20 agosto – 20^ Domenica del T.O.

Un pasto aperto, senza tessere

Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita (Matteo 15, 21-28).

Tutto il cap. 15 ruota, in qualche modo, attorno al cibo e ai riti tradizionali che lo riguardano: lavarsi le mani prima di mangiare (1-20), non dare ai cani il pane destinato ai figli (21-28), condividere il cibo con chi ha fame (29-39).

Il cibo, e tutto ciò che lo riguarda, è così presente, così indispensabilmente presente, nella quotidianità umana, così indissolubile dalla vita, da essere la più facile e feconda fonte di esempi, metafore e simboli nella conversazione e nello scambio di pensieri e parole. E nelle pratiche, quelle materiali e quelle simboliche, di comunità, di condivisione, di solidarietà.

Una lezione che non abbiamo ancora appreso

Il pasto aperto a tutti e tutte era una pratica costante per Gesù: nelle parabole (quel re voleva la sala piena per le nozze del figlio, a costo di costringervi tutti i barboni del regno…) e nei momenti simbolicamente più intensi, come quello raccontato nell’ultimo brano del capitolo. Chi condivide il poco che ha mette in moto una catena formidabile di emulazione nella condivisione: ce n’è per tutti e tutte e se ne avanzerà sempre un sacco… anzi, sette ceste piene.A duemila anni di distanza dobbiamo amaramente ammettere di non aver ancora imparato quella lezione: chi ha molto non solo non si sogna di condividere, ma vuole sempre di più, rubando il poco anche di chi non ha il necessario per sopravvivere. Senza pietà! Altro che la compassione praticata e insegnata da Gesù!.. Eppure questi brani evangelici si leggono regolarmente nelle cerimonie liturgiche, e vengono commentati. Quanti libri! Quante parole!

Sembra uno stupore ingenuo, se anche un pasto, come quelli che Gesù certamente consumava in compagnia di uomini e donne che lo accompagnavano in giro per la Palestina, è stato ben presto “sequestrato” e riclassificato a uso e consumo dei dodici maschi fondatori della casta: all’ultima cena erano presenti solo loro e solo loro, quindi, pretendono di sapere che uso, materiale e simbolico, fare delle pagine evangeliche…

Eppure compassione e condivisione non si possono predicare con coerenza se non praticandole in proprio, innanzi tutto… e questo spiega la grande ingiustizia che tuttora regna anche nelle società cosiddette cristiane. Gesù è stato chiaro (1-9): nella gerarchia dei valori amore e giustizia vengono prima della tradizione; i precetti umani possono “annullare la parola di Dio”, vanificare la legge della solidarietà. L’ipocrisia non è un difettuccio banale.

Prendersi cura gli uni degli altri, le une delle altre, è vivere con cura tutte le relazioni, è praticare quella “politica prima” che non è, con ogni evidenza, nell’agenda dell’ordine simbolico e materiale del patriarcato, di cui la casta, a cominciare dalle gerarchie religiose, è colonna portante.

Siamo uomini e donne, e basta!

Il pasto aperto a tutti e tutte è quello a cui la donna siro-fenicia del nostro brano ha invitato Gesù. Le persone “straniere”, oggi come allora, vengono scacciate perché ci danno fastidio, “ci gridano dietro”, chiedono pietà e briciole… E vengono spesso marchiate con giudizi impietosi: siete dei cani!

Com’erano allora i pagani per gli ebrei, come sono sempre “cani infedeli”, reciprocamente, i nemici, gli uomini e le donne appartenenti al “regno del male”. Ancora oggi l’esclusione non viene letta come conseguenza della “nostra” cultura escludente, ma come una colpa “loro”: è colpa tua se non sei come noi, perché sei un cane, un infedele, un essere inferiore…

Quella donna cananea, invece, non ragiona con la “tessera”: lei è solo una madre che cerca aiuto per sua figlia. Gesù cammina da tempo sulla stessa strada e non ci mette molto a “incontrarla”, perché parlano la stessa lingua: siamo uomini e donne, e basta! La sua conversione all’amore universale, senza tessere di appartenenza, fa un passo avanti, perché si lascia prendere per mano da una donna.

Questa è la strada maestra della conversione per ogni uomo. Per abbandonare consapevolmente la strada dell’ipocrisia, dove la prepotenza patriarcale pretende di andare a braccetto con la legge di Dio, serve imparare a praticare l’autocoscienza individuale, con l’aiuto del gruppo, della comunità.

Quando una donna dice: “Sono solo una donna…”, c’è quasi sempre nella sua voce un’incrinatura di autocommiserazione, di disistima, come se dicesse: “Abbiate pazienza con me, perchè non sono che una donna..”. E se un uomo le dice “Sei solo una donna”, lo dice proprio con quel significato, con quel disprezzo…

Ma quale uomo lo direbbe mai di sé? Un uomo dice “Sono un uomo!” e quelle parole escono dalla sua bocca accompagnate da uno sciame di punti esclamativi.

Un uomo non dice mai: “Sono solo un uomo…”, perché questa consapevolezza lo farebbe scendere dal piedestallo, facendolo andare a braccetto con le donne, con le persone straniere, con gli omosessuali, ecc… Dio ne scampi e liberi!

Dio?!?… Sì, quello della pretesa civiltà cristiana, dell’Occidente regno dell’ipocrisia patriarcale. Gesù e quella donna siro-fenicia, invece, mi suggeriscono la necessità e la convenienza che di ordini simbolici ce ne sia solo uno, per donne e uomini: quello materno, dove impariamo a vivere con cura, condividendo il cibo materiale e simbolico, senza competizione di tessere, senza pratiche di esclusione, ma con compassione, empatia, amore.

Dalla madre impariamo questo amore, e dalle donne che ci sono madri simboliche, come sua madre a Cana e quella donna cananea per Gesù… come mia moglie e Luisa Muraro per me.

Beppe Pavan

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