5 febbraio – 5^ domenica del T.O.

Il sale e la luce

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Matteo 5, 13-16).

All’epoca di Gesù il sale aveva molta importanza nella vita quotidiana, veniva usato non solo per dare sapore ai cibi, ma, prevalentemente, come mezzo di conservazione degli alimenti quali ad esempio carne e pesce ed era un bene essenziale per ogni comunità.

D’altra parte anche il “fare luce” aveva un significato diverso da quello del giorno d’oggi quando basta girare un interruttore per accendere più lampadine; allora era importante avere sempre olio per la lucerna che era posta in punti strategici della casa. Dobbiamo tenere presente tutto questo quando pensiamo al significato simbolico dell’essere “sale della terra” e “luce del mondo” del discorso di Gesù.

Il tema è ripreso da tutti e tre i sinottici anche se in contesti diversi e con accezioni non univoche. Ad esempio Marco (Mc 9,50) fa pronunciare a Gesù l’ espressione: “Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri” all’interno delle raccomandazioni alla sua comunità.

Il sale è ciò che insaporisce i cibi e il sapore della vita è acquisito con la sapienza. L’espressione “abbiate sale in voi stessi” vuol dire che ognuno deve accrescere la propria saggezza e, insieme, la capacità di condivisione e questo è ciò che caratterizza la vita comunitaria.

Nel brano di Matteo, su cui riflettiamo oggi, Gesù usa la metafora del sale e della luce a conclusione del “discorso della montagna” mettendo prevalentemente l’accento sulla necessità di testimoniare la fede con la propria vita, il punto di riferimento sono le azioni, le opere.

I versetti 13-16 del capitolo 5 paiono il logico epilogo del messaggio programmatico di Gesù: il Regno di Dio è qui ed ora, consiste nella realizzazione di una convivenza tra eguali e fratelli. Dio è padre di tutti e tutti hanno uguale diritto di accesso ai beni della terra. Gesù dichiara beati i poveri, nel senso che anche loro hanno diritto a vivere serenamente e dignitosamente; i poveri non “sono”, ma “debbono essere resi” beati, cioè felici. I “costruttori di pace” non sono i maneggiatori di spade, i fautori del nazionalismo, ma coloro che si impegnano per una egualitaria convivenza tra gli individui di qualsiasi razza e popolo e lottano per la giustizia (Ortensio da Spinetoli).

Gesù aveva ben presente quello che dicono le scritture: la fedeltà al disegno di Dio si dimostra ponendo al centro l’uomo, non bastano le pratiche religiose:

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà;
implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!».
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se offrirai il pane all’affamato,
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio (Isaia 58, 6-10).

Gesù ha dimostrato con le opere quello in cui credeva e predicava, è stato amico di emarginati e peccatori, si è occupato di tutti, ha guarito i malati condividendone la sofferenza, i suoi “miracoli” erano volti a modificare le condizioni esistenziali degli uomini e non, come spesso è inteso, segni per un accreditamento della sua missione da parte di Dio. Soprattutto è stato coerente e fedele al suo messaggio fino alla fine.

Gesù dice chiaramente che si è sale e luce solo attraverso l’impegno per mettere in pratica il messaggio nelle le azioni di ogni giorno “perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”

Mi ha colpita l’interpretazione di Marcelo Barros nel libro “Il baule dello scriba” in cui dice che il “sale della terra” era quello sparso dai pastori sulla via dell’ovile per favorire, alla sera dopo il pascolo, il ritorno delle pecore che ne erano ghiotte. Questa accezione pone il fulcro del discorso sul ruolo dei discepoli quale punto di riferimento per gli altri.

Ernesto Balducci dice però che spesso le espressioni: “voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo” sono state interpretate in modo ambiguo come manifestazione di superiorità e desiderio di egemonia e che queste parole stanno alla radice dei funesti fanatismi che hanno insanguinato la storia.

Ma nei secoli si è “abusato” di questo linguaggio. Noi cristiani ci siamo pavoneggiati, ci siamo sentiti “la luce del mondo” e “il sale della terra”.

Anzichè pensare ai nostri “spegnimenti” della luce, alle contraddizioni e alle nostre oscurità, anzichè prendere sul serio il seguito del passo che enuncia la possibilità di nascondere la lucerna e di far marcire il sale, ci siamo messi sul petto queste gloriose patacche, questi medaglioni e abbiamo proclamato questi enunciati evangelici come nostro esclusivo privilegio, come nostra superiorità su tutte le religioni.

Tragica deviazione … che, tra l’altro, ci ha spesso impedito di comprendere che Dio ha acceso molte altre stelle nel cielo, che ha distribuito molto altro “sale della terra” ben oltre il cristianesimo e che la luce del mondo non è affatto un monopolio di noi cristiani.

Vilma Gabutti

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