1° gennaio – Maria Ss. Madre di Dio

Maria parla alle nostre vite

Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre (Luca 2, 16-21).

Mentre la bella leggenda betlemmita del Vangelo di Luca è ricca di preziosi insegnamenti, si rischia di confondere Dio con Gesù e soprattutto si fa di Maria la “madre di Dio”. Basta pensarci un po’ per capire in che labirinto si cade quando si usano le parole per nascondere la verità storica. Dio avrebbe una madre? Piuttosto Dio è anche Madre…

Ma, per incontrare la donna Maria reale, quella donna la cui vita e la cui fede possono ancora parlare ai nostri cuori, riporto di seguito alcune pagine tratte da un recente libro di padre Ortensio da Spinetoli. Il volume “Gesù di Nazareth” (Edizioni La Meridiana), oltre a testimoniarci la fede e la competenza dello studioso, ci offre un completo ripensamento dell’esperienza cristiana, liberata dai dogmatismi e dalla “polvere imperiale”.

“I vangeli propriamente detti, scritti quasi cinquant’anni dopo la sua morte, non dicono nulla della sua prima esistenza, ma questa non può essere stata diversa da quella di qualsiasi altro fanciullo e adolescente del suo tempo, del suo villaggio.

Nato da donna (Gal 4,4)

Il quadro più antico delle origini di Gesù è quello lasciato occasionalmente da Paolo, un maestro della Torah convertito nel fiore degli anni al Vangelo. Colui che Dio “ha inviato”, nella pienezza dei tempi a realizzare le promesse fatte a Israele, è, per il futuro apostolo, uno della comune famiglia umana (“nato da donna”), subordinato perciò alle stesse istituzioni (“la legge”) a cui tutti sono soggetti. Certo è sempre un profeta “mandato da Dio”, ma con ciò non occorre pensare a una sua genesi al di fuori delle regole comuni. E’ “della carne e del sangue” dei suoi “fratelli”, ricorda l’autore della Lettera agli ebrei (2,13); “in tutto simile” a loro (2,17) poiché ad esse è stato inviato e non agli “angeli” (2,16).

Se pertanto Gesù è “nato da donna”, vuol dire che è un vero uomo, non un essere calato dal cielo. Fa riferimento a dei genitori, a una famiglia ed è subordinato alle leggi biologiche di tutti. E’ un fiore anch’egli sbocciato dall’amore di due nazaretani di cui porta nel suo sangue le connotazioni fisiche e spirituali. Se i figli ricopiano in qualche modo i genitori, Gesù ripete la fisionomia, ma anche le “inclinazioni” del padre e della madre. Tramite essi egli appartiene a un clan, a un popolo, a una razza e ne porta le tendenze, le attitudini, le capacità, le “tare”. “Ebreo da ebrei”, dirà Paolo di se stesso (cfr. Fil 3,5). La medesima rivendicazione doveva valere anche per Gesù. Egli è un Galileo di Nazaret non solo anagraficamente, ma soprattutto geneticamente.

Il figlio di Giuseppe (Lc 3,23)

“I vangeli dell’infanzia sono preoccupati, sembra, di attribuire a Gesù una nuova, superiore origine da Dio, dallo Spirito (Mt 1, 18-20; Lc 1, 34-35), ma non riescono a cancellare i dati tradizionali, innanzitutto la paternità di Giuseppe.

Luca apre l’albero genealogico di Gesù presentandolo “figlio, come si riteneva, di Giuseppe” (3,23). E nel dibattito verificatosi nella sinagoga di Nazaret i concittadini diffidano della parola dell’improvvisato predicatore perché conoscono la sua umile origine. “Non è costui il figlio di Giuseppe?” dicono quasi a giustificare il loro stupore e insieme la loro incredulità (4,22). Matteo, in un contesto analogo, parla del “figlio del carpentiere” (13,55), ma dice la stessa cosa.

Più che “figlio di David”, come asseriscono Mt 1, 20 e Lc 1, 27, Giuseppe è un “falegname”. Non è che le due attribuzioni non potessero trovarsi bene insieme, ma non è nelle intenzioni degli autori sacri abbinarle. Il “falegname” non vuol essere un titolo disonorevole, ma rievoca un mestiere che non raccomanda alcuna particolare superiore condizione.

Gesù “figlio di Giuseppe” è tuttavia una designazione che verrà pian piano eclissandosi, ma Giovanni testimonia che anche verso la fine del I secolo, persino nelle comunità asiatiche, essa era ancora corrente. Filippo confessa a Natanaele di aver trovato il Cristo, che “è Gesù, figlio di Giuseppe da Nazareth” (1,45). E se i farisei di Cafarnao rifiutano di accettare il discorso sul pane venuto dal cielo è perché chi lo stava proponendo era semplicemente il “figlio di Giuseppe” (6,42).

Il padre soprattutto nel mondo semitico e quindi nella tradizione vetero-testamentaria è sempre il perno della famiglia, colui che le dà sostentamento e la protegge dai pericoli. Nella famiglia di Nazaret la persona di Giuseppe è quella che le conferisce stabilità e sicurezza, solo che nella tradizione cristiana essa perde progressivamente i suoi lineamenti originali e diventa più coreografica che reale. Accanto a Gesù e a Maria, Giuseppe è una figura di secondo piano, forse terzo piano, che finisce per ingombrare e perciò viene fatta scomparire.

Il figlio di Maria (Mc 6,3)

Gesù a Nazaret, secondo Marco, è anche chiamato misteriosamente “figlio di Maria” (6,3), una designazione che ancora non ha trovato la sua spiegazione. Nel testo parallelo Matteo menziona “Maria sua madre” (13,55), mentre Luca ricorda solo Giuseppe (4,22). Secondo Giovanni a Cafarnao la gente conosceva “il padre” e la “madre” di Gesù, ma lo identificava come il “figlio di Giuseppe” (1,45; 6,42).

L’affermazione “figlio di Maria” è senz’altro singolare, quasi indecifrabile, perché rappresenta un’eccezione nella tradizione biblico-giudaica. Legalmente i figli facevano riferimento al padre; per tal ragione Gesù doveva chiamarsi, com’è attestato in Luca e Giovanni, ben-Joseph e non ben-Mirjam. Il riferimento materno poteva essere legittimo in mancanza del genitore o nel caso della sua morte prematura, ma è un’ipotesi che non fa al caso.

Fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone (Mc 6,3)

Gesù fa parte di una famiglia numerosa che conta “fratelli” e “sorelle”. Ne parlano tutti gli evangelisti e vi allude anche Paolo (cfr. Gal 1,19; Cor 9,5).

I “suoi fratelli” (hoi adelphoi autou) vennero a cercarlo nel corso del suo ministero pubblico (Mc 3,31-32; Mt 12,47; Lc 8,19); erano preoccupati di quanto avevano sentito dire sul suo conto e sembravano intenzionati a ricondurlo in casa (Mc 3,21). Giovanni menzionava i “fratelli” di Gesù dopo l’episodio di Cana con la “madre” e i discepoli. Essi discesero a Cafarnao e “vi si fermarono per alcuni giorni” (2,12). Secondo At 1,14 “i fratelli” con i discepoli, Maria e le donne attendevano nella preghiera la venuta dello Spirito che Gesù aveva loro promesso. (1,8)

Paolo nella sua visita a Gerusalemme incontra “il fratello (adelphon) del Signore” identificato con Giacomo (Gal 1,19), e in 1Cor 9,5 menziona, accanto agli “apostoli”, genericamente “i fratelli del Signore”, diventati, sembra, missionari del Vangelo. Il “Signore” è un appellativo del Cristo risorto; può darsi che la nuova designazione abbia sostituito quella tradizionale di “fratelli di Gesù”, anche se non è dimostrabile. Tuttavia non si può nemmeno partire dai “fratelli del Signore” per identificare i “fratelli di Gesù”.

La famiglia, e soprattutto i “fratelli di Gesù”, è stata la notizia che ha tenuto preoccupati e divisi gli interpreti di tutti i tempi e li tiene tuttora in contrasto tra di loro, ma se non ci fossero stati i “vangeli dell’infanzia”, che attribuiscono a Gesù un’origine pienamente soprannaturale (Mt 1,18-20); Lc 1,34-35), il problema, verosimilmente, non si sarebbe posto.

Le perplessità o le riserve sul senso di “fratello” si fanno scaturire da una sua resunta dipendenza dall’ebraico ‘ab (in aramaico ‘aba) che i Settanta traducono con adelphos, anche quando equivale a “cugino” o “parente” in senso lato. E’ facile raccogliere dal Vecchio Testamento, sia dai libri più antichi (Genesi, Giosuè, Samuele, Re) come dai più recenti (Levitino, Cronache, Giobbe) esempi in cui ‘ab può avere un significato generico ed è ridato dai traduttori greci con adelphos. Un uso in certo qual modo libero di cui fa fede lo stesso Giuseppe Flavio (Ant. 10,10,3).

L’Antico Testamento è sempre il contesto naturale del Nuovo; ma è illegittimo farvi ricorso inconsideratamente. Si può anche ipotizzare che il primitivo annunzio evangelico fosse in aramaico, ma non si può nemmeno mettere in dubbio che gli attuali testi siano stati scritti in greco e per comunità che parlavano e celebravano la liturgia in lingua greca. I termini adoperati, anche si si illuminano dell’uso originario, si spiegano soprattutto, o solo, dal loro contesto linguistico attuale. Un greco che legge o sente parlare di adelphoi o di adelphai, se non è adeguatamente preavvertito, pensa ai “fratelli” e alle “sorelle” carnali, come quando sente “madre e “padre” non pensa che ai veri genitori. Anche il greco conosce il senso improprio di “fratello” o “sorella”, e i cristiani faranno ricorso ad un tal termine per designarsi tra di loro, ma in tal caso il contesto viene a togliere ogni perplessità.

Quando Marco dice che Gesù “vide Simone e Andrea suo fratello (ton adelphon)” (1,16), o parla di “Giacomo e Giovanni, suo fratello (ton adelphon) (1,19) e Luca ricorda che Marta “aveva una sorella (adelphé) chiamata Maria” (10,39) e Giovanni ribadisce che Maria era “sorella” (adelphé) di Lazzaro (11,1) intendono parlare in senso proprio più che traslato.

Il vocabolario greco non è così povero come quello ebraico e l’aramaico.Ci sono vari termini per indicare i differenti gradi di parentela, di cui si trovano tracce anche nel Nuovo Testamento. In Col 4,10 è detto che “Marco è cugino (anepsios) di Barnaba”. Luca,che è un buon conoscitore della propria lingua, parla di Elisabetta parente-cugina (synghenes) della madre di Gesù (1,36; cfr.1,58-61) e ricorda che al momento dello smarrimento del bambino Gesù a Gerusalemme i genitori (hoi gôneis) si misero a cercarlo tra i parenti (en tois syngheneusin) e conoscenti (kai tois gnostois) (2,44).

Sempre Luca, nella parabola del banchetto da imbandire per i poveri, ricorda esplicitamente che sono da escludere i “fratelli”(tous adelphous), i “parenti”(syngheneis) e i vicini (14,12). Qui i “fratelli” non sono dei consanguinei generici come non lo sono in 21,16 dove si ricorda che in tempo di persecuzioni i cristiani saranno odiati “dai genitori” (tòn goneôn), dai fratelli (tòn adelphon), dai parenti (tòn synghenon) e amici (tòn philon). Marco parla del disprezzo che un profeta ha “tra i familiari” e usa la frase generica “en tois syngheneusin”.

Il testo che forse aiuta ancora meglio nell’identificazione dei “fratelli di Gesù” è quello di Marco 6,3 che ne fa esplicita menzione. I nazaretani sanno bene chi è Gesù; ricordano la sua professione, i suoi genitori, la madre, il padre, i fratelli, le sorelle, in una parola l’intera famiglia, quindi il suo stato anagrafico. Non è l’ipotesi più ovvia intendere adelphoi e adelphai in senso di “cugini” e “cugine”; questi infatti non compaiono né di diritto, né di fatto nella segnalazione della provenienza e discendenza di un individuo. E’ difficile, se non del tutto fuori posto, collocare accanto al padre o alla madre naturali, dei parenti generici, senza averlo prima specificato.

Gesù ha subito la sorte dei grandi personaggi; una volta usciti dalla comune storia si attenuano anche i legami che hanno con essa. Non è una mistificazione, ma un aspetto del processo di idealizzazione che subito si è venuto a intrecciare intorno alla sua persona.

Le sue sorelle (Mc 6,3)

Il ricordo della famiglia originaria di Gesù è rimasto a malapena nei vangeli, ma ha conservato tutte le sue componenti. Prima delle ammiratrici e delle discepole che lo accompagneranno nel corso della vita pubblica, Gesù si è trovato a fianco le proprie “sorelle” nella sua infanzia e adolescenza. Insieme ai “fratelli” e ai genitori esse sono state le sue educatrici.

Egli impara anche da loro a conoscere i propri simili, le loro virtù e i loro difetti, in particolare la sensibilità, la tenerezza, la debolezza, la fragilità femminile. Le “sorelle” hanno dato una rifinitura all’animo di Gesù, hanno stemperato le sue possibili asprezze, conferito amabilità e dolcezza ai suoi tratti. Non è che le donne avessero un grande peso nella società del tempo, ma nella famiglia, per quanto rimanessero appartate e in silenzio, tenevano sempre desta la semplicità e la mitezza di cui erano depositarie.

L’atteggiamento aperto e cortese che Gesù avrà verso le donne nel corso della sua predicazione, l’amicizia che allaccerà con alcune di esse forse ha la sua genesi in questo rapporto quotidiano avuto in casa con le sue sorelle.

L’evangelista le ha ricordate, ma non ha segnalato né il loro numero, né i loro nomi come invece ha fatto per i “fratelli” (Mc 6,3). In ciò non fa che riflettere la mentalità corrente che non accordava alla donna molto peso nella vita sociale e familiare, per questo non è accordato dall’evangelista neanche alle “sorelle di Gesù”. Di esse non si parlerà più nei vangeli e non ricompariranno nel Nuovo Testamento. Di nessuna si farà più menzione. Tutto quello che è stato detto o si può continuare a ripetere al riguardo è solo ipotetico.”

Dunque, non la madre di Dio, ma la mamma di Gesù. Non una donna celestiale, ma una credente in carne ed ossa. Non la Maria delle apparizioni ad occhi azzurri e dal mantello candido, ma la donna di Galilea che ha vissuto, senza nessuna maternità anomale, il cammino difficile della madre di un profeta crocifisso.

Questa è Maria “fuori dalle nicchie”, che seppe custodire e meditare nel suo cuore ciò che ogni giorno la vita accanto a Gesù le presentava, spesso sconvolta da parole e azioni di quel figlio che a lei dovettero sembrare autentiche pazzie. Questa Maria reale sarà con i discepoli nel cenacolo e abbraccerà con loro il cammino di Gesù, suo figlio. Perché Maria di Nazaret parli alle nostre vite, occorre farla scendere dal “trono” in cui le invocazioni delle litanie l’hanno collocata…vere e proprie cancellazioni di Maria, donna della Galilea…

Paolo Sales

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