6 maggio – VI Domenica di Pasqua

Non possiamo tirarci indietro

Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Giovanni 15, 9-17).

Questa sotto unità del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, comprendente i vv. 9-17, è letterariamente legata a ciò che precede, mediante l’insistenza su “rimanere” e, alla fine, mediante la prospettiva del frutto. Essa è in continuità implicita con la tradizione giudaica, poiché la vigna Israele doveva la propria esistenza all’amore di JHWH ma è anche in continuità con l’interpretazione giovannea della figura che ha messo in rilievo l’unità della vite e dei tralci.

A partire dal v. 9, il complesso simbolico della vite cede il posto a ciò che lo giustifica in profondità, cioè l’amore di cui Dio è la fonte: l’evangelista fa risalire Gesù all’origine, all’amore con cui il Padre 1’ha amato e in cui fonda il suo per gli uomini e le donne. Nel v. 12, la stessa espressione mostra il legame tra l’amore con cui il Figlio ha amato discepoli e discepole e il loro mutuo amore: un movimento discendente, continuo e inarrestabile: da Dio a Gesù, da questi a discepoli e discepole, poi gli uni per gli altri.

Al centro del passo è evocata la morte di Gesù come atto supremo d’amore (v. 13). Questo versetto segna il passaggio tra il primo movimento di pensiero, la comunicazione continua dell’amore (vv. 9-13), e il secondo che è caratterizzato dall’appellativo “amici” e orientato prima verso la prospettiva di un frutto che rimane, poi di una preghiera che il Padre esaudisce (vv. 14-16). Non si tratta soltanto di rimanere fermi nella fede in Gesù, ma, più profondamente, di vivere nell’amore ricevuto da Dio.

Rimanere nell’amore di Gesù non appartiene all’ordine del sentimento o dell’esperienza mistica, ma a quello della comunione delle volontà; significa, concretamente, “restare uniti a lui” facendo propri i suoi insegnamenti; amare e osservare i comandamenti sono per i/le credenti un’unica cosa. Il testo stabilisce una continuità tra la fedeltà agli insegnamenti del Figlio e la fedeltà del Figlio ai comandamenti del Padre: il comportamento del Figlio, ci dice Giovanni, è il prototipo, la fonte di quello dei/delle credenti. Il v. 10 riflette in senso inverso il contenuto del v. 9: mostra la risposta del Figlio e dei/delle credenti all’amore ricevuto.

L’accoppiata amicizia (amore)/ comandamento è così sorprendente che la tradizione cristiana ne ha rimosso il significato più profondo, facendo dell’osservanza del comandamento una condizione esterna dell’amicizia, e indulgendo all’opposizione tra legge e amore come segno dell’inferiorità del Primo Testamento (“religione della legge”) nei confronti del Secondo (“religione dell’amore”), del rapporto servo-padrone nei confronti del rapporto amicale. Il cerchio dell’amicizia – di quest’amicizia – non si chiude nella reciprocità diretta: la consegna della libertà umana a Dio non alimenta l’identità di Dio ma ridefinisce l’identità umana: “come io ho amato” vuol dire che ogni gesto d’amore verso l’altro/l’altra istituisce la presenza del divino nel mondo.

L”amore che ha gratificato i discepoli e le discepole si esprime nell’amore che essi in questo mondo si donano reciprocamente. L’amore fraterno è presentato come il comandamento per eccellenza, anche attraverso il rilievo datone all’aspetto etico. Pensare e dire parole di profezia e compiere coerentemente gesti di amore anche quando sono in controtendenza rispetto alle logiche del mondo.

Gesù propone se stesso come insuperabile paradigma dell’amore, ma lo fa non autoglorificandosi bensì – e qui sta la novità radicale del suo insegnamento – glorificando Dio mentre rende a Lui testimonianza. Infatti Gesù è paradigma dell’amore autentico anzitutto per quello che riceve (come il Padre ha amato me) e per quello che offre (come io ho amato voi). Se i discepoli fanno ciò che Gesù domanda loro, cioè se credono e se amano, ci dice ancora l’evangelista, il Figlio li riconosce come “amici”.

La condizione del discepolo/a è quella del “servo” (si noti: non “schiavo”), termine che nella Bibbia rappresenta un titolo di nobiltà quando caratterizza la relazione con Dio: implica la fedeltà senza riserve. Ma al titolo positivo di servo, Gesù oppone ora quello di “amico”. Nel Primo Testamento, l’appellativo “amico di Dio” è riservato ad Abramo e a Mosè , cui il Signore non ha soltanto affidato l’esecuzione dei suoi ordini, ma ha comunicato “faccia a faccia” il proprio disegno.

Anche noi siamo sollecitati a ripercorrere passo dopo passo la via dell’Amore: la vicinanza, l’abbattimento di ogni servitù e di ogni asimmetria, il comandamento che non è più solo legge scritta sulla pietra ma concreta proposta di vita. Essere chiamati “amici” da Gesù significa sentirsi liberati da ogni servitù e dipendenza. Gesù ci restituisce la libertà dei figli e delle figlie di Dio.

Se JHWH ha scelto Israele, non è per il solo Israele, ma perché sia suo testimone “davanti agli altri popoli”. Il verbo “scegliere” dice chiaramente l’elezione di cui sono oggetto tutti i/le credenti, coloro che Gesù chiama “amici”. La scelta di cui ci parla non è quella di alcuni tra i membri della comunità, ma della comunità in tutti i suoi membri, in opposizione al “mondo”. Quest’uso, che riflette l’elezione di tutto Israele in rapporto alle nazioni, è frequente nel Nuovo Testamento.

“Portare frutto” significa, per gli “amici” di Gesù, essere pienamente fedeli ai suoi comandamenti, come il popolo eletto doveva osservare la Legge ricevuta sul Sinai. Isaia e gli altri testi profetici sulla vigna intendono con la metafora del frutto la fedeltà all’unico Dio e la giustizia nei confronti del prossimo.

L’entroterra di questo pressante invito all’amore fraterno nel Vangelo di Giovanni è costituito da una comunità in cui esistono tensioni, scontri, divergenze. Se il redattore del Vangelo di Giovanni in questo passo ricorda e ribadisce l’esigenza dell’amore all’interno della comunità, tutto lascia supporre che ce ne fosse davvero bisogno. Tanto più che l’evangelista riprende lo stesso “motivo” al capitolo 17, 22-23 mettendolo sulla bocca di Gesù come preghiera al Padre.

Troppo spesso ci capita di leggere a cuor leggero questo “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”: si tratta di una proposta ed una sfida con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno in prima persona. I linguaggi cristiani dell’amor fraterno sono carichi di ambiguità e nessuno di noi può pensare di aver accolto e praticato nella propria vita questo messaggio così radicale.

In una chiesa gerarchica che continuamente, nei suoi documenti magisteriali e nella sua pratica pastorale ufficiale, nelle quotidiane esternazione di papa, vescovi e cardinali ripropone e impone l’esclusione, che traccia i perimetri dell’appartenenza e di fatto si comporta da padrona della fede, come possiamo vivere questo “comandamento” che Gesù ha lasciato ai suoi amici e alle sue amiche? Proprio tra di noi che ci diciamo cristiani oggi l’amore è straordinariamente difficile. Certo non possiamo accantonarlo e metterlo solo sul conto altrui. Nè possiamo sognare una chiesa in cui, eliminate le differenze e taciute le divergenze, si cancellino le tensioni e si viva tutti/e “d’amore e d’accordo”.

Non è promuovendo l’uniformità, censurando la libertà di parola e la libertà di sperimentare nuove pratiche pastorali che si cresce nell’amore. L’amore è la cancellazione totale dello spirito e della pratica della scomunica, realtà che non può svilupparsi senza la conversione di ciascuno/a di noi. L’amore senza libertà è una pura finzione; la libertà senza amore diventa presunzione e arroganza. Nessuna scorciatoia e nessuna semplificazione sono possibili. “Amatevi come io ho amato voi”: il cammino è lungo ma, come discepoli e discepole di Gesù, non possiamo tirarci indietro.

Paolo Sales

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