4 marzo – 3^ di Quaresima

Liberi/e dal “dominio del sacro”

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo (Giovanni 2, 13-25).

Nel Vangelo di Giovanni troviamo un testo molto diverso dagli altri tre evangelisti. Mentre la tradizione sinottica pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio alla fine del ministero di Gesù, prima dell’arresto e della condanna a morte, Giovanni lo colloca agli inizi. Non è da escludere che si tratti di due diversi episodi, ma è più probabile che tutti e quattro i racconti abbiano alla base il ricordo di un intervento dimostrativo di Gesù nell’area del Tempio contro i mercanti e il traffico di denaro, preludio di quello “scontro” che porterà Gesù alla croce.

Gli studiosi della Bibbia non hanno alcun dubbio circa la storicità di questo provocatorio intervento di Gesù. Egli, davanti allo spettacolo della degradazione del Tempio da casa di preghiera a luogo di affari, è preso dallo “zelo per la casa del Signore”. Nel Vangelo di Giovanni, per lo stile del linguaggio e delle risonanze simboliche tipiche di questo scritto, la contestazione del mercato è particolarmente radicale (“scacciò… gettò… rovesciò”)… In questo egli conosce ed attua lo sdegno che aveva letto nelle pagine di Isaia, Geremia, Amos, Michea.

Siamo di fronte a due simboli religiosi fondamentali nella mentalità di ogni credente di allora: la Legge di Dio ‑ carta “costituzionale” della dignità di ogni uomo, uscita dallo stato di schiavitù e di paura ‑ e il tempio, “segno” della vicinanza della divinità al popolo: è dunque possibile che ciò che dovrebbe condurre a Dio ne allontani? Un sistema “inventato da Dio” per liberare l’uomo, ladonna, può essere usato per asservirli e schiavizzarli, e tutto ciò in nome dello stesso Dio?

Nella sua vita Gesù non solo ha voluto indicarci una via a Dio lontano da formalismi, riti, gerarchie, ma ha anche messo ogni cura per mostrarci quanto Dio fosse “vicino alla vita” (degna di essere pienamente vissuta), ad ogni uomo, ad ogni donna, quanto stesse a cuore che il dolore fosse allontanato dai suoi figli/e. Gesù aveva “osato” dire che l’essere umano non è fatto solo per ubbidire alla legge, ma che Dio aveva “dato” la legge perché vivesse nella sua dignità di figlio/a amato. Ma questo modo di pensare, questo tipo di fede delegittimava (e delegittima ancor oggi) quanti sulle infinite discettazioni del lecito e dell’illecito, del consentito e del comandato, avevano/hanno eretto il loro potere, magari “imponendo agli altri pesi che essi non osano toccare neppure con un dito”. Gesù contestava chi in nome di Dio faceva vivere la gente nella paura, la incatenava ad una divinità tiranna, interessata ad una inflessibile sottomissione.

Ogni religione si identifica con un “tempio” o un luogo sacro. Anche ogni storia personale è arricchita da luoghi di incontro. Spesso queste due dimensioni coincidono. Quando avviene, il luogo religioso di incontro comunitario diventa anche luogo di incontro personale, dove la gente esprime la vita e il tempio si arricchisce di storia e di storie. Questo era il senso piú forte che il tempio aveva per donne e uomini di Israele, anche quando il luogo era reso più oscuro e appesantito da altri significati, diventando così luogo specifico e riservato alla gerarchia sacerdotale, che sembrava essere l’unica a esercitare il suo ministero e il suo potere. Ma in realtà, nella memoria dei semplici, il tempio resta come il luogo di incontro, che con il solo ricordo suscita nostalgia.

Sembra questo il grido di Gesù che emerge dalla teologia di Giovanni; o, forse, è lo stesso grido della prima comunità che, mentre scrive, capisce (Gv 2,17-22). Più che di gesti, si tratta di un grido: un grido di rivendicazione, un grido pieno di dignità, il grido di ciò che era un diritto e che invece, molte volte, viene gestito e venduto, negoziato o arrogantemente posseduto. Mentre Gesù nei Vangeli di Marco, Matteo e Luca accusa di aver fatto della “casa di preghiera” una spelonca di ladri, Giovanni parla di “una casa di commercio”, cioè una bottega.

Storia di ieri e storia di oggi. Accanto alle grandi chiese, ai santuari e alle basiliche le botteghe e il commercio prosperano. Quando si inventa qualche apparizione o si proclamano nuovi santi o sante, nasce ogni volta un commercio che presto diviene ben consolidato. E’ diventato quasi impossibile separare il tempio dal mercato. Seguire Gesù oggi, vuol anche dire lottare contro i mercanti del tempio, tanto incoraggiati dalla gerarchie vaticane.

Mentre le gerarchie continuano ad allontanare dalla “casa del Padre” tante persone perché non sono in regola con le “leggi ecclesiastiche” (divorziati/e, gay, lesbiche, trans, coppie di fatto…), sono in attiva ricerca di mercanti e potentati politici ed economici con cui intrattenere fruttuosi commerci. I mercanti non sono più così esterni che vengono a chiedere il permesso di avere un posto “nel cortile del tempio”, ma sono gli stessi gestori del sacro, diventati una delle strutture portanti del tempio gerarchico. Mentre, con una liturgia vaticana traboccante di retorica, si chiede genericamente perdono per alcuni peccati del passato, si intrecciano alleanze sempre più ambigue con i poteri forti della Terra.

Forse sono proprio i fasti e i commerci del tempio che fanno dimenticare la Parola di Dio. Quando le celebrazioni della fede diventano spettacoli mondani trasmessi in mondovisione, il tempio non è più la “casa del Padre”, ma una delle case dei padroni di questo mondo che parla i loro linguaggi e promuove i loro interessi….

Il redattore del Vangelo di Giovanni non vuole soltanto offrirci un’informazione storica: egli, collocando l’episodio all’inizio del Vangelo, intende conferirgli il significato di “una porta di ingresso”, di “una chiave di lettura” dell’intero evangelo. Per Giovanni questa è la cacciata dei venditori, non è solo la “purificazione del tempio”, ma ancor più è la liberazione dal tempio. Un tempio che , con le sue strutture e le sue gerarchie, con le sue regole e i suoi ritualismi, presume di essere la casa di Dio, il “luogo esclusivo” della fede.

Questo linguaggio che mette a nudo le perversioni del tempio, che lo desacralizza, non costituisce soltanto una motivata polemica contro le presunzioni e le oggettive ipocrisie delle “strutture religiose”, ma rappresenta un “manifesto di libertà”. La fede non è perimetrata da qualcuno che “governa” gli spazi del sacro, che stabilisce chi è fuori e chi è dentro. Siamo liberi/e dal tempio e dai suoi funzionari perchè la fede è oltre il tempio. Senza escludere nessuno dal dialogo, occorre coltivare un cammino di fede che non accetti le categorie del fuori e del dentro dettate, imposte dall’alto.

La liberazione interiore dal “dominio del sacro” e dal potere paralizzante degli apparati ecclesiastici conferisce gioia alla nostra vita e spazi nuovi alla nostra testimonianza. Quando l’Evangelo libera i nostri cuori, davvero l’unica autorità che conta è la Parola di Dio e l’unico sentiero che ci coinvolge è il dialogo, la solidarietà, la pace. Lo “spazio di Dio” è davvero altro dai recinti spesso chiusi, dottrinari custoditi dalla gerarchia. Il vero “Santuario”, ci dice Giovanni, è là dove si fa corpo con Gesù, con la sua strada, con la sua preghiera, con la sua fiducia in Dio, con la sua prassi quotidiana di condivisione.

Questo “Santuario” vive un po’ ovunque senza confini…, nelle parrocchie, nelle comunità di base, per le “vie del mondo”, tra gli scomunicati e i sospettati, tra i gruppi che le gerarchie emarginano… facendo memoria viva di tutti quei giusti, donne e uomini, che lungo i secoli hanno gridato la stessa nostalgia di Gesù e che per i signori ufficiali del tempio, quelli che decidono le regole e i comportamenti, sono stati considerati eretici, separati solo per aver gridato il loro sogno e il loro desiderio.

Gesù in questo testo è “profondamente povero”; il suo grido è il grido dei poveri, degli innocenti, che irrompe nel silenzio che mantiene l’ ordine precostituito del tempio ufficiale, che può essere una Chiesa o uno Stato o, a volte, Chiesa e Stato insieme… Per Gesù questo “silenzio”, questo apparente ordine del gioco inventato dai sacerdoti tra sacro e profano, è falso e possiede tutto il sapore del caos, del mercato immagine dell’ingiusta sovrabbondanza. È in questo tipo di tempio in cui tutto si pensa già prestabilito, organizzato che Gesù grida il diritto al desiderio, il diritto al sogno come possibilità di storia e di vita nuova….

Il grido di Gesù irrompe dentro a questa logica diventata struttura. Il grido, nel suo gesto, diventa disprezzo e così lo comprendono i benpensanti. Sono significativi i termini che si usano in questo testo come alternativa al tempio: casa e corpo. Nel grido di Gesù c’è la nostalgia della casa (2,16) e del corpo (2,21) o dei corpi. Non le cose, non i limiti degli spazi che alcuni hanno deciso dividendo tutto tra sacro e profano e quindi tra puro e impuro e attribuendo ad alcuni (i puri) lo spazio sacro, e ad altri (gli impuri) lo spazio profano. Nel grido di Gesù c’è la nostalgia di fare delle strutture una casa resa viva e significativa per la presenza dei corpi: la vita della gente; è questa ciò che deve essere ricostruita al più presto: “in tre giorni” (2,19)…

La strada per uscire dalla dipendenza dal sacro oppressivo è insieme liberante ed impegnativa perchè occorre vivere fuori dalle tutele dell’autorità la propria dedizione all’evangelo e le proprie responsabilità. Siamo invitati/e a vivere sulla soglia, nella strada… per poterne ascoltare le voci, partecipare al “moto della vita”, vedere oltre i “sacri recinti”. Sempre più donne e uomini credenti non hanno più bisogno di essere riconosciuti, approvati, autorizzati e benedetti da un’autorità gerarchica. Sanno compiere le proprie scelte e assumere le proprie decisioni dentro una reale pratica del dialogo, senza più chiedere permesso a poteri sacrali e burocratici. La “chiesa” è là dove si ascolta la Parola di Dio e ci si muove sulle tracce di Gesù. Nessuna autorità umana può circoscrivere l’azione di Dio nei cuori delle persone.

Sta solo a noi vivere quel poco di verità che sentiamo, pensiamo, conosciamo e di cui, pertanto, siamo pure responsabili. Un singolo essere umano sarà pure fallibilissimo. Eppure merita infinitamente più fiducia di un Magistero che sbaglia tutto già per il fatto che pretende di essere infallibile. Nessuna libertà finchè crede di essere bisognosa di un permesso da parte di una qualche autorità ecclesiastica può essere considerata reale. Nessuna obbedienza di gruppo promuove l’umanità ” (E. Drewermann, La fede inversa, Edizioni La Meridiana, pag. 94).

Paolo Sales

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