9 aprile – Domenica delle Palme

Abbandonato da Dio e dagli uomini

(Matteo 26,14 – 27,66)

Quando Gesù andò a Gerusalemme, molti ormai lo avevano già abbandonato. Gesù era un profeta scomodo e c’era poco da guadagnare a stare con lui. Persino nel gruppo dei suoi amici cominciarono a serpeggiare la paura, l’incertezza, la diffidenza.

Il complotto scattò definitivamente quando Gesù decise di avviarsi a Gerusalemme, cuore del potere politico e religioso. Fu ucciso dal potere romano e dal potere religioso del Tempio, a causa delle sue scelte e della coerenza radicale con il messaggio di amore, di libertà e di giustizia.

Sicuramente Gesù si era accorto che non sarebbe più stato tollerato a lungo quel suo messaggio. Il suo dolore e la sua sofferenza furono grandi, insieme all’angoscia e alla paura per la consapevolezza che il potere non gli avrebbe concesso altro tempo.

Provò a parlarne anche con i suoi discepoli, ma come parteciparono a questo tragico momento di Gesù le persone che gli erano state più vicine e lo avevano accompagnato per le strade della Palestina?

Resto sempre stupita davanti all’evidenza della diversità di comportamento tra uomini e donne, specie in questi capitoli.

I discepoli (che già destavano qualche sospetto per il loro modo di trattare i bambini o per i quesiti posti a Gesù su chi fosse il più grande tra di loro) nel Getsemani si “addormentarono”, incapaci di cogliere la drammaticità del momento, lasciando solo il loro maestro e amico nell’ora della sofferenza estrema.

Poi, quando la situazione si fece più rischiosa anche per la loro incolumità, “fuggirono” (tutti i discepoli), “tradirono” (Giuda), “rinnegarono” (Pietro).

In quest’ultima situazione due serve riconoscono Pietro mentre sta fuori del sinedrio per seguire il processo a Gesù. Nel testo non è detto che volessero accusarlo e si può anche pensare che invece conoscessero Pietro perchè esse stesse avevano fatto parte delle donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea, oppure perchè avevano avuto occasione di incontrarlo nei suoi numerosi contatti con la folla. Chissà, forse si aspettavano che Pietro cercasse in qualche modo di difendere Gesù, di testimoniare in suo favore, di trovare il coraggio per essergli amico in quel momento così doloroso…

In rapporto con il tempo vivo degli eventi, i discepoli appaiono inadeguati, incapaci. La tenerezza, la compagnia, il “prendersi cura” non fanno parte del loro stile di vita. La distanza e l’inconsapevolezza caratterizzano molti dei loro comportamenti nel momento del dolore e della sofferenza. Sono d’impiccio, imbrogliano e fanno danno; forse è meglio che escano di scena!

Emerge la fragilità umana di uomini che prima si credevano sicuri di sé e poi, di fronte al rischio, devono fare i conti con la propria paura e i propri limiti. Solo in seguito, ripensando all’esperienza di condivisione e di amicizia con Gesù, ritroveranno il coraggio di compiere scelte evangeliche.

“C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo…” (27,55-56): non sembra strano né casuale che siano solo le donne a stare nei pressi della croce. Forse non potevano fare di più (erano gli uomini che decidevano della vita e della morte!) che stare “vicine”. C’era ancora spazio e tempo per i sentimenti.

Nonostante le difficoltà, dovute alle circostanze, avranno cercato di condividere la sofferenza di vedere Gesù e il suo annuncio profetico violati e disprezzati. Non potendo fare di più, hanno cercato comunque di seguire l’evoluzione dei fatti, dalla passione alla morte, standogli vicine e confortandosi a vicenda. Rimanendo nel vuoto della morte, dove il dolore non ha spiegazione né risposte, nonostante la paura e l’angoscia, esse conservano la forza di spirito necessaria per lenire ferite, curare corpi e anime, attraverso la semplice presenza e la com-passione (soffrire con).

Ma c’è un’altra presenza che nei commentari trova poco spazio: la moglie di Pilato (27,19), donna pagana che, grazie ad un sogno, osa intromettersi nel processo per cercare di cambiare il corso degli avvenimenti. Il sogno, si sa, nei racconti biblici era considerato uno dei mezzi attraverso i quali Dio comunica con l’umanità.

L’ultima possibilità è rappresentata da una donna pagana: essa riconosce che a Gesù non si può attribuire la pratica né della violenza né del dominio. Essa si coinvolge nella sorte di Gesù, uomo giusto e innocente e, mossa a com-passione, fa un ultimo tentativo, che però non viene accolto da Pilato. Egli, invece, se ne lava le mani (e difficilmente avrà passato notti insonni per questa sua scelta irresponsabile).

Dio ci invia dei sogni e ci dà la possibilità di sognare un mondo diverso. Gesù è certamente un “sogno” di Dio, un profeta che ha osato proporre un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere, che ha cercato di rompere le gabbie patriarcali in cui egli stesso era rinchiuso, che ha saputo accogliere le differenze, ascoltare, amare, prendersi cura delle persone, praticare relazioni nonviolente.

Il forte legame con il Padre gli ha dato la forza di andare controcorrente e gli ha colmato i momenti di solitudine. Forse ha inaugurato con la sua vita questo annuncio: un altro mondo è davvero possibile! E ci invita a fare altrettanto, con gli occhi rivolti al Cielo e i piedi ben piantati per terra, in una pratica delle relazioni che metta al centro l’accoglienza, l’ascolto e il rispetto di ognuno, indipendentemente dal credo, dall’orientamento sessuale, dalla pelle…

Carla Galetto

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