19 novembre – 33^ Domenica del T.O.

Il regno dei cieli e’ una realta’ collettiva da costruire sulla terra

Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: “Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. Il suo padrone gli disse: “Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: “Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. Il suo padrone gli disse: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: “Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo”.Il suo padrone gli rispose: “Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti” (Matteo 25, 14-30).

Il Regno dei cieli

“Sarà simile a dieci ragazze…” (Mt 25,1), “E’ come un uomo… “(Mt 25,14), “Quando verrà il Figlio dell’uomo…” (Mt 25,31): i tempi sono ballerini (futuro – presente – futuro) perché “quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno ne sa nulla…” (Mt 24,36); “Vegliate, dunque, perché non sapete in qual giorno verrà…” (Mt 24,42).

La saggezza ci dice di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, per tutta la vita: cioè il nostro quotidiano presente, il “qui e ora”. Mentre la fantasia si può sbizzarrire e moltiplicare gli immaginari intorno ad avvenimenti imponderabili, che sfuggono non solo al nostro controllo, ma addirittura alla nostra conoscenza… Anche Gesù, anche Matteo, avevano elaborato le loro “visioni” sui contenuti di miti millenari appartenenti ad ogni cultura. Ma sono miti, appunto: l’aldilà, la vita eterna, il Figlio dell’uomo che verrà sulle nubi, sedere alla destra o alla sinistra di Dio, ecc…

Non serve fondarli sulla fiducia nella sapienza divina di Gesù: intanto perché quella “divinità” è anch’essa un mito cristologico, che vale per chi ci crede e basta; e poi perché Gesù era un maestro nell’inventare similitudini e parabole per rendere accessibili ai “semplici” (Mt 11,25) pensieri assolutamente nuovi rispetto alla tradizione mosaica e sinagogale.

Quello che ormai ci è chiaro è che “il Regno dei cieli” appartiene alla storia del creato, è la meta di armonia e giustizia verso cui camminiamo, con tutti i nostri limiti e le nostre incoerenze. E’ l’Eden in cui il mito fa affondare le nostre radici, visto come paradiso perduto e, quindi, riconquistabile: se già ci siamo stati/e, allora possiamo ritornarci.

E’ lo stesso pensiero che si è radicato in me leggendo testi di antropologia scritti da femministe come Gimbutas, Eisler, Morace, Lo Russo e altre: se c’è stata un’epoca in cui l’umanità ha conosciuto la cooperazione invece del dominio e della competizione, questo significa che si può, che possiamo ricostituire forme di vita simili; che la pace e la nonviolenza e la reciprocità rispettosa sono nelle nostre possibilità.

Allora non ci resta che alzarci in piedi e camminare in quella direzione, giorno dopo giorno, in tutte le nostre relazioni: di lì passa la nostra salvezza (Mt 10,22), la nostra beatitudine (Mt 5, 1,12), il “Regno dei cieli “ per noi.

Mettere in circolo i talenti li raddoppia

Adesso possiamo leggere le parabole del capitolo 25 e, in particolare, quella che la liturgia ci propone di meditare oggi.

I “talenti” devono essere fatti fruttare: sono doni da investire, perché solo usandoli bene li si valorizza. Mettendoli sotto terra, nascondendoli, lasciandoli inoperosi, invece, non realizziamo ciò per cui siamo venuti e venute al mondo: per vivere felici in società, non solo tra noi umani/e, ma con tutte le creature che con noi popolano il Regno che siamo chiamati/e a costruire semplicemente venendo al mondo, cooperando al “buen vivir”, ognuno e ognuna secondo le proprie capacità e con la propria fantasia.

L’alternativa è una vita solitaria, isolata, “sotto terra”, lontana dalle relazioni… è la morte per il malvagio e il fannullone (v 26). Certo, il mondo va avanti lo stesso, ma la costruzione del Regno della giustizia e dell’amore, Regno dei cieli, Regno di Dio, richiede l’apporto di ciascun uomo e di ciascuna donna: di ognuno e ognuna, a partire da sé, nel suo piccolo, per piccolo che sia il talento che si ritrova tra le mani. Perché non ci sono persone prive di talenti: questo mi dice Matteo.

Gesù non ci istruisce, qui, nell’arte diabolica della speculazione finanziaria. Uno come lui, che non aveva soldi per pagare le tasse e raccomandava ai discepoli di non portare denaro con sé andando in giro a predicare, non credo proprio che intenda invitarci a diventare clienti delle banche (v 27). Mi sembra piuttosto che dica che non ha importanza la forma di vita che scegliamo: l’importante è non mettere sottoterra e rendere inoperosi i nostri talenti.

Se usciamo dalla metafora del denaro, usata nella parabola, non abbiamo difficoltà a individuare i nostri talenti in ciò che siamo, nella nostra intelligenza e nella capacità di stare nelle relazioni con quel rispetto e quella cura che a poco a poco possiamo apprendere nella vita. Mettere in circolo le nostre capacità, abilità, competenze, le raddoppia!

Non credo che sia quantificabile come un’operazione matematica, ma di sicuro possiamo tutti e tutte testimoniare che, vivendo le relazioni in modo positivo, viviamo molto meglio, noi e chi sta in relazione con noi. E, quindi, anche il mondo, la terra, la nostra Grande Madre tanto maltrattata. Dal nostro personale impegno ecologicamente sano dipende la costruzione del Regno.

E’ responsabilità di ciascuno/a

Attenzione, però: il Regno è una realtà collettiva. Il linguaggio della parabola può dare adito a un’interpretazione individualistica, se qualcuno/a la legge in modo fondamentalista. Perché c’è tutto il peso della teologia remunerativa, che vede il singolo uomo e la singola donna in relazione personale con un Dio che premia o castiga.

In realtà il premio o il castigo ce lo diamo con le nostre mani: se viviamo in regime di relazioni moltiplicatrici dei frutti dei nostri talenti, la vita ci premierà con felicità e benessere, nostro e del mondo; viceversa, ci costruiremo una vita d’inferno, per noi e per il mondo.

Gira e rigira, siamo sempre lì: il messaggio evangelico, la parola di Gesù, la voce di Dio che ci risuona nella coscienza, ci invitano a camminare sui sentieri che portano al Regno. La risposta, la reazione a questi inviti, è responsabilità tutta nostra, come fanno quei tre dipendenti della parabola.

Nessuno/a di noi è così potente da salvare o distruggere il mondo; ma, se manca il nostro contributo, il cammino sarà più lento, la costruzione del Regno sarà rallentata, mancherà il nostro mattoncino. E’ così che il “malvagio e fannullone” diventa non solo inutile, come conclude la parabola (v 30), ma, io direi, addirittura dannoso.

Resta, invece, assolutamente comprensibile la considerazione circa l’abbondanza di benessere in cui si trova a vivere chi si coinvolge in pieno, senza riserve, nella costruzione del Regno, mettendo a disposizione tutti i propri talenti. E’ la foto del protagonista di Mt 10,22: “Chi avrà perseverato fino alla fine, questi sarà salvato”.

Sembra dura, detta così, ma è vero il contrario: è dura per chi vive da malvagio e fannullone, mentre è un “giogo agevole e leggero” (Mt 11,30) per chi cerca di vivere bene, con coerenza e perseveranza. Perché non si tratta più di osservare scrupolosamente una miriade minuziosa di regole e comandamenti, ma di praticarne uno solo: ama! E vivi come vuoi.

Beppe Pavan

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