10 settembre – 23^ Domenica del T.O.

Relazioni comunitarie

Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello;  se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». (Matteo 18, 15-20).

Il brano che la liturgia cattolica ci propone, in questa 1a domenica di settembre, fa parte del cap. 18 che racchiude tutta una serie di esortazione per la comunità di Matteo.

Come spesso accade, probabilmente queste parole non sono state dette da Gesù nell’ordine cronologico con cui le leggiamo, ma il messaggio è stato trasmesso in più occasioni di incontro con i discepoli e i fedeli della Palestina.

Credo sia importante aggiungere una piccola annotazione: alcuni testi aggiungono dietro le parole “se qualcuno pecca” le parole “contro di te”. Sono traduzioni diverse, ma se se accetta la seconda versione la prospettiva potrebbe cambiare riducendo, se così si può dire, il problema tra due persone che sono invitate a risolvere la questione ricorrendo eventualmente all’autorità disciplinare giudaica.

Però alcuni codici, secondo il Fabris più autorevoli, come il Sinaitico ed il Vaticano oltre ad alcuni scritti copti e autori antichi si limitano alle parole”se qualcuno pecca”.Invito all’amore e alla concordia o prassi giuridica

La lettura dei versetti può essere fatta utilizzando due chiavi. Una vede una regola di disciplina ecclesiastica elaborata nella tradizione o dalle comunità giudeo-cristiane, sul modello della prassi disciplinare giudaica, ispirata a sua volta dai testi biblici.

La secondo linea, che sembra più aderente allo spirito della comunità matteana, mette l’accenno sugli aspetti personali e relazionali e propone un serio impegno di ogni membro della comunità allo scopo di ristabilire a tutti i costi l’unità e la concordia fraterna.

Seguendo questa seconda interpretazione cercherò di condividere con voi alcune riflessioni.

Se leggiamo con attenzione la cronologia degli avvenimenti, vediamo come vi sia un crescendo di attenzioni e di messa in atto di momenti diversi per “recuperare” il fratello che pecca. Vi è una insistenza amorevole che potrebbe addirittura sembrare invadente.

Chiama fratello chi sbaglia, chi pecca. Quindi, anche chi fa i peggiori sbagli è sempre un fratello della comunità, non è mai un nemico oppure un altro. Occorre amare molto e volere il bene di una persona per avvicinarla e dirle ”guarda che tu stai sbagliando”.

E se ti ascolta, bene, continua il brano, avrai recuperato un fratello; ma se non ti ascolta non fermarti e utilizza tutti i mezzi per riportare concordia e pace nella comunità. Non si tratta di portare il fratello in comunità come davanti ad un tribunale, ma di condividere l’azione amorevole di aiuto e di accompagnamento.

E se proprio non si riesce, rispetta il suo cammino e lascialo andare per la sua strada. Il linguaggio del v. 17 può sembrare duro: “…sia per te un pagano e un pubblicano”; risente ovviamente del linguaggio del tempo.

Il motore che muove chi si fa carico del fratello che ha sbagliato è l’amore, amore per la persona, ma anche amore per la vita comunitaria, perché i peccati, gli sbagli si ripercuotono sulla comunità tutta. Vi è però, anche, un grande rispetto per ogni persona che in modo autonomo decide di seguire una strada diversa dalla comunità:  potrà recuperare la compagnia di Dio in modo totalmente altro dall’esperienza della comunità.

Non vi sono percorsi obbligati nella strada dell’incontro con Dio e non vi sono modalità uniche, assolute di adesione alla Sua volontà. La dignità e la libertà di ogni uomo, di ogni donna non può e non deve essere messa in discussione.

E qui appare chiaramente che la comunità di Matteo è una comunità “mista” ove coesistono “buoni e cattivi”… anche perché un giudizio di separazione prima della fine del mondo non rientra nelle competenze della comunità.

Il potere di legare/sciogliere e la preghiera

Leggendo la seconda parte del brano, in particolare i vv. dal 18 al 20, siamo portati a pensare che vi sia un forte richiamo all’autorità ecclesiastica ed al suo potere di “sciogliere/legare”.

Nell’ottica pastorale di cui ho accennato, più che giuridico-disciplinare la sentenza sul principio di autorità assume una tonalità religiosa più ampia .

“In relazione al contesto immediato la formula deve intendersi come sanzione autorevole della scelta fatta nei confronti del fratello irrecuperabile dopo tutti i tentativi di “scioglierlo” dal peccato. Viene così a cadere anche l’alternativa: l’autorità dei capi o della chiesa. Il principio di autorità, formulato al plurale, si rivolge a tutti discepoli chiamati a praticare la norma del dialogo pastorale fino alla sua estrema conseguenza. Questa linea di condotta non è una scelta privata, ma ecclesiale e sanzionata dall’autorità di Dio” (R: FABRIS, Matteo, Borla Roma 1996).

Una conferma di questa interpretazione viene dalla lettura dei versetti successivi: ai fratelli che trovano l’accordo “sulla terra” viene promesso l’esaudimento della preghiera “nel cielo”. E’ l’immagine di un legame profondo tra la terra, l’umanità, e il cielo, Dio e il suo amore misericordioso.

Perché, continua Fabris, “I fratelli riuniti nel ‘nome di Gesù’ costituiscono la comunità escatologica nella quale, secondo le attese profetiche, è presente il Signore” (op. cit.).

E questa promessa continua ancora oggi in una continuità e fedeltà che solo Dio può dare. Credere che Dio ci accompagna, ci sta vicino diventa forse l’unica cosa importante della vita. E questo vicinanza di Dio si deve manifestare nell’amore, fra le sorelle e i fratelli di una comunità, piccola o grande che sia, perché una comunità riconciliata e orante è il luogo della presenza di Dio rivelatosi in Gesù e segno e immagine del Suo amore.

Siamo ormai al termine dell’estate, le giornate più corte possono portare un po’ di tristezza specialmente per chi non è più giovane e non ha figli o nipoti che riprendono la scuola, portando una ventata di gioventù. Dobbiamo pensare sempre che il sole, anche se meno caldo, non per questo cessa di esistere.

Può essere un simbolo della compagnia di Dio: sole che sempre scalda, anche nelle più fredde giornate invernali. E allora voglio concludere con il salmo 103 che è un inno a Dio, alla Sua fiducia, al Suo amore, alla Sua presenza costante e continua. Un saluto affettuoso a tutti e a tutte.

Benedici il Signore, anima mia,
Signore, mio Dio, quanto sei grande!
Rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto.
Tu stendi il cielo come una tenda,
costruisci sulle acque la tua dimora,
fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento;
fai dei venti i tuoi messaggeri,
delle fiamme guizzanti i tuoi ministri.
Hai fondato la terra sulle sue basi,
mai potrà vacillare.
L’oceano l’avvolgeva come un manto,
le acque coprivano le montagne.
Alla tua minaccia sono fuggite,
al fragore del tuo tuono hanno tremato.
Emergono i monti, scendono le valli
al luogo che hai loro assegnato.
Hai posto un limite alle acque: non lo passeranno,
non torneranno a coprire la terra.
Fai scaturire le sorgenti nelle valli
e scorrono tra i monti;
ne bevono tutte le bestie selvatiche
e gli ònagri estinguono la loro sete.
Al di sopra dimorano gli uccelli del cielo,
cantano tra le fronde.
Dalle tue alte dimore irrighi i monti,
con il frutto delle tue opere sazi la terra
Fai crescere il fieno per gli armenti
e l’erba al servizio dell’uomo,
perché tragga alimento dalla terra:
il vino che allieta il cuore dell’uomo;
l’olio che fa brillare il suo volto
e il pane che sostiene il suo vigore.
Si saziano gli alberi del Signore,
i cedri del Libano da lui piantati.
Là gli uccelli fanno il loro nido
e la cicogna sui cipressi ha la sua casa.
Per i camosci sono le alte montagne,
le rocce sono rifugio per gli iràci.
Per segnare le stagioni hai fatto la luna
e il sole che conosce il suo tramonto.
Stendi le tenebre e viene la notte
e vagano tutte le bestie della foresta;
ruggiscono i leoncelli in cerca di preda
e chiedono a Dio il loro cibo.
Sorge il sole, si ritirano
e si accovacciano nelle tane.
Allora l’uomo esce al suo lavoro,
per la sua fatica fino a sera.
Quanto sono grandi, Signore,
le tue opere!
Tutto hai fatto con saggezza,
la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto:
lì guizzano senza numero
animali piccoli e grandi.
Lo solcano le navi,
il Leviatàn che hai plasmato
perché in esso si diverta.
Tutti da te aspettano
che tu dia loro il cibo in tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono,
tu apri la mano, si saziano di beni.
Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
La gloria del Signore sia per sempre;
gioisca il Signore delle sue opere.
Egli guarda la terra e la fa sussultare,
tocca i monti ed essi fumano.
Voglio cantare al Signore finché ho vita,
cantare al mio Dio finché esisto.
A lui sia gradito il mio canto;
la mia gioia è nel Signore.
Scompaiano i peccatori dalla terra
e più non esistano gli empi.
Benedici il Signore, anima mia.

Memo Sales

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