30 settembre – 26^ Domenica del T.O.

Un caso non previsto

Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi. Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. (…) Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. (…) Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue (Marco 9, 38-43.45.47-48).

Nella comunità è sorto un caso non previsto e si chiede consiglio a Gesù; per meglio dire si chiede al Maestro un’approvazione riguardo le condizioni alle quali sono giunti prima di consultarlo. Gesù si discosta da questa decisione, in ogni caso già presa, perché non è in armonia con lo spirito di comunità aperta che lui ha in qualche modo inaugurato con le sue parole e la sua vita.

Più che l’affermazione o l’esclusiva del loro gruppo, si deve considerare che le modalità avviate da Gesù si diffondano. Sarà utile che vengano compiuti “miracoli” in nome del Maestro seguendo soprattutto il suo esempio.

Le pratiche di vita e di relazione di Gesù sono talmente autorevoli che estendono il loro raggio di influenza e dovrebbero spezzare ogni invidia tra i suoi seguaci. Non vuole formare una setta o una comunità chiusa dove l’istituzione si debba imporre, né fondare un gruppo ufficiale di persone dedite a compiere prodigi.

Vuole che l’impulso derivante dal suo modo di operare si possa estendere al di là della chiesa organizzata. Il nostro testo (vv. 38-40) serve se non a negare, almeno a rivedere l’autorità del gruppo ufficiale sull’eredità messianica di Gesù.

Allargare il cuore

Il Maestro dona un impulso di vita e energia miracolosa a tutti/e coloro che vogliono agire in suo nome. Questo dovrebbe essere un altro principio della chiesa nascente: dirigere, animare, diffondere il cammino messianico di Gesù, senza né confinarlo né dominarlo. Quindi non utilizzare il potere come un beneficio proprio, finalità questa che Gesù ha sempre respinto e dichiarato come non evangelica.

In altre parole, riceviamo da Profeta di Nazareth l’invito ad allargare il cuore. Far convivere i mille sentieri dell’amore e della relazione. Per fortuna Dio non ha bisogno di nessuna esclusiva. Nei percorsi per arrivare a Lui ci possono essere mille strade, tutte ugualmente degne di considerazione. Sovente la nota stonata siamo noi. Siamo noi che non sappiamo resistere al fascino dell’esclusiva. La verità è che in questa direzione c’è ancora un bel po’ di strada da fare, per tutti/e.

Il valore di un piccolo gesto

Di seguito troviamo un richiamo al valore dei gesti semplici e dei “piccoli” (credenti poveri della comunità). All’importanza che devono avere nella pratica di vita di chi si definisce seguace di Gesù.

E attraverso il ricordo dei suoi “detti” l’evangelista non perde mai l’occasione di richiamare l’attenzione verso questa estesa categoria di persone. Un bicchiere d’acqua è l’esempio più accessibile di come si può, con poco, dimostrare attenzione, capire le necessità dell’altro/a. Un bicchiere d’acqua, dunque un’azione che, come per un sorriso, chiunque può compiere, ma “nel mio nome perché siete di Cristo”.

Chiamarsi “di Cristo” oppure “Cristiani” per molti/e può significare vivere nei limiti dell’umana necessità, alla mercè dell’aiuto (o della mancanza di aiuto) degli altri/e. Ma anche riconoscendo in noi un’appartenenza a questo grande progetto che il Padre ha per l’umanità.

Ciò potrà produrre conseguenze positive in chi lo compie, superiori a quel che si può immaginare. E’ nell’aiuto (o nella mancanza di questo, non nelle parole ma nei fatti) dunque che si misurerà il grado di coinvolgimento di ogni credente in questo grande progetto che Dio ha per l’umanità.

Guai a turbare le persone semplici

Dal v. 42 in poi si può percepire l’allusione a divisioni interne nella chiesa nascente col grosso rischio di provocare contraccolpi molto spiacevoli e preoccupanti specialmente in che si affida completamente. Già quelli che vengono definiti “piccoli” sono da sempre gli interlocutori privilegiati per Gesù. La fede è una cosa seria che sovente comporta un cammino laborioso specie per le persone meno “attrezzate”.

Metterla in pericolo attraverso comportamenti non rispettosi di ciò è inammissibile. L’indicazione del Maestro non lascia dubbi “non turbare le coscienze dei piccoli, non caricare loro pesi che non sono in grado di sostenere, non appesantire oltre il lecito chi fa già fatica ad andare avanti”.

Di fronte al rischio di scandalizzare recando gravissimi danni all’altro/a, sembra non esserci altro rimedio che una profonda elaborazione interiore. Lasciarsi (metaforicamente) morire, se necessario, rinunciare a prerogative ritenute importanti, per il bene dell’altro/a. Chi crede di essere grande e, per esserlo, distrugge gli altri/le altre, rischia di perdere la propria vita, di smarrirsi per sempre.

Domenico Ghirardotti

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