4 giugno – Pentecoste

L’amore non vuole intermediari

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Giovanni 20,19-23).

Solo Matteo, tra gli autori del Vangeli canonici, usa il termine “chiesa, ecclesìa” e, guarda caso, proprio nel brano del cap. 16 in cui presenta il dialogo serrato tra Gesù e i discepoli a Cesarea di Filippo, concluso con la solenne investitura di Pietro a “pietra della sua chiesa”; investitura accompagnata dal conferimento di una sovrana autorità in terra, tale da impegnare anche “il cielo”.

Il Vangelo di Matteo ci testimonia la nascita di una nuova forma di comunità di fede, separata dalla sinagoga e dal tempio ebraico, organizzata intorno a Pietro, riconosciuto come rappresentante della piena fede apostolica.

La comunità per cui Giovanni scrive il proprio Vangelo è raccolta invece, verosimilmente, attorno a Marta di Betania e, comunque, ogni comunità faceva vita a sé: non era ancora nata l’autorità centrale… Ogni Vangelo ha un suo messaggio specifico e destinatari diversi: non mi sembra corretto, quindi, considerarli come capitoli successivi della stessa storia.

In Gv 21,15-19 per tre volte Gesù invita Pietro a prendersi cura (“pasci”) delle pecorelle del suo gregge e questo viene interpretato da alcuni esegeti come conferimento del primato a Pietro, a compimento della promessa fattagli in Mt 16,17-19. Così vengono tradizionalmente presentati, dalla gerarchia ecclesiastica, questi brani.   Mi sembra di poter fare almeno tre osservazioni.1.    GESU’ ERA EBREO TRA EBREI

Gesù era venuto per le pecore perdute d’Israele… Era un profeta e un rabbi ebreo e ha speso la sua breve vita per chiamare a consapevolezza e coerenza la fede del suo popolo, cercando di stimolarlo ad uscire dal torpore di una religiosità tutta esteriore e formale, a spese della giustizia nelle relazioni.

E’ stata l’ostilità del potere teocratico (o, meglio, “ierocratico”: perchè non è certo Dio che domina e governa, ma i sacerdoti, gli uomini del sacro, che se ne autorizzano addossandoGliene la responsabilità) di Gerusalemme a decretare non solo la sua fine prematura e tragica, ma anche la rottura, nel giro di qualche decennio, di ogni relazione con i seguaci e le seguaci di quel terribile rompiscatole.

Così prendono forma, a poco a poco, queste piccole nuove comunità, che chiamiamo “chiese” a causa di una traduzione interessata del termine greco “ecclesìa”, che altro non significa che “assemblea, gruppo radunato”.

E la catechesi degli evangelisti non tarda a trasformare il servizio di predicazione e guida, svolto inizialmente dai discepoli e dalle discepole che avevano accompagnato Gesù, in ruolo di autorità, addebitando allo stesso Gesù l’iniziativa di renderla esclusiva e assoluta. Ma lui, a quel punto, non poteva più smentire…

2.    LA SUCCESSIONE APOSTOLICA E’ UNA COSTRUZIONE FUNZIONALE

Se leggiamo questi brani come parole autentiche di Gesù, non abbiamo scampo: messa così, sembra proprio che Gesù abbia dato ai suoi un grande potere sugli altri del “gregge”. Non sembrerà vero, agli autoproclamatisi “successori” degli apostoli, che gli evangelisti abbiano messo in bocca a Gesù simili parole di investitura…

Ma Gesù era partito da sé, senza esercitare alcun potere su nessuno. Ci ha messo trent’anni prima di prendere la parola in pubblico e per prima cosa è andato da Giovanni a ricevere un “battesimo di conversione”; e non ha mai perdonato peccati, ma ha passato il suo tempo vivendo relazioni, predicando, guarendo, accompagnando, formando… e facendo festa. Sempre con grande capacità di cura, con gioia e compassione.

Quando dice “seguimi” a Pietro, al giovane ricco, agli uomini e alle donne che sono diventati/e suoi discepoli e discepole, credo proprio che si riferisse a quel tipo di vita. Ed è pur vero che alcuni discepoli già litigavano tra loro per stabilire chi fosse il primo quando ancora stavano con lui…. Figuriamoci dopo la sua morte! E’ verosimilmente successo quello che, in Mt 16, subito dopo la solenne investitura, vede protagonista negativo lo stesso Pietro, accusato da Gesù di “non preoccuparsi delle cose di Dio, ma di quelle degli uomini”.

Ogni volta che, invece di partire da noi, dal nostro personale cambiamento-conversione di vita, ci sentiamo investiti di potere sugli altri e sulle altre al punto da crederci autorizzati da Dio a dare o a negare il perdono, che cosa facciamo se non mettere al centro il nostro umanissimo modo di stare al mondo? Perché amministriamo il nostro perdono, invece di limitarci ad annunciare l’amore perdonante e accogliente di Dio…

E quei discepoli continueranno a fare così, a predicare “dottrine umane”, esattamente come facevano i farisei e gli scribi a cui Matteo, nel capitolo 15, rivolge il dito accusatore di Isaia. Non ci sarebbe nulla da obiettare, se lo dichiarassero con sincerità: “Questa è la nostra dottrina: chi vuol far parte della nostra religione la deve far propria!”. Invece insistono a pretendere di parlare le parole di Dio, grazie alla dichiarazione messa in bocca a Gesù: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

E’ nata la successione apostolica, che troverà una formulazione insuperata nella bolla “Inter coetera” di papa Alessandro VI nel 1493, indirizzata ai cattolicissimi sovrani di Spagna: “In virtù della pienezza del nostro potere apostolico, grazie all’autorità di Dio onnipotente conferitaci in S. Pietro e della vicaria di Gesù Cristo che noi deteniamo sulla terra… vi facciamo dono di tutte le isole e dei continenti trovati e ancora da trovare… e nominiamo voi, i vostri eredi e successori, signori di essi con pieno e libero potere, autorità e giurisdizione, di ogni tipo”. In cambio “vi ingiungiamo di condurre le popolazioni che risiedono in quelle terre ad abbracciare la religione cristiana”… e sappiamo com’è andata.

3.    NON C’ERANO SOLO I DODICI

Insisto nel tornare al dato che mi sembra decisivo: “i discepoli”, che stavano chiusi nel luogo dove improvvisamente venne Gesù, non erano solo i dodici. E, in particolare, non é solo a Pietro che Gesù, secondo Giovanni, ha detto: “Pace a voi” e tutto quel che segue.

C’erano gli uomini e le donne che non lo avevano abbandonato e a cui aveva insegnato a stare in relazione personale, tenera e fiduciosa, con Dio. Senza intermediari, senza preti, senza filtri, senza dogmi… Da allora, invece, da quando è stata inventata la successione apostolica, uomini e donne hanno progressivamente perso la relazione personale con Dio.

E’ vero che nell’intimità del cuore ognuno e ognuna parla direttamente con la Sorgente dell’Amore, ma è anche vero che troppo spesso le parole che pensiamo sono quelle che ci hanno messo in bocca i preti (o nostra madre, educata da loro, che è lo stesso). E, soprattutto, le nostre pratiche di vita, le nostre modalità di stare al mondo, sono quelle a cui gli uomini del sacro ci allenano fin da piccoli/e, chiamandole “volontà di Dio”.

Non è questo il Gesù che ho imparato a conoscere in comunità di base. Qui non c’è posto per “successori” di nessuno, ma solo per uomini e donne che liberamente accettino il suo invito personale: “Vieni e seguimi” e si mettano altrettanto liberamente a cercare che cosa significhi per ciascuno e ciascuna, nel confronto e nello scambio, come quello che pratichiamo anche attraverso questo sito.

Beppe Pavan

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