3 febbraio – 4^ Domenica del T.O.

I profeti: oggi, sono ancora necessari?

Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò (Luca 4, 21-30).

Il brano di Luca che ci viene proposto oggi è il completamento di quello letto domenica scorsa. Non riesco a capire la scelta dei liturgisti che hanno spezzato un brano che, senza essere un esegeta, dove essere letto come un’unica unità.

Come abbiamo già potuto vedere, è ambientato nella Sinagoga di Nazareth, sinagoga che Gesù conosceva molto bene. Infatti erano luogo per il culto, le lettura nel giorno del sabato, una scuola, un centro comunitario e il luogo per amministrare la giustizia.

Erano probabilmente molto diverse dalla Sinagoghe che molto di noi hanno potuto vedere oggi, costruite dopo il 1500, almeno in Italia. Era un ambiente famigliare: Gesù l’aveva frequentata da ragazzo e da adolescente in compagnia dei genitori.

E Nazareth era il luogo di nascita, ma anche il luogo dove Gesù era cresciuto ed era conosciuto come il figlio di Giuseppe. Chissà come era bello tornarvi e rivedere tutti gli amici e ricordare i giochi e i sabati passati nell’osservanza della legge ebraica.

Allora la scelta di raccontare da parte di Luca questa visita a Nazareth può avere lo scopo di ricordare che Gesù è l’inviato di Dio, citando il profeta Isaia.

Desidero riportare la citazione di Isaia nel brano che abbiamo letto domenica scorsa perché ritengo molto importante per la nostra riflessione: “Lo Spirito del Signore è sopra di me e; per questo mi ha consacrato con l’unzione ,e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore“.

Era importante dare coraggio alla comunità di Luca in un momento forse difficile della sua vita. Non pensiamo che all’inizio delle esperienze comunitarie fosse tutto semplice e facile: vi erano difficoltà, stanchezze, dubbi, rapporti comunitari difficili …

Vi era anche probabilmente un rifiuto, la difficoltà a riconoscere in Gesù l’inviato di Dio. E raccontare questo episodio era importante per la comunità, anche se non sappiamo quanto sia veramente accaduto, anche se si ha la sensazione che qualche cosa tra Gesù e i nazareni sia successo.

Lo spirito di Dio, il Suo soffio accompagna Gesù nel suo andare in terra di Palestina e i segni sono quelli che abbiamo udito annunciare. Senza peccare di superbia mia piace immaginare che queste parole possono essere adattate su ciascuno/a di noi: Dio è la nostra compagnia e il nostro essere alla sequela di Gesù è la nostra pratica quotidiana: il nostro privilegiare i poveri, gli ultimi, nella vita di ogni giorno senza se e senza ma…

Cari amici e amiche, nei momenti di difficoltà che tutti e tutte abbiano, la compagnia di Dio è l’unica che ti fa stingere i denti e andare avanti, è Colui che ci prende in braccio e ci invita ad alzare lo sguardo al cielo, a rialzare la schiena, a liberarci e a godere della nostra liberazione, ad accettare ed accettarci…

Desidero terminare queste parole con alcune brevi osservazioni.

Credo che sia necessario che vi siano oggi come ieri dei profeti, uomini e donne che annunciano i valori forti e duraturi della vita. Certo, vi sono tante uomini e donne che lavorano per la libertà, la giustizia, la solidarietà senza essere credenti e non per questo il loro esempio è meno importante per noi, anzi.

Ma penso ai profeti in casa nostra, a chi dice di essere cristiano e sente la necessità di cieli nuove e terre nuove. Sente l’esigenza che uomini e donne incarnino il vangelo dell’amore, della solidarietà, della giustizia, dell’accoglienza… Io credo che abbiamo bisogno sì di teologhi e teologhe, ma se mancano i testimoni rischiamo di produrre studi egregi, ma non proposte di vita e di prassi evangelica.

I suoi concittadini non l’hanno riconosciuto, anzi l’hanno rifiutato con un certo disprezzo”Ma costui non è il figlio di Giuseppe il falegname…”. E il ricordo della vedova di Sarepta o del lebbroso Naaman, il Siro sta a significare che l’annuncio dell’evangelo, rifiutato dai suoi concittadini, non si fermerà, ma sarà rivolto ai pagani, al mondo intero.

Spesso anche oggi i profeti non sono capiti, spesso rifiutati, magari emarginati e uccisi. È un dato storico, tristemente storico, anche perché l’accusa di eresia era ed è sempre pronta ad essere usata La storia si ripete anche oggi anche se i roghi, quelli con le fiamme, non si usano più, ma non per questo i metodi sono cambiati…

Pensiamo spesso che sia necessario andare a cercare la profezia lontano da noi, in luoghi e comunità particolari, presso illustri studiosi… Certo anche lì possono nascere profeti. Ma credo che sia anche importante cercarli fra di noi, vedere nei fratelli e nelle sorelle, uomini e donne in ricerca sincera che possono darci, e spesso ci regalano, un grosso aiuto, nello scambio e nella condivisone di esperienze e cammini.

Nella semplicità e nella sincerità vi può essere un aiuto che forse noi cerchiamo e non riusciamo a trovare. Credo importante usare la mente, ma soprattutto il cuore. E i profeti che preferisco non sono gli anacoreti, senza nulla togliere loro, ma chi cammina in gruppo, con altri e altre, e condivide speranza, impegno, sofferenza, gioie…

Un ultimo accenno. La 2a lettura di oggi riporta la lettera di Paolo ai Corinti. E’ l’elogio della carità, dell’amore (caritas), non dell’elemosina…!
Mi permetto di riportarne alcune versetti come migliore conclusione a queste poche povere righe:

“Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà faccia a faccia” ( I Corinti 12,31 – 13, 8).

Memo Sales

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