4 febbraio – 5^ Domenica del T.O.

Relazioni che guariscono

E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni (Marco 1,29-39).

Matteo apre il suo Vangelo con una genealogia da società araldica; Luca con un preambolo da storico consapevole e documentato; Giovanni con un prologo di alto profilo filosofico… Solo Marco va dritto al dunque e ci dichiara, fin dal primissimo versetto, lo scopo del suo libro; che non è di raccontare la vita di Gesù, ma il suo “buon messaggio”: “Inizio dell’evangelo di Gesù…” e l’intero primo capitolo ne è una felicissima sintesi. Gesù ha sostanzialmente vissuto per portare in giro per la Palestina il suo messaggio, spinto da questo urgente desiderio: “Andiamo altrove, nei villaggi vicini, affinché possa predicare anche là; perché per questo sono venuto” (v 38).

Adesso credo di capire meglio quel verbo con cui Marco lo fa entrare in scena al v 9: “Accadde in quei giorni che Gesù venne…” e avanti con la storia, che ci farà conoscere questo Gesù che improvvisamente “accade”. Immagino che “accadesse” che nei villaggi, nelle sinagoghe, nelle case… se lo vedessero arrivare e “accadesse” loro di sentirlo dire parole inconsuete, accompagnate da gesti di amicizia, di cura, di rispetto. Doveva essere davvero una persona originale, diversa, in un territorio in cui il popolino era sottomesso a tutti: dai soldati invasori agli indigeni esattori delle tasse, ladri e corrotti, dai nobilotti collaborazionisti ai religiosi con la puzza al naso…

Marco mette subito sotto il suo riflettore il messaggio di Gesù, sfrondato da ogni inutile orpello agiografico e biografico. Come per dire: non importa da dove viene e cos’ha fatto finora, se è sposato o meno, dove ha studiato e se ha l’imprimatur della gerarchia… vi racconto il buon messaggio che ha predicato e praticato dovunque sia passato: questo solo conta davvero! E così anche per me Gesù continua ad essere uno che parla “come chi ha autorità” (v 22): parla in mille modi, non solo con le parole, ma anche con i gesti, con la tenerezza, la cura nelle relazioni, la capacità di darsi e la consapevolezza della propria fragilità, che continuamente alimenta con la preghiera in momenti di solitudine (v 35).

Preghiera e itineranza

La tentazione di adagiarsi nella soddisfazione di sentirsi importante, gratificato dal sapersi “cercato da tutti” (v 37), era evidentemente costante anche per lui; non solo per noi. Marco va via veloce sulla questione (1,13), mentre Luca ci descrive nel dettaglio la sostanza di questa tentazione (Lc 4,1-13), a cui non si sfugge nella vita. Gesù ha praticato un buon metodo: preghiera e meditazione in solitudine, per centrarsi costantemente sul compito che sentiva suo per la vita, e non fermarsi troppo a lungo nello stesso luogo. Non è un parroco né un qualunque altro funzionario di Dio, per usare l’espressione di Drewermann, che si radicano in una comunità su cui finiscono per esercitare un profondo potere – o proprio per esercitarlo.

Lui gira, si sposta di villaggio in villaggio, per predicare il suo “buon messaggio” con parole e gesti di cura, affidandolo alla responsabilità delle singole persone che lo ascoltano e lo incontrano, chiedendo loro di non sentirsi salve, a posto, per la frequentazione della sinagoga e per la ripetizione di mantra superficiali (“Signore Signore…”), ma di cercare prima di tutto, ogni giorno, il Regno di Dio, cioè la giustizia in tutte le relazioni.

Per aiutarci a radicare consapevolmente la coerenza in questo stile di vita, Gesù ci indica, con l’esempio, il metodo migliore: ritirarsi spesso in un luogo solitario e pregare. Fare silenzio dentro e intorno, per poter sviluppare il confronto sincero e serrato con quella “voce di Dio” che sentiamo nel cuore e che ci richiama, instancabilmente, a non distrarci mai dal contenuto del messaggio che dobbiamo vivere e seminare: amore e giustizia in tutte le relazioni.

Ci può accadere

Le relazioni sono così: accadono. Gesù entra nella casa di Simone e qualcuno gli dice che la suocera del padrone di casa è ammalata. Non era entrato in quella casa per guarire la suocera di Pietro… ma, adesso che è lì, si avvicina al giaciglio della donna, la prende per mano e l’aiuta ad alzarsi. Figuriamoci! Scatta il passaparola (chi di noi non l’avrebbe fatto?) e, uno dopo l’altro, riempiono casa e cortile e stradine adiacenti con “tutti gli ammalati e i posseduti dal demonio” di quel villaggio. Ma Gesù non conosce formule magiche universali per guarigioni di massa: riesce a guarire molti e a cacciare molti demoni (malattie fisiche e psichiche), non tutti.

Alla luce degli episodi di guarigione raccontati nei Vangeli, credo di poter dire che Gesù aiuta la guarigione delle persone con cui riesce ad entrare in relazione. Non è lui che guarisce, ma la relazione: è “tutto quello che Dio ha fatto per te”, come dice all’indemoniato appena guarito in Luca 8,39. Gesù si offre come partner di relazioni che hanno effetto miracoloso in persone affette da esclusione sociale per malattie che spesso ne sono insieme effetto e causa. Lui ne ha aiutate tante, alle altre devono pensare i suoi discepoli e le sue discepole… ci dobbiamo pensare noi. Gesù ci ha insegnato come fare.

Non è un potere da supereroe, ma è una possibilità per tutti e tutte, nonostante il linguaggio usato da Luca in apertura del capitolo 9: “Convocati i dodici, diede loro potere ed autorità su tutti i demoni e di guarire malattie. E li mandò a proclamare il regno di Dio e a guarire gli infermi”. Se “proclamare il regno di Dio” non è compito esclusivo di funzionari ad hoc, non lo è neppure “guarire gli infermi”.

Prenderci per mano

E non è necessario che andiamo in giro, di paese in paese, per incontrare gente. Gli incontri ci accadono quotidianamente, in territori molto più densamente popolati che la Palestina di quei tempi. Non è difficile incontrare persone… ma bisogna prenderle per mano e, quindi, farci prendere per mano: imparare a stare nelle relazioni con rispetto, cura, dedizione reciproca.

Quella persona, che ci “accade” di incontrare o che conosciamo già, ma che improvvisamente ci chiede aiuto, non è una pratica da sbrigare, magari pensando ad altro, distrattamente; è un essere prezioso, come sono prezioso io per me stesso (“ama il prossimo tuo come te stesso”), e ha bisogno di aiuto, esattamente come me. Se ci prendiamo per mano e ci diamo ascolto, faremo un passo decisivo verso la guarigione, verso la salvezza, verso una condizione di felicità che ci sembrava negata. Guariamo insieme, ognuno/a per il suo bisogno.

Questo non è possibile con “tutti”; non lo è stato neanche per Gesù. Ma questo è il suo Vangelo, il suo “buon messaggio”: ciascuno e ciascuna di noi può essere accadimento di guarigione per un’altra persona, per molte altre persone; quindi reciprocamente. Se impariamo a vivere così tutte le nostre relazioni. E’ un modello contagioso, come mi dice l’esperienza. Come potrebbero essere Eluana Englaro e la sua famiglia per tutti i funzionari del dio “Io” che si accaniscono per affermare se stessi e il proprio desiderio di dominio sui corpi di donne e uomini che vogliono vivere fino in fondo la propria libertà di figli e figlie del Dio “Amore”.

Di qui passa il Regno di Dio. Dio, per me, è ogni relazione d’amore profondo, vero, salvifico. E ci può accadere ogni volta che ci prendiamo per mano con cuore sincero, invece di condannarci a vivere da funzionari alle prese con noiose pratiche da sbrigare o con la voglia di potere da coltivare.

Beppe Pavan

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