10 dicembre – 2^ Domenica di Avvento

Un esodo di libertà

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”, si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo» (Marco 1, 1-8).

Il Vangelo di Marco inizia con una citazione del Primo Testamento. I versetti 2 e 3 sono derivati da Esodo 23, 20 “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato”, da Malachia 3,1 “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate” e da Isaia 40, 3-4 ”Una voce grida: nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura”.

E’ significativo che Marco abbia scelto di mettere subito il racconto della missione di Gesù in relazione alla storia di Israele. Tutte e tre le citazioni fanno riferimento a momenti della salvezza del popolo di Israele: la liberazione dalla schiavitù egiziana, (Esodo), la liberazione dalla schiavitù babilonese e il ritorno in patria (Isaia), l’assicurazione di amore permanente del Signore malgrado le inadempienze del popolo (Malachia).

La salvezza, con l’adempimento delle promesse e l’instaurazione del Regno di Dio, si attua attraverso l’invio e la presenza di “messaggeri” o profeti. Giovanni è uno di questi “messaggeri” che la tradizione cristiana ha interpretato come il precursore di Gesù. La descrizione dell’ attività di Giovanni lungo le rive del Giordano è presente in tutti i Vangeli e negli Atti degli Apostoli e la storicità della sua figura è dimostrata dagli scritti di Flavio Giuseppe.

Giovanni inizia a predicare nel deserto e nella regione meridionale del Giordano e Luca (Lc 3,1) precisa esattamente il periodo: “Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa….” Si era negli anni nell’anno 28 o 29 (Tiberio fu imperatore dal 14 al 37).

La Palestina dall’anno 63 dell’era precristiana era sotto il pesante dominio dell’impero romano e il potere locale era gestito da governanti asserviti ai conquistatori, corrotti e feroci nel reprimere le frequenti sommosse locali. Anche i responsabili religiosi, i sommi sacerdoti Anna e suo genero Caifa, erano coinvolti in una serie di intrighi e di lotte per mantenere il loro potere legato al ministero e al tempio.

In questa situazione storica Giovanni, come poi farà anche Gesù, evita di parlare nelle città e non predica nel Tempio rifuggendone lo sfarzo e le strutture gerarchiche ma si rivolge al popolo e agli ultimi perché ha ben chiaro che la speranza non la si trova nei palazzi, nel frastuono, nelle pomposità, ma solo cambiando il proprio atteggiamento interiore e promuovendo la giustizia.

Si ritira a vivere nel deserto cibandosi di “locuste e miele selvatico”, in povertà ed essenzialità. Il deserto o i territori isolati sono stati spesso il luogo d’azione dei profeti d’Israele che evitavano i centri del potere contro il quale spesso si scagliavano. Erano descritti come uomini che vivevano poveramente e vestivano un mantello di pelo (Zaccaria 13,4). Ad esempio, Elia era definito “uomo peloso e cinto ai suoi fianchi da una cintura di cuoio” (II Libro dei Re 1,8).

Giovanni predicava il riconoscimento delle proprie colpe e fragilità e proponeva un’immersione nelle acque del fiume che aveva un significato molto diverso dalle abluzioni di purificazione, così frequenti nella cultura ebraica, effettuate ad esempio prima di partecipare al culto per liberare l’individuo dalle impurità rituali derivate dal contatto con sangue mestruale o alimenti quali la carne di maiale.

L’immersione nelle acque del Giordano proposta da Giovanni differiva anche dal battesimo dei proseliti quale rito iniziatico o di inserimento e appartenenza ad una comunità. Il suo “battesimo” aveva un carattere penitenziale, era il segno di una purificazione interiore, una “metanoia”, un cambiamento dello stile di vita che implicava un impegno delle persone a modificare il proprio operato in sintonia con la legge e cercando la giustizia.

Giovanni inoltre era un profeta escatologico, annunciatore di un evento che avrebbe cambiato il mondo. Egli operava al di fuori della struttura religiosa giudaica e richiamava alla consapevolezza e responsabilità individuale contro la presunzione di sentirsi a posto per aver seguito la ritualità delle prescrizioni del Tempio. La figura di Giovanni ha avuto molto seguito (“Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme”) , aveva discepoli che a loro volta praticavano il battesimo.

Probabilmente Gesù, nel cammino personale di ricerca della propria missione, è stato seguace di Giovanni anche se non sappiamo per quanto tempo, se saltuariamente o se condividendo magari a lungo la vita nel deserto. Quando Giovanni viene ucciso nella fortezza di Macheronte, Gesù si reca in Galilea e inizia la sua predicazione proseguendo e ampliando il messaggio del Battista. Secondo l’evangelista Giovanni, Gesù e i suoi discepoli hanno praticato a loro volta il battesimo.

Interrogato sul Battista Gesù dice: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? E allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano vesti sontuose e vivono nella lussuria stanno nei palazzi dei re. Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta…” (Lc 7:24-30 Mt 11:8-15).

Tutti gli evangelisti e la tradizione definiscono il ruolo di Giovanni come quello dell’annunciatore della venuta di Gesù, il messia che porterà la salvezza a tutti gli uomini. Marco riferisce le parole di Giovanni: “Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo”.

Cosa vuol dire battezzare con lo Spirito? Mi sembra che la novità della predicazione e del messaggio di Gesù consista nel trasmettere la certezza che il bene è in ognuno di noi e che è possibile sentire Dio come Padre che da vita al creato e lo sostiene in ogni istante.

Gesù ha assimilato dallo stile di vita e dalla predicazione di Giovanni la necessità di interiorizzare lo spirito della legge avendo presenti da un lato le debolezze e le fragilità degli uomini e dall’altro la possibilità di seguire la “via della giustizia”.

Nel suo insegnamento Gesù ha sviluppato il messaggio del “Regno di Dio” non come un evento da attendere (“..il regno di Dio è in mezzo a voi” Lc 17, 21; “Il regno del Padre è invece dentro di voi e fuori di voi” Vangelo di Tommaso n. 3), ma come un possibile modo di esistenza quotidiana, nello spazio temporale della vita di ciascuno, al cospetto di Dio creatore e con un rinnovamento delle relazioni tra uguali e fratelli. Per essere fedele a questo messaggio ha messo in gioco la propria vita.

La salvezza per ognuno di noi, come per Isaia, è ancora un “esodo”, un fuggire dalla schiavitù, un attraversare il deserto sorretti da Dio. E’ un Padre premuroso che ama indistintamente tutte le sue creature e che ha messo a loro disposizione le ricchezze dell’universo, di conseguenza tutti gli uomini, fortunati o derelitti devono avere la possibilità di usufruirne per poter vivere serenamente. Ovviamente la salvezza è possibile solo nella condivisione e nella pratica della giustizia.

L’ “esodo” verso la libertà e la terra promessa, cioè la speranza di una vita tranquilla e felice, sia che si stia attraversando il deserto del Sinai o che si sia immersi nel mondo globalizzato di oggi, è possibile solo con la fiducia nel sostegno di Dio. Il senso della presenza di Dio e della nostra posizione di uguali in un creato pieno di beni da preservare e condividere deve essere così forte da condizionare il nostro stile di vita e le nostre azioni, da modificarle profondamente, da farci “convertire” all’essenzialità e alla giustizia.

Vilma Gabutti

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