28 maggio – Ascensione del Signore

Mettersi in gioco

In quel tempo, gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano.
E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo  28, 16-20).

La chiesa festeggia questa domenica  l’Ascensione al cielo di Gesù. L’episodio è  raccontato nei vangeli di Marco e di Luca mentre non ne accennano Matteo e Giovanni.  Marco dice brevemente: « Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio» ( Mc 16, 15-20).

Luca scrive: «Poi li condusse fuori presso Betania; e levate in alto le mani li benedisse. E avvenne che mentre li benediva, si dipartì da loro e fu portato su nel cielo. Ed essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme con grande allegrezza; e stavano sempre nel tempio, benedicendo Dio» (Lc 24, 46-53).

Il brano di Matteo che meditiamo oggi (Mt  28, 16-20) conclude il suo vangelo e non parla di ascensione, ma del commiato definitivo di Gesù dai suoi.

I racconti dei vangeli e degli altri scritti su quanto accaduto dopo la morte di Gesù (la tomba vuota, le apparizioni, i discorsi di commiato, le raccomandazioni, l’ascensione)  riflettono le tappe percorse dai discepoli nella gestione del lutto per la perdita improvvisa e violenta del maestro.Luca dice che sono rimasti 40 giorni appartati:  40 è un numero che nelle scritture indica un tempo lungo, tutto il tempo necessario. Sicuramente in questo periodo hanno rielaborato il messaggio di Gesù, forse hanno lentamente  cominciato a capire il senso della salvezza e del regno di Dio, a sentire vive le parole di Gesù nel loro vero significato;  questo processo viene così descritto:  “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.(Atti 1,1-11)”;  “..aprì loro la mente per capire le Scritture  (Lc 24, 45.)”.

Veniamo al testo di Matteo 28, 16-20. Gesù risorto incontra i suoi sul monte in Galilea che “quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”.  Il fatto che l’autore senta il bisogno di puntualizzare che alcuni erano increduli ci da uno scorcio sullo sconcerto e sulle difficoltà che devono aver superato i discepoli nel riorganizzarsi e nel credere alla resurrezione.

Dobbiamo ricordare che nessuna delle versioni dei vangeli può essere interpretata come descrizione fedele di eventi storici. Le differenze narrative sono legate alla variabilità della tradizione orale e ai diversi contesti in cui, a distanza di parecchi anni,  i redattori scrissero. Infatti in essi si riflette da un lato il ricordo di quel periodo di sofferenza, di emozioni, di elaborazione del messaggio del maestro  dopo la sua morte e resurrezione e dall’altro anche la difficoltà delle primi seguaci ad organizzare la vita comunitaria e a definire la loro “mission”.

Barbaglio  dice che Gesù “si fece vedere” dai suoi dopo la morte e che ciò   “non vuol dire propriamente né visione sensibile con gli occhi, né propriamente visione interiore, bensì essere sopraffatti da una presenza divina che si disvela: un esserci che è un autodisvelarsi” (G. Barbaglio,  Gesù Ebreo di Galilea).

“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole…”

Il messaggio è rivolto a “tutte le nazioni “ indicando un’apertura al di fuori del mondo giudaico e tale affermazione forse risponde alle diatribe sulla  necessità di predicare ai gentili che hanno coinvolto le prime comunità.

I primi discepoli praticavano il battesimo con l’immersione nell’acqua secondo l’insegnamento di Giovanni Battista.   Ricevere il battesimo  era  riconoscere i propri peccati, esprimere la volontà di modificare radicalmente la propria vita, di aderire al messaggio di Gesù con l’impegno di far parte della comunità cristiana.  L’immersione simboleggiava il seppellimento del vecchio uomo e la rinascita dell’uomo rinnovato.

Il battesimo dei bambini è stato introdotto nella pratica liturgica solo nel V secolo, quando i dottori della Chiesa dovettero trovare argomenti contro Pelagio, che negava il peccato originale e sottovalutava il ruolo della grazia non ritenendola necessaria per essere salvati. Il timore di non ottenere la salvezza, in alcuni periodi, ha raggiunto aberrazioni come quella del battesimo in utero nei parti difficili.

 “…battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo” 

Questa espressione ci indica il tipo di esperienza di Dio delle prime comunità, che intendevano vivere  una vita nuova, con un nuovo rapporto di filiazione con Dio, sentito come Padre secondo l’insegnamento di Gesù che lo aveva chiamato Abbà, un padre che sostiene e sospinge amorevolmente il suo creato e le sue creature con spirito vitale.

Sul problema della Trinità cito da Olio per la lampada (ed. Viottoli, Pinerolo 2004).  “Padre, Figlio e Spirito Santo: una triade che nella dottrina ufficiale del quarto secolo si è affermata come “dogma trinitario” (Concilio del 381). Nella Bibbia non esiste nessuna dottrina trinitaria. La Trinità non è la descrizione della vita intima di Dio, ma è un linguaggio analogico, simbolico. Si tratta di una “costruzione teologica” che cerca di esprimere, sempre in modo imperfetto ed allusivo, come Dio agisce in rapporto al mondo, come opera la salvezza.

Dio, l’unico Dio, fonte della vita, non è solipsista, chiuso in sè, ma è un Dio di amore e di relazione. Egli (le teologie femministe dicono anche “Lei”) riversa il Suo amore e ci viene incontro, si rivela storicamente per noi in modo eminente in Gesù di Nazareth, testimone ed “epifania di Dio”.

Ma Dio non solo origina la vita e si manifesta in Gesù, ma è anche forza che sostiene il nostro cammino, vento (= spirito) che ci sospinge al bene, consolatore-sostegno-difensore (paraclito) nei giorni del nostro pellegrinaggio. Queste tre “funzioni” dell’unico Dio sono diventate nei secoli, quando è prevalsa la mentalità dogmatica, le “tre persone della trinità”.”

 “…insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” 

Il termine usato è “insegnare ad osservare” cioè aiutare a mettere in pratica il messaggio. L’insegnamento di Gesù infatti non è una nuova costruzione teorica o teologica, si inserisce nella tradizione ebraica basata sulle Scritture, che interpreta e completa, ha come obiettivo la vita di ogni giorno, la convivenza fraterna, la realizzazione del Regno qui ed ora.

La missione di cui sono stati incaricati gli apostoli è quella di essere testimoni con la propria vita del messaggio di amore e libertà. Questo vale ovviamente per chiunque di noi voglia mettersi sul cammino di Gesù. Era ben lungi dalla sua mentalità l’idea di propagandare una nuova religione e tanto meno di imporla.

Il suo atteggiamento era quello di chi ha trovato un tesoro così grande (la buona novella) che sente il bisogno di condividerlo, di offrirlo a chi lo desidera e lo accetta. E’ molto diverso dall’interpretazione che, attraverso i secoli, la chiesa ha dato alla “missione” e che ha condotto alla conquista, all’annessione, alle guerre di religione.

“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”

Il racconto  del commiato di Gesù dai suoi  si conclude con queste parole.

Mi sembra una  descrizione rassicurante e piena di speranza che  esprime l’uscita dei discepoli dalla fase di elaborazione del lutto, la presa di coscienza che adesso il cammino è nelle loro mani, che vanno elaborati  nuovi progetti di vita, che sta a loro diffondere il pensiero di Gesù ideando le strategie necessarie.  E’ così che nascono le prime comunità. Tutto è lasciato alla loro iniziativa e fino a quando saranno uniti nel regno seguendo la strada tracciata da Gesù lo spirito di Dio li sosterrà.

Gesù è con i suoi seguaci e “con noi”  tutti i giorni: non si tratta, se pur vivissimo, semplicemente del ricordo delle sue parole, del suo messaggio,  non è il ricordo di un defunto. Gesù è con noi in quanto rivelazione, strada, icona di Dio. Dio è necessariamente con noi perché ci sostiene, ci crea in ogni istante con amore paterno e ci da la forza, l’energia, lo Spirito.

Come i discepoli, ognuno di noi ha bisogno prima di tutto di interiorizzare “la buona novella”.

Abbiamo bisogno di capire che tutto viene da Dio ma che la scelta del nostro cammino è nelle nostre mani, che siamo chiamati a metterci in gioco ogni giorno per costruire il regno contribuendo a migliorare le condizioni esistenziali degli uomini a cominciare dalle piccole cose quotidiane, dalla pratica della giustizia,  evitando di guardare verso il cielo con  una  “fede miracolistica” che ci solleva da ogni responsabilità verso noi stessi e verso il prossimo.

Vilma Gabutti

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