26 marzo – 4^ domenica di Quaresima

Il cieco nato. Il peccato della completezza e la grazia dell’attesa

Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?». Egli rispose: «Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è questo tale?». Rispose: «Non lo so». Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri dicevano: «Come può un peccatore compiere tali prodigi?». E c’era dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età, chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui». Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi. Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane». (Giovanni 9, 1-41).

L’inclusione

Il centro dell’episodio del cieco nato non sta nel miracolo in sé, ma il dibattito che ne scaturisce. Il racconto della disputa teologica – com’è tipico nel vangelo di Giovanni – si snoda e prende avvio dai diversi interrogatori che i protagonisti subiscono. Si tratta della storia di un cieco che viene alla luce e di uomini che presumono di vedere e per questo restano condannati alle tenebre.

Nella narrazione leggiamo due movimenti: da una parte un moto di inclusione, dall’altra di esclusione. La storia ruota attorno a un uomo non completamente creato, cieco dalla nascita, escluso dalla piena partecipazione a Israele e – proprio a causa del suo difetto – escluso dal culto secondo le norme di purità. Il difetto esclude, la vittima viene incolpata perché infetta tutta la società.

La malattia del cieco è segno di peccato, di colpa – almeno così è percepita dalla società – e anche i discepoli si interrogano: «Chi ha peccato?». Chi è il responsabile della colpa che ha fatto sì che quest’uomo nascesse cieco?

Gesù riesce a trasformare l’incontro con un uomo, segnato dal peccato, in un’occasione di salvezza. A Gesù non interessa l’origine della sofferenza ma il significato che essa assume nel piano di Dio; disegno a cui si collega il gesto del Nazareno.

La terra (Adamah) impastata con la saliva è il gesto della creazione, della continua creazione del mondo da parte di Dio, evento al quale tutti gli uomini e le donne devono cooperare prolungando questo gesto d’amore che impasta terra e vita, fango e saliva.

I giovani riuniti a Medellin nel 1968, durante l’assemblea del Celam (Conferenza episcopato latinoamericana) non ebbero paura di affermare nella loro professione di fede di credere «in un Dio, creatore di un mondo non ancora finito, non di un mondo che è così e che così deve continuare – come se Dio avesse proposto un piano eterno di sviluppo – nel quale noi non possiamo partecipare». Dimostrarono voglia di cambiamento, voglia di cooperazione alla creazione del mondo degli uomini e delle donne attraverso un processo di liberazione e di responsabilità.

Gesù aiuta il cieco nato a completarsi, a terminare la sua creazione. E il cieco viene mandato a purificarsi nella piscina di Siloe, e riacquista la vista. Da questo momento torna ad essere membro della società, torna ad avere voce.

Ed è a questo punto del racconto che egli acquista una soggettività, diventa protagonista, la gente lo degna di considerazione dandogli del “tu”. E i farisei lo interrogano, anche se vorrebbero continuare ad escluderlo, a far finta di niente: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè!». Il cieco però risponde lucidamente, costringendo i farisei a rapportarsi con lui in un “noi”: «Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta».

L’esclusione

Il cieco nato inizia la sua vita da escluso, da reietto. «Egli rappresenta un esercizio per la curiosità dei passanti che si domandano sulle cause morali delle sventure fisiche» (J. Alison, Fede oltre il risentimento, Ancona-Massa 2007, p. 23). Il problema vero nasce dal fatto che la guarigione sia stata compiuta di sabato. E però anche questo richiama inconfondibilmente il continuarsi della Creazione.

E qui sta il problema dei farisei che si domandano la liceità di questa guarigione: essi in un primo tempo cercano di negare il fatto miracoloso, ma non ci riescono. Così chiamano il cieco a testimoniare e tentano di ricostruire una versione dei fatti che riconosca la fonte peccaminosa da cui proviene il miracolo. L’ex cieco risponde: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo» (v. 25). Una risposta straordinaria. «L’uomo dimostra una sana indifferenza verso la dimensione morale della questione» (Alison).

L’ex cieco si rifiuta di diventare complice dei farisei che vorrebbero da lui un giudizio negativo, i farisei vengono messi in crisi, nella loro unità e sicurezza, dalla lucidità del guarito, e per questo lo cacciano.

Il sovvertimento

Il racconto del cieco nato è il paradigma del rovesciamento del peccato dall’interno. Egli non fa nulla per meritarsi la guarigione, la riceve soltanto. Il problema – affinché Dio possa continuare nella creazione – non è il cieco nato, ma coloro che pensano di essere completi, giusti, finiti.

«E sono convinti che la creazione, almeno per quello che li riguarda, sia terminata. Per questa ragione pensano che la rettitudine consista nel mantenere l’ordine stabilito con i loro mezzi: la bontà è definita a partire dall’unità», dall’appartenenza al gruppo «a scapito e in contrapposizione al cattivo escluso. I giusti del gruppo, che pensano di poter vedere, diventano ciechi proprio sostenendo a oltranza quell’ordine che pensavano di dover difendere» (Alison, p. 31-32).

Il significato che Giovanni attribuisce al sabato è quello del simbolo della creazione ancora incompleta.

Ciò che il vangelo ci offre non è una legge, un criterio fisso, una teoria, ma una storia dinamica di incontro con l’altro, con il diverso, con l’escluso. La storia agisce in maniera sovversiva, e noi spesso nemmeno ce ne accorgiamo! Istintivamente, leggendo questo brano del vangelo di Giovanni, tendiamo a identificarci con il cieco nato, con l’escluso.

Eppure molte volte ci ritroviamo, senza neppure accorgercene, ad assumere i panni dei “buoni” della situazione; in questo caso i farisei. E identificandosi con la “bontà” che esclude, con la giustizia del gruppo, non sempre riusciamo ad avvicinarci concretamente a chi non sembra essere giusto, buono, gentile, pulito…

Il rischio è anche il nostro: stare dalla parte di chi crede di avere Dio in tasca, di chi è sempre dalla parte della ragione e mai del torto.

Gabriele

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