gesti” quotidiani.

Similmente, la vita, ha svariate possibilità di interpretazioni: posso “decidere” di vivere la mia vita “appoggiandomi” un po’ di qui e un po’ di là senza mai fare una chiara e precisa scelta, oppure, posso darle un indirizzo che dovrebbe condurmi ad una “mèta”. Se poi la “mèta” la raggiungo io, o chi verrà dopo di me, questo, nella mia “visione” della molteplicità delle vite portatrici di infinite sfaccettature, non ha alcuna importanza. Ciò che mi interessa, mi preme, mi motiva, è che sia per il bene di tutti e di tutto.

Questa è la prima riflessione che mi suscita il comportamento di Gesù che “si allontana” dal Giordano, (acqua=vita=necessità materiale=benessere=incontri ecc…..) per lasciarsi “condurre” dallo Spirito nel deserto (aridità=mancanza di comodità=pericoli=solitudine=sopravvivenza a rischio ecc…..).

Perché? Provo a supporre. Gesù ha “visto” la “normalità” della vita sua e dei suoi famigliari, nonché degli amici, parenti, conoscenti, persone con le più disparate cariche e, altresì, persone schiave, sottomesse, persone che sembravano possedere tutto, e persone che vivevano quasi solo del loro respiro…..Gesù ha guardato e studiato a lungo lo scorrere della vita in lui ed intorno a lui, forse si è proiettato un’immagine del suo possibile futuro: falegname o carpentiere scrupoloso nel suo lavoro, figlio affettuoso e “presente” con i genitori “affaticati”, magari, marito e padre attento, amorevole, autorevole e responsabile nel “costruire” figli che sapessero amare se stessi e gli altri, capaci di cavarsela nella vita senza troppe lamentele, di “relazionarsi” con chiunque in serenità, naturalmente, il tutto, sarebbe stato possibile solamente “credendo” in Dio, e questo “ritornello” sarebbe stato il “filo” della sua vitale “canzone”.

Gesù, di fronte a questa “prospettiva” di “uniformità”, sceglie di andare a “meditare” nel deserto. Secondo me, dentro di lui, si “agitavano” domande “importanti”. Tipo: perché i malati/e, poveri/e, invalidi/e, ecc…..? Perché i soprusi, le violenze, questa enorme e diffusissima aggressività? Perché così tanta fatica e sofferenza nella quotidianità? Chi, e cosa siamo noi esseri umani? Da dove arriviamo e dove andiamo? Perché viviamo e moriamo? Mi fermo con le domande di questo genere ma sarebbero moltissime…

Probabilmente, Gesù aveva già cercato risposte a queste domande studiando le scritture, chiedendo agli anziani, forse anche, ai dottori della legge, penso che avesse già esplorato tutte le possibilità esterne a sé stesso. Evidentemente l’insoddisfazione e l’incompletezza delle risposte l’hanno incanalato verso quella che restava l’ultima possibilità. Và nel deserto per provare a guardare là dove c’è ancora una possibilità inesplorata: “dentro sé stesso”. (Questo, secondo me, è il “senso” delle parole: “pieno di Spirito Santo”. Chi se non lo Spirito Santo può “ispirarti” a guardare dentro di te?)

Cerca direttamente da Dio le risposte, e poiché Dio ha creato l’universo, le cerca nell’universo ed in sé stesso come punto di partenza in relazione con l’universo. Cerca in quella parte di sé che prega invocando lo Spirito, quella che non ha confini, non è visibile, non “esiste” materialmente, eppure, determina tutto. E’ quella parte di noi che è l’essenza del nostro essere e senza la quale siamo un corpo senza esistenza. E’ la meno conosciuta, la più trascurata, quella che pensiamo sia poco importante, soprattutto che non serva quando siamo soverchiati dal “fare”, o invischiati nel “produrre”.

Meditando, Gesù, “ispirato” dallo Spirito”, che è anche la connessione con l’eterna PRESENZA di Dio, scopre che pur essendo noi e il “creato”, “manifestazioni” separate e distinte l’una dall’altra, facciamo tutti parte dell’immenso, unico, corpo universale. Nell’insieme siamo uno. Esattamente come l’onda che si “manifesta” come onda e ritorna ad essere oceano quando si placa. Oppure le dita di una mano che sono separate ma “unite” in un mano, o ancora: i milioni di cellule distinte una dall’altra del mio corpo che “abitano” un solo corpo…

Gesù, “guardando dentro”, non si ferma all’apparenza, non si ferma ad “ascoltare” le tentazioni del diavolo che, probabilmente, destabilizzano o minimizzano le “intuizioni” del suo “Spirito”, instillando il dubbio di non essere credibile nemmeno per sé stesso, che le sue “scoperte” siano frutto di fantasie o semplice pazzia, il dubbio di “vagare” in uno “stato” assolutamente sconosciuto, e soprattutto, non dimostrabile. ( Così come non si può “spiegare” il “gusto” di un’arancia a chi non l’ha mai mangiata, non si può “spiegare” uno “stato” meditativo, occorre sperimentarlo)

Io credo che l’intenzione di Gesù: scoprire come e che cosa poter fare per “guarire” o, almeno, provare ad alleviare le più disparate sofferenze, anche “cambiando” l’impostazione della “società”, quindi, “cambiando” il modo di “ragionare” delle persone, sia stata più “forte” e più “profonda” anche del dubbio sia stata: “opera” dello Spirito di Dio. Gesù voleva “approfondire” il senso della vita, della gioia e della sofferenza, voleva “capire” che cosa c’è oltre, se c’è e quale potrebbe essere lo: “scopo ultimo” dell’esistenza. Per questo, penso, che sia “tornato” alla quotidianità con una “scelta” controcorrente, completamente nuova e totalmente sconosciuta, tutta da inventare giorno per giorno, da esperimentare sulla sua pelle nelle relazioni di tutti i giorni con gli altri.

Nel deserto, Gesù ha costruito dentro di sé LA MOTIVAZIONE e, di conseguenza, l’impostazione della sua vita. Comprende nella profondità del suo “essere” che siamo interdipendenti, assolutamente impossibilitati a vivere gli uni senza l’altro/a, che LA VITA è continuo cambiamento, che la nascita (Il bambino/a mentre nasce, sta “morendo”alla vita intra uterina che era la “totalità” del suo “conosciuto” fino al momento che noi chiamiamo vita. Non c’è forse una morte mentre nasciamo?) e la morte, sono “passaggi” che noi carichiamo di emozioni positive o negative solo a causa della “chiusura” delle nostre menti e della percezione che abbiamo di ciò che consideriamo “vita” e “morte”.

Gesù, “impara” meditando, ad entrare in “contatto” con il suo Spirito che “scopre” essere parte del GRANDE, UNICO, SPIRITO, e che gli dà un’altra prospettiva. La prospettiva dell’essere. Questa prospettiva, non nega nemmeno per un istante la materialità del corpo, delle sue sacrosante esigenze e di tutto ciò che ci circonda come parte del mondo materiale che tocchiamo, vediamo, udiamo, odoriamo, assaporiamo, respiriamo e amiamo con i cinque sensi, tant’è che, tornando, ha fame. Quello però che realizza, è la certezza che noi siamo innanzitutto uno Spirito che vive un passaggio terreno. (“Non di solo pane vivrà l’uomo”).

Realizza altresì che quasi all’unanimità, ci siamo identificati con la materialità del nostro corpo in quanto è visibile, e ci siamo “distaccati” dal nostro spirito che è, invece, la nostra essenza, e senza la conoscenza del quale, tutti i possessi, tutte le realizzazioni, tutti i poteri e le glorie terrene, possono affascinarci temporaneamente per poi lasciarci assolutamente vuoti e insoddisfatti. Senza il contatto con noi stessi, che è l’unica strada che ci può condurre al contatto con Dio=spirito=universo, siamo onde senza mare, terra senza acqua, raggi senza sole…….non “esistiamo”, non “entriamo” nella nostra vita, della cui “preziosità” ci rendiamo conto e ne diventiamo totalmente responsabili solo quando la curiamo e la amiamo come il più grande, divino, DONO che Dio ci sta offrendo.

Amando profondamente la nostra vita come “esseri”, viene naturale amare gli altri “esseri” che impariamo a “vedere” come “parte” di noi, oltrepassando i “confini”del corpo. (Gesù, sulla croce, non ci ha “regalato” questo “insegnamento” quando ha detto: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” Lc. cap. 23 vs. 34. Facendo del male agli altri, non lo facciamo anche a noi ? Viceversa, il bene fatto agli altri, non ci porta gioia? Non è, questa, la dimostrazione che siamo UNO nello Spirito?) Invece perlopiù, noi, sperperiamo il Dono della nostra vita, dilapidiamo il nostro iniziale patrimonio senza assolutamente rendercene conto.

Spesso, siamo persi e posseduti dai giochi di potere; ci “fermiamo” e “impostiamo” la nostra vita solo sull’apparenza, sulla superficialità, ci lasciamo intrappolare dalle emozioni negative quali: invidia, gelosia, rabbia e desiderio, convinti che gli altri, sempre gli altri ci devono qualcosa, ci devono amare, ci fanno del male… Semplicemente perché noi, non sappiamo che cosa ci rende sereni, appagati, felici, siamo, letteralmente, “fuori” dal nostro “essere”. Chi abita la nostra casa interiore se non ci siamo noi? Può succedere, nell’andare e venire delle circostanze non sempre facili, anzi, a volte davvero difficoltose e destabilizzanti, che: anche chi, come

Gesù ha “scoperto” dentro di sé il TESORO” dello Spirito in connessione con Dio, si trovi a dover fare i conti con incomprensioni, fatiche, emarginazioni, a subire violenze e soprusi, a parlare al vento, di conseguenza: a dubitare della “validità”, dell’”attualità”, e, anche, della “verità” dell’iniziale MOTIVAZIONE. Ed è qui, a questo punto che: ancora e sempre lo SPIRITO ci aiuta a RESISTERE, a non mollare a non abdicare l’adorazione per Dio=bene= comunione=apertura=amore=compassione, per “qualcosa” di più immediato e soddisfacente, magari addirittura indispensabile nell’apparenza del momento, per esempio: una tentazione che si presenta sotto spoglie “amorevoli” che sembrano essere proprio quel qualcosa di cui avevamo assoluta necessità….

”Ti darò tutta questa potenza e la gloria….se ti prostri davanti a me..” Un “GIOCO” che “colora” ravvivando con un’impennata tutti quei “desideri” egoistici e fini a sé stessi che non portano più in là di un “attimo” di illusione, ma che , certe volte, dopo, ci abbattono talmente nello Spirito da farci sprofondare…E’ in questo passaggio che serve una FEDE profonda, ben radicata e totale chenon ha “bisogno” di “prove”, di “supporti”, (“Se tu sei figlio di Dio, buttati giù….Ai suoi angeli darà…Ti sosterranno…”) io la definirei: “uno stato dell’essere”.

Difatti, dopo aver dato un’impostazione alla propria vita e mantenendone la “strada” con il supporto della “motivazione” come “via” e “motore”, Gesù ci dice di non cadere nell’illusione di poter agire con sconsideratezza buttandoci in “progetti” impossibili o troppo “ardui” per la nostra piccola esistenza umana convinti che tanto ci “penserà”: LUI=DIO, viceversa, ci esorta: “Non tenterai il Signore Dio tuo” riconducendoci alla nostra totale responsabilità.

Dobbiamo imparare a far tesoro delle nostre esperienze, anche di quelle negative, perché “contengono” sempre il “seme” di un profondo insegnamento. Se inciampiamo, non è Dio che ci deve soccorrere, siamo noi che dobbiamo cercare in tutti i modi di tirarci su, magari, con l’aiuto di altri esseri umani, noi dobbiamo sempre, assolutamente sempre, attivare tutte le risorse di cui disponiamo proprio come se Dio non ci fosse, proprio come se tutto dipendesse da noi, cercando” insieme” il bene comune o il male minore, e lasciando che Dio, attraverso le circostanze, gli avvenimenti, le persone, ci insegni, ci guidi, ci parli, ci conduca…con il suo SPIRITO. Ma il nostro compito è di ESSERE lì, davanti a LUI e con LUI dentro, totalmente aperti a lui, agli altri, e ai cambiamenti.

Maria Capitani

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