11 febbraio – 6^ Domenica del T.O.

Ma egli uscì ad annunciare…

E viene a lui un lebbroso, lo supplica in ginocchio e gli dice. Se vuoi, tu puoi purificarmi. E pieno d’ira tese la sua mano, (lo) toccò e gli dice: Lo voglio, sii purificato! E subito la lebbra se ne andò da lui ed egli fu purificato. Ed egli lo ammonì, subito lo mandò via e gli dice: Bada di non dire niente a nessuno, ma va’, mostrati al sacerdote e sacrifica per la tua purificazione ciò che Mosè ha prescritto a testimonianza per loro! Ma egli uscì, incominciò con zelo ad annunciare e a diffondere la parola, così che egli non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma restava fuori in luogo solitario. E venivano a lui da ogni parte (Marco 1, 40-45).

La lebbra era una delle peggiori situazioni che potesse vivere una persona al tempo di Gesù. Chi era riconosciuto come lebbroso viveva una condizione di estrema marginalità. La solitudine della persona affetta da lebbra era totale, imposta dalla comunità per ragioni di tutela di salute della comunità stessa. In un regime di stretta vicinanza le norme igieniche erano l’unica profilassi per evitare il contagio e l’esclusione dalla comunità della persona affetta da lebbra era una dolorosa necessità.

Vi era una precisa classificazione dei vari tipi di lebbra. I capitoli 13 e 14 del libro del Levitico contengono le prescrizioni e i rituali per il riconoscimento, l’eventuale cura, il comportamento nei confronti della comunità, e, nel caso, la riabilitazione del lebbroso che fosse guarito. La persona che doveva assolvere a tutte queste funzioni era il sacerdote. La condizione di lebbroso, quando riconosciuta, era di estremo abbandono.

Il lebbroso che incontra Gesù, nonostante la condizione, è una persona che ha ancora in sè la voglia di vivere. Anzitutto è lui che va in cerca di Gesù, si getta in ginocchio, gli chiede di aiutarlo. Marco riporta le precise parole : “Se tu vuoi, puoi guarirmi”. Nella traduzione Riveduta la richiesta è “se tu vuoi, tu puoi mondarmi”, cioè “togliere l’impurità che si è impossessata di me”. Significa che questa persona, colpita dalla malattia nel fisico e prostrata dalla condizione di marginalità, intravede una possibilità di riscatto e la vede in Gesù.

Chi è colpito dalla lebbra è come un bambino nato morto (Nm 12,12; bSanh 47a). La sua guarigione era uguale alla risurrezione di un morto. Il lebbroso veniva dichiarato impuro e veniva segregato. Secondo Lv 13,45 s. doveva portare vesti strappate, avere i capelli disciolti, co prirsi la barba e gridare: «Immondo! Immondo!».

Al tempo di Gesù la segregazione era regolata in modo tale che i lebbrosi non potevano mettere piede in Gerusalemme e nelle città che fin dai tempi più remoti erano circondate da mura. Potevano fermarsi nelle altre località, ma dovevano vivere per conto proprio. L’incontro con un lebbroso rendeva impuri.

I precetti di purità erano stati motivati sotto l’aspetto cultuale. Israele doveva essere un popolo puro per JHWH. La teologia rabbinica considerava la lebbra una punizione di Dio per i peccati commessi e, dì conseguenza, vedeva nel lebbroso un peccatore. Colui «che è colpito da una delle grandi impurità dell’uomo» non poteva entrare neanche nella comunità di Qumran (1 QSa 2,3 s.) 13. Già in Lv 13 s. sono distinti diversi tipi di lebbra. Non sappiamo come intendere la lebbra sui vestiti e nelle case (Lv 13,47 ss.; 14,33 ss.).

Sicuramente il concetto di lebbra era inteso in modo assai vasto. Ciò vale anche per le differenziazioni della Mishna (si arriva fino a 72 tipi). È più seria la suddivisione di Galen in sei tipi. Colui che era guarito dalla lebbra doveva far confermare la guarigione da parte del sacerdote. Siccome a questo compito era collegato un sacrificio, ciò poteva avvenire soltanto nel tempio di Gerusalemme (J. Gnilka, Marco, Cittadella, pag 113-114).

È questo l’unico racconto della guarigione di un lebbroso in Marco. Qui sta la sua particolarità. Si tratta quindi di un prodigio straordinario. Lo stendere la mano e il toccare sono gesti tipici di una guarigione compiuta in autorità, variamente testimoniati in storie di miracoli. Il toccare non è violazione della prescrizione giudaica circa la purità, ma trasmissione della forza che guarisce. Per lo stesso motivo si dice spesso che i malati toccano Gesù. La guarigione dalla lebbra avviene immediatamente.

Il racconto si differenzia per qualche aspetto dalle due storie di guarigione dalla lebbra tramandate nell’Antico Testamento. Mosè guarisce Maria dopo aver implorato a voce alta Dio e dopo un termine fissato di sette giorni (Nm 12,4-16). Eliseo ottiene la guarigione di Naaman siro che deve bagnarsi per sette volte nel Giordano (2 Re 5,8-14). Ma è significativo che la guarigione sia vista come azione di Dio (5,15) e dimostri «che vi è un profeta in Israele» (5,8).

Si può dunque considerare il testo di Marco sullo sfondo della tradizione di Eliseo. Gesù allora viene presentato come il profeta della fine dei tempi che possiede il potere carismatico di guarire. Una volta avvenuta la guarigione, il guarito è mandato via subito. Il fatto che Gesù lo ammonisca non è un rimprovero rivolto al guarito, che avrebbe frainteso in senso magico le forze miracolose di Gesù, ma è un gesto che sottolinea l’ordine di tacere che segue subito dopo.

Neppure il sacerdote deve sapere chi è stato a liberare quell’uomo dalla lebbra, questi però deve assolvere la prescrizione della legge. In tal modo il riconoscimento ufficiale della purificazione diventa, anche se non se ne fa parola, prova dell’avvenuta guarigione. La problematica della legge è decisiva anche in questo passo.

La formula «a testimonianza per loro» allarga l’orizzonte dei destinatari dell’inviato, il quale deve offrire il sacrificio richiesto. Ci si rivolge qui a tutti coloro che si sentono obbligati nei confronti della Legge. Essi devono sapere che la comunità cristiana, che qui si richiama a Gesù, non viola la legge. Il guarito non osserva l’ordine di tacere che gli è stato dato, ma diventa un annunciatore. In tal modo il racconto presenta un nuovo contrasto: colui che sino a quel momento era stato escluso dalla società si trasforma in divulgatore dell’azione di Dio tramite Gesù.

La condizione necessaria per uscire da una situazione di disagio è desiderarlo, volerlo. Spesso la sofferenza è talmente intensa che non permette uno sguardo sull’oltre. Oppure ci si rassegna ad una condizione ormai considerata ineluttabile. Non si riesce più a pensare in modo diverso. Quell’uomo nel fondo del proprio cuore forse aveva conservato questo desiderio, questo sogno. Forse non aveva abbandonato la speranza di poter essere ancora una persona come le altre, parte di una comunità e, più in generale, parte del progetto di Dio.

Marco ci racconta che Gesù fu “mosso a compassione” verso di lui. Prova un sommovimento interiore molto forte, difficile a descriversi. La compassione è la condivisione profonda di uno stato d’animo, qualcosa che prende da dentro. Questa è una delle possibili traduzioni della reazione immediata di Gesù. Il testo può anche tradursi con “indignato”, “pieno di collera”. Probabilmente presentare un Cristo dai sentimenti troppo umani avrebbe potuto scandalizzare. Eppure l’essere mossi a compassione non è incompatibile con l’essere indignati.

Incontrare un lebbroso faccia a faccia spaventerebbe anche oggi, con tutti i progressi che ha fatto la medicina. Figuriamoci allora. Ma anche di fronte alla condizione di marginalità di quella persona le reazioni potevano, e possono, essere molto diverse. Poteva ignorarlo, allontanarlo… ne avrebbe avuto tutte le ragioni. Ma Gesù si è lasciato toccare il cuore dal lebbroso e ha compiuto un gesto trasgressivo, incoscente che lo avrebbe, a sua volta, reso impuro: lo ha toccato con la mano: “Si lo voglio: guarisci!”. E la lebbra sparì.

Molte occasioni della nostra vita ci portano a contatto con malattie e sofferenze paragonabili alla lebbra, ma spesso la nostra reazione non è diretta come quella di Gesù, e quindi non così autenticamente etica. Nel migliore dei casi ci rivolgiamo al malato con spirito assistenziale, magari filtrato da varie strutture o intermediari. Siamo capaci di toccare il malato? Riusciamo a toccare quel mistero che è la malattia, che è la sofferenza?

Siamo in grado di porci a fianco del malato – e non al di sopra – per imparare qualcosa da lui, anziché per sentirci gratificati dalla nostra buona disposizione? Sono domande che questa Parola ci rivolge, se ci poniamo di fronte a essa con spirito di preghiera e quindi di ascolto profondo. Gesù fa un gesto completamente nuovo, forte, ma poi chiede al malato di non dire niente a nessuno. L’evangelista Marco sottolinea spesso il segreto che Gesù chiede sui suoi gesti.

Anche questo ci interpella. La tentazione di dar pubblicità ai nostri gesti di solidarietà è spesso celata insidiosamente dentro di noi. Ma un’altra domanda ci preme: come reagiamo a queste parole della Scrittura se le leggiamo con “atteggiamento contemplativo”? Sentiamo che dietro il gesto c’è un amore connotato da una qualità speciale: la disponibilità a condividere la sofferenza dell’altro, la compassione, appunto, al di là della legge e pur nel rispetto della tradizione.

Guarire un lebbroso era considerata opera di Dio e il gesto di Gesù, collocato in questa parte del Vangelo, ci annuncia che con lui il Regno di Dio si fa vicino. Perchè Gesù si indignò? Non poteva essere per lo scandalo della condizione del lebbroso? Per lo scandalo della sofferenza? O per lo scandalo dei sacerdoti che forse avrebbero potuto fare qualcosa in più per quella persona e non lo avevano fatto? Ma noi siamo capaci ancora di indignarci per le ingiustizie?

Infine, come già ricordato, gli intima di non dire nulla a nessuno di cosa è successo… ma qui la situazione gli sfugge di mano. Infatti l’ex lebbroso racconta a tutti ciò che gli è successo: questo costringe Gesù a ritirarsi in luoghi deserti per sfuggire alla folla che lo cerca continuamente.

Sicuramente lo cercavano per bisogno; ma quali sono i nomi dei bisogni se non domande sul senso di ciò che ci accade? La vicinanza del Regno di Dio, la consapevolezza che Dio ci ama, che ci è vicino, che non ci allontana anche se siamo dei lebbrosi spirituali anzi, ci tocca, ci invita a riflettere, a guardare in noi stessi e noi stesse alla ricerca delle cose che veramente sono importanti… L’annuncio di questa vicinanza smuove i cuori e si trasmette… non si può tacere.

Chissà se quell’ex lebbroso sarà diventato discepolo di Gesù, se lo avrà seguito nelle sue predicazioni, oppure se sarà ritornato al suo villaggio, si sarà fatto una famiglia e avrà intrapreso un lavoro… Poco ci importa. La sua testimonianza di uomo irrequieto che non accetta la propria condizione, che vuole cambiare è arrivata sino a noi e ci invita a essere irrequieti, a non adagiarci nelle nostre consuetudini, e, quando serve, a trasgredire nel nome di una legge più grande.

Paolo Sales

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