27 agosto – 21^ Domenica del T.O.

Pensare secondo Dio: che vorrà mai dire?

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Matteo 16,13–19).

Il contesto

Questo brano è stato sempre molto commentato, creando spesso situazioni problematiche, soprattutto quando è stato letto e interpretato in modo fondamentalista, dando cioè a queste parole il connotato di “parola di Dio”.

Si è cercato di far risalire a questa pagina il “primato di Pietro”, questa struttura che si è poi configurata e costruita in modo totalmente difforme dal messaggio di servizio che ha caratterizzato tutto l’insegnamento di Gesù e tutta la sua esistenza.

In realtà Matteo (e la sua comunità) costruisce questo racconto con l’intento di risolvere un conflitto presente nella sua comunità. Da un lato, alcuni sostenevano la posizione di Paolo che, come sappiamo, affermava che solo la fede in Cristo salva, mentre altri sostenevano quella di Giacomo (e la comunità di Gerusalemme), che esigeva in toto il rispetto della legge mosaica, con i suoi riti e le sue pratiche.

Sciogliere e legare

Faccio mio questo testo di Bruno Corsani: “«Quelli di Giacomo» (Galati 2, 12) dicevano: «Se voi non siete circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete essere salvati» (Atti 15,1).

Paolo diceva: «Noi sappiamo che Dio salva l’uomo non perché questi osserva le pratiche della legge di Mosè, ma perché crede in Gesù Cristo. E noi abbiamo creduto in Gesù Cristo per essere salvati da Dio per mezzo della fede in Cristo… Nessuno infatti sarà salvato per mezzo delle opere comandate dalla legge» (Galati 2,16).

Pietro, che in un primo momento cedette alle pressioni o ai ricatti di «quelli di Giacomo», in realtà sembra essere stato più vicino alla posizione di apertura e di libertà sostenuta da Paolo; potrebbe quindi avere assunto una funzione mediatrice tra le due parti, appunto quella di «sciogliere e legare», cioè di dire quali elementi della Legge biblica erano vincolanti e quali no nella comunità di Gesù Cristo.

A lui (o al ricordo del suo insegnamento) potrebbe essere stato tributato quel riconoscimento specialmente dopo la partenza e la fine dell’attività di Giacomo e di Paolo (Paolo fu arrestato a Gerusalemme nel 57 o nel 58 per essere poi processato e ucciso a Roma pochi anni dopo, e Giacomo fu ucciso a Gerusalemme nel 62).

Il vangelo di Matteo, scritto in Siria una ventina d’anni dopo, sembra rispecchiare la tendenza di Pietro a una via di mezzo fra Giacomo e Paolo, quando attribuisce a Gesù l’affermazione di non essere venuto per abolire la Legge e i profeti (5,17), però fa anche dire a Gesù «Voi avete udito che fu detto… Ma io vi dico…» (5,21.27.31.33.38.43). «Sciogliere e legare» significherebbe appunto dire che cosa è confermato e che cosa è abolito nella Legge.

Attribuendo a Pietro questa posizione nella chiesa di Siria, il vangelo di Matteo non ne faceva un papa. Una figura papale è incompatibile con il modo in cui Matteo parla della chiesa e dell’insegnamento nella chiesa. Basti pensare che l’autorità di «legare e sciogliere» Matteo l’attribuisce, in 18,18 a tutta la comunità!”

(BRUNO CORSANI, I testi evangelici sulla remissione dei peccati in: Oltre la confessione, CdB Pinerolo, 1988).

E’ dunque Matteo, e non Gesù, a conferire questo grande potere a Pietro… Matteo, che ha bisogno di riportare serenità nella sua comunità. Forse è più coerente attribuire a Gesù le parole di Mt 18,18, dove l’autorità di “legare e sciogliere” è affidata a tutta la comunità di discepoli e discepole: i conflitti è bene gestirli in comunità, tra fratelli e sorelle.

Rispetto a Pietro, poi, penso che abbia più senso attribuire a Gesù le parole che troviamo in Luca 22,31: “Simone Simone … quando ti sarai riavuto, conferma i tuoi fratelli”. E’ un ministero di servizio, quello a cui viene chiamato, non l’investitura feudale di un potere divino. Questo è il Gesù che predica e pratica la “legge di Dio”: l’amore.

Quale chiesa, quale comunità?

Gesù con tutta probabilità non ha mai pensato ad un progetto di chiesa che durasse nei secoli, anzi, Gesù non ha mai pensato di fondare una chiesa al di fuori dall’ebraismo: egli vive e muore da credente ebreo. Certo Pietro è una figura importante e riveste una funzione di primo piano nei Vangeli.

In qualche modo, senza nascondere le sue fragilità e i suoi “tradimenti”, i Vangeli ne fanno un modello di discepolo, un testimone straordinario delle origini cristiane. Il suo rapporto con Gesù deve essere stato singolarmente intenso e profondo e la sua testimonianza di vita deve aver lasciato tracce profonde nelle prime generazioni cristiane e quindi negli scritti del Secondo Testamento.

Le comunità avevano tutta la libertà di trasformarsi, a poco a poco, in chiese, dandosi organismi e ministeri di coordinamento e di servizio e quant’altro desiderassero: nascevano controversie, c’erano punti di vista diversi su questioni anche importanti, non mancavano polemiche anche aspre in seno alle comunità e tra gli stessi testimoni oculari della vicenda umana di Gesù…

Pensiamo (per non citarne che una) al rifiuto di Pietro (e non di lui soltanto) di accettare l’idea che Maria di Magdala, una donna!, potesse essere a conoscenza di parole e di gesti di Gesù che a lui sarebbero stati tenuti nascosti: lo documentano sia il Vangelo di Maria che il Vangelo di Tommaso.

Quindi poteva sembrare necessario che ci fosse un’autorità, riconosciuta e incontestabile, a cui affidare il compito di risolvere le dispute dottrinarie o pastorali con una parola definitiva.

Ma la chiesa/struttura gerarchica non si rintraccia nella predicazione di Gesù. E’ una costruzione che gli uomini di potere hanno consolidato nei secoli, basata soprattutto sull’esclusione delle donne e degli uomini che si sono sottratti a questo progetto di dominio.

Le comunità cristiane, cioè coloro che insieme cercano una strada, una vita, una visione basata sull’amore insegnato e praticato da Gesù, come possono vivere un cammino liberato dalle gabbie dogmatiche che hanno sostenuto questa chiesa?

“Ma voi, chi dite che io sia?”

La risposta di Pietro (“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”) è perfetta, da manuale catechistico; leggiamo questa stessa dichiarazione in Giovanni 11,27, ma qui, anziché Pietro, è Marta, la sorella di Maria e di Lazzaro, ad esprimerla.

Come mai sulla dichiarazione di fede di Pietro si costruisce il “primato di Pietro” con tutta la successiva chiesa gerarchica, mentre di questa donna abbiamo così poche parole e informazioni?  Certamente essa non deve aver contribuito a costruire una chiesa potente e dominante. C’è forse un altro (o tanti altri) modo di stare alla sequela di Gesù al di fuori di questo, di chiesa potente?

Personalmente sono molto grata alle mie antenate che non si sono fatte complici di strutture di potere e di morte, ma che hanno vissuto i loro cammini di fede e di coerenza all’Amore-Dio senza cadere in queste trappole.

Eppure, se Giovanni mette in bocca a Marta la stessa professione di fede di Pietro, significa che essa deve aver avuto un ruolo profetico ed evangelico molto importante. Ma su questa sua testimonianza, per fortuna, non si è costruita alcuna gerarchia!

Pensare secondo Dio

Per il Gesù che mi sembra più autentico il potere è cosa del “mondo” e a Pietro, che non accetta l’annuncio della fine ingloriosa che Gesù sente avvicinarsi, riserva immediatamente un giudizio sferzante contro l’uso umano di un potere che il profeta di Nazareth né aveva né poteva conferire: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (16,23).

Non solo; il capitolo termina con l’invito di Gesù a “rinnegare se stessi” e a “perdere la propria vita per causa sua” (16,24-25). Questo invito vale anche, innanzitutto, per chi si è autoconsegnato quelle chiavi.

Al regno di Dio non si accede grazie ai buoni uffici di qualche papa o alle indulgenze; la strada per arrivarci è una vita dedicata alle pratiche d’amore: la salvezza del mondo, e nostra, dipende dalla nostra capacità di trasformarla in pratiche quotidiane d’amore. Che cosa può significare l’invito fatto a Pietro, pochi versetti dopo, a “pensare secondo Dio” (16,23)?

E’ una delle domande che attraversano i secoli e la vita di uomini e donne che, come me, la risposta hanno cominciato a cercarsela personalmente, facendosi aiutare dal confronto comunitario e dalla preghiera, dalle letture e dalla riflessione critica … in un tentativo di libertà da ogni potere costituito o, peggio, autocostituito, che ha bisogno, per conservarsi, di una lettura strumentale del testo biblico.

Se apro il mio cuore alla sorgente di acqua viva che è la parola di Gesù, non sento parole di potere, ma inviti all’amore, alla convivialità, al servizio reciproco, alla giustizia. Forse solo così si costruisce il Regno dei cieli.

Carla Galetto

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