8 gennaio – Battesimo del Signore

Il battesimo di Gesù

In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Matteo 3, 13-17).

Il battesimo di Gesù è un episodio altamente simbolico, così com’è narrato da Matteo: il suo senso va molto al di là di un fatto verosimilmente accaduto.

Il contesto

La lettura dei capitoli 3 e 4 è facile, la comprensione immediata: i fatti narrati sono lineari, semplici da capire. Ma se li consideriamo, come in realtà sono, costruzioni postume ad opera di catechisti e predicatori delle prime comunità, allora mi sembra che la ragione fondamentale da indagare sia il desiderio di mettere Gesù al centro della vicenda storica del loro mondo, attraverso, anche, una lettura simbolica, teologicamente discutibile, della figura di quell’ebreo che andava in giro a predicare cambiamento di vita (conversione) e coerenza e amore, accompagnando le parole con gesti di amore, di cura, di accoglienza… senza limiti né riserve, dopo che qualcuno (donne, soprattutto, come quella siro-fenicia delle briciole per i cagnolini) l’ha aiutato a capire che la cultura patriarcale in cui si era formato continuava a condizionarlo.

Il battesimo di Giovanni era una cosa seria. Egli era riconosciuto e seguito: accorrevano a lui non “da” Gerusalemme, ma “Gerusalemme e tutta la Giudea e tutta la regione intorno al Giordano” (3,5). Quel battesimo era il segno esteriore, quindi pubblico, quindi “politico”, della scelta personale di cambiare vita, di diventare “albero che fa buon frutto” (3,10). Anche “molti farisei e sadducei” (3,7) vanno per farsi battezzare ed offrono così a Giovanni l’occasione di esplicitare con chiarezza in che cosa consista la conversione: nel “fare un frutto degno della penitenza” (3,8).

Ecco perché è politico quel battesimo: perché il privato diventa pubblico, sociale. Dal momento che è stato compiuto pubblicamente quel gesto simbolico, pubblico, misurabile, verificabile, deve essere il cambiamento materiale di vita. A maggior ragione da parte di chi vive da “maestro e giudice” in Israele.

Non vedo differenza tra quei farisei e sadducei e molti italici politici, che cercano legittimazione agli occhi del popolo baciando anelli e facendosi benedire dai loro compari religiosi, che si guardano bene dal pronunciare anche qualcosa di meno di quel veemente “Razza di vipere!”… Probabilmente perché hanno consapevolezza di sé e del “sacro commercio” che prospera tra di loro… e il popolo continua ad aspettare invano qualche frutto degno della penitenza.

Perché penitenza non c’è. Perché penitenza è manifestazione materiale del pentimento, della scelta di cambiar vita… non qualche pater, ave e gloria biascicati pensando ad altro.

Gesù parte da sé

Anche Gesù va al Giordano e Giovanni lo battezza. Gesù non è un notabile, ma uno del popolo: povero, sincero, generoso. Ci ha messo trent’anni prima di decidersi a prendere la parola pubblicamente… e sceglie di partire da sé. E’ lui che deve convertirsi, prima di tutto; poi potrà affiancare e proseguire l’opera di Giovanni invitando gli altri, coloro che incontrerà sulle strade della Palestina, a fare altrettanto. La loro è una predicazione simile: è invito alla conversione, al cambiamento di vita, alla coerenza consapevole sulla strada dell’amore operoso.

Saranno i rispettivi discepoli a giocarsi la propria competizione strumentalizzandoli: “Il nostro rabbi è superiore al vostro!”. “No, il nostro è più potente!”. Gesù e Giovanni non erano in competizione: erano uomini onesti e sinceri, consapevoli che “conviene compiere ogni giustizia” (3,15). Di giustizia sempre parlano e di giustizia sempre si tratta, in barba alle sottili distinzioni dei commentatori: sia che la intendiamo come “agire secondo la volontà di Dio” sia come “rispettare l’orfano e la vedova”. Sono esattamente la stessa cosa.

In questo brano certamente Matteo ci presenta Gesù come “più potente” (3,11) di Giovanni… il battesimo amministrato da Gesù non sarà più di acqua, bensì “in Spirito Santo e fuoco”: lo stesso Spirito che vide scendere su di sé, mentre usciva dall’acqua, e che poi, nel capitolo 4, lo condurrà nel deserto.

A proposito del deserto: lo Spirito ve lo condurrà “per essere tentato dal diavolo” (4,1)… come tutti gli eroi mitologici, che devono affrontare prove ardue per dimostrare di essere degni della missione che li aspetta (Joseph Campbell, Il potere del mito, p. 171).

Gesù, dunque, come eroe, protagonista di un mito? Perché no?.. In fondo si tratta di un uomo in carne ed ossa, non virtuale, ma raccontato molti decenni dopo la morte e, ancora oggi, “usato” alla grande per giustificare anche il contrario di ciò che andava predicando… Non è così? Pensiamo al papa, che invita il mondo a vivere con sobrietà, parlando da un trono dorato, immerso nelle ricchezze e nello sfarzo della corte vaticana. Mentre Gesù è partito da sé, dalla propria conversione, prima di cominciare a predicare. Ma tant’è!… Anche per lo stesso battesimo: nelle Chiese cristiane dovrebbe essere “in Spirito Santo e fuoco”, invece si continua con l’acqua, smentendo le parole del Battista…

Di un uomo si fa un mito quando lo si presenta e lo si predica come un Dio, come il “Figlio diletto” del Dio-Padre che in lui si è “compiaciuto” (3,17). Chi avrebbe potuto smentire un simile evento (nientemeno che la voce di Dio, che scende dal cielo) cinquant’anni dopo? Ed ecco dimostrato ai capi della sinagoga di essersi clamorosamente sbagliati sul conto di Gesù, non riconoscendolo come il Messia e mandandolo a morire sulla croce dei Romani.

Questa polemica vibrante con il mondo giudaico ci fa capire perché il Vangelo di Matteo sia così infarcito di citazioni dai sacri testi ebraici, come se ciascuno di quei versetti parlasse proprio di Gesù… e pazienza se non è stato chiamato Emmanuel, ad esempio, come avrebbe dovuto essere (Mt 1,23).

Era scritto di lui?…

Oggi ci viene giustamente insegnato a non estrapolare, a storicizzare, a leggere nel contesto… Dovremmo farlo anche per quei testi antichi, allegramente manipolati da tutti gli autori dei libri neo-testamentari, chi più chi meno. Dovremmo andare a vedere che non erano stati scritti per Gesù, pensando a lui e parlando di lui, preconizzandolo. Questo metodo sta a testimoniare il desiderio degli autori, Paolo in primis, di dare di Gesù un’interpretazione ben mirata, funzionale.

Per questo credo che dobbiamo continuare a cercare di conoscere sempre meglio il Gesù storico, per quanto ci sia possibile. Anche se non è facile, avendo a disposizione solo interpretazioni postume e una tradizione, che è stata costruita con grande violenza nei secoli, tesa a fare di Gesù un oggetto di culto piuttosto che un profeta da prendere sul serio.

La conclusione a cui mi sento di giungere non è originale, ma certo è poco frequentata: se i testi biblici sono parola di Dio, allora tutto si tiene, compresi papi e Vaticano; ma se non è parola di Dio, come fermamente credo, allora abbiamo speranza che un altro mondo sia davvero possibile, perché siamo liberi e libere di costruirlo, andando oltre i testi biblici, scrollandoci di dosso la soggezione a chi si autoproclama unico conoscitore e interprete della parola di Dio. E, prima di tutto, facendo come Gesù, che è partito da sé, dalla propria conversione, prima di mettersi a predicare.

Beppe Pavan

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