12 marzo – 2^ domenica di Quaresima

Cercare il volto di Dio

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: ” Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finchè il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (Matteo 17,1-9).

In alcuni versetti precedenti a questo brano l’evangelista riporta il primo discorso di Gesù che dice “…apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto….venire ucciso…” (Mt.16,21) Sei giorni dopo egli conduce Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte.

Il racconto della trasfigurazione, appare come una contropartita all’annuncio della passione. Sappiamo che siamo in presenza di una costruzione teologia e non di una cronaca e quindi leggiamo questo brano per raccogliere il messaggio che Matteo vuole comunicare: anche dopo la “sconfitta” della croce, i discepoli di Gesù hanno visto in lui, il vero testimone di Dio, lo splendore della Sua luce.

Lo schema e le immagini di questo quadro sono in parte mutuati dalla tradizione biblica delle teofanie e delle visioni apocalittiche: il monte, lo splendore luminoso del volto, delle vesti, la nube e la voce divina, nonché la reazione di paura e il silenzio.

Quello che colpisce di più la mia immaginazione è il luogo e la condizione: Gesù ed i suoi amici sono su un alto monte e in disparte.

I vangeli ci raccontano che, con Gesù, i discepoli hanno vissuto momenti di preghiera e forte spiritualità e dal brano della trasfigurazione riusciamo anche percepire l’intensità, la bellezza di questa felicità sperimentata.

Chi ama la montagna e ha avuto la fortuna di salire su alte cime, conosce quell’emozione che riempie il cuore quando, in un giorno limpido e di bel tempo, lo sguardo scorre nelle valli, sui colli, tra gli alberi e oltre, sino a quando non si percepiscono che sfumature …. davvero si ha la sensazione di vedere diversamente quel mondo giù in fondo!

Per me è la metafora di uno stato di grazia, dove il godere della bellezza, permette di respirare il Tutto.

Il teologo Eugen Drewermann afferma a proposito “dell’incontrare” Dio : “..è possibile incontrare Dio nel corso della vita sulla vetta della nostra aspirazione e della nostra felicità, e precisamente non come un’esperienza marginale, ma, al contrario, come un’esperienza che possiede un valore unico nella vita, aiutandoci in primo luogo anche a sopportare il dolore e la notte.”

E ancora “..cosa si dovrebbe definire con il termine ‘Dio’ se non questa luce, che erompe nel nostro cuore nell’esperienza di una profonda felicità?” (Il Vangelo di Marco – Queriniana)

Penso che non abbia importanza il luogo e le modalità ma sia indispensabile e fondamentale per ciascuno di noi, trovare le condizioni per “incontrare Dio”, sperimentare la luce della felicità che ci fa desiderare di “piantare le tende” ma che soprattutto ci permette di affrontare la realtà della vita che è anche sofferenza e buio.

Dallo scritto citato di Drewermann, prendo ancora questo pensiero: “Una felicità profonda è in effetti come un miracolo di intima metamorfosi: il termine descrive molto bene il fatto che in queste irruzioni di una felicità quasi estatica le persone sono altre da quello che erano prima; in momenti del genere esse non sono praticamente riconoscibili, come succede per la farfalla rispetto al bruco che essa era poco prima di uscire dal bozzolo. E’ solo con l’irruzione di una felicità del genere che la persona acquista il suo vero aspetto …”.

Cercare il volto di Dio e l’essenzialità della vita regala felicità che trasforma noi stessi/e e ciò che è intorno a noi e credo non ci sia niente di più concreto e tangibile del Bene che travolge le relazioni di chi sperimenta la felicità.
Luciana Bonadio

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