18 novembre – 33^ Domenica del T.O.

I segni dei tempi

In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre (Marco 13, 24-32).

Questo brano o discorso apocalittico ha scatenato infinite ricerche e discussioni tra gli studiosi della Bibbia. Sembra indubbio che questa pagina rifletta la convinzione della “fine imminente” che accomunò gran parte del movimento di Gesù delle origini e del profetismo itinerante di allora. Del resto la caduta di Gerusalemme sotto le armi romane tingeva il tutto con i colori della fine del mondo. Marco, pur segnato da questo contesto storico e teologico, lascia aperti alcuni spazi e ci permette, oggi che quella cultura e quella pressione dell’imminenza sono scomparse, alcune riflessioni molto feconde per il nostro presente.

Nell’antico Israele gli sconvolgimenti naturali erano riferibili ad una volontà divina ed erano ritenuti presagio di eventi ancora più drammatici che, nella cultura apocalittica, venivano associati alla inevitabilità di una punizione per le cattive azioni compiute dall’uomo. Perchè Marco ha scritto una pagina a così forte coloritura catastrofica? Perchè questi toni di contrasto e di tragedia? Il dolore e la sofferenza rappresentavano il fallimento del disegno divino di armonia e di pace universale e nello stesso tempo l’impotenza dell’essere umano di riportare la propria condizione alla speranza di una felicità possibile.

Ogni generazione vede nelle guerre e nelle catastrofi naturali i segni precursori della fine. Oggi, specialmente a causa delle crisi mondiali, degli atti terroristici e del degrado ecologico, proliferano i profeti di malaugurio e tornano i miti sulla fine della specie. Nonostante ciò, la storia continua. Questi testi non ci vogliono spaventare, né anticipare scenari che spetta “solo a Dio conoscere e comunicare” (Mc 13,32); vogliono invece consolare le comunità a cui sono rivolti.

Si deve giungere alle generazioni attuale per cogliere una visione che, attraverso la razionalità, riconduce le coscienze a ragioni storiche e scientifiche, di cui è protagonista l’uomo stesso. Nel nostro tempo si sono radicati un fatalismo che allontana le responsabilità ed un atteggiamento di evidente pragmatismo che, tutto rivolto all’utile immediato, allontana la politica e l’economia dai necessari provvedimenti a favore della natura e del sostenibile vivere umano.

Come i profeti di Israele citati nel passo di Marco segnalavano gli sconvolgimenti cosmici, così non mancano oggi le voci di chi con diverse modalità e riferimenti culturali mette in guardia l’umanità e chi governa i popoli, dall’evidente fragilità del sistema Terra. È dall’umanità stessa comunque che inizia un processo di cambiamento, che si impegna a investire la tendenza dello sviluppo sconsiderato che può portare alla rovina dell’ecosistema. È vivo e presente il movimento per il progresso che persegue la valorizzazione delle risorse e la loro universale distribuzione.

La prima comunità cristiana, che aveva ben presente la visione del profeta Daniele, sperava in una Parusìa che riportasse l’umanità alla compattezza di una dimensione religiosa basata sul sacro, ormai profanato dalla decadenza della fede del Tempio di Gerusalemme e dalla presenza del potere pagano dell’impero romano. Il sogno di ripristinare l’autorità e il dominio religioso e civile, di cui Davide era il simbolo intramontabile, si concretizzava in una visione del ritorno risolutore dello stesso Gesù, non nelle vesti umili del profeta itinerante, ma in quelle gloriose del “Figlio dell’uomo”

Dobbiamo distinguere il messaggio e il linguaggio con il quale esso ci viene comunicato. Il messaggio è che la fine sarà buona, Dio sarà vincitore e il mondo cammina non verso la catastrofe ma verso la sua trasformazione. Questo messaggio è racchiuso all’interno del genere letterario apocalittico. È proprio di questo genere letterario descrivere la fine del mondo in termini di catastrofi cosmiche, di guerre, fame, lotte tenacissime tra mostri. Questi testi circa la fine del mondo furono riuniti ed elaborati letterariamente quando la chiesa delle origini passava attraverso la terribile persecuzione di Nerone e, più tardi, la persecuzione di Domiziano. L’obiettivo era rinforzare la comunità: “alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,28).

Forse nel cuore dell’evangelista e della comunità c’era un dolore non tollerabile cui bisognava far fronte. Negli occhi dei fratelli e delle sorelle della sua comunità erano come impresse le fiamme che, proprio in quei giorni, si erano levate dall’incendio del Tempio di Gerusalemme. Una città distrutta, occupata e un tempio prima incendiato e poi diroccato…Le notizie erano giunte da Gerusalemme e i racconti erano cresciuti passando di bocca in bocca.

Non era semplicemente stato incendiato un tempio, una città! Qui si trattava per cristiani ed ebrei, che sostanzialmente erano ancora una “cosa” sola ed una “casa” sola, del Tempio, della “città santa”! Non era possibile reggere a tanto scandalo, a tanta disperazione. Davvero “il sole si oscurerà e la luna non darà la sua luce”… Noi forse non riusciamo più a capire che cosa significasse la caduta di Gerusalemme e la distruzione del tempio per quelle generazioni.

Era la fine del mondo, qualcosa che smentiva le più profonde speranze alimentate nei secoli. Il contesto politico, le tensioni crescenti tra cristiani e sinagoga, la concezione culturale allora molto diffusa dell’approssimarsi della fine del mondo e dell’imminente comparsa dell’inviato divino avevano determinato una miscela apocalittica densissima. Per molti credenti quella fu l’ora della “suprema tentazione”. Non sembrò esservi scampo alcuno.

La storia collettiva e le nostre storie personali, in cui qualche volta si determina una vera e propria eclissi di senso e di speranza, ci possono aiutare a capire il contesto da cui nacque questa pagina del Vangelo, dipinta con i colori della disperazione e della fine senza via d’uscita. Forse per noi oggi, testimoni della lacerazione di Gerusalemme, della guerra tra il potere politico di Israele e il popolo palestinese, questa pagina diventa nuovamente eloquente e trasparente. Nelle nostre città e nelle nostre comunità cerchiamo di solidarizzare con il popolo palestinese e con tutte le forze di pace di Israele perchè i fecondi semi e sogni di concordia che sono attivi nei due popoli possano realizzarsi e porre fine allo scempio di Gerusalemme.

Il mondo che si sta costruendo sotto i nostri occhi, lontano e vicino a noi, non è così diverso da queste rappresentazioni catastrofiche. Armi, bombardamenti, stragi, guerre, inquinamento dei cieli, delle terre e delle acque, stravolgimento della giustizia, imbarbarimento delle relazioni… ci forniscono un panorama ancor più cruento. L’ingiustizia crescente che si configura come una delle cause che spinge alla follia distruttiva dei vari terrorismi, il mercato eretto a divinità e la morale messa sotto i piedi, non promettono un quadro più allegro. Questi “sconvolgimenti”, che toccano tutti gli ambiti della vita e anche tutti i continenti, sono la storia quotidiana e in essa noi rischiamo di diventare dei semplici esecutori. Sono “sconvolgimenti” provocati da una divinità moderna, il “dio mercato” che ci vorrebbe tutti/e a suo completo servizio, suoi “adoratori”, come semplici pedine del suo gioco.

Ma qui ai colori foschi di certa apocalittica subentra uno squarcio di cielo. Con il linguaggio tipico delle scritture antiche, si annuncia una svolta: Dio “manderà i suoi angeli e radunerà i suoi eletti”, mentre il figlio dell’uomo giunge dalle nuvole…Le immagini ci riportano a quei generi letterari tipici che la Bibbia usa per sottolineare gli interventi liberatori di Dio. Ma esse ci dicono che anche nelle tribolazioni più acute, anche nelle crisi più profonde e nelle situazioni più “disperate”, noi non siamo soli/e. Dio trova il modo di farci compagnia. L’immagine dei cieli che si squarciano e degli angeli che scendono è un linguaggio del cuore più che degli occhi.

In tutta la Bibbia vengono spesso presentate situazioni in cui non sembra esserci via d’uscita, non sembra esserci più speranza. Spesso, in simili circostanze, le Scritture testimoniano, in modi anche assai diversi, che Dio si rende presente come compagno di viaggio. Scoprire questa presenza, spesso anche “sottile” e nascosta, ed affidarci ad essa costituisce uno dei pilastri della nostra fede, specialmente quando si attraversano stagioni storiche in cui i frutti scarseggiano e l’attesa si fa lunga e pesante.

Il messaggio del brano di Marco non è tuttavia di disperazione, di spavento o di resa. Al contrario. “Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina”. È il richiamo alla capacità di vedere e saper leggere i segni dei tempi. La parabola ci dice che anche in mezzo alle bufere e ai panorami sconfortanti, bisogna imparare a vedere “i rami teneri” e “le verdi foglioline”. Il fico che germoglia è come la materia che esprime una energia che si offre a noi con tanti aspetti, non ancora del tutto scoperti e sfruttati.

È come la ricerca di nuove economie e di nuovi percorsi di pace che vedono le minoranze, spesso oppresse e soffocate, segno però vivo di un Spirito che alimenta di continuo ogni nuova forma di comunità e di convivenza pacifica. Ogni pretesa di stabilire, specie nel nome del divino, il momento dove si afferma l’Assoluto, come verità e universale modello, viene smentita, come pure la titanica ricerca dell’uomo di stabilire la “volontà di Dio”, senza tenere conto che Dio stesso ha già indicato nella storia il cammino della misericordia, basato sul dono e sul perdono.

A noi piacerebbe, calendario alla mano, sapere quando esattamente finiranno talune ingiustizie, quando si rovesceranno certe situazioni di sfruttamento, quando ci sarà finalmente pace per chi è più emarginato/a, quando sarà fatta almeno un po’ di giustizia… E, diciamolo pure, queste sono domande anche molto umane e comprensibili che spesso riaffiorano, anche nelle scritture cristiane, sulla bocca dei discepoli.

Ma Gesù, da maestro saggio, non discute di date, non fissa delle scadenze. Innanzitutto non lo fa perchè “nessuno ne sa niente, neppure gli angeli del cielo e neppure il figlio, ma solo il Padre” (vv. 32). Gesù riconosce la sua ignoranza rispetto ai tempi del compimento ultimo del regno di Dio. Ma, egli, che pure era convinto di una imminente fine, non si interessa più di tanto a questioni di date che potrebbero risultare fuorvianti.

A noi tocca essere fedeli al nostro presente, riporre in Dio fiducia e speranza. E’ nel tempo presente, con le sue angoscie e le sue aperture, che Dio ci sollecita a rimanere “vigilanti” e attivi. Non si tratta di fare congetture o di svolazzare tra fantasticherie da “veggenti” ora tanto di moda, ma, proprio imparando da Gesù, di vivere al cospetto di Dio con i piedi per terra, dediti alla nostra vita quotidiana.

Di fronte a scenari oppressivi il rischio è quello di lasciarsi divorare dallo spavento, dall’angoscia, dalla paralisi, dalla rassegnazione. Il catastrofismo non è mai di segno evangelico perchè la “parola che non passa” è fiducia in Dio e sollecitazione a vivere. Oggi, se è vero che occorre saper vedere e valutare i segnali negativi e distruttivi, ancor più è necessario diventare capaci di scorgere le tenere fragili foglie di amore e di giustizia ovunque esse spuntino.

Ancora una volta possiamo imparare dalla vita di Gesù. Il panorama che egli aveva davanti a se ogni giorno non era proprio roseo. Egli viveva immerso in un contesto in cui dilagavano miseria, emarginazione, oppressione. Eppure Gesù sapeva cogliere ogni tratto di vita, di speranza, di cambiamento nelle persone. Elogiò la fede della donna sirofenicia, si meravigliò di fronte alla fede del centurione, guardò con simpatia il ricco che lo interpellava sulla via per “entrare nel regno di Dio”, dichiarò beati i discepoli che tornavano con gioia dalla loro prima “esperienza di predicazione”, s’accorse del desiderio di Zaccheo e si invitò a casa sua, notò la generosità della vedova nel tempio di Gerusalemme, non lasciò cadere nel nulla lo sforzo della donna emorroissa, sentì il grido del cieco…

Gesù non è solo profeticamente vigile rispetto a tutto ciò che contrasta la volontà di Dio e la felicità umana, ma è singolarmente attento ad ogni germoglio di novità, di amore e di giustizia. Egli sa che i tempi e i momenti precisi, cioè il calendario della salvezza, sono esclusivamente nelle mani di Dio. Per questo può vivere il presente “consegnato” a Dio senza lasciarsi paralizzare dalla cultura dell’imminenza o dalla paura.

Paolo Sales

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