3 giugno – Corpus Domini

Spezzate la vostra vita in disponibilità reciproca

Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua (Marco 14, 12-16).

Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi (Marco 14, 22-26).

La cena di Bethania apre il cuore del Vangelo, inaugura la pagina centrale della vita di Gesù, quella da cui è partita la riflessione delle prime comunità su di lui e sul senso della sua vita: passione, morte e resurrezione.

Come quasi sempre accade per martiri e profeti: se non fossero perseguitati ed eliminati dal potere, spesso non li conosceremmo neppure, non avrebbero alcuna risonanza. Troppo spesso li prendiamo in considerazione solo a partire dalla loro sofferenza e morte violenta.

Così, dopo la sua morte eclatante e ignominiosa, sparuti gruppetti di discepoli e discepole tenaci cominciarono a riunirsi per incoraggiarsi a vicenda, ricordando Gesù e riflettendo sul suo insegnamento e sulle sue pratiche di vita. Chi aveva personalità e/o cultura (Pietro, Giovanni, Giacomo, Paolo di Tarso…) guidava la riflessione, indirizzandola a poco a poco verso la costruzione di vere e proprie “teologie”.

La vita di Gesù e i suoi singoli momenti hanno cominciato così a subire anche travisamenti e manipolazioni, funzionali a sostenere la tesi dei diversi predicatori/animatori (Alessandro Manzoni ha scritto una pagina memorabile sulle “frange” che attaccano allo scialle di una notizia coloro che se la passano di bocca in bocca…).

Momenti maschili o censure patriarcali?

Gesù è ben presto diventato Dio, incarnatosi per volontariamente immolarsi per la redenzione e la salvezza del mondo dalle conseguenze del peccato originale, dopo aver provveduto a consacrare i propri successori e i riti di redenzione perpetua: battesimo, cresima, eucaristia… e quello decisivo: l’ordine sacerdotale. Che svela il gioco. Che comincia qui, in questa cena tra maschi.

Dove sono le donne? quelle che seguivano Gesù e lo sostenevano con i loro averi, con il loro affetto, amicizia, amore… C’erano fino a un momento prima: l’ultima è stata quella donna che, nel brano immediatamente precedente (Mc 14,3-9), lo colma di tenerezza in casa di Simone il lebbroso, ungendolo con un olio preziosissimo, di valore dieci volte superiore ai 30 denari che per Giuda saranno il prezzo della vita di Gesù. Ricompariranno più tardi, le donne, sul Golgotha…

Ma perché non sono nominate qui? Perché la pagina centrale del Vangelo è tutta al maschile? Ci dev’essere una ragione… Sono momenti maschili o censure patriarcali? Se pensiamo al Vangelo apocrifo di Maria e all’ostilità feroce che Pietro mette in campo nei suoi confronti, non è difficile scegliere la seconda opzione. La prima non sarebbe di per sé negativa: il separatismo maschile può essere luogo prezioso di autocoscienza e di cambiamento.

Ma l’esito che storicamente ha avuto la ricostruzione di questa, che è la cena più famosa della storia, depone a favore della seconda opzione. Gesù viene ancora oggi orgogliosamente rivendicato come maschio che consacra maschi: e solo maschi possono essere i titolari di questo rito magico, che trasforma un pezzo di pane in carne d’uomo. E’ un “mistero della fede”, ovviamente: che a nessuno venga in mente di voler capire…

Io sono questo pane spezzato

Invece non è poi così difficile capire… Perché, pur in questa versione patriarcale della cena, il linguaggio non è criptico, se non per chi lo vuole mantenere tale e per chi si rifiuta di leggerlo altrimenti. Ho letto descrizioni e ricostruzioni molto interessanti e documentate dell’intreccio tra il banchetto pasquale ebraico e la sua sostituzione con il ricordo di una cena tra Gesù e il gruppo di discepoli e discepole…

Ricordo, inoltre, con vivezza la mia domanda fatta al professore di teologia morale, nonché rettore del seminario, a proposito della transustanziazione: dubbi e quesito che mi sembravano legittimi, ai quali lui rispose imponendomi la tradizione del mistero della fede. Stop.

“Gesù prese del pane… lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘Prendete, questo è il mio corpo’” (v 22). Cos’è il suo corpo: il pane che lui ha preso in mano o il pane che ha distribuito in pezzi? Chiare mi sembrano anche le parole che riguardano il vino: “Poi prese una coppa… e tutti ne bevvero…‛Questo è il mio sangue… sparso per molti’” (vv 23-24). Un sorso per uno… sangue sparso.

Marco e la sua comunità ci invitano non a celebrare riti transustanzianti, ma a fare come Gesù: a condividere la nostra vita (‘corpo’ non è semplicemente la ‘carne’, ma l’intera persona: io sono questo pane spezzato e distribuito…), a mettere il nostro corpo a disposizione della comunità umana, in condivisione reciproca. A perdere la nostra vita, per salvarla… per essere discepoli e discepole consapevoli e coerenti.

Non gesti magici, ma condivisione…

Però resta difficile ricavare dai Vangeli una lettura “umana” di Gesù. Lo possiamo fare solo a partire da una seria analisi storico-critica dei testi e dei loro autori. Ma lo “spezzatino” che ci propone il calendario liturgico non ci aiuta. E’ decisivo uno studio sistematico dei testi biblici, come facciamo nei nostri gruppi settimanali in comunità.

Chi sentirà, domenica prossima, leggere i versetti 12-16 non potrà che pensare: solo Dio può conoscere in anticipo, a distanza di tempo e di spazio, come si svolgerà, nel dettaglio, la ricerca e la preparazione della sala per la cena di Pasqua, da parte dei due discepoli. I due, “venuti in città, trovarono come egli aveva loro detto” (v 16). Non manifestano stupore, niente meraviglia: è normale che tutto sia come lui aveva predetto; esattamente come al capitolo 11,1-6, dove troviamo due discepoli (saranno gli stessi, che così si sono assuefatti ai prodigi…?) mandati da Gesù a prendere un asinello per il suo ingresso “regale” in Gerusalemme.

Se la divinità di Gesù fosse stata così evidente agli occhi dei suoi discepoli, perchè poi il tradimento, il fuggi-fuggi generale, il rinnegamento, la paura…? Forse proprio perché l’elaborazione della “cristologia” da parte di Paolo e poi degli altri è stata un’operazione postuma, molto postuma. Perché non evidenziare, nelle omelie e nella catechesi, queste particolarità esegetiche? E lasciare invece che si rafforzi nel “popolo” la convinzione circa la divinità di Gesù e che tutto sia andato esattamente come è scritto? Forse perché tutto resti “mistero della fede” in mano ai soli depositari (auto)autorizzati?

… gesti possibili a ogni uomo e a ogni donna

Quanto è più coinvolgente, invece, pensare a quel gruppo di uomini e donne che cercano una sala per celebrare il “banchetto pasquale”! Come facciamo noi, quando ci ritroviamo a mangiare insieme, conversando, imparando a conoscerci meglio, radicando le relazioni reciproche e, a volte, gettando le basi di future iniziative.

Non gesti magici, ma segni di condivisione, messaggi che invitano a fare altrettanto: a ricordare chi si è messo a disposizione, come se avesse diviso il proprio corpo in tanti pezzetti quante sono state le persone che ha incontrato sulle strade della Palestina… come se ad ognuna di esse avesse offerto una goccia del suo sangue, un pezzetto della sua vita..
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Questi sono gesti che ogni uomo e ogni donna possono compiere, da discepoli e discepole dell’Amore consapevolmente impegnati/e nella costruzione del Regno di Dio. Mentre trasformare un’ostia di pane in corpo di Gesù e un sorso di vino nel suo sangue possono farlo solo i preti consacrati ad hoc. O, meglio, solo loro possono continuare a farcelo credere.

Ma non è quello il Gesù che conosco e amo, che mi è modello di vita nelle relazioni; il Gesù che ha certamente invitato discepoli e discepole (in chissà quanti banchetti e quante cene!..) a fare come lui, a vivere in disponibilità reciproca, ad amarsi come lui ha amato loro… e a farlo in coerenza fino in fondo, consapevoli di andare controcorrente rispetto alla cultura del “mondo” e che questo potrebbe portare a conseguenze molto dolorose.

Questo è il messaggio forte per ciascuno e ciascuna di noi. Il messaggio che è stato così ben interiorizzato da chi, vescovo o campesino, magistrato o studente, cattolico/a o agnostico/a, ha incarnato fino alla morte violenta il sogno del Regno dell’Amore, lottando per liberare il mondo dal dominio del denaro sulle coscienze, da ogni sorta di mafie e di violenze…

“Fate questo per non dimenticarvi di me” (Lc 22,19): non voleva dire ‘consacrate un pezzo di pane proclamandolo corpo di Cristo’, ma ‘spezzate la vostra vita, mettetela a disposizione nelle relazioni’. Questa è la mia fede… e non c’è niente di misterioso.

Beppe Pavan

Un commento

  • Paolo Sirocchi

    Non così profondamente come fa l’autore ma anch’io sono arrivato a simili conclusioni. Io sono affascinato e rispetto il Gesù uomo e lo temo anche. Ma libero da misteri come quello della transustanziazione. C’erano le donne a quella cena, voglio credere che ci fossero tutte.

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