14 gennaio – 2^ Domenica del T.O.

“Venite e vedrete”… Ed essi rimasero

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì, dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa» (Giovanni 1,35-42).

La realtà dei rapporti tra Giovanni Battista e Gesù, tra i discepoli del profeta e quelli del nazareno, fu certamente più complessa di quanto questo brano ci lasci intravedere. Qualche “passaggio” al movimento di Gesù di alcuni discepoli del Battista dopo l’uccisione del loro maestro è un fatto più che probabile.

Marco, Matteo e Luca raccontano la nascita del primitivo nucleo dei Dodici in modo totalmente diverso. Lo stesso luogo è diverso. Nei tre vangeli sinottici i primi discepoli sono rappresentati come pescatori che abbandonano le loro barche per seguire Gesù che li chiama con un invito pressante.

Qui i primi discepoli sono già alla scuola di Giovanni Battista, sono giù occupati e coinvolti nella via profetica della ricerca di Dio. Secondo la versione del Vangelo di Giovanni è lo stesso Battista che indica a due dei suoi discepoli la persona di Gesù, come per invitarli a “passare” alla sequela del nazareno.

Qui il Vangelo di Giovanni costruisce uno scenario molto lontano dalla realtà. La sua è una “costruzione” teologica evidente. In polemica con i discepoli del Battista, che non avevano accettato di entrare a far parte del movimento di Gesù e continuavano un loro coerente ed originale cammino di fede in totale autonomia, l’autore del quarto vangelo crea questo racconto per dimostrare che sarebbe tempo per un buon seguace del Battista di passare tra le file dei discepoli di Gesù.

Ma qui interessa non tanto la precisione storica su questo particolare quanto piuttosto la sottolineatura teologica e il messaggio che l’evangelista vuole trasmetterci: il Battista guarda oltre la sua cerchia, oltre se stesso. Siccome il Vangelo lo colloca nella funzione di precursore, di colui che prepara la via del messia, qui viene colta e sottolineata la sua statura morale.

Di solito sono gli stessi personaggi carismatici ad aprire sentieri inediti e ad ostacolarne l’entrata. Da una parte, infatti, se non si è una personalità carismatica non si riesce a vedere oltre il grigio orizzonte del conformismo: ma proprio quel carisma che rende creativi, pro-attivi, poli di attrazione per spiriti inquieti e volenterosi, è il medesimo che rende autoreferenziali e possessivi.

Giovanni il Battista – almeno secondo quanto descritto dall’autore del quarto vangelo – costituisce una felice eccezione. Ha strappato dal chiasso e dalla frenesia della quotidianità alcuni discepoli, conducendoli con sé nel deserto del silenzio e della revisione di vita: ma non si affeziona oltre misura al ruolo di leader. Evitando di sclerotizzarsi nella posizione di guru, sa indicare con lo sguardo “l’agnello di Dio” che può accompagnare i discepoli lungo il cammino di crescita appena intrapreso.

In questa consapevolezza del limite, Giovanni il Battezzatore diventa davvero esemplare per quanti, in ambito ecclesiale o in altre situazioni di gruppo o di comunità, hanno il compito di svegliare le coscienze senza accaparrarsele. Un vero profeta non fa di se stesso il centro, ma indica sempre le strade del regno di Dio, indirizza a Dio o, in questo caso, non a Dio, ma al suo messia. Giovanni Battista è qui “dipinto” come uno che indica, dice apertamente in che direzione bisogna guardare, su chi occorre puntare lo sguardo.

In realtà è ciò che Gesù a sua volta farà ogni giorno della sua vita. Egli parlerà sempre di Dio, cercherà la Sua volontà, orienterà i discepoli a rivolgersi al Padre. Tutta l’opera di Gesù è riconducibile a questa strada maestra, a questo centro: Dio, la Sua volontà, il suo regno. Sarà Gesù ad insegnare ai discepoli a pregare Dio, a mettere davanti a Lui la loro vita. Al Getsemani, nell’ora dell’abbandono e della solitudine, Gesù alzerà il suo grido a Dio.

Quando Andrea e un anonimo compagno avvicinano Gesù, su indicazione di Giovanni Battista, egli non ha una tavola pronta e apparecchiata da offrire.

Verificata la loro apertura (“Chi cercate?) e ottenuta in risposta una domanda (“Maestro, dove stai?”), non si presenta come la “meta” raggiunta. Indica, piuttosto, la possibilità di proseguire insieme la strada: “Venite e vedrete”. Lungi dal proporre un insegnamento autoritativo e preconfezionato, invita a fare esperienza: ad entrare nella stessa avventura in cui egli stesso è coinvolto in prima persona, senza garanzie e senza reti sottostanti di riserva.

Lasciare il Battista per seguire l'”Agnello di Dio” non è ascendere, non è passare a un grado superiore. Al contrario, è un processo di iniziazione che, secondo l’immagine dell’Agnello Immolato, esige un sacrificio, un “linciaggio sacro”: distrugge l’antica identità e dà spazio alla rinascita. Si tratta di un processo di iniziazione in cui è necessario perdere qualcosa per essere trasformati in qualcosa di radicalmente nuovo.

L'”Agnello di Dio” riappare sempre nella Scrittura in momenti di grande conflitto e trasformazione, dall’Egitto fino alla Babilonia e all’Apocalisse. È dalla sua carne che emerge la vita nuova, una vita curata e riconciliata. Sulle sue spalle pesano le infermità di tutti, e attraverso le sue piaghe tutti possono essere curati. È, pertanto, una discesa alla radice e una rottura di qualunque possibilità di carriera istituzionalmente brillante. Ma, ancora, seguire l’Agnello di Dio è la rottura dell’aspirazione a qualunque tipo di trono e di trionfo.

Ma Gesù non è un “Agnello” venuto da qualche luogo mitico. Egli è il figlio di Maria e Giuseppe, un “figlio di Nazareth”, un luogo molto umano, così banalmente umano che Natanaele ha difficoltà a credere: Può venire qualcosa di buono da Nazareth? Nessuna sacralità sacrificale, pertanto: l’Agnello è passato da Giovanni come passava il popolo, la moltitudine con le sue miserie.

È una persona del popolo, che vive la vita del popolo e soffre le sofferenze del popolo, portando un nome molto comune e molto popolare. È di origine troppo comune, perfino sospetta, a giudizio di Natanaele. Non si rompe la gerarchia solo verso l’alto, ma in qualunque direzione, anche verso il basso: senza nulla di straordinario, senza alcun tipo di spettacolo, neppure quello del sacrificio. La semplicità umana è il luogo della gloria divina, luogo fragile e pellegrino, bisognoso di vino e di pane.

Restare ‑ abitare ‑ in questa esperienza di incontro e di intimità in cui l’umano accoglie il divino è seguire la stessa logica di Dio: piantare la tenda presso l’umanità e seguire i suoi passi. Per questo il passo successivo è passare oltre la stessa esperienza, lo stesso incontro, la stessa logica che rompe la logica tanto resistente del narcisismo umano e dare credito a questa esperienza fatta di semplicità: Andrea incontrò e guidò Simon Pietro, suo fratello, da Gesù. Filippo incontro e guidò Natanaele da Gesù.

Se la teologia e la spiritualità sono state improntate ormai da secoli al cristocentrismo, una lettura onesta e spregiudicata rivela l’infondatezza di questa impostazione: Gesù – e conseguentemente i vangeli – sono teocentrici. Anzi, per essere più precisi, sono centrati sul rapporto di autodonazione del Padre all’uomo: sull’imminenza del “Regno di Dio”, di un regime in cui Uno solo è Signore e tutti gli altri sono fratelli.

“Aver fede” significa, forse dunque, seguire Gesù non per riceverne mirabolanti rivelazioni metafisiche, quanto per condividerne l’atteggiamento di ricerca e di servizio. E di preghiera. Solo a queste condizioni si può sperare di essere in realtà, e non solo nominalmente, “pietre” miliari come Simone.

A parte l’invenzione giovannea di questa scena che si prefigge di subordinare il Battista a Gesù e di rendere tutta la sua figura e la sua opera come finalizzata al nazareno, il centro del quadro sta nell’incontro vivo con Gesù. Sotto questo aspetto lo stile giovanneo esprime efficacemente un messaggio significativo.

Il discepolo è chi incontra in profondità Gesù, chi “viene e vede”, chi “sta con lui”: tutte espressioni che designano intimità, condivisione di orizzonti e di pratiche di vita, dedizione appassionata per abbracciare il suo stile di vita nell’esistenza quotidiana. Si tratta, volgendo l’immagine alla vita concreta di ogni giorno, di accogliere nel nostro cuore la proposta delle beatitudini, l’orizzonte del Padre nostro. Si tratta di tenere vivo in noi lo spirito di ricerca che, secondo questo racconto, animò i primi discepoli che si mossero per trovare e incontrare Gesù.

Andrea e l’altro discepolo sono coinvolti da questo incontro. Andrea va incontro al proprio fratello Simone e lo conduce da Gesù. Così, quasi per contagio, nasce il gruppo dei primi discepoli/e. E’ la catena della testimonianza che passa da cuore a cuore, da bocca a bocca. Quando nei tempi successivi i cristiani, intiepiditi nella loro fede, non hanno più creduto nella “catena dei testimoni”, hanno cercato di servirsi di strumenti forti ed umanamente efficaci.

Un elemento decisivo è quello narrato al versetto 42: l’incontro cambia il nome di Simone che sarà chiamato Cefa, cioè Pietro. Il cambiamento del nome e, quindi, l’assunzione di un nome nuovo nella Bibbia normalmente indica che il soggetto inizia una vita nuova, una esistenza che cambia radicalmente.

Ma questo avviene nella nostra vita? Anche se a piccoli passi, davvero la nostra esistenza è orientata in una direzione che cerca radicalmente altro dall’impostazione del mondo di oggi? Oggi, se abbiamo un “nome nuovo” non possiamo restare indifferenti alle manovre dei potenti che cercano la guerra, che stravolgono la giustizia e non possiamo richiuderci in una quotidianità onesta ma appartata e paga di sè. Nella chiesa e nel mondo è tempo di ribellarci; e chi tace collabora con gli oppressori.

Paolo Sales

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