25 giugno – 12^ Domenica del T.O.

Non temete

Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli (Matteo 10,26-33).

Non abbiate paura

Nel cap. 10 del Vangelo di Matteo c’è un concentrato delle prime riflessioni sull’opera, sull’impegno e sulle difficoltà dei messaggeri e dei testimoni delle prime generazioni cristiane.

Matteo è ben consapevole di quante volte nel cammino della comunità era stato necessario e utile riprendere e meditare l’esortazione al coraggio, al “non aver paura” che Gesù aveva rivolto al gruppo dei discepoli e discepole. E nemmeno erano stati dei maestri di coraggio quelli della sua cerchia più stretta che non erano riusciti a rimanere svegli la notte del Monte degli Ulivi e che se l’erano data a gambe “tutti” nell’ora della passione.

A ben guardare, molto più audaci e coraggiose erano state alcune donne guidate da Maria di Magdala. Senza poi scordare che nella comunità era ancora noto il racconto del rinnegamento di Pietro. Inoltre il redattore del Vangelo di Matteo ben conosceva le scritture d’Israele. Quante volte in esse riecheggia l’invito di Dio a “non temere”, ad “avere coraggio”, a non lasciarsi bloccare dalle difficoltà.

Dio libera dalla paura Abramo, Mosè, Giona, altri profeti, il popolo… e deve fare i conti con persone pavide, incerte, deboli. Questo è il sano realismo che accompagna tutti gli scritti biblici e che mette in guarda da qualsivoglia santificazione delle persone, anche quelle che vanno di moda oggi nella chiesa cattolica, falsificando la realtà e ingannando le folle che meriterebbero rispetto e ben altra attenzione.

La paura può paralizzare ma…

E’ tempo faticoso, tutto in salita per la comunità degli anni 80. Sono svaniti gli entusiasmi delle origini e si profila all’orizzonte tanta indifferenza; cominciano anche a farsi sentire ostilità e persecuzioni, emarginazioni e derisioni. La paura paralizza molti fratelli e sorelle della comunità.

In un simile contesto viene spontaneo chiudersi a riccio e semmai tenere per sé il dono ricevuto e nasconderlo. A che serve predicare ed esporsi apertamente quando ci si trova davanti a chi fa muro? La comunità di Matteo non vuole rinnegare il messaggio di Gesù o abbandonare il cammino, ma è tentata di chiudersi ulteriormente, di rinunciare alla “semina” per le vie del mondo. E’ la paralisi della paura.

A questo punto, l’autore del Vangelo elabora e ripropone alla comunità il messaggio di Gesù. Questo è proprio il momento in cui, ricorda Matteo, dobbiamo fidarci radicalmente del Padre che conosce persino il numero dei capelli del nostro capo, che si prende amorevolmente cura di noi.

Per questo possiamo non avere paura e gridare dai tetti ciò che abbiamo udito nell’orecchio. Questo è il tempo in cui non possiamo permetterci di nascondere il Vangelo, ma tutto ciò che è ancora nascosto attende di venire svelato. In queste suggestive immagini è racchiuso un invito ad invertire la rotta: anziché chiudersi nella paura e nello scoraggiamento, Matteo invita la comunità a rinnovare la fiducia in Dio e di lì ripartire con tanta speranza.

La paura è un limite?

Non so se sia corretto definire la paura un limite. Se lo è, lo dobbiamo accettare e cercare di convivervi senza lasciarci sopraffare. Mettere nelle mani di Dio anche questo aspetto del nostro vivere può essere un importante passo per guardare avanti positivamente.
Non siamo in questo molto aiutati/e.

La mia impressione è che siamo in presenza di una chiesa che potrei definire “della paura”, del “freno a mano tirato”; paura vissuta, imposta. Molti “guardiani del sacro” continuano a governare chiudendo porte ed erigendo steccati. Si sostengono posizioni, com’è già stato accennato, infauste, a volte antievangeliche e vengono spacciate per la “voce di Dio”.

Mi lascia sempre più perplessità una chiesa che ha solo certezze. Che nel migliore dei casi tenta di salvarsi buttandola sul “mistero della fede”. Ritengo sarebbe molto più maturo lasciare aperta la possibilità del dubbio. Non come diffidenza ma come opportunità per capire meglio che c’è sempre qualcosa che può essere utile rivedere, riconsiderare, guardare da un’altra angolazione.

Mi rincuora il vedere un numero sempre più grande di credenti che contravvenendo alle “regole”, pur con le comprensibili difficoltà, hanno cominciato a gridare sui tetti, a vivere alla luce del giorno quello che coltivano nel cuore e che finora sono stati/e costretti/e a tenere nascosto: l’amore gay e lesbico, l’amore dei separati e dei divorziati, l’esigenza di un ruolo più rispettoso delle donne nella chiesa, l’amore che può nascere tra un prete e una donna…

E quando parlo di amore intendo dire quello con la A maiuscola. Il primo passo per essere riconosciuti/e discepoli/e da Gesù, v. 32, (forse non a caso queste parole sono espresse al plurale) può essere proprio rendersi conto che la paura può diventare un qualcosa che invece di bloccare ci dà la possibilità di rifletterci su.

Non ci viene chieste di risolvere i problemi da soli/e. Non c’è la richiesta della perfezione. Ma, pur nella consapevolezza delle difficoltà, cercare con fiducia l’ombra ristoratrice delle ali di Dio e il conforto e la compagnia di compagni e compagne di viaggio.

Domenico Ghirardotti

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