23 aprile – 2^ Domenica di Pasqua

Vivo in mezzo a noi

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Giovanni 20,19-31).

Le narrazioni delle apparizioni di Gesù risorto, presenti in tutti i Vangeli e negli Atti anche se con sfumature diverse, non sono cronache di avvenimenti, ma racconti teologici che testimoniano il cammino di fede delle prime comunità e ci dicono che la comprensione della resurrezione è stata un processo graduale e difficile per i discepoli.

Dopo la morte di Gesù c’è stato nei suoi seguaci un periodo, forse lungo, di smarrimento e di paura (“erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei ..”) che li ha costretti a confrontarsi con il vero significato del messaggio del maestro, a cercare il senso delle sue sofferenze e della sua fine, a ripensare a ciò che aveva detto e fatto.

“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20,) “Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio” (Mt 26,29), “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Luca 6,20), “ Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà” (Luca 1,17), “ Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Matteo 6,33).

Le parole di Gesù ricordate, ripetute insieme, hanno cominciato ad assumere un nuovo significato per i discepoli, ad essere concretizzate nella loro vita: il regno è qui ed ora, è un regno sostenuto dall’amore del Padre nel quale tutti sono uguali, con gli stessi diritti ed ugualmente amati per sempre.

Nel racconto di Giovanni Gesù dice “«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo” . Per avere la pace, per comprendere il senso della “parola”, per poter camminare nel regno c’è bisogno di sentirsi alla presenza del Padre, essere sospinti dal suo soffio, vivere nella fiducia.

Barbaglio dice che Gesù “si fece vedere” dai suoi dopo la morte e che ciò “non vuol dire propriamente né visione sensibile con gli occhi, né propriamente visione interiore, bensì essere sopraffatti da una presenza divina che si disvela: un esserci che è un autodisvelarsi” (G. Barbaglio, Gesù Ebreo di Galilea).

Quando a distanza di parecchi anni vengono scritti i vangeli quel periodo di sofferenza, di emozioni, di rielaborazione è raccontato come un periodo in cui Gesù risorto chiarisce loro il suo messaggio, (“allora aprì loro la mente perché comprendessero le Scritture” Lc 24,45) ma anche come un periodo di gioia ed entusiasmo nel comprendere a pieno le parole del maestro.

I discepoli hanno sentito che Gesù era vivo in Dio e sempre presente nella loro vita senza bisogno di costruzioni teologiche, perché era vivo in loro il suo messaggio, erano diventate chiare le sue promesse “Chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11, 25).

I discepoli hanno avuto molta difficoltà a capire la resurrezione. Non credono alle donne che annunciano di avere visto il maestro e all’apparire di Gesù sono stupefatti e sgomenti come se avessero visto un fantasma (Lc 24,36 ).

L’inserimento della figura di Tommaso e il racconto della sua incredulità da parte di Giovanni è una costruzione narrativa che ci riporta ad un dato molto reale. E’ una pagina di altissima e preziosa teologia, che contiene un messaggio straordinariamente limpido ed efficace. Tommaso è la personificazione della nostra “fatica di credere”, della nostra difficoltà di affidarci all’azione di Dio e alla parola di Gesù.

Ho sempre provato molta simpatia per Tommaso perché mi sembra rappresenti il nostro cammino di fede. Credere non vuol dire appartenere ad una determinata “confessione religiosa”, sentirsi per nascita ed educazione inseriti in una “chiesa” con una sua costruzione teologica e morale codificata, che ti rassicura e protegge e in cui puoi identificarti.

Credere nel messaggio di Gesù vuol dire fare un percorso individuale di interiorizzazione, di conoscenza, di comprensione di questo messaggio. Credere è un moto di adesione del cuore e della volontà, ma è un’adesione totale del nostro essere che presuppone l’intervento della ragione, della capacità di ripensamento critico così da poter rinnovare ogni giorno le scelte di fronte alle situazioni e ai problemi che si incontrano.

Vuol dire anche avere la libertà di mettere in dubbio il messaggio, di discuterlo, di contrastarlo conservando la fiducia di essere accolti dal Padre, con la coscienza dei nostri limiti e delle nostre debolezze. La fede ha bisogno di essere nutrita con la conoscenza e lo studio, non si può credere in qualche cosa che non si comprende a fondo, ma soprattutto ha bisogno di essere contestualizzata nella situazione storica, per “vivere nel regno” qui ed ora.

I Vangeli e gli Atti ci testimoniano che nelle prime comunità, dopo la morte di Gesù era sentita viva la sua presenza, lo percepivano quando si riunivano e lo riconoscevano allo spezzare del pane. Gesù è presente nello stesso modo in ogni nostra eucaristia e nella nostra vita quando riusciamo a seguire la sua strada di amore, dedizione e giustizia.

Vilma Gabutti

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