16 settembre – 24^ Domenica del T.O.

“Ma voi…” – ma noi… Chi è Gesu’ per noi?

Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti». Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà (Marco 8, 27-35).

Marco è un buon catechista: ricostruisce e racconta la vita di Gesù in modo da stimolare crescita nella fede da parte della sua comunità; con il metodo classico dei maestri antichi: mette in bocca a Gesù la domanda e in bocca al “capo” dei discepoli la risposta giusta, come a dire “ecco quello che davvero dovete credere!”.

La domanda è quella che tutti e tutte ci siamo fatti/e più di una volta, a mano a mano che ci addentravamo nello studio della Bibbia: chi è Gesù per me? Nei tre Vangeli sinottici troviamo lo stesso brano in forma pressoché identica (Mt 16,13-23 e Lc 9,18-22): domanda e risposte che erano evidentemente molto importanti per le prime comunità. E per Gesù, come per chiunque, è importante essere riconosciuto: il riconoscimento ti fa star bene, ti dà la misura dell’efficacia di quel che stai facendo e seminando intorno a te.

Cosa stava facendo Gesù?

Stava insegnando, con gesti e parole, la condivisione e la responsabilità. Il capitolo 8 comincia con un’oceanica merenda, resa possibile dalla condivisione di quel poco che ciascuno ha con sé, e si conclude con l’invito a portare la propria croce personale sulle orme di Gesù, che ha portato la sua fino alla morte.

Essere il Messia, come professa Pietro al v 29, significa esattamente, per Gesù, portare la sua croce fino al Calvario, come Marco gli fa sintetizzare al v 31: “Molto soffrire, essere rigettato e ucciso…”. Questo è per lui cammino di responsabilità nella vita: non scendere a compromessi con il potere (“anziani, gran sacerdoti e scribi”), ma vivere con coerenza, a costo di rimetterci la vita.

Solo così sarà possibile “risorgere”, per lui e per noi: “Chi perderà la sua vita per causa mia e dell’evangelo la salverà” (8,35). Lui continua ad essere vivo, per noi e in noi, proprio perchè ha accettato le estreme conseguenze per la sua vita di profeta coerente del Dio dell’amore universale.

C’era chi, come al v 11, continuava a chiedere dei “segni”: chissà quanti, nella comunità di Marco, continuavano a nutrire dubbi e chiedere garanzie! I dubbi su Gesù erano più che giustificati, alla luce della fine spaventosa che aveva fatto. E nelle risposte che Marco mette in bocca ai discepoli e a Pietro mi sembra di poter cogliere anche l’eco di una “tentazione” permanente: Gesù viene identificato con un profeta famoso in Israele o con una “funzione salvifica”, quella del Messia, l’inviato di Jahve a riscattare e liberare Israele.

Forse, nelle intenzioni di Marco e dei sinottici, il ruolo assegnatogli serviva a rendere più autorevole Gesù agli occhi della comunità. Forse c’era già chi lo idealizzava, lo vedeva “di più” di quello che Gesù era stato veramente… e questo “di più” ha finito per imporsi e venir cristallizzato in dogmi assurdi (divinità, trinità, ecc…). In realtà, mi sembra, Gesù non è stato riconosciuto come tale. E la conferma la trovo nei vv 31-33: lo stesso Pietro è qualificato da Gesù come “Satana” perchè, non accettando la prospettiva della croce, dimostra di pensare secondo gli uomini, non secondo Dio.

Gesù non è quel Messia

La risposta di Marco ai dubbi che serpeggiano in comunità mette l’accento sulla relazione con Gesù, non sui segni eclatanti che ciascuno e ciascuna può pretendere e aspettarsi, come da un mago del circo. Gesù non è quel Messia che gli antichi profeti avevano vaticinato: la salvezza che porta al mondo non è la liberazione politica dal giogo romano, non è la supremazia universale del popolo “eletto”, non è nulla di egoisticamente umano.

E’ piuttosto la “salvezza” che Gesù annuncia a Zaccheo in Lc 19,9 (“Oggi la salvezza è entrata in questa casa”), dopo che lui ha annunciato la propria radicale conversione di vita: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e, se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto” (Lc 19,8). La salvezza sta nelle relazioni d’amore, di giustizia, di condivisione; non è un evento magico a cui si può accedere con gesti di culto individualmente egoistici.

“Ma voi…”: Gesù si aspetta un’altra risposta da chi lo accompagna da tempo e dovrebbe ormai conoscerlo abbastanza bene. Gesù punta sulla responsabilità individuale di chi vuole essergli discepolo o discepola: il Regno di Dio è dentro ciascuno/a di noi, cresce con la crescita del riconoscimento reciproco della comune universale figliolanza nei confronti di quel Dio che giuriamo di amare e che per Gesù è l’unico “oggetto” della fede.

Infatti “intimò loro di non parlare a nessuno di lui” (v 30), forse perchè, con l’idea che ne avevano, avrebbero reso un cattivo servizio alla causa del Vangelo. Non è Gesù l’oggetto della fede, non deve esserlo. Predicarlo come Messia, Salvatore, Redentore… ci porta, come è successo nella storia del cristianesimo, a farne un idolo da adorare invece che un maestro di vita da seguire e imitare, accettando di portare la nostra croce personale.

La croce abbiamo finito per appenderla ai muri e l’abbiamo trasformata in arma da brandire contro chi viene da lontano a disturbarci… altro che amore universale! Altro che relazioni di fratellanza universale nel nome del comune unico Padre! Se non ci riconosciamo tra di noi come fratelli e sorelle senza se e senza ma, è segno che non riconosciamo davvero Gesù: continueremo a presentarlo come Messia, Cristo, Salvatore…, ma la salvezza per noi non sarà ancora la giustizia imparata e praticata da Zaccheo.

E Gesù continuerà ad essere rigettato dagli anziani (presbiteri), dai gran sacerdoti e dagli scribi. Ci stiamo tutti e tutte in queste categorie: quando predichiamo noi stessi/e e le nostre dottrine, invece di metterci in ascolto sincero e vicendevole; quando pretendiamo la conversione di chi ci sta intorno invece di lavorare quotidianamente alla nostra; quando continuiamo a vivere come sacerdoti sul piedestallo invece di camminare a braccetto con chi non ha le nostre stesse risorse e i nostri stessi strumenti intellettuali e culturali… con chi ha pensieri diversi…

E’ bene che continuiamo a chiederci: chi è Gesù per me? E a risponderci con sincerità. Ma non nel chiuso del nostro io superbo e autosufficiente, bensì negli spazi aperti di ogni gruppo, di ogni comunità, guardandoci negli occhi e riconoscendoci vicendevolmente degni e degne di quella salvezza che Gesù ha praticato e predicato e che non ci aspetta nel paradiso dei morti, ma ci accompagna e ci spinge sui sentieri faticosi dei vivi, come erano quelli polverosi e sassosi della Palestina.

Se non ci riconosciamo universalmente fratelli e sorelle nella quotidianità della nostra vita, risulterà inutile e sbagliato quello che pretendiamo di conoscere di Gesù e del suo “evangelo: la buona notizia è messaggio di amore e di giustizia, non invito a praticare culti idolatri.

Beppe Pavan

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