7 ottobre – 27^ Domenica del T.O.

La durezza del vostro cuore

E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?». Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva (Marco 10, 2-16).

Non parlerò né del divorzio né delle violenze sui bambini in quanto tali, anche se l’attualità potrebbe spingere noi tutti ad affrontare questi due temi. Chi vorrà approfondire storicamente la posizione di Gesù sui due problemi potrà farlo facilmente altrove.

Questa premessa è necessaria se si vuole affrontare questo passo di vangelo guardando oltre le consuete interpretazioni «moralistiche» che spesso ci vengono proposte; ciò non toglie che possano avere anch’esse una loro certa validità.

Però, a volte, bisogna essere inattuali per cercare di sentire le acque che scorrono nel sottosuolo, bisogna fermarsi per ascoltare il ciangottio degli uccelli tra gli alberi. Presi troppo dall’attualità si rischia di non comprendere appieno il significato, non tanto delle parole, quanto dell’atteggiamento che Gesù dimostra in questi due brani del Vangelo di Marco.

Si rischia di essere distratti dalla cose, non prestando attenzione ai fatti. Con questo non intendo dire che l’attualità, con le sue domande che ci interpellano direttamente, non sia importante, ma semplicemente che, a volte, bisogna cercare più a fondo.

L’indurimento del cuore e la violenza

I farisei interpellano Gesù «per metterlo alla prova», non perché spinti da un bisogno di confronto amichevole, ma perché sono curiosi, vogliono capire cosa pensa il maestro galileo in merito alla legge, se egli è fedele alla Torah. Dunque, come suo solito, rispondendo con un’altra domanda, rimanda i farisei alle prescrizioni delle legge mosaica.

Soltanto dopo che i farisei hanno risposto, il vangelo fa rispondere Gesù. Ed ecco che avviene come una rottura, uno spostamento, l’apertura di un nuovo orizzonte: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma». Il problema non è normativo, legale, morale. Non c’entra con la Norma. Qui sta la radicalità del messaggio del Vangelo di Marco.

Gesù, nella sua risposta, di fronte alle convenzioni sociali, intende rimettere al primo posto la volontà di Dio, la sua signoria. Egli non tralascia poi, in disparte coi discepoli, di porsi il problema sociale del ripudio, che comunque è importante se si pensa che a quel tempo era uno strumento utilizzato dai mariti, unilateralmente, contro le donne.

Tuttavia, la sklerokardía (la durezza di cuore) ha reso necessaria la legge. Ma la verità è un’altra: non c’è legge che possa far nascere l’amore o risuscitarlo dove è morto. E qui sta la sapienza di Gesù: egli riconosce la relatività della legge, anche quella divina, in quanto emanata per gli uomini. L’amore va al di là delle convenzioni sociali e, anche se Gesù non rinuncia a fare i conti con la realtà (fatta di anche di compromessi sociali e di matrimoni), egli annuncia la libertà della carità, l’amore che libera, ovvero, che perdona.

Mi sembra che l’atteggiamento di Gesù si muova in questo senso. E che questo vada oltre alle dispute sulla legittimità oppure no del divorzio. Nel piano di Dio c’è l’amore e ogni istituzione che intende incanalare socialmente questo bene, sia essa il matrimonio (con le diverse forme con cui storicamente e culturalmente si è dato) o qualche altra forma di contratto, è relativa, contingente e mai data per sempre.

Le istituzioni non hanno mai a che fare con la carità, con la libertà. Sono sempre il prodotto di un compresso storico, sociale, giuridico, ecc. E, il più delle volte – anche se non si vuole ammettere fino in fondo, come invece fa Girard, che sono fondate sulla violenza e sul sacrificio – esse sono strumenti di violenza.

La libertà dei bambini

Passiamo ora ai bambini. Dobbiamo prima di tutto pensare che, a quel tempo, non esisteva la concezione di «fanciullezza» così come la conosciamo noi (cfr. P. Ariès, Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Laterza, Bari 1968). Allora i bambini non erano trattati da bambini.

Erano prima di tutto figli, e questo comportava che venissero trattati come degli adulti in miniatura, privi comunque di tutte le prerogative che spettavano agli uomini maturi, padri di famiglia, che, in molte società, erano i proprietari della famiglia, della terra, della moglie, dei figli. I bambini vivevano in una condizione di marginalità, come le donne.

Gesù, però, è molto attento alla marginalità, la individua sempre anche se è distante da lui (si pensi all’episodio dell’emorroissa, Mc 5,25-34). Così, egli si indigna nel vedere che i discepoli scacciano i bambini da lui. E piuttosto dice: «a chi è come loro appartiene il regno di Dio».

Il Regno di Dio appartiene ai piccoli, a chi non ha i mezzi, gli strumenti, per «avvicinarsi» e per farsi valere, anche se non è privo della dignità e della capacità di comprendere fino in fondo, e di scegliere.

Si pensa che i bambini, proprio perché bambini – privi di strumenti – siano incapaci di scegliere e di decidere, nel loro piccolo. Quindi, si tende a «separarli» (ad emarginarli appunto) per «proteggerli» (per il loro bene), a inserirli in dei recinti loro dedicati allo scopo di indirizzarli – o prepararli – a compiere delle scelte.

L’atteggiamento di quei discepoli che, nel caso narrato dal vangelo, sono pronti a sgridare e allontanare i bambini appare dunque legittimo: «non è roba per voi, non disturbate – e nemmeno voi genitori!». Ma se questa visione è davvero cambiata?

Al tempo di Gesù i bambini erano emarginati esplicitamente: si riconosceva apertamente la loro inferiorità sociale, tanto che non c’era nessun problema ad impiegarli nei lavori faticosi, nei campi o nelle botteghe.

Oggi, i bambini sono emarginati implicitamente: certo non vengono impiegati nei lavori manuali (almeno nei paesi «avanzati»), ma non per questo si è pronti a riconoscere loro la libertà di scelta, si preferisce relegarli a degli spazi separati piuttosto che farli intervenire nel mondo degli adulti.

La provocazione di Gesù, allora, ci invita a riflettere e a cercare modi nuovi di guardare le cose: dal basso verso l’alto. Una riflessione, nei confronti dei bambini, che sarebbe auspicabile anche all’interno delle chiese e delle comunità cristiane.

Gabriele

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