5 novembre – 31^ Domenica del T.O.

Anch’io siedo su una cattedra?

Allora Gesù parlò alla folla e ai suoi discepoli, dicendo: «Gli scribi e i farisei siedono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque e osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere; perché dicono e non fanno. Infatti, legano dei fardelli pesanti e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere osservati dagli uomini; infatti allargano le loro filatterie e allungano le frange dei mantelli; amano i primi posti nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe, i saluti nelle piazze ed essere chiamati dalla gente: “Rabbì!” Ma voi non vi fate chiamare “Rabbì”; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo; ma il maggiore tra di voi sia vostro servitore. Chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato» (Matteo 23, 1-12).

Nei cc. 21-22 del suo vangelo Matteo ha raccontato, sulla falsariga di Marco, il ministero pubblico di Gesù a Gerusalemme. Nel c. 23, prima del discorso escatologico, riporta invece una raccolta di detti, desunti in gran parte dalla fonte Q che costituiscono una dura requisitoria nei confronti degli scribi e dei farisei. La raccolta non si conclude con il consueto motivo redazionale dei cinque grandi discorsi («Quando Gesù ebbe finito…»): perciò si ritiene che non rientri tra essi come un discorso autonomo, ma faccia parte del successivo discorso escatologico (cc. 24-25).

Si tratta chiaramente di una composizione redazionale, che riflette la tensione tra la chiesa e i rappresentanti del giudaismo quale si è verificata dopo la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). La raccolta si divide in tre parti: 1) condanna della prassi religiosa dei farisei (vv. 1-12); 2) sette «guai» nei loro confronti (vv. 13-32); 3) condanna di Gerusalemme e dei giudei increduli (vv. 33-39). Forse l’evangelista ha voluto contrapporre i sette «guai», coi quali denunzia la falsa religiosità rappresentata dagli scribi e dai farisei, alle sette beatitudini (otto nella versione attuale), con cui iniziava il discorso della Montagna.

All’epoca di Gesù e della stesura del NT non esistevano ancora due religioni contrapposte, ma due posizioni di confronto e di scontro tra chi accettava e chi rifiutava il senso della missione di Gesù di Nazaret, nel quadro di una osservanza religiosa che era quella del giudaismo. Certo, il giudaismo non era monolitico, non era in ogni caso quel giudaismo rabbinico posteriore che caratterizzerà la tradizione postbiblica. E tuttavia, la questione attorno al Cristo era in origine una questione tra ebrei, seguaci di una stessa religione. Sarebbe allora anacronistico trovare in un passo evangelico come quello scelto, dell’antigiudaismo religionista o peggio dell’antisemitismo. Occorre dunque collocare il testo da interpretare nel contesto del Vangelo stesso e considerare nel contempo il contesto socio-religioso dell’epoca.

Il brano inizia con un versetto introduttorio: «Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo». I diretti interessati, gli scribi e i farisei, non figurano come interlocutori. Come nel discorso della montagna, Gesù parla alle folle, che però restano sullo sfondo, ma più direttamente si riferisce ai discepoli. Si tratta quindi di un discorso destinato alla comunità. Diversamente da Marco (12,38), Matteo non parla di un «insegnamento», perché questo termine indica normalmente i discorsi riservati ai discepoli, mentre qui, anche se sullo sfondo, ci sono le folle.

Gesù esordisce con queste parole: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei» (vv. 2-3). La «cattedra di Mosè» designava, in un tempo successivo a quello dell’evangelista, un seggio distinto e ornato nelle sinagoghe, posto di fronte agli altri scranni sul quale potevano sedere soltanto coloro che avevano conseguito il titolo ufficiale di rabbi. Al tempo di Matteo l’espressione aveva forse solo un significato metaforico: i maestri appartenenti al gruppo dei farisei, l’unico sopravvissuto alla catastrofe di Gerusalemme, si erano arrogati il ruolo stesso di Mosè, il grande legislatore del poplo ebraico.

Nella sinagoga, a rappresentare la presenza di Mosè, era al tempo lasciata una seggiola vuota. Sarebbe stata occupata dal profeta annunziato da Mosè quando sarebbe arrivato. Ebbene, al posto del profeta – il profeta è colui che è in sintonia con il Dio creatore – si sono installati i giuristi, l’immagine del Dio legislatore, si sono seduti scribi e farisei.

E’ difficile poter sapere con sicurezza se queste sono le parole con cui Gesù apostrofò le guide spirituali, le autorità religiose del giudaismo, qui impersonate dagli scribi e farisei. Certo, il “ritratto” ha colori forti e la fotografia morale è pesante: ipocrisia, formalismo, esibizionismo, incoerenza, saccenteria, ricerca degli ossequi, carrierismo… Non c’è dubbio che Matteo colpisca nel segno rispetto alle degenerazioni delle élites politiche e religiose del tempo di Gesù.

Ma la polemica – come suole avvenire – ha giocato un brutto tiro all’evangelista. Egli ha finito per coinvolgere in questa vigorosa denuncia tutti gli scribi e tutti i farisei. Questa generalizzazione rappresenta una vera e propria caricatura, un tradimento della realtà. Molti scribi e molti farisei erano credenti lontani mille miglia da questo “ritratto”, come ci documentano altri passi evangelici..

E’ molto probabile che Matteo, più che pensare agli scribi e farisei del tempo di Gesù, intendesse parlare alla sua comunità, dove vedeva serpeggiare queste “tentazioni” e dove cominciavano a manifestarsi queste deviazioni. Egli voleva segnalare alla sua comunità quanto stesse allontanandosi dal messaggio originario del nazareno.

Qui c’è un versetto che a volte viene preso alla lettera senza pensare che è fortemente ironico. Quando Gesù dice: “«Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere perché essi dicono e non fanno»”, non dice di osservare il loro insegnamento. Attenzione! Perché poi Gesù ha condannato anche la loro dottrina. Gesù ha detto che costoro insegnano dottrine che sono precetti di uomini. Quindi Gesù non sta dicendo “Fate quello che vi dicono ma non quello che fanno”, ma “Non fate neanche quello che vi dicono” perché il loro insegnamento è una loro invenzione, non ha nulla a che fare con Dio. Quindi Gesù condanna non soltanto l’insegnamento di scribi e farisei, ma ha condannato anche la dottrina.

Il comportamento degli scribi e dei farisei viene così delineato: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito». Gli scribi si erano assunti il compito di interpretare la legge, composta in un tempo più arcaico, caratterizzato da situazioni economiche e sociali diverse, in modo da renderla praticabile ai loro contemporanei. Le loro interpretazioni erano considerate come «legge orale», il cui valore era identico a quello della «legge scritta».

Con lo scopo di interpretare la legge, l’avevano appesantita con minuziose prescrizioni, che avevano lo scopo di garantirne l’esatta osservanza. Così facendo essi però «legavano» sulle spalle della gente, cioè dichiarano obbligatori, «pesanti fardelli» cioè incombenze difficili da praticare, che essi, con la loro casistica, sapevano facilmente eludere.

E poi ecco il ritratto molto ironico che Gesù fa di questo rituale. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati”, tutte, nessuna esclusa. L’ambizione delle persone religiose! Tutto quello che fanno è per ottenere l’ammirazione. Anziché l’ammirazione per Dio, attirano l’ammirazione su di sé. Ostentano le insegne religiose, non tanto come dimostrazione della loro vicinanza al Signore, ma per essere ammirati.

“Allargano i loro filatteri” e “allungano le frange”: più sembrano ostentare queste cose, dice Gesù, in realtà meno le osservano. L’esibizione delle insegne religiose è la denuncia che in realtà queste persone non osservano e non praticano nulla. “Si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti”: si sa che il posto d’onore era vicino al padrone di casa, dove si veniva serviti prima e si mangiava meglio. “Dei primi seggi nelle sinagoghe”: iprimi seggi nelle sinagoghe a gradinate erano quelli in alto. Quindi quando si mangia erano al primo posto, ma quando si sta con gli altri di collocano distanti dal resto della gente. “Dei saluti nelle piazze»”, cioè le deferenze, “come anche essere chiamati ‘rabbì’”: rabbì significa “Signore mio”, che oggi sarebbe alla lettera “Monsignore”. Essi amano essere riveriti, amano essere ossequiati, perché non cercano l’onore di Dio, ma soltanto il proprio.

L’istituzione religiosa, i capi religiosi, le autorità religiose, badano soltanto al loro bene e non a quello del popolo. Sono insensibili alle sofferenze, sanno solo infliggere altre sofferenze alle persone. Quando per i capi religiosi la dottrina è più importante del bene dell’uomo, ecco i risultati: si impongono pesi insopportabili. Mentre per Gesù il bene dell’uomo è più importante di ogni dottrina, di ogni verità.

Se guardiamo la storia dell’umanità non facciamo fatica e constatare che i maggiori mali cì sono venuti da coloro che “siedono sulle cattedre”, dai titolari dei troni e dei poteri. Ciò vale per la società come per la nostra chiesa e qui non c’è nemmeno bisogno di esemplificare tanta è l’evidenza di questa triste realtà. La comunità cristiana ha un punto di riferimento sicuro nella persona e nei comportamenti di Gesù di Nazareth. Per noi è normativo l’esempio di Gesù.

Egli, che pure aveva la consapevolezza di aver ricevuto da Dio una grande missione, visse tra i discepoli e con la gente in atteggiamento di semplicità, di disponibilità, di profonda partecipazione, in spirito di servizio. Egli si identificò con le persone deboli e marginali della società del suo tempo. Un giorno, ormai prossimo alla sua cattura e alla sua crocifissione, volle lavare i piedi ai dodici perché essi comprendessero, aldilà di quel gesto, che il loro maestro non aveva mai voluto pavoneggiarsi, farsi grande, farsi servire. Mettendo in mezzo al gruppo un bambino, aveva voluto correggere con fermezza e con pazienza i discepoli che andavano a gara per sapere chi di loro fosse il più grande, il più importante.

Gesù condannando le contraddizioni degli scribi e dei farisei, descrive – a modo di contrasto – le caratteristiche del discepolo. Scribi e farisei, guide spirituali del giudaismo si sono presentati come continuatori del suo magistero: lo ripetono, lo difendono, lo interpretano autorevolmente, lo attualizzano, ma al loro insegnamento non corrisponde il loro comportamento.

Ma il vangelo di oggi non è esclusivamente rivolto ai farisei, cioè agli altri. Il discorso del capitolo 23 di Matteo è rivolto a tutti noi. L’evangelista non intende riferirsi unicamente al giudaismo del suo tempo, denunciando le nascoste radici della sua resistenza al vangelo ma anche, servendosi della polemica, smascherare atteggiamenti possibili e reali della stessa comunità cristiana.

In questo contesto scribi e farisei divengono figure emblematiche di quella ricorrente categoria di uomini le cui parole non sono la traduzione della Parola vissuta, ma giochi di parole morte. Non tutti quelli che parlano dello Spirito sono spirituali, non tutti quelli che parlano della Parola incarnata la incarnano. Quando la Parola non viene chiusa dalle trappole accomodanti costruite dalla mente umana, e scende libera in cuori aperti e vivi, intraprende un soliloquio con essi, il cui frutto è l‟avvicinamento, senza mediatori, dell‟uomo che vive nel tempo e “l’eternità” che ne è fuori

Ciò che Gesù rimprovera ai farisei e quindi a noi è il fatto che i farisei dicono e non fanno. Dal vangelo appare che i farisei sono persone attivissime. Evidentemente non è questo il fare a cui Gesù fa riferimento. Il fare a cui Gesù fa riferimento è il fare di colui che compie la volontà di Dio. Non è il fare cioè di coloro che sono misura a se stessi e che si propongono come la misura degli altri e come la misura della fede degli altri.

“Voi”, quindi si rivolge ai discepoli, “non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli”. All’interno della comunità di Gesù nessuno si ponga al di sopra degli altri. Tutti quanti uguali. “E non chiamate padre nessuno di voi sulla terra”, “«Perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste”. Il padre è l’autorità e l’unico padre che è nella comunità è il padre celeste che non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro interiormente la sua capacità d’amore. Quindi Gesù non vuole che le persone si lascino chiamare ‘rabbì’, monsignore, non vuole che si lascino chiamare padri …

Gesù fa ora il terzo esempio e aggiunge: “Non fatevi chiamare guide, perché una sola è la vostra guida, il Cristo”. Quindi per Gesù all’interno di una comunità, nessun titolo che indichi superiorità, nessuno che sia un’autorità che dirige il gruppo, e soprattutto che non ci sia nessuno che si ponga come guida. Ed ecco la conclusione: “Chi tra voi è più grande …Sarà vostro servitore”. L’evangelista adopera il termine “diakonos”, che indica non colui che viene obbligato a servire, ma colui che per amore, liberamente, si mette a servizio degli altri. Ebbene, per l’evangelista Gesù è molto chiaro: il vero grande nella comunità non è quello che comanda, ma colui che serve, non colui che pone i pesi sopra le spalle delle persone, ma colui che glieli toglie.

Possiamo certamente ribadire questa deformazione delle guide religiose, ma non è meno importante ricordare che tutti noi dobbiamo fare un passo indietro, scendere da qualche nostro atteggiamento presuntuoso, “cattedratico”, da ricco possidente della verità e della virtù. Scendere da qualche nostro piedistallo.

Non quella umiltà comoda per cui si chiudono gli occhi e ci si tappa la bocca di fronte alle ipocrisie, ma quellache parte sempre dalla “messa in questione” di noi stessi, dei nostri personali atteggiamenti e comportamenti. Anche se abbiamo una cattedra… occorre non parlare mai “ex cathedra”, come infallibili… Questa è l’umiltà di cui io ho estremo bisogno per non “sollevarmi” mai sopra nessuno, per saper ascoltare e imparare dagli altri, per liberarmi dalla brutta bestia del mio orgoglio.

Non si tratta di nascondere i nostri talenti, ma di ricordarci sempre che essi sono un dono di Dio per il bene comune. Non si tratta di archiviare il coraggio, l’audacia e il senso critico, ma di vivere nella consapevolezza che nessuno è al riparo da debolezze e contraddizioni e che sono proprio io il primo a dovermi convertire ogni giorno.

Sono io in prima persona che debbo lasciarmi interpellare da queste pungenti righe dell’evangelo. Finché si sta “in cattedra” non giunge a noi il rumore della vita quotidiana dentro la quale diventiamo capaci di condividere il cammino dei tanti “appiedati” della storia. Ci vuole il cammino di una vita per imparare a demolire i nostri baldacchini, per imparare a non montare mai in cattedra, per ritrovare la gioia del cercare insieme.

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