3 settembre – 22^ Domenica del T.O.

Portare la nostra croce: una scelta responsabile

Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».  Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima? Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni (Matteo 16, 21-27).

E’ la prima volta che nel Vangelo di Matteo Gesù annuncia in modo esplicito il cammino verso la croce, come senso e conclusione della sua missione.

Questo, probabilmente, per sciogliere ogni equivoco in quanti (ed erano la maggioranza, se non la totalità) nella predicazione del Regno di Dio intendevano la rinascita e la rivalsa del nazionalismo giudaico.

Pietro, legato come tutti alla concezione del messianismo trionfante, non accetta la prospettiva della croce, suscitando la dura reazione di Gesù. Pietro, la roccia su cui fonda la chiesa (v 18), diventa Satana, ossia ripropone la tentazione della potenza, come nel deserto.

Penso che questa oscillazione tra fedeltà e tradimento, che qui viene impersonata da Pietro, in realtà individua un percorso, o almeno un rischio, che accomuna molte persone, dalle origini cristiane fino a noi.

Nessuno/a di noi, per quanto oggetto della benevolenza di Dio, è mai al riparo dal rischio di diventare Satana e scandalo.Una tensione vigilante

E’ una sfida che ci può accompagnare tutta la vita. Può anche essere bello (se vogliamo usare questo termine quasi paradossale) perchè, se ne siamo consapevoli, ci permette di mantenere nel tempo una “tensione vigilante”.

Sappiamo bene che il mostrarsi come gli altri e le altre ci vogliono vedere rende di sicuro l’esistenza più facile e i rapporti più sereni. Ma sappiamo altrettanto bene che potrebbe trasformare la nostra vita in una pericolosa altalena, che ci farebbe sempre di più allontanare dal nostro io più autentico.

Non stiamo recitando una parte, ma stiamo vivendo una vita; è molto diverso.

Nell’episodio riferito da Matteo evidentemente Pietro non aveva ancora preso atto della “divisione” che c’era nel suo cuore. Non solo, ma ci sono volute tante altre situazioni di debolezza prima di arrivare al Pietro pilastro della chiesa nascente e futura.

E’ importante che ci si renda conto che l’opposizione al Vangelo non è solo qualcosa che troviamo presente nel mondo, ma è una realtà che può attraversare in profondità il cuore di ciascuno e ciascuna.

Non sempre riesco a riconoscere che anch’io faccio resistenza, anch’io mi oppongo al Vangelo, anch’io sono il “Pietro” destinatario di tanti doni di Dio, ma anche il “Pietro” che trova nella sua vita desideri, pensieri e comportamenti contrari alla strada di Gesù.

Posso anche essere il “Pietro” che è di scandalo, cioè che non dà buona testimonianza e crea ostacoli e inciampi al cammino di fede di altri e altre. In questo modo il Vangelo di Matteo, narrando di Pietro, parla di me, di te, di ciascuno e ciascuna di noi… anche delle nostre chiese.

La sequela di Gesù sulla via della croce

Gesù insiste con forza sull’annuncio della croce, il più adeguato a esprimere i contenuti e il modo di dirsi della buona notizia del Regno.

Nello stesso tempo chiarisce che questo cammino di dono e di rischio non è solo suo, ma di tutte le persone che accettano di porsi alla sua sequela. Ancora oggi questo è un appello difficile da comprendere e tale da intimorire molti.

C’è stato chi intende questo invito di Gesù a “prendere la propria croce” come una richiesta di assumere le sofferenze e i problemi della vita. La croce, in questo caso, sarebbe tutto ciò che ci fa soffrire.

La prospettiva evangelica non è questa. Per Gesù la croce significa leggere la propria vita e la propria morte come dono di sé a favore degli altri e delle altre, come testimonianza a un qualcosa di superiore, un qualcosa che viene da Dio.

“Rinnegare se stessi” significa, allora, essere capaci di abbandonare anche le più legittime aspirazioni personali per testimoniare il Regno e i valori che esso esprime.

Prendere la propria croce non significa, dunque, fare delle scelte ascetiche, prendere le distanze dalle gioie della vita, ma assumere le proprie responsabilità, le proprie decisioni, perchè la nostra vita non sia banale, non resti prigioniera degli idoli.

Gesù non ci invita mai a disertare dalla vita, a fuggire dalla felicità autentica. Egli, piuttosto, ci mette sull’avviso: se decidi di radicare la tua vita sulla strada dell’autenticità, della giustizia, della solidarietà, sappi che potranno buttarti addosso la croce; non aspettarti battimani.

Ma Gesù invita i discepoli alla consapevolezza che questa “croce”, alla quale vanno incontro, questi sentieri, questi percorsi di vita quotidiana, sono un “perdere la propria vita” per “ritrovarla” come esistenza densa, piena di senso. “Mi segua” è l’ultima esortazione.

La sequela di Gesù non è una calda ammirazione di un eroe o di un modello, ma la ricerca per orientare tutta la nostra esistenza nella direzione della sua vita, nelle concrete scelte di ogni giorno.

A sostegno dell’esortazione di Gesù, nel finale del brano, come in altre parti del Vangelo, troviamo l’ammonimento sulle conseguenze che potrebbero derivare dalla non accoglienza di ciò: perdere l’anima. Perdere quella parte di noi, la più importante, che sopravvivrà alla distruzione del corpo.

Anche se sono convinto che Dio ci salva per la sua bontà e non per i nostri meriti, penso di leggere in questa pagina un ulteriore invito ad accogliere questo dono e a farne un fondamento per un coerente progetto di vita, mettendo il più possibile a disposizione degli altri e delle altre ciò che si è e ciò che si ha.

Domenico Ghirardotti

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