15 aprile – III Domenica di Pasqua

Essere testimoni

Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni (Luca 24, 35-48).

Gioia e turbamento

La figura di Gesù risorto è spesso evanescente (non è mai riconosciuto immediatamente), per far comprendere che non è più di questo mondo, ma allo stesso tempo è “materializzata” al punto da attribuirgli tutte le operazioni di personaggio terrestre, in modo da togliere ogni dubbio sulla sua nuova esistenza anche se sembra nuovamente un uomo di questo mondo.

Lo schema è più o meno sempre lo stesso; Gesù si fa presente improvvisamente, non è sempre subito riconosciuto e quando il riconoscimento avviene, i veggenti sono colti da grande gioia o da paura. Le “manifestazioni” del Gesù risorto, cominciate con le persone più umili, giungono alla fine anche agli uomini più qualificati della comunità, la quale ha annesso alle manifestazioni del Signore pari importanza che all’evento pasquale.

Il punto culminante è sempre la dichiarazione di Gesù “Sono io”. Il presente testo di Luca ridà un’apparizione di riconoscimento e quindi di missione. Essa mira a generare la convinzione che Gesù è vivo, si è mostrato realmente e fisicamente ai suoi. Il racconto segue un comune schema che si può chiamare “genere delle apparizioni”, frequente nella Bibbia.

Dio “appare” ai patriarchi, a Mosè, ai profeti dando a tutti garanzie a conferma della sua realtà. Il primo effetto dell’apparizione è sempre causa di panico e sbigottimento. La paura è sempre segno che si è di fronte a un essere o a un evento inconsueto, soprannaturale. Gli apostoli non hanno accettato i primi annunzi di resurrezione (vv10-11), ora Gesù stesso per convincerli si fa vedere, toccare, mangia con loro, ma soprattutto li introduce alla comprensione delle Scritture.

Luca insiste sulla “corporeità” per garantire la realtà dell’avvenimento, non per descrivere le condizioni del risorto, ma per offrire una “prova” immediata e convincente del fatto. Gesù è risorto, è vivo quanto lo era in precedenza, per questo può sedersi a tavola e mangiare con loro anche se è uscito da questo mondo.

Avevano scelto bene

Si ha ora la consapevolezza che le cose ascoltate dal Maestro nel periodo trascorso al suo seguito erano attendibili, la conformità e la coincidenza con le Scritture trova in questo caso conferma. Non si sono ingannati sulla credibilità del profeta che avevano scelto di seguire. Tuttavia si tratta pur sempre di prove morali e non filosofiche; possono anche lasciare un margine all’incertezza e al rischio, come avviene con l’assenso di fede, di qualsiasi genere sia. Il mistero di Cristo si può, se non spiegare, illustrare e giustificare unicamente attraverso le Scritture.

I “segreti” di Dio non si scoprono attraverso la riflessione e la sapienza umana ma solo mediante una sua libera comunicazione. Egli l’ha fatto attraverso i profeti, di cui l’ultimo è Gesù (v. 19). Per questo il richiamo alla Scrittura non è facoltativo, ma obbligatorio per capire il piano di Dio e, insieme, il cammino di Cristo, le tappe scomode, oscure della sua esistenza (vv. 45-46).

La catechesi cristologica si conclude con un discorso di missione degli undici, chiamati a diventare i continuatori della sua opera e i testimoni della sua resurrezione. Il discorso evangelico, tramite il Battista, era cominciato con la predicazione della penitenza e la remissione dei peccati, si chiude con lo stesso tema (v. 47).

Gesù ha assolto la sua missione nel costante tentativo di distogliere le persone dalle vie del male; ora che egli non sarà più direttamente presente, la sua opera dovrà continuare per mezzo dei suoi seguaci. Non è un consiglio, un’esortazione, ma un’incombenza, un obbligo. Essi non dovranno essere dei conquistatori ma dei benefattori dell’umanità. L’annunzio non riguarda più i soli giudei ma si estende a tutte le genti.

Essere testimoni

E’ necessario rendersi conto che l’esperienza terrena di Gesù è stata sì importante, è stata sì unica, ma non si è affatto conclusa con la sua morte. Continua ad essere una strada aperta dalla quale nessuna persona si può chiamare fuori. Ci ha offerto con la sua testimonianza molti spunti per lavorarci su e il discorso non è affatto concluso. Il Maestro ha chiesto di essere suoi “testimoni”.

E’ un ruolo molto impegnativo, non c’è che dire. Persino nei processi l’utilizzo dei testimoni è fondamentale per poter stabilire in presenza di contese, dispute, reati più o meno gravi, le responsabilità e quindi derivarne le conseguenze. Ora, oltre le ragionevoli perplessità sulla valutazione di come le nostre chiese nel corso dei secoli hanno risposto per quanto riguarda l’esortazione alla testimonianza, io come mi pongo di fronte alle responsabilità alle quali sono chiamato dall’invito di Gesù?

Il panorama è immenso, da scoraggiare, c’è solo l’imbarazzo della scelta, però dovendo partire da qualche aspetto concreto della mia vita sarei propenso a prendere in considerazione il rispetto del diverso e l’accoglienza. Pur con i dovuti distinguo mi pare che in quanto a rispetto e accoglienza l’esperienza di Gesù sia più che mai attuale.

Dopo un inizio anche per lui tentennante e qualche lezioncina ricevuta soprattutto da alcune figure femminili, ha saputo accogliere e mettere al centro della sua attenzione gli scartati, le scartate, creando presupposti per relazioni feconde, nuove, sananti. Mai ponendosi al di sopra di nessuno/a, ma a fianco, prendendo per mano, accompagnando.

Anche se “testimone di Cristo” è una parola grossa, se mi riuscisse, partendo dal maggior rispetto e da un’accoglienza meno asettica delle persone “diverse”, sarebbe già un passo nella direzione giusta.

Domenico Ghirardotti

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