13 agosto – 19^ Domenica del T.O.

Sentire la presenza di Gesù

Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio» (Matteo 14,22-33)

Il racconto di Gesù che cammina sulle acque del lago di Tiberiade agitate dal vento è presente in Matteo, Marco (Mc 6, 45-53) e Giovanni (6, 16-21). Nell’analisi dei testi Meier dice che i racconti di Marco e Giovanni sono derivati da due fonti diverse, molto antiche, esprimenti racconti tradizionali delle comunità cristiane dei primi decenni  (J.P. Meier,  Un ebreo marginale, vol 2, p.1099- 1135).

Nelle descrizioni di tutti gli evangelisti ci sono alcuni punti salienti:

–    il miracolo di Gesù che cammina sull’acqua è legato al racconto della moltiplicazione dei pani
–    Gesù invita i discepoli a partire e resta solo salendo sul monte a pregare
–    Nella notte i discepoli navigano sul lago agitato dal vento, tuttavia  non sembrano in pericolo di vita, sanno governare la barca
–    Gesù si avvicina alla barca camminando sulle acque e viene scambiato per un fantasma
–    Gesù si fa riconoscere dai suoi: “Sono io, non temete”

La versione di Matteo segue la fonte di Marco, ma inserisce in più l’episodio di Pietro che raggiunge Gesù sulle acque. Pietro dubita e ha paura, chiede aiuto e viene salvato. I discepoli riconoscono la grandezza e il potere del maestro “tu sei veramente il figlio di Dio”.

Meier si chiede se il racconto di Gesù che cammina sulle acque possa avere origine da un qualche episodio realmente accaduto durante la sua vita pubblica o sia una creazione della chiesa primitiva.Analizzando i miracoli di Gesù si vede che questi sono sempre finalizzati ad aiutare qualcuno con gravi difficoltà  o malattie; sono segni della realizzazione di quel “regno di Dio” in cui tutti, anche gli ultimi, sono accolti e amati, ma, soprattutto, non sono mai indirizzati all’autoglorificazione di Gesù.

Quello del cammino sulle acque non è un miracolo di “salvataggio in mare” di persone in pericolo di morte, il suo fulcro è la rivelazione della figura di Gesù come salvezza. Alcuni commentatori hanno anche pensato che l’episodio facesse parte o avesse similitudini con le molte apparizioni post pasquali del maestro.

Questo racconto di miracolo sembra più in linea con la cristologia della chiesa primitiva che tendeva a divinizzare la figura di Gesù ed è considerato una creazione teologica dei redattori dei vangeli nelle comunità giovannea e marciana, redazione ripresa ed estesa da Matteo.

Già nelle proto comunità cristiane, l’episodio di Gesù che raggiunge i discepoli camminando sul lago è stato collegato al miracolo della moltiplicazione dei pani e ricordato nella celebrazione comunitaria dello spezzare del pane.

Capire che senso aveva questo racconto per i gruppi di primi cristiani è importante perché ci indica come era interpretato e vissuto il messaggio di Gesù da parte di coloro che avevano ricevuto la trasmissione della “buona novella” da persone che erano state vicino al maestro o vicino ai dodici.

Le comunità dell’origine e poi, nei decenni, quelle di Marco, Matteo o Giovanni avevano indubbiamente molte difficoltà a mantenere vivo  il messaggio di Gesù, a “vivere nel regno”, regno in cui tutti, poveri, gentili,  schiavi, stranieri dovevano avere gli stessi diritti.

In quegli anni sotto il pesante dominio della potenza romana si verificarono eventi che incisero profondamente sulla vita delle comunità:

– le rivolte dei giudei sfociarono nella prima guerra giudaica con la distruzione del tempio di Gerusalemme;
– i rapporti dei seguaci di Gesù con i giudei, inizialmente molto confusi, divennero spesso conflittuali;
– le comunità cristiane dovettero confrontarsi con la cultura del mondo greco che cercava la salvezza attraverso una interpretazione razionale della realtà;
– all’interno delle comunità  vi erano spesso tensioni e contese.

Lentamente i discepoli e i loro seguaci avevano preso coscienza del senso dell’insegnamento di Gesù: ogni uomo  è importante per Dio che lo ha creato a sua immagine indipendentemente dalle origini e dalla sua storia, e ogni uomo  è avvolto in ogni momento dall’amore del Padre.

Però era difficile perseverare in questa consapevolezza perché la fragilità umana e la situazione storica spingevano in direzione opposta, perché le difficoltà della convivenza di tradizioni diverse rischiavano di spezzare la comunità e disperderla, perché la fatica di perseverare nel tempo si faceva sentire.

C’era bisogno di rinnovare la fiducia e la speranza, di rivivere le parole di commiato di Gesù come descritte nella conclusione del vangelo di Matteo

“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).   Per la  vacillante barca delle prime comunità il racconto di Gesù che cammina sulle acque e l’episodio del salvataggio di Pietro erano una rappresentazione simbolica della presenza costante di Gesù, ricordata e  rivissuta in ogni incontro alla celebrazione dell’eucarestia.

Il simbolismo del mare agitato e del sostegno da parte di un’azione divina è espresso in molti passi del primo testamento ad esempio in Isaia: “Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno…” (Isaia 43, 2) o nel Salmo 31 “ Per questo ti prega ogni fedele nel tempo dell’angoscia. Quando irromperanno grandi acque non lo potranno raggiungere”. (Salmo 31,6)

Circa il racconto di Gesù che cammina sul mare, Meier scrive: “Si tratta in realtà di una rappresentazione simbolica di uno dei modi in cui la chiesa faceva esperienza del Cristo risorto nella celebrazione dell’eucarestia. … Il racconto di Gesù che cammina sull’acqua riflette il fatto che, per la chiesa primitiva, l’eucarestia era l’esperienza ritualizzata di un’epifania di Gesù risorto, che si avvicinava a un gruppo sparuto di credenti affaticati nella notte di questo nostro mondo; ancora una volta egli infondeva coraggio e placava i timori semplicemente annunciando la sua presenza.”

Cosa vuol dire, allora come ora, sentire la presenza di Gesù e sentirsi rinvigoriti nella fiducia e nella speranza, sentire la presenza di Gesù e vincere la paura?  Sentire la presenza di Gesù vuol dire conoscere e seguire con fermezza ed entusiasmo il suo messaggio in ogni momento della vita.

Il messaggio è tremendamente semplice: Dio Padre crea e sostiene in ogni istante tutti gli uomini e il creato con amore,  tutti gli uomini sono uguali e fratelli e hanno ugualmente diritto alle ricchezze della terra e ad una vita felice. Ogni uomo è chiamato a operare perche il ciò si realizzi attraverso la condivisione dei beni e la pratica della giustizia.

Se il messaggio è semplice, è spesso molto difficile aderirvi e ognuno di noi è su una barca sospinta  dal vento tra le onde del mare. Gesù ha dimostrato che è possibile aderire al progetto di Dio, ha percepito sempre l’amore del Padre su di se e sui fratelli e ha agito come Dio agisce con l’umanità.

Concludo con le parole di Marcelo Barros: “Oggi, la parola di fede che calma la tempesta è la cura della natura. La confessione di fede con cui termina questo passo del Vangelo deve attualmente prendere la forma di una testimonianza chiara del fatto che la presenza divina abita l’universo e può essere riconosciuta nella cura amorosa della terra, dell’acqua e di ogni essere vivente”.

Vilma Gabutti

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