7 maggio – 4^ Domenica di Pasqua

Amore e libertà

«In verità, in verità vi dico che chi non entra per la porta nell’ovile delle pecore, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Ma colui che entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei». Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono quali fossero le cose che diceva loro. Perciò Gesù di nuovo disse loro: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore.Tutti quelli che sono venuti prima di me, sono stati ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura. Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Giovanni 10,1-10).

Io non credo proprio che Gesù abbia mai coltivato pensieri simili su di sé e sulla propria missione. La teologia sacrificale e soteriologica di Paolo di Tarso ha certamente influenzato la riflessione e la catechesi di chi animava le comunità di credenti, ex-giudei o ex-pagani che fossero. Più tardi il dogmatismo vaticano ci ha fatto credere che si tratta sempre di “parole di Dio” e il gioco è stato fatto. Le parole dei teologi sono diventate parole di Dio, assolute, indubitabili…

Ma chi oggi sosterrebbe che sono “parole di Dio” i libri di Boff, di Molari, di Küng, di Schüssler-Fiorenza, di Ratzinger, di Bergoglio… delle migliaia di teologi e teologhe che riempiono di libri gli scaffali delle nostre biblioteche? Forse perché, a differenza di duemila anni fa, sono tanti/e e affermano cose diverse tra di loro? Non mi sembra un argomento valido: sono teologi e teologhe come lo erano Paolo di Tarso e i “padri” della Chiesa. Dicono cose diverse tra loro?

Ma la gerarchia vincente ha trovato la soluzione: ha imparato a giudicare e condannare le opinioni diverse dalle proprie, e questa è una violenza politica che nulla ha a che fare con la parola di Dio. Ci hanno inculcato la fede di Gamaliele (Atti 5.34 ss): la Chiesa “è da Dio” perchè dura nei secoli. Già! Ma loro non hanno seguito il consiglio di Gamaliele: non hanno “lasciato in pace” uomini e donne che sempre e dovunque hanno praticato e predicato pensieri e prassi diverse.E’ piuttosto un’ordalia medievale: condannando e uccidendo hanno imposto come unica la loro dottrina e questa l’hanno chiamata “parola di Dio”.

L’unica porta

Torniamo a Gesù e alle affermazioni che Giovanni gli attribuisce. In questo capitolo 10 Gesù è presentato come “porta delle pecore” e come “buon pastore” (11 ss), che entra per la porta e che le pecore riconoscono e seguono. A me sembra che a Giovanni prema, in realtà, affermare che Gesù è l’unica porta dell’ovile: “Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e predoni, ma le pecore non li hanno ascoltati”.

Di chi parla Giovanni? Dei patriarchi e dei profeti e dei sacerdoti e degli scribi e farisei del mondo giudaico? Eppure anche Giovanni cita ogni tanto brani dei profeti, per sostenere l’autenticità messianica di Gesù. Nelle scritture ebraiche (Primo Testamento) il pastore è originariamente Dio e Israele è il suo gregge. Poi Mosè, Giosué, i Giudici, Davide, perfino il persiano Ciro, vengono incaricati di guidare Israele come pastori…

Per Giovanni solo Gesù è tale! Perché è Dio. Ma che tutti quelli che sono venuti prima siano qualificati come ladri… questo è difficile da capire. A meno che intenda dire: sono ladri e briganti coloro che, come i farisei, hanno corrotto e sviato Israele, prima che arrivasse Gesù a chiamare per nome le pecore fedeli, quelle che hanno accolto il dono di riconoscerlo e credere in lui. Sì, così mi è chiaro.

Oggi siamo in tanti/e a non condividere più questa affermazione di Giovanni. La sequela di Gesù è “una” delle possibili strade per la salvezza. Il regno di Dio è il regno dell’amore, non quello della dottrina cattolica. Ma certamente proclamare come parola di Dio che Gesù è l’unica via di salvezza si rivela argomento decisivo per imporre la gerarchia e la dottrina cattolica come l’unica vera, perché si tratta dei successori di quel Pietro a cui Gesù ha detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa”. Troppo facile!

Amore e libertà

La porta dell’ovile, però, non serve solo a far entrare il buon pastore; serve anche a far uscire le pecore verso il pascolo e a farle rientrare per il riposo in sicurezza. Noi siamo pecore, in buona sostanza, e abbiamo sempre bisogno di un pastore: questo è, oggi, il succo del discorso e la pratica quotidiana.

Pastore è Gesù e pastori sono i suoi successori, che da lui ricevono investitura e autorità. Anche questa è diventata “parola di Dio” e papi, vescovi e preti si presentano sempre come pastori. La loro missione è “pastorale”, come è “pastorale” la forma di ogni loro pratica. E noi siamo pecore. Non uomini e donne capaci di autonomia e di responsabilità, alla pari. E veniamo formati/e come pecore, non come uomini liberi e donne libere.

Illuminante è il versetto 10: rubare, sacrificare, distruggere… sono azioni di chi non vuole il bene delle pecore, non vuole che vivano a lungo felici; ma vuole impossessarsene, assoggettarle al proprio desiderio proprietario, ucciderle per mangiarsele…

Gesù è un pastore sui generis: per le pecore vuole “la vita sovrabbondante”. Linfa della vita è l’amore, non una dottrina; l’amore è la libertà di entrare e di uscire e in questa libertà “troveremo pascolo”. Non c’è spazio per altri pastori… tranne quelli che si impongono come tali. E qui ritorna in scena Pietro, a cui Gesù, nell’ultimo capitolo del vangelo di Giovanni, dopo avergli chiesto per tre volte una dichiarazione d’amore, per tre volte dice: “Pasci i miei agnelli… pasci le mie pecorelle”. Giovanni ci dice che, dopo Gesù, pastori sono coloro che hanno ricevuto da lui l’incarico.

Ma il “modello” resta Gesù. Pietro è un discepolo, come ogni uomo e ogni donna che sceglie di seguire Gesù. Non c’è spazio per gerarchie esclusive ed escludenti. Anche perché pastore “buono” è chi vive perché uomini e donne “abbiano la vita e l’abbiano sovrabbondante”. Amore e libertà di entrare e uscire. Tutti e tutte siamo invitati/e ad esserci pastori a vicenda.

Mi sembra da escludere che l’ovile possa essere identificato con una Chiesa, meno che mai quella cattolica, e che i pastori possano identificarsi con preti e gerarchi comunque denominati. Questi sono “ladri e briganti” (v 8), perché rubano le pecore a Dio, assoggettandole alla propria dottrina, diventandone padroni, proprietari.

Mentre la vita sovrabbondante, grazie all’amore, si sviluppa nella libertà di pensiero, alimentata dallo scambio con uomini e donne libere, capaci di partire da sé e non da dottrine preconfezionate da sedicenti pastori. Questa è strada di laicità per la nostra vita. L’amore è laico. E Gesù praticava e predicava l’amore, non altro.

Beppe Pavan

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