9 dicembre – 2^ domenica di Avvento

Voce che grida nel deserto…

Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (Luca 3, 1-6).

Luca colloca la figura di Giovanni Battista e la sua attività in un contesto temporale e spaziale ben preciso indicando i luoghi in cui operava e chi deteneva il potere politico e religioso in quegli anni.

Nel capitoli precedenti aveva anche definito la genealogia e la storia della nascita di Giovanni in parallelo a quella di Gesù. Anche per i libri di altri profeti nella storia di Israele l’incipit è quello della localizzazione storica con l’indicazione dei responsabili del potere come possiamo vedere ad esempio in Isaia 1,1, Geremia 1,1-3, Osea 1,1, Amos 1,1.

Giovanni inizia a predicare nel deserto e nella regione meridionale del Giordano nell’anno 28 o 29 (Tiberio fu imperatore dal 14 al 37). La Palestina dall’anno 63 prima di Cristo era sotto il pesante dominio dell’impero romano e la gestione del potere locale era confusa, i governanti erano asserviti ai conquistatori, erano corrotti e feroci nel reprimere le frequenti sommosse locali.

Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, le figure politiche citate da Luca, non erano certo illuminate. Anche i responsabili religiosi, i sommi sacerdoti Anna e suo genero Caifa, erano coinvolti in una serie di intrighi e di lotte per mantenere il loro potere legato al ministero e al tempio.

In questa situazione di degrado “la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto…”.

La prima riflessione che emerge è che la parola di Dio, oggi come allora, non si fa sentire nei palazzi del potere e nemmeno nei luoghi sacri e nel tempio, ma nel deserto, tra la gente, nella vita di tutti i giorni, nella natura.

Giovanni, come poi farà anche Gesù, evita di parlare nelle città e non predica nel tempio rifuggendone lo sfarzo e le strutture gerarchiche, capisce che la speranza non la si trova nei palazzi, nel frastuono, nelle pomposità, ma solo cambiando il proprio atteggiamento interiore.

Il deserto è il luogo fuori dal mondo del potere, dove conta solo l’essenziale, dove tutti gli uomini sono uguali e dove nella fatica e nella solitudine puoi misurarti con te stesso. L’essenzialità è anche sottolineata dall’abbigliamento e dal modo di vivere di Giovanni che secondo Marco (Mc 1,8) e Matteo (Mt 3,4) “… portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico”.

Il rito battesimale di Giovanni con l’immersione nelle acque del fiume era innovativo e controcorrente, aveva un significato diverso dalle molte abluzioni sacre delle pratiche ebraiche, era proposto a tutti, specialmente ai poveri e ai peccatori ed era l’espressione simbolica di un mutamento interiore, voleva dire che tutti possiamo essere purificati, se vogliamo cambiare il nostro cuore.

Il brano di Luca prosegue citando un concetto importante della predicazione di Giovanni: “Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate a dire in voi stessi: “Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. Anzi, la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco” (Luca 3, 8-9).

Non è l’appartenenza alla religione ebraica o ad una qualunque fede religiosa che ci salva e ci da la felicità, ma sono sempre e solo il nostro comportamento e le nostre azioni.

La seconda affermazione su cui riflettere è: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”.

Luca cita il capitolo 40 di Isaia che inizia con “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù…”

Isaia annunciava la liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù in Babilonia, e lo descriveva come un nuovo esodo. Salvezza era la libertà dall’essere asserviti, ma anche la possibilità di ritornare alla terra natia, di avere una vita felice nelle proprie case.

Luca vuole testimoniare qui che Giovanni è il precursore di Gesù, colui che porterà la salvezza a tutti gli uomini. Gesù, che probabilmente è stato per qualche tempo seguace di Giovanni, quando questi viene ucciso nella fortezza di Macheronte, si reca in Galilea e inizia la sua predicazione proseguendo e ampliando il messaggio del Battista.

Cosa è la salvezza per Gesù, cosa è la salvezza per ognuno di noi? Come per Isaia è ancora un “esodo”, un fuggire dalla schiavitù, un attraversare il deserto sorretti da Dio. Gesù ha molto viva la percezione di Dio come Padre che da vita al creato e lo sostiene in ogni istante.

E’ un Padre premuroso che ama indistintamente tutte le sue creature e che ha messo a loro disposizione le ricchezze dell’universo. Di conseguenza tutti gli uomini, fortunati o derelitti devono avere la possibilità di usufruirne per poter vivere serenamente. Ovviamente però la salvezza è possibile solo nella condivisione e nella pratica della giustizia.

L’elemento fondamentale è che l’ ”esodo” verso la libertà e la terra promessa, cioè la possibilità di una vita tranquilla e felice, sia che si stia attraversando il deserto del Sinai o le terre di Babilonia sia nella vita di oggi è la fiducia nel sostegno di Dio.

Il senso della presenza di Dio e della nostra posizione di uguali in un creato pieno di beni da preservare e condividere deve essere così forte da condizionare il nostro stile di vita e le nostre azioni, da modificarle profondamente, da farci “convertire” all’essenzialità, all’amore e alla giustizia.

Abbiamo bisogno ogni giorno di scendere nelle acque del Giordano per lasciare il nostro egoismo, la nostra superficialità, il nostro desiderio di possesso e di potere. Questo lo si ottiene imparando a riconoscere i messaggi che Dio ci manda attraverso gli incontri, le occasioni che ci spingono a vincere i nostri limiti e a praticare l’accoglienza e la solidarietà.

Vilma Gabutti

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